Yes I am
Young, European, Socialist

MANIFESTO POLITICO
a cura della Sinistra giovanile


Nella riflessione e nel confronto sull'avvenire dell'Europa ritrovo il senso del fare politica, le motivazioni ideali di un impegno da trasmettere alle nuove generazioni, il filo delle vicende storiche di cui sono stato partecipe, la chiave di una più profonda comprensione delle lezioni del passato e degli imperativi del presente.

Giorgio Napolitano

Il nostro orgoglio e la nostra sfida
Il mondo che si presenta davanti ai nostri occhi non è ancora quello di un nuovo ordine, ma di un pianeta frammentato e scosso da grandi cambiamenti. Siamo ancora in una fase transitoria che alimenta inquietudini e timori a causa delle crescenti disuguaglianze e dei molteplici conflitti.
Immaginare e costruire un mondo nuovo e migliore rappresenta la prima sfida che hanno oggi di fronte le nuove generazioni; la ricerca, il pensiero e la lotta per un nuovo progetto globale di pace e progresso umano dominerà il secolo di cui saremo protagonisti.
E' compito della nostra generazione costruire la risposta alle sfide della globalizzazione con la consapevolezza che il modo di interpretare il vecchio mondo bipolare è insufficiente per comprendere ed intervenire sulle contraddizioni del nuovo mondo globale.
Si tratta di ripensare la politica e di renderla adempiente nella fase di più acuta crisi della globalizzazione e dei modelli economici e sociali di cui è portatrice; inoltre è necessario poter coniugare una nuova progettualità globale ai sentimenti sempre più consapevoli e coscienti della società civile internazionale che chiede sempre più insistentemente pace e sicurezza.
Il nostro imperativo politico e morale è batterci per una nuova architettura mondiale in cui la nascita di un Europa soggetto politico possa incidere sulla costruzione di un nuovo mondo multipolare in grado di espandere la democrazia, la giustizia sociale, le libertà e i diritti umani.
In un mondo che si globalizza i destini degli uomini sono sempre più interconnessi e la costruzione di un progetto credibile per il futuro del mondo passa per una effettiva coscienza di un umanità dal destino comune che superi il crescente individualismo e i potenziali conflitti tra culture e religioni.
Per fare fronte alle molteplici sfide del nostro tempo, dobbiamo rompere con il pensiero tuttora dominante che fa della separazione tra dimensione nazionale, europea e globale un suo tratto caratteristico. Va radicalmente messa in discussione la sovranità degli stati nazionali ricostruendone le forme e i livelli al servizio di una nuova governance globale.
Solo una forte tensione etica e politica verso il cambiamento può permettere ad una nuova generazione di vivere da protagonista il senso della sfida per un progetto politico globale.
Solo il primato della politica sulle leggi del mercato e sullo scientifico ricorso alle armi può rendere possibile la costruzione di un mondo giusto, pacifico e sicuro.
La grande Europa politica federale è il pilastro fondamentale per la costruzione di un nuovo progetto politico globale, la pietra miliare di un nuovo ordine multipolare e di una nuova struttura del mondo incentrata sulla democrazia e sulla solidarietà internazionale.
E' compito delle nuove generazioni pensare e lottare per un mondo migliore partendo dalla costruzione dell'unità politica europea, affermare la tensione ideale e la passione civile per tale obiettivo assumendolo come il nuovo fattore identitario per la cittadinanza del futuro e per vincere le sfide a cui ci chiama il mondo globalizzato, fare dell'Europea lo spazio dentro cui inscrivere il riscatto della politica, nuove possibilità di cambiamento, di progresso e di pace.
Per noi le sfide da raccogliere nel complesso e tumultuoso mondo della globalizzazione devono essere animate dal coraggio e dal profondo senso del futuro che solo il pensiero e l'impegno europeistico possono alimentare: abbiamo bisogno della visione radicale nella tensione ideale e dell'impulso realistico nella lotta politica per realizzare l'obiettivo dell'Europa politica, democratica e potenza di pace.
E' nello spirito del Manifesto di Ernesto Rossi e Altiero Spinelli che una nuova generazione può ricercare il senso di un cammino comune verso il futuro, è nella rielaborazione unitaria della tradizione culturale dell'europeismo italiano che le forze progressiste di oggi possono ritrovare lo slancio per un'Europa federale in grado di assumere sovranità come la chiave di lettura nuova intorno a cui ricostruire un sistema di regolazione politica che risponda alle domande di rappresentanza e di cittadinanza delle nuove generazioni, che coniughi il pressante desiderio di pace proveniente dalla società civile transnazionale.
Il nostro impegno ruota attorno a quella peculiare sinergia tra movimento ideale e civile per l'Europa unita e azione politica e di governo. Questo duplice cardine ha attraversato il pensiero e l'impegno delle forze riformatrici della nostra storia democratica: Antonio Gramsci che descrive la crisi della coscienza europea proprio come il risultato del conflitto tra un'economia tendenzialmente cosmopolita e universale e una politica relegata all'interno di risposte statali e nazionali, del tutto inadeguata ad affrontare una nuova agenda dei problemi; Alcide De Gasperi che aveva compreso che l'Italia non avrebbe giocato in Europa un ruolo significativo se non accelerando il processo politico verso un governo capace di prendere a nome degli Europei le decisioni supreme.
A fronte delle insufficienze dello Stato-Nazione già registrate in forme diverse nel secolo scorso e dell'acuirsi della sua crisi con i mutamenti imposti dai fenomeni di globalizzazione è venuto maturando il senso di un intreccio profondo tra ruolo dell'Italia e costruzione dell'Europa politica.
Questo bagaglio culturale e politico ci consente di essere pienamente quella generazione che nell'Europa crede e all'Europa guarda come alla prova fondamentale della politica e della riaffermazione del suo primato di fronte ai significativi processi di finanziarizzazione, individualizzazione e privatizzazione indotti dalla globalizzazione.
Intendiamo darci una missione: combattere per l'Europa politica con la consapevolezza che questo processo può contare sulla spinta di una società civile europea, nata a Nizza e manifestatasi apertamente contro la guerra in Iraq, e deve poter contare sulla azione politica e di governo delle forze socialiste e democratiche europee. La nostra responsabilità è quella di indicare nella impresa europea l'obiettivo fondamentale di una nuova generazione della sinistra che dai padri fondatori eredita la chiave nuova di accesso a processi di cambiamento e progresso globale: guardare ai temi attuali del confronto sul futuro dell'Europa, discuterli e farli vivere nel tessuto profondo della società italiana e del mondo giovanile, coinvolgere interessi e valori di una nuova generazione in grado di rinnovare un'alleanza di avanguardia che chieda più Europa per lo sviluppo, la crescita e la coesione sociale dell'Italia.
