CONFERENZA PROGRAMMATICA E ORGANIZZATIVA

 

12 MARZO 2006


"La Libertà, non è star sopra un albero, non è neanche il volo di un moscone. La Libertà non è uno spazio libero, Libertà è partecipazione."
G. Gaber

 

 

La parola Libertà, negli ultimi anni, ha vissuto i suoi momenti peggiori. Violentata da troppe guerre condotte in suo nome da chi, nei fatti, ben più della libertà ha a cuore il potere. Irrisa dal centrodestra italiano in questi anni al governo, che ha deciso di imprigionarla nel suo nome per coprire tendenze autoritarie e alleanze con movimenti xenofobi o razzisti, privilegi e ingiustizie sociali. Asfissiata da dogmi, dottrine, ideologie tanto da diventare, nella migliore delle ipotesi, la parodia di se stessa: libertà, con la minuscola.

Noi, ragazze e ragazzi della Sinistra Giovanile di Reggio Emilia, proprio da qui vogliamo ripartire. Dal significato più profondo di una semplice, complicatissima parola.

Dalla Libertà per cui hanno combattuto i nostri nonni durante la Resistenza, alla Libertà di compiere le nostre scelte di vita liberi da condizionamenti economici o culturali. Dalla Libertà di amare alla Libertà di vivere. Dalla Libertà dal bisogno e dalla paura alla Libertà di essere. Libertà.

E ripartire dalla necessità di difenderla, questa Libertà, di difenderla ogni giorno e di attrezzarci con strumenti che ci possano permettere di allargarla il più possibile, di farla crescere e con essa di far crescere e rendere migliore il mondo in cui viviamo.

Darci una forma di Libertà che sappia continuamente rigenerarsi, attualizzarsi, dilatarsi fino a ricomprendere ogni ambito della nostra vita.

Una Libertà che si affermi attraverso l'incontro, il confronto, la discussione e l'impegno di ognuno, e che sia riconosciuta a tutte le donne e a tutti gli uomini, perché non potremo essere liberi e felici finché non lo saranno tutti. La libertà è partecipazione.

In questi anni abbiamo avuto modo di costruirla, la nostra Libertà.

Con la volontà, l'impegno e la passione di tante compagne e di tanti compagni abbiamo costruito il nostro mondo, un mondo fatto di idee, cultura, socialità, solidarietà, uguaglianza. Un mondo che vive di condivisione, partecipazione, impegno.

A poco a poco, questo nostro mondo si è allargato. E' entrato nelle scuole, all'università, nelle feste de l'Unità e nei luoghi della cultura e dell'aggregazione giovanile. E' entrato nella vita di tante ragazze e di tanti ragazzi che hanno deciso di entrare a far parte di questo mondo e di impegnarsi affinché un mondo come questo sia accessibile a tutti.

Per questo in questi anni abbiamo cercato di darci gli strumenti per trasformare il mondo che ci sta attorno, cercando di dimostrare che ciò che è già una realtà, può diventare la Realtà. Per questo abbiamo scelto di impegnarci a fondo per trasformare la politica e metterla al servizio di questo progetto.

Ma da qualcosa occorre pur partire, e abbiamo deciso di partire da quello che siamo. Giovani.

Partire da noi, dai giovani e dai problemi sempre più drammatici che i giovani in questi anni si sono trovati a dover affrontare.

Da un sistema formativo sempre meno inclusivo e sempre meno interessato alla qualità dell'insegnamento e a trasmettere un sapere critico, ad un università incapace di valorizzare le intelligenze e di investire sull'innovazione, per arrivare ad un mondo del lavoro che condanna milioni di giovani ad una precarietà assoluta e priva di ogni garanzia o prospettiva, impedendo loro anche solo l'idea di un progetto di vita autonomo.

Per non parlare di diritti civili, accesso alla cultura, possibilità di investire sulle proprie idee, o di una degenerata idea di legalità a senso unico che si traduce in impunità per chi se la può permettere e sproporzionato rigore verso tutti gli altri, in particolar modo verso i giovani.

Basti pensare alle norme proibizioniste promosse dal governo in materia di droga, che equiparano droghe leggere e droghe pesanti e rischiano di produrre una vera e propria emergenza sociale, spingendo milioni di giovani nell'illegalità e criminalizzando comportamenti socialmente innocui, oltre che diffusi: la prospettiva di uno stato etico immobile e pregno del peggior tradizionalismo, si fa sempre più realistica.

Anche guardando fuori dal nostro paese, la situazione non è migliore.

Un ambiente ormai devastato nel nome del profitto di pochi privilegiati, la negazione sistematica di diritti che dovrebbero essere universali ma che poi così universali non sono, la sistematica incapacità della politica e delle organizzazioni internazionali di mediare e risolvere pacificamente il confronto e le controverse tra stati, civiltà e culture hanno generato, in questi anni, un sentimento di insicurezza diffusa e radicalizzato un confronto che potrebbe essere proficuo per tutte le parti in causa.

Possiamo dunque dire che il mondo che erediteranno le giovani generazioni sarà un mondo complicato, pieno di contraddizioni da risolvere e da sanare. Un eredità gravata da una pesantissima tassa di successione, ma di cui da anni come Sinistra Giovanile abbiamo deciso di occuparci, tanto con la partecipazione critica e ragionata ai movimenti di massa degli ultimi anni quanto attraverso il movimento per una globalizzazione più giusta e quello per la pace e contro la guerra in Iraq, fino al nostro impegno intenso e costante fatto di campagne di sensibilizzazione politica e iniziative di solidarietà.

Oggi, finalmente, assistiamo al concretizzarsi di una prospettiva nuova: le prossime elezioni politiche possono dare un nuovo governo al nostro paese. Un nuovo governo che dovrà porsi come obiettivo primario quello di ridare una speranza alle giovani generazioni, abbattendo le troppe barriere che impediscono a troppe ragazze e a troppi ragazzi di avere piena cittadinanza nel nostro paese e ridando slancio al progetto europeo, sempre più fondamentale di fronte alla necessità di dare risposte avanzate, solidali e sostenibili ai problemi che affliggono il nostro mondo.

Perciò rivendichiamo la nostra scelta al fianco e all'interno del partito dei Democratici di Sinistra: perché crediamo nella politica e nella prospettiva di cambiamento incarnata dal nostro partito, dal progetto della federazione dell'Ulivo e dal programma sviluppato dall'Unione a sostegno della candidatura di Romano Prodi alle prossime elezioni politiche.

Crediamo però che questo non possa bastare, che l'unico riformismo possibile sia quello che trova la sua sostanza stessa nella partecipazione.

Non esiste alchimia politica che possa dare risposte efficaci e condivise alle domande poste dalla società di oggi senza passare attraverso momenti di confronto e condivisione il più possibile capillari ed estesi, senza stimolare una mobilitazione permanente delle intelligenze, delle coscienze e delle energie che animano il nostro paese.

Una mobilitazione che deve necessariamente essere guidata dalla politica, una politica che deve darsi l'arduo obiettivo di rifuggire qualsiasi compromesso al ribasso per ricercare la sintesi più elevata possibile.

Per questo noi, ragazzi e ragazze della Sinistra Giