La destra difenda con noi la Scuola Pubblica Italiana e non solo i crocefissi nelle aule

Riteniamo la polemica sui crocefissi nelle aule una questione non prioritaria nel dibattito politico sul pluralismo culturale e sulla convivenza tra le diverse culture nei luoghi pubblici.
Tuttavia vorremmo fare alcune riflessioni anche per svincolare la discussione dal semplice si o no alla sentenza del giudice dell'Aquila seguita all'istanza di Adel Smith.

In Francia, paese cattolico all'80%, già dall'inizio del '900 i crocefissi sono scomparsi dalle aule della scuola pubblica mentre soltanto l'anno passato nel nostro paese sono state emanate circolari ministeriali che invitavano le scuole a rispettare il decreto del 1923 che impose l'affissione del crocefisso all'interno di ogni aula della scuola pubblica.
Si è commesso un errore quando è stato rispolverato un decreto antico, che rispondeva alle esigenze del nostro paese in quell'epoca ed è sintomo di scarso acume storico ignorare i cambiamenti socio-culturali del nostro paese riproponendo una norma di ottant'anni fa senza pensare a opportune modifiche.
Oggi, una parte importante dei bambini che si iscrivono alla scuola pubblica è di confessione diversa da quella cattolica ed è cresciuta in un contesto culturale diverso, cosa che non avveniva nel '23 e che non era presa in considerazione, tanto più che in quegli anni l'Italia era quella del fascismo che pochi anni dopo collaborò con il nazismo e si rese complice dell'olocausto.

Uno stato che vuole garantire un'integrazione tra culture diverse deve tenere conto dei cambiamenti in atto nella società, comprendendo la condizione multiculturale della popolazione che si prospetta per il futuro in maniera consistente e che già oggi è una realtà considerevole, per poi tradurla in norme adeguate.
Su questi temi si dovrebbe aprire un dibattito, esteso ai diritti di cittadinanza, al ruolo degli immigrati negli organismi decisionali delle nostre comunità, al diritto di voto.
Questa maggioranza invece ha approvato una legge ingiusta e dannosa come la Bossi-Fini, è drastico e irremovibile sul tema dei crocefissi e si divide tra chi vuole sparare agli scafi dei disperati che arrivano sulle nostre coste e chi vuol dare il voto ai soli immigrati che possiedono un reddito, ristabilendo regole di censo che pensavamo scavalcate dalla storia.
La sentenza del giudice Montanaro è una conseguenza ineccepibile del principio di laicità dello stato sancito dalla costituzione, tradotto nella richiesta di non ostentare alcun simbolo religioso all'interno del luogo deputato alla formazione dei futuri cittadini. Tuttavia cambiamenti di questo tipo non dovrebbero essere proposti attraverso sentenze, ma con un dibattito aperto e sereno, frutto di un'attenta analisi delle sensibilità oggi presenti nel nostro paese.
Le radici culturali italiane le ritroviamo in ciò che nelle nostre scuole si studia, nella letteratura, nella storia e nel pensiero che ha prodotto il nostro paese, non serve ostentarle con simboli, per quanto essi siano importanti per una parte consistente dell'opinione pubblica.

Stupisce poi che chi oggi sostiene la tesi che la cultura italiana sia a rischio sia quella parte che timbra e censura i libri con la nostra storia e con le sue leggi sfascia i principi costituzionali in nome del padrone e dei suoi affari privati.
Se a costoro interessa davvero la cultura e l'identità del nostro paese , si uniscano a noi nel difendere la scuola pubblica italiana dagli attacchi che ogni giorno subisce dal ministro Moratti, con questo governo, infatti, avremo ancora i crocefissi nelle aule, ma non avremo più i soldi per gli insegnanti, le sedie, i banchi e i libri per garantire una formazione che dia a tutti un'opportunità.

Federico Montanari
Mirko Tutino
Segreteria comunale SG