Il centro-sinistra e le forze riformiste hanno il dovere di assumere con grande convinzione i temi dell'Europa come centrali per rendere permanentemente proficua una sintonia e un'interlocuzione con le nuove generazioni. Fondamentali per vincere le prossime sfide elettorali e la battaglia per tornare al Governo del Paese.
Questa è la nostra sfida: la politica delle idee, della tensione ideale, delle passioni civili, delle capacità di governo.
Essere a pieno titolo giovani cittadini europei: questo è il nostro orgoglio e la nostra sfida.

Cittadini della grande Europa democratica
La strada dell'integrazione europea è da sempre caratterizzata da slanci e battute d'arresto. Lo scorso decennio è stato dominato dal grande obiettivo dell'integrazione monetaria come il presupposto fondamentale e insufficiente della costruzione comunitaria. Difficile è risultato il tentativo dopo Maastricht di dare seguito al processo d'integrazione politica dell'Unione a fronte di una tendenza alla rinazionalizzazione delle politiche manifestata dai governi dell'Unione.
Dopo le battute d'arresto della fine dello scorso decennio è con il Vertice di Nizza che si è aperta una nuova fase dell'integrazione europea fondata sulla necessità di dotare l'Unione di istituzioni che ne accrescessero la legittimità democratica e il funzionamento.
Il Vertice di Nizza ha rappresentato un momento significativo non solo perché per la prima volta nella storia dell'Unione un Vertice è stato accompagnato dal manifestarsi dell'inquietudine, del distacco e della disaffezione dell'opinione pubblica europea e dalla implicita volontà di condizionare le prospettive dell'integrazione, ma anche perché con la Carta dei Diritti, lì approvata, si sono create le condizioni propedeutiche alla nascita della Costituzione. Per la prima volta si è resa evidente l'affermazione di un nucleo di principi vincolanti intorno a cui legare le grandi sfide dell'integrazione e dell'allargamento a nuovi Paesi membri; inoltre è nata un'area di diritti non legata all'appartenenza territoriale o nazionale. Diritti universali, quindi, di cui godranno quanti nascono, vivono o si trovano temporaneamente all'interno dei confini dell'Unione.
Lo spirito che anima la Carta dei Diritti tende a dare ai diritti umani un fondamento e una garanzia svincolati dalla sovranità degli Stati nazionali, aprendo così la possibilità di fare dell'Unione una nuova patria comune in cui è possibile riconoscersi qualsiasi sia l'identità nazionale, religiosa e linguistica di coloro che ne vogliono far parte. Un'Europa nuova patria comune da cui siano bandite per sempre la pena di morte, la tortura, il trattamento disumano dei detenuti o degli indagati e che si batta per una moratoria della pena capitale in tutto il mondo, superando le reticenze vergognose della Presidenza italiana.
Il Vertice di Nizza ha evidenziato perciò il riavvio di un progetto per l'Europa a cui compartecipano i cittadini e gli Stati e ha costituito l'effettivo rilancio di un cammino che ha portato da una parte alla nascita di una Convenzione con il mandato di redigere una bozza di Trattato costituzionale, dall'altra all'accelerazione del processo che porterà all'allargamento dell'Unione a Paesi dell'Europa centrale e orientale.
La Carta dei diritti fondamentali dell'Unione e il progetto di riorganizzazione dei trattati segnano il punto di partenza di un processo di costituzionalizzazione e l'introduzione nel dibattito sul futuro dell'Europa della epocale pacifica unificazione del vecchio Continente che con l'allargamento si lascia alle spalle in modo una storia di guerre, divisioni, tragedie e segna di fatto il superamento definitivo della storia del 900.
Questo processo chiama in causa con grande urgenza il tema della legittimazione democratica dall'Unione e di una sua rifondazione in termini politici e non solo economici.
Si pone con sempre maggiore evidenza la necessità di una "governance europea" che partendo da una complessa struttura istituzionale multilivello presuppone un motore di coordinamento di tipo federale, legittimato democraticamente in un contesto di sovranità distinte e condivise.
Le risposte alla inquietudine degli europei, alle attese, alle domande che riguardano la crescita per la pace ed un nuovo ordine mondiale, l'equità sociale, un nuovo quadro di opportunità formative e di diritti e garanzie, la salvaguardia dell'ambiente, la capacità di garantire la sicurezza personale e collettiva, la coesione delle nostre società, l'affermazione dei diritti civili, delle libertà individuali e del diritto riconosciuto e sancito di vivere serenamente il proprio orientamento sessuale nonchè la costruzione di una società multietnica e multiculturale, sono inscindibilmente legate alla validità del nuovo assetto istituzionale dell'Unione allargata.
E' questa la grande sfida a cui ha voluto far fronte il lavoro della Convenzione europea nata a Laeken. Il progetto di Costituzione presentato dal Presidente Valery Giscard d'Estaing contiene numerosi elementi positivi di indirizzo generale che rendono in parte tollerabili le lacune che inevitabilmente persistono; le innovazioni, tese a rispondere alle istanze di rafforzamento dell'efficacia, della trasparenza e della legittimità democratica della UE, costituiscono solo le basi di un effettivo processo di riforma del metodo decisionale che dovrà necessariamente avvenire nel prossimo futuro.
A questo riguardo è necessario prevedere che future revisioni costituzionali possano trovare luogo attraverso la maggioranza qualificata e non l'unanimità come previsto nella bozza redatta dalla Convenzione.
E' utile constatare il successo del metodo proprio della Convenzione che si inscrive nella prospettiva di costituzionalizzazione dell'Unione e rappresenta un significativo passo in avanti sulla cosiddetta strada precedentemente intrapresa dei "piccoli passi".
In questo senso va affrontato dentro il dibattito sul futuro dell'Europa il punto dirimente del Governo federale dell'Unione e della ripartizione dei poteri tra le istituzioni. Tale obiettivo diventa realizzabile solo se gli Stati disponibili decidono di dare vita ad una federazione all'interno dell'Unione, aperta alla successiva adesione di tutti gli Stati non ancora pronti.
Il metodo dell'avanguardia ha reso possibile la realizzazione dei passi decisivi del processo di unificazione europea: è necessaria l'approvazione a maggioranza del progetto completo di costituzione senza accettare i veti degli Stati non ancora disponibili a riforme istituzionali sostanziali; costruire alleanze con i governi dei paesi disponibili a fare scelte realmente innovative in modo da ottenere la concreta attuazione dei progetti tesi alla vera integrazione politica europea. Gli Stati non disponibili non devono essere messi nelle condizioni di impedire la formazione, nel quadro dell'Unione, di una federazione che, come l'Unione economica e monetaria, sarà sempre aperta alla loro adesione.
L'Unione ha bisogno di un sistema decisionale democratico, trasparente e responsabile davanti ai cittadini, fondato sul principio della separazione dei poteri e su quello della doppia legittimità, federale e nazionale.
Il Parlamento europeo, unico organo eletto democraticamente a suffragio diretto, dovrebbe codecidere con il Consiglio su tutte le materie, compresa l'adozione del bilancio e disporre del diritto di proporre nuove leggi, condizione necessaria per garantire il suo rafforzamento istituzionale. La sua elezione si dovrebbe basare su regole elettorali uniformi in tutti gli Stati membri e, alla luce dei risultati elettorali vi dovrebbe essere la possibilità dell'elezione diretta del Presidente della Commissione.
Il Consiglio dovrebbe trasformarsi in un'autentica camera legislativa con potere di codecisione con il Parlamento. Tutte le decisioni potranno essere adottate da una "doppia maggioranza", in rappresentanza degli Stati e dei cittadini secondo il modello classico del bicameralismo federale. Il diritto di veto, che nega al contempo la democrazia e l'efficienza, dovrebbe essere eliminato dal sistema decisionale dell'UE.
La Commissione dovrebbe essere trasformata in un vero governo europeo, politicamente responsabile innanzi al Parlamento e al Consiglio, ciascuno disponendo di un diritto di censura sull'azione della Commissione; il Presidente della Commissione dovrebbe essere anche il Presidente dell'Unione.
Il Consiglio europeo, in questo quadro istituzionale, svolge il ruolo di Presidenza collegiale dell'Unione.
La Corte di Giustizia deve vedere rafforzati i propri poteri in termini di controllo del rispetto delle disposizioni contenute nella Costituzione, dirimendo così i conflitti di attribuzione e quelli di competenza. Il bilancio dell'Unione dovrebbe essere finanziato tramite risorse proprie cui contribuiscono tanto gli Stati membri quanto i cittadini così da poter realizzare politiche di sviluppo e garantirne l'efficienza e la trasparenza; conseguentemente l'UE dovrà dotarsi di una politica fiscale comune.
La Costituzione dovrà tenere conto del principio della cittadinanza e legittimata direttamente dalla volontà popolare al fine di garantire che i cittadini europei possano esprimersi sulla nuova architettura dell'Europa, l'UE dovrebbe essere chiamata ad indire un referendum europeo, in occasione delle elezioni europee del 2004, contemporaneamente in tutti i paesi membri, ovviamente nel rispetto degli ordinamenti giuridici di ciascuno.
L'allargamento dell'Unione Europea a 10 nuovi paesi dell'Europa centrale e orientale costituisce la grande prova dinanzi a cui si trova oggi la costruzione comunitaria.
Il prossimo voto per il rinnovo del Parlamento Europeo sancirà il grande fatto storico di un'elezione che accomunerà centinaia di milioni di donne e uomini per decenni divisi dalla guerra fredda e dalle fratture del mondo bipolare. Quell'appuntamento segnerà una tappa fondamentale nella costruzione dell'Europa a 25 Stati membri e accelerando il processo di un'integrazione che punta a fare dell'Unione una grande protagonista sulla scena internazionale.
In questo senso non va dimenticata l'ulteriore, storica sfida di apertura dell'Unione all'area dei Balcani, segno di una coerente e efficace strategia di costruzione della pace, della stabilità e dello sviluppo economico di quei Paesi.
Questi processi aprono nuove ed impellenti sfide politiche, economiche, sociali e culturali nel cammino comunitario: la crescita di allarme e paura, l'aggravamento dei costi quali una pressione immigratoria incontrollata o un'espansione della criminalità.
Questi elementi presuppongono una grande reazione politica e culturale che facendo leva sui principi di adeguamento dei parametri economici, giuridici imposti dall'Unione valorizzino i risultati conseguiti dai paesi candidati: stabilità democratica, superamento delle controversie tra paesi confinanti, trasformazione dei sistemi economici in funzionanti economie di mercato potenzialmente competitive.
Si tratta, in effetti, della più comprensiva e complicata impresa nell'intera storia delle relazioni politiche internazionali. Costituzionalizzazione e unificazione dell'Europa rappresentano le due più grandi sfide per il compimento della costruzione politica dell'Unione, due straordinari obiettivi che segneranno la parabola dell'integrazione di questo decennio.

Una potenza di pace protagonista nel mondo
Il nuovo scenario mondiale scaturito dagli attacchi dell'11 settembre 2001 impongono la necessità di un'azione responsabile e attiva dell'Europa di fronte alle sfide della globalizzazione economica e agli imperativi che questa apre sui rapporti tra culture, religioni e civiltà.
La dottrina della guerra preventiva è la risposta offerta dall'Amministrazione americana a queste sfide. Essa, prima teorizzata dai neoconservatori, poi applicata dall'Amministrazione Bush, ha mutato in radice il quadro delle relazioni internazionali, in una direzione che potrebbe incidere in maniera radicale sia sul futuro dei rapporti transatlantici, sia sulla configurazione di un nuovo ordine mondiale dopo la fine dell'ordine bipolare. La crisi irachena ha evidenziato da un lato la rottura di un sistema fondato sul consenso delle sedi multilaterali e dall'altro l'emergere di un profondo dissenso verso la guerra preventiva manifestato per la prima volta da un nuovo attore globale, la società civile transnazionale e l'opinione pubblica mondiale.
Gli sviluppi di questa impostazione stanno svelando il suo totale fallimento: la nuova politica estera americana manca di una strategia diretta ad affrontare le cause profonde del terrorismo internazionale, che affondano nel terreno fertile delle ingiustizie, della disperazione, dei diritti e delle libertà negate.
In questo contesto l'intervento unilaterale in Iraq, con la consequenziale dissoluzione dello Stato iracheno, ha prodotto un effetto moltiplicatore dell'instabilità mediorientale, soprattutto in Iraq e con conseguente esasperazione del conflitto israelo-palestinese, rafforzamento della minaccia terroristica a livello globale e indebolimento del ruolo positivo dei governi arabi moderati, crisi della produzione petrolifera e nuovi flussi migratori.
La risoluzione 1511 dell'ONU, a questo proposito, pur non ripristinando un quadro di legalità nella gestione del dopoguerra in Iraq, segna il primo fondamentale passo sulla strada di un governo condiviso e multilaterale della transizione irachena dopo la fine del regime.
La strategia unilaterale americana inoltre ha significativamente inciso sulle relazioni con l'Europa e tra i paesi europei essa ha prodotto una dannosa divisione tra i governi europei in due schieramenti: da una parte coloro che hanno sostenuto acriticamente la posizione americana, dall'altra coloro che vi si sono opposti in virtù di una radicale autodeterminazione europea. E' stata evidente l'assenza di un ruolo internazionale dell'Europa per uscire dalla dicotomia servi-nemici degli USA, causata dalla mancanza di una politica estera comune e di un'autonoma capacità di difesa che potesse rafforzarne il protagonismo e la credibilità.
Nel mondo di oggi è urgente un ruolo internazionale dell'Europa per affrontare gli squilibri e le minacce che l'11 settembre ha manifestato con nitidezza e drammaticità.
La creazione di una politica estera e di un sistema di difesa comune è indispensabile in questo senso ed impensabile senza un Governo politico dell'Unione. La dotazione di un proprio sistema di difesa per l'Unione può consentire un nuovo modo di intendere il ruolo del sistema di difesa internazionale e definire nuove relazioni con la NATO fondate sulla distinzione di compiti e funzioni. E' necessario in questo senso sviluppare la teoria e la pratica della costruzione della pace, delle operazioni di interposizione per la prevenzione dei conflitti, del sostegno ai processi di stabilizzazione democratica e di autogoverno.
L'Europa come attore politico globale non può esistere senza la definizione di una potenza di pace in grado di presentarsi al mondo, e di giocare un ruolo più confacente ai suoi principi e valori.
Questo disegno va più efficacemente legato al potenziamento dell'attuale Servizio Volontario Europeo, trasformandolo in un vero e proprio Servizio Civile Europeo come strumento accessibile a tutti i giovani europei per rafforzare il senso di una nuova cittadinanza.
L'Europa nasce come potenza di pace se è in grado di trasmettere ai suoi cittadini, soprattutto i più giovani ma anche al mondo, la capacità di esportare i suoi valori fondativi e la sua identità, che non mira alla supremazia militare ma che costruisce un esercito di pace in grado di lavorare fuori dall'Unione per obiettivi di pace, convivenza, il rispetto dei diritti umani, la salvaguardia ambientale.
La nascita di un'effettiva politica estera comune dell'Unione è legata allo sviluppo di nuove relazioni internazionali fondate sulla strategia della "politica preventiva" in grado di valorizzare la dimensione multilaterale e le procedure condivise. E' in questo contesto che si colloca la nostra convinta adesione alla proposta di tanta parte del Movimento per la pace, della Tavola della Pace in particolare, per l'introduzione nel testo della futura Costituzione europea di un articolo che mutui e riprenda lo spirito dell'articolo 11 della nostra Carta costituzionale: "L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di pari dignità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo."
L'attore globale Europa può accelerare il processo di riforma dell'ONU di cui si avverte urgente bisogno e del sistema politico dei rapporti internazionali dopo la guerra fredda.
L'Europa sarà determinante nel nuovo scenario se comprenderà come centrale il tema delle relazioni euro-mediterranee e farne il pilastro fondamentale della sua missione nel mondo; il Mediterraneo, dopo l'11 settembre, rappresenta non solo la frontiera meridionale dell'Unione ma uno dei confini più importanti tra nord e sud del mondo, una delle frontiere di contatto tra civiltà, culture, religioni. In questo senso va riconosciuta come imprenscindibile la sfida culturale dell'Unione. Il rapporto tra civiltà e religioni nel mondo interdipendente che mette in discussione le identità e le culture è assolutamente prioritario nella costruzione di un nuovo governo globale fondato sul dialogo e il riconoscimento reciproco.
Il Mediterraneo è lo spazio in cui le politiche di scambio, di confronto tra religioni e culture devono trovare una relazione costante e permanente con i processi di democratizzazione, di rispetto dei diritti umani, di crescita economica in un quadro di promozione e non di esportazione. L'Europa può in questo senso, rispondendo al proprio modello valoriale e identitario, contribuire affinché la grande minaccia del conflitto tra civiltà non si sostituisca allo scontro ideologico del bipolarismo internazionale.
I processi di pace e di sviluppo dei paesi del Mediterraneo sono la condizione principale per un nuovo ordine e una nuova stabilità internazionale.
L'Europa dovrebbe impegnarsi nel favorire il miglioramento della formazione culturale e professionale, l'ammodernamento delle strutture amministrative e imprenditoriali dei Paesi interessati, la sottoscrizione di accordi più coraggiosi e innovativi nel campo dell'agricoltura puntando sul coordinamento delle politiche agricole mediterranee, favorendo la regolazione dei flussi con accordi bilaterali e multilaterali che sviluppino politiche attive per la promozione di una libera circolazione rispettosa della dignità umana.
In questo contesto risulta fondamentale per l'Europa politica il banco di prova del conflitto in Medioriente. La strategia unilaterale americana ha profondamente acuito l'instabilità nell'area sfociata nel fallimento della Road Map, consegnando al mondo una terra ancora attraversata da profondo odio e da una spirale di violenza inarrestabile.
L'Europa deve, se vuole veder affermato un proprio ruolo internazionale, giocare una parte fondamentale nel conflitto tra palestinesi e israeliani.
E' necessario in questa fase un impegno volto a interrompere il circuito perverso tra esecuzioni mirate da una parte e attacchi terroristici dall'altra, in cui il tentativo di erigere un muro di divisione tra territori palestinesi e Israele da parte del governo israeliano e una non chiara strategia di lotta contro il terrorismo e le sue infrastrutture da parte dell'ANP, rendono ancora più incerto il quadro e precluse le prospettive di pace.
L'Europa è chiamata ad esercitare un ruolo decisivo nel conflitto, volto alla ripresa del dialogo e del negoziato, sostenendo tutti i tentativi, non ultimo quello promosso a Ginevra dalla parte più moderata della leadership israeliana e palestinese, che sblocchino il confronto per giungere ad una effettiva pacificazione e convivenza.
Questo passa attraverso il rispetto di due diritti: il diritto del popolo palestinese ad avere un proprio Stato di cui sentirsi pienamente cittadini e il diritto di Israele ad esistere e del suo popolo a vivere sicuro.
La stabilità dell'area mediorientale, la lotta contro le cause del terrorismo internazionale sono priorità che lo scenario scaturito dall'11 settembre consegna all'Europa e al mondo. Non esisterà una politica estera europea legittimata prima che l'Unione affronti responsabilmente in collaborazione con altri attori internazionali la drammatica situazione in Medioriente e si dimostri capace di promuovere pace, stabilità, diritti e libertà.

Il sapere per un nuovo modello sociale europeo
Tendere verso un più ampio ed esteso quadro di cittadinanza e rappresentanza delle domande delle nuove generazioni riguarda una necessaria accelerazione del processo di costruzione di un nuovo modello sociale europeo incardinato su innovazione e coesione sociale in grado di rispondere ai radicali mutamenti intervenuti nei processi demografici e nel mondo del lavoro, nel rapporto tra qualità e sviluppo, tra conoscenza e produzione. L'Europa in cui le nuove generazioni si troveranno a vivere dev'essere fondata su uno sviluppo innovativo e solidale, ecologicamente compatibile.
L'Unione europea ha adottato nel 2000 una strategia economica e sociale mirata a fornire una risposta positiva alla globalizzazione, sfruttando al meglio l'innovazione tecnologica, definendo una via europea per costruire un'economia basata sul sapere, ricostruendo la prospettiva di creare più lavoro puntando su fattori qualitativi.
L'Europa deve acquisire maggiore capacità di competere, aprendo altre aree dell'economia per far fronte alla ridislocazione globale delle forze in campo economico e per salvaguardare i propri livelli di vita.
La cosiddetta strategia di Lisbona può essere interpretata come una strategia di modernizzazione economica e sociale che tiene conto dei valori europei, una modernizzazione legata allo sviluppo della società dell'informazione, della ricerca, dell'innovazione, dell'imprenditorialità, del sapere e della inclusione sociale.
Nel nuovo paradigma emergente, il sapere e l'innovazione sono le fonti principali di produzione della ricchezza, e i discrimini che producono le nuove disparità non solo tra gli individui, ma anche tra le nazioni e i loro sistemi produttivi.
Per le giovani generazioni il sapere assume il carattere di chiave di accesso per il proprio futuro.
Esso non è soltanto elemento di arricchimento economico, ma anche la condizione per affrontare la crescente atomizzazione e frammentazione dei rapporti di lavoro.
Il sapere, quindi, come la strada continua da percorrere senza interruzioni, contro la discontinuità dei lavori e come l'ammortizzatore sociale del futuro.
Oggi non soltanto gli individui sono in movimento; oggi, più di prima, sono gli stessi traguardi ad essere in continuo mutamento. Questa condizione costringe le persone ad essere costantemente in corsa, a non fermarsi mai. Il rischio di restare esclusi è altissimo. La risposta che dobbiamo dare è garantire continuamente nuove porte di accesso, nuove chiavi di interpretazione. Così la long life learning assume un carattere ancora più determinante che in passato. Essa è la chiave di volta stessa di tutto il sistema di nuovo welfare per il futuro. Essa rappresenta il cuore di una strategia che non prevede esclusione sociale e che pratica l'inclusione fin dalle scuole primarie e che continui lungo tutta la vita, attraverso lo sviluppo di politiche di assorbimento del drop out.
Va perciò costruito un modello sociale europeo che, attraverso una riformulazione complessiva del sistema di Welfare, definisca una via europea alla nuova economia: innovazione, sapere, coesione sociale in un quadro di autonoma declinazione culturale rispetto al modello economico-sociale americano.
L'obiettivo strategico definito nei termini di costruzione di un'economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo, in grado di realizzare una crescita economica sostenibile con l'equilibrio ambientale presuppone l'implementazione di un sistema istituzionale legittimato democraticamente che attraverso la funzionalità dei livelli renda praticabili tali obiettivi.
Modernizzare il modello sociale europeo, investire nel capitale umano combattendo l'esclusione sociale implica la crescita economica basta sulla conoscenza migliorando la competitività legata all'innovazione e alla qualità. La definizione di nuovi e più efficienti strumenti di tutela dei diritti nei lavori è condizione imprescindibile per il raggiungimento dell'obiettivo della piena e buona occupazione in tutta l'Unione. Tocca quindi alla politica, ed in particolare alla sinistra europea, costruire nuovi strumenti di tutela, più efficienti ed universali, in grado di rispondere alla diffusa precarizzazione dei rapporti all'interno del mondo dei lavori di oggi.Un nuovo Welfare europeo fondato sul sapere per combattere l'esclusione e favorire la cittadinanza attiva dei giovani. Il nuovo modello sociale europeo deve saper fornire strumenti di tutela e sostegno attraverso una nuova politica della libertà attiva, in grado di fornire le massime chances di vita per il massimo numero di persone. Nella nuova Europa gli uomini e le donne devono poter scegliere ed averne la facoltà. Per farlo, i cittadini devono poter partecipare al processo sociale, economico e politico dell'Unione. Tale accessibilità può essere data attraverso nuovi diritti che definiscano una "dotazione elementare garantita" per ciascuno: in essa rientrano i diritti fondamentali ma anche un livello base delle condizioni di vita, magari attraverso un reddito minimo garantito o comunque grazie alla prestazione di certi pubblici servizi fruibili per tutti.
Evidentemente gli impegni di Lisbona sono rimasti tali perché non hanno marciato parallelamente con le innovazioni istituzionali e le forme di coordinamento proprie tali da definire un sistema di governo di diversi livelli quali quello europeo, nazionale e locale in grado di interagire tra di loro.
Di fronte ai mutamenti della società post-moderna, l'invecchiamento progressivo, sviluppo tecnologico, centralità della conoscenza, l'Europa deve dotarsi di un nuovo e più inclusivo sistema di cittadinanza incardinato su una duplica priorità, modernizzazione economica e coesione sociale.
Dare risposte alle domande di cittadinanza, di nuove e inedite opportunità di crescita culturale e formativa che le nuove generazioni europee pongono significa ripartire dall'ispirazione di Lisbona dando un rinnovato slancio a quelle istanze, farle vivere nel coordinamento tra livelli istituzionali attraverso un effettivo governo politico dell'Unione. Ed il sapere diventa fattore determinante anche nella battaglia culturale e politica sul futuro dell'Europa.
Conoscere la propria storia e quella degli altri popoli europei è determinante per la crescita della futura identità europea.<
La capacità di avere cittadini consapevoli è la base per una democrazia europea maggiormente compiuta.
La nostra sfida è di colmare il divario fra chi sarà libero di decidere il proprio futuro, che potrà permettersi il sapere perché potrà pagarselo e fra quanti non possiederanno una condizione familiare, che per posizione culturale, economica o sociale, permetta loro di essere e compiere scelte realmente e coscientemente libere.
Il nostro ruolo è creare una rottura positiva con la riproduzione sociale che la destra italiana ed europea stanno portando avanti.
Senza tenere conto che l'economia oggi richiede figure professionali capaci di aggiornarsi continuamente. Persone che sappiano ricreare il loro ruolo lavorativo in relazione alle continue scoperte ed innovazioni tecnologiche e scientifiche.
Per questo dobbiamo batterci fino in fondo perchè l'istruzione sia un bene pubblico e lottare contro i processi di finanziarizzazione e mercificazione.
Mantenere le persone all'interno dei processi decisionali, facendole sentire partecipi delle scelte future dell'Unione è la priorità per far sì che le Istituzioni diventino e siano vissute come realmente più trasparenti e più democratiche. Solo così l'Europa diventerà agli occhi dei cittadini soprattutto giovani il motore di una politica di sviluppo in grado di colmare i deficit di programmazione dei governi nazionali. Soltanto in questo modo le Istituzioni europee ne usciranno rafforzate e capaci di tessere il dialogo con le realtà e le identità locali, vero nodo della sfida culturale che la destra europea ci sta proponendo.
Vivere le realtà e le identità locali come fattore positivo per l'integrazione, non come elemento di chiusura contro il processo di unione.
In tutto questo la scuola dei territori, che sappia intrecciare il sapere locale con quello europeo è l'unica risposta possibile che possiamo e dobbiamo praticare. Promuovendo uno studio della storia europea del secolo passato, della geografia sociale, economica e culturale del nostro continente. Rendere quotidiana la storia dei popoli europei e favorire, in concreto, un'alta mobilità degli studenti fra i paesi dell'Unione. Ed infine lavorare per l'accesso più libero e a basso costo alla rete informatica e digitale. Perché oltre a possedere le chiavi di interpretazione si deve anche avere l'accesso alle infrastrutture digitali che la rete mette a disposizione.
Le nuove generazioni europee costituiscono il potenziale più importante in termini di crescita economica, di prosperità e di lotta alla povertà, la vera ricchezza su cui far leva nel futuro del continente. Vanno combattuti gli alti indici di esclusione e marginalità dei giovani dai processi formativi e produttivi e valorizzate le specifiche capacità di competere nella economia dell'informazione e della conoscenza.
I processi formativi devono coniugare il sapere con il saper fare, la scuola con la formazione professionale. Questa è la base da cui partire per la costruzione di un aggiornato sistema di welfare che dal locale arriva all'Europa. Parliamo di una formazione continua "glocale" che assicuri uno sviluppo economico di qualità, che sia la base per la coesione sociale che a sua volta è la vera molla per la crescita e lo sviluppo delle società. Solo conoscendo ed interpretando le sfide del futuro sapremo affrontarle senza ansie o paure. Per far questo, mai come oggi, c'è bisogno di un innalzamento del livello culturale del nostro continente.
Ma l'Europa deve essere un attore politico ed economico globale in grado di sviluppare relazioni commerciali con il resto del mondo che favoriscano la riduzione del divario tra nord e sud del pianeta. L'Unione non potrà avere questo ruolo se non affronterà il fenomeno dell'immigrazione che ne scaturisce: la povertà, la mancanza di democrazia e di rispetto per i diritti umani, i conflitti armati.
La gestione dei nuovi flussi migratori e l'integrazione sociale delle popolazioni di immigrati già presenti in Europa sono tra le maggiori sfide politiche di questa fase. Oltre a promuovere politiche di integrazione sociale e culturale che ad una definizione di un ampio quadro di diritti e doveri che fungano da principale garanzia contro i rischi di insicurezza, paura e chiusura identitaria che questo fenomeno ha introdotto nelle società europee. Per affrontare in maniera responsabile questo tema è innanzitutto necessario intensificare la cooperazione economica e sociale nell'Unione e stabilire corrette connessioni con la gestione dei flussi migratori. Oltremodo importante risulta promuovere politiche di integrazione sociale e culturale di coloro che sono migrati stabilmente nel nostro continente, politiche che semplifichino i percorsi volti all'acquisizione della piena cittadinanza e con essa alla condivisione di tutti i diritti e i doveri che essa comporta. In questo modo si potrà togliere linfa ai sentimenti di paura e di chiusura identitaria che l'attuale incapacità di gestione del fenomeno e l'irresponsabile campagna culturale di soggetti politici e culturali di chiara impronta xenofobi hanno generato nelle società europee.
Condannare gli atteggiamenti populisti, nazionalisti venati da accenti razzistici oltre che in un quadro culturale, significa promuovere una politica comune che risponda in termini radicali al fenomeno migratorio che interessa ed interesserà a lungo l'Europa.
L'Europa come la restante parte del mondo sviluppato deve sempre più sentirsi impegnata nella lotta per la riduzione della povertà e gli squilibri tra il mondo ricco e i Paesi del sud. I costi umani di un sistema di regole economico e commerciale come quello vigente sono innumerevoli e le sue regole tendono a favorire la parte più ricca del pianeta.
A fronte degli impegni assunti a Doha con il "Round dello Sviluppo" dopo due anni e soprattutto dopo il vertice del WTO a Cancun, i paesi industrializzati hanno fatto poco di concreto per trasformare la retorica in realtà. Molte scadenze non sono state rispettate, impegni sono stati abbandonati a danno di paesi che in un processo di effettiva liberalizzazione delle relazioni commerciali vedrebbero diminuire sostanzialmente gli indici di povertà assoluta delle proprie popolazioni.
Il protezionismo e l'assistenzialismo rappresentano un grave danno per le economie dei paesi in via di sviluppo: imposizioni fiscali, dazi doganali e sistema delle tariffe non consentono ai prodotti di questi paesi un livello di esportazione sufficiente a costruire un sistema regolato del commercio mondiale in grado di lenire il peso degli standard economici e sociali dei paesi del sud del mondo.
Un'Europa come agente internazionale di sviluppo e cooperazione ha il dovere di favorire i processi di crescita e di sviluppo dei paesi poveri e concorrere, in coerenza con i suoi valori fondanti, alla promozione della pace, della giustizia sociale e della solidarietà internazionale.
Nel testo di Costituzione elaborato dalla Convenzione si definisce il modello economico europeo come un'"economia sociale di mercato", sottolineando con ciò la specificità della nostra struttura economica.
Nella costruzione dell'Europa politica si inscrive perciò la necessità di un'integrazione economica che sappia tenere assieme sviluppo economico e competitività dell'Europa con relazioni economiche globali eque e solidali, nella salvaguardia dei beni pubblici universali, acqua, cibo, lavoro, diritti civili e sociali, ambiente, e nella promozione di un commercio e di un modello di consumi eticamente sostenibile.


Le giovani generazioni per un nuovo partito: europeo, socialista e democratico
Gli imperativi imposti dai processi di globalizzazione e il maturare dei movimenti sociali e giovanili transnazionali di critica a questo particolare modello di globalizzazione consentono di individuare priorità e strumenti che ridiano slancio alle forze riformatrici, progressiste e democratiche europee ed internazionali e che si ritorni a riflettere sulle loro responsabilità.
Il nuovo scenario aperto dagli attacchi dell'11 settembre, la strategia della guerra preventiva e la conseguente e imponente mobilitazione per la pace ci consegnano uno straordinario bisogno di politica, una politica in grado di appropriarsi di spazi nuovi per far fronte a sfide globali e sovranazionali.
Il Europa il punto centrale dell'agenda politica degli anni Novanta, dopo la fine del vecchio ordine bipolare, è stata l'integrazione monetaria come tappa intermedia per una progressiva integrazione politica del vecchio continente.
I socialisti in tanti Paesi europei hanno fatto del processo di integrazione sovranazionale la frontiera politica per affrontare le sfide del XXI Secolo. Il centro-sinistra ha vinto ovunque nello scorso decennio in quanto ha saputo proporre una strategia in grado di coniugare innovazione economica e coesione sociale.
In Italia il traguardo dell'Euro ha assunto un rilievo ancora più significativo: ha rappresentato un valore in sé, è stato il terreno sul quale una parte delle classi dirigenti del Paese e i settori più avanzati e dinamici della società hanno misurato un riscatto morale oltre che economico. Dopo il decennio dei governi di centro-sinistra, parallelamente alla battuta d'arresto registrata sulla strada dell'integrazione europea in campo politico si è aperta una fase di involuzione nella capacità del centro-sinistra di governare i processi di trasformazione che i tumulti di una globalizzazione impetuosa ha mostrato all'opinione pubblica.
La debolezza di legittimazione democratica e di efficacia delle sedi politiche sovranazionali si è riverberata in modalità differente sui riformisti europei aprendo la strada a comportamenti difensivi.
Da un lato la convinzione di poter e dover "fare da soli", dall'altro l'emergenza di domande di difesa, di protezione, di chiusura, di paura di fronte alla caduta delle vecchie certezze e a processi di profondi cambiamenti, fino alla emersione di ricette nazionalistiche, populistiche, razzistiche e xenofobe.
Intorno a questi fenomeni è avvenuta la rielaborazione culturale della destra e dei conservatori europei, rielaborazione che ha riguardato l'approccio alla questione europea aprendo i confini culturali e ideali del PPE e rendendolo più permeabile intorno alle ricette di ordine, rinazionalizzazione delle politiche e welfare compassionevole.
In questo quadro molto è cambiato negli ultimi anni della cultura politica del centro-destra italiano il quale ha prima ricercato in Europa il terreno proprio della legittimazione e della credibilità di forza di governo, successivamente ha assunto una proiezione europea volta maggiormente ad interpretare il processo di integrazione in modo difensivo ed esaltandone, in chiave auroscettica o decisamente antieuropea, gli interessi economici dell'Italia. Nella compagine governativa del nostro Paese convivono istanze diametralmente opposte che vedono nel confronto sul futuro dell'Unione il punto di più acuta sofferenza politica. Da una parte il nazionalismo xenofobo e protezionista della Lega, dall'altro una sorta di rigidità culturale volta a salvaguardare l'identità cristiana del vecchio continente da parte della componente moderata della coalizione che evidenzia un tentativo di fare dell'Europa una fortezza culturale refrattaria a qualsiasi processo di integrazione di popoli, culture e religioni.
Il Governo italiano, inoltre, con la Presidenza dell'Unione in questo semestre, si trova a gestire una fase di straordinaria importanza per il futuro del processo di integrazione. L'ispirazione di fondo che anima l'attuale semestre di Presidenza denota l'incapacità di interpretare un ruolo decisivo dell'Italia nel cammino dell'Europa comunitaria in stridente contraddizione con la tradizione europeistica del nostro Paese che con i governi precedenti ha sempre dato un contributo significativo nella direzione della costruzione di un'Europa federale il cui sviluppo rappresentasse una occasione di crescita e di progresso complessivo dell'Italia. La maggiore responsabilità politica del Governo italiano in questa particolare fase della vita delle relazioni internazionali riguarda la scelta di relegare l'Unione in un ruolo completamente subalterno alla strategia statunitense e non in grado di assumere consapevolmente una responsabilità attiva di fronte alle tante sfide che il dopoguerra in Iraq ha aperto, non ultimo l'acuirsi della crisi in Medioriente che rappresenta per la politica estera dell'Unione il banco di prova fondamentale.
La dimensione europea è perciò il campo nuovo della lotta politica tra centro-destra e centro-sinistra, il terreno proprio del confronto sul futuro dell'Italia e del mondo.
Questo quadro deve indurre le forze socialiste e democratiche a rafforzare la convinzione che il livello di coesione sociale e di identità culturale realizzato nel 900 dagli Stati nazionali, si può conseguire ora solo in una dimensione sovranazionale.
I riformismi, le risposte progressive ai quesiti della globalizzazione neoliberista si possono affermare solo attraverso l'accelerazione del processo di unità politica dell'Europa, solo attraverso la possibilità che l'Europa impugni il tema della "politica preventiva" a fronte di una tendenza alla finanziarizzazione, individualizzazione e privatizzazione dei processi globali e a fronte della tendenza di fare della forza militare lo strumento di governo e di regolazione del disordine mondiale. Alla domanda europea e globale di un mondo più giusto, alla domanda europea e globale di pace e sicurezza deve corrispondere l'azione politica europea e globale di un vero soggetto politico europeo che trovi alimento nella partecipazione e nella spinta di una società civile e di movimenti sociali e giovanili transnazionali.
Il partito del socialismo europeo se ha dimostrato di essere all'altezza della sfida negli anni passati, oggi dimostra tutta la sua inadeguatezza a vincere la sfida dell'unità, della capacità di decidere e di essere in sintonia con un'opinione pubblica europea che chiede giustizia sociale, progresso e pace.
Una nuova generazione può riconoscersi in una politica che non rinunci al suo ruolo e al suo primato di fronte alle contraddizioni del mondo globalizzato; una generazione portatrice di cultura globale pretende risposte immediate che siano globali e riguardino i destini degli individui in Europa ed in ogni latitudine. Una nuova generazione che esprime bisogni di cittadinanza, che guarda al futuro, che chiede nuovi diritti nel mercato del lavoro moderno e un sistema di inclusione fondato sulle competenze, sulla conoscenza, sull'innovazione.
L'accettazione dei confini nazionali per l'esercizio della funzione politica, in un quadro di nuova regolazione dell'attuale modello di globalizzazione condanna all'impotenza le forze del riformismo, le relega in posizioni subalterne e non in grado di destare interessi, passioni, partecipazione.
Il decennio precedente è stato caratterizzato dall'integrazione monetaria come fattore politico e pietra miliare del progetto europeo; il primo decennio del nuovo secolo dovrà essere quello dell'effettiva integrazione politica come il pilastro fondamentale alla nascita di una governance che assicuri un mondo più giusto e più libero, un nuovo mondo di pace.
Le giovani generazioni europee, e quelle italiane in particolare chiedono alla politica di rispondere alle domande che segnano nel profondo le loro coscienze, a quei dubbi e a quelle speranze che animano le discussioni e colorano i cortei del Movimento con la loro partecipazione, a quei bisogni e a quegli interessi che non trovano la giusta centralità nei programmi e nell'azione dei Governi, a quel bisogno di essere riconosciuti per quello che sono, cittadini d'Europa, cittadini del mondo.
L'Europa è perciò l'orizzonte di una sfida progettuale, culturale e politica che chiama in causa la definizione di una nuova missione della sinistra, di una nuova funzione storica, di un nuovo progetto che offra uno spazio aperto e inclusivo di cittadinanza e partecipazione politica, che dia gli strumenti di lettura e di governo del tempo in cui viviamo, che permetta ad ognuno di connettere in una nuova rete di solidarietà e di identità collettiva il proprio progetto di vita, la propria domanda di libertà e di futuro.
La sinistra, il PSE, i progressisti e i democratici europei sono chiamati a confrontarsi con questa sfida: dare alla politica quella dimensione europea e globale che le giovani generazioni domandano, dare alla politica le nuove forme e i nuovi obiettivi che le nostre vite richiedono, dare alla politica la forza e la legittimità per superare gli angusti confini del novecento, quelli degli stati nazionali e quelli di una politica irrimediabilmente confinata nel locale di fronte all'economia e alle ingiustizie globali.
Nel nome dell'Europa, nel Forum sociale europeo di Parigi come nella Perugia Assisi, nelle pieghe contorte del lavoro precario come nei luoghi dell'eccellenza della ricerca e dell'innovazione, nell'orizzonte di vita di chi emigra per far valere la propria intelligenza, così come di chi emigra per non arrendersi all'esclusione e alla marginalità sociale, così come di chi emigra per sfuggire alla fame e alle guerre, noi abbiamo incontrato e incontreremo le energie e i sogni per vincere la sfida che abbiamo di fronte.
La nostra missione è oggi quella di caratterizzare la nostra identità di giovani di sinistra, la nostra missione di rappresentanza delle istanze e dei bisogni dei giovani italiani, la nostra funzione generazionale nella sfida di costruzione dell'Europa.
In Italia il processo di integrazione europea deve divenire il fondamento dell'alternativa programmatica e di governo della Sinistra e di tutto l'Ulivo, in un disegno organico che dal diritto al sapere, da un nuovo spazio sociale che nasce dalla ricomposizione dell'atomizzazione e della precarietà del lavoro e delle relazioni, fino ad una nuova idea del welfare inclusivo, universale e promozionale, si fondi sulla rappresentanza del bisogno di innovazione e di modernità, di diritti, che esprimono le giovani generazioni.
Nel movimento dei movimenti, nella grande esperienza di contaminazione e di progettualità che rappresenta, nelle realtà associative e di rappresentanza sociale, nelle realtà che fanno dell'educazione alla politica o dello sport o della salvaguardia dell'ambiente i loro principali campi di azione, nelle esperienze laiche e cattoliche di partecipazione e di impegno dei giovani italiani, nella domanda di cittadinanza che si organizza dei giovani migranti, le associazioni giovanili politiche come la nostra debbono individuare gli interlocutori e i protagonisti, insieme a noi, con pari dignità e con pari importanza di questo storico e prezioso sforzo di ricerca e di costruzione.
La sinistra europea e italiana ha bisogno di noi, delle nostre idee, della nostra passione, delle nostre radicalità, della nostra concretezza e pragmaticità, per fondare su basi solide, su un patto politico con le forze dell'innovazione e della modernità, che leghi le generazioni in un vero patto di solidarietà, il proprio progetto, la propria funzione nell'Italia e nell'Europa di oggi e del futuro.
Noi, i giovani cittadini europei che vivono in Italia, possiamo essere l'elemento coesivo e portante di un blocco sociale capace di cambiare il nostro Paese, che la sinistra, i riformisti, e tutto l'Ulivo debbono saper rappresentare tornando così al Governo dell'Italia, per una nuova stagione di un riformismo consapevole del profondo rapporto che lo deve legare al suo giovane popolo, per una nuova stagione di protagonismo e di partecipazione delle giovani generazioni che dalla rivoluzione associativa, dal movimento, dai luoghi del sapere e del nuovo lavoro contribuiscano ad una decisiva stagione di riforme e di costruzione di un nuovo pensiero.
Questo è il contributo che noi vogliamo portare alla costruzione di una nuova progettualià politica della sinistra, delle forze democratiche e progressiste, un vero percorso di innovazione e di riforma della politica, che porti il Partito del Socialismo europeo ad essere il soggetto politico transnazionale che incarna la nuova funzione e dimensione dell'agire politico, ad essere la guida politica nella nuova fase del processo di integrazione a partire dalle prossime elezioni europee.
Immaginiamo l'apertura di un vero e proprio Cantiere politico, uno spazio aperto e inclusivo di ricerca politica, che raccolga il calore e la passione, l'anima della partecipazione e dell'impegno politico delle giovani generazioni nelle sue molteplici forme che interrogano e sfidano la sinistra e i riformisti, le forze progressiste e democratiche ad assumersi con noi la responsabilità di fare la storia dell'Italia e dell'Europa, di creare le nuove forme della politica.
La Sinistra giovanile intende in questi termini il proprio ruolo di avanguardia, la propria missione, il nostro orgoglio, la nostra identità: radicare questa ricerca nelle giovani generazioni italiane, condividere la fatica e la responsabilità del riscatto della politica con tutte le giovani donne e i giovani uomini che con noi vorranno vivere questa sfida.
Questo è il contributo che intendiamo portare alla costruzione dell'Europa, alla soggettività nuova della sinistra democratica e progressista, all'utopia concreta di una politica che cambia il mondo e la vita di ognuno di noi, che ci permetta di essere tutti più liberi e felici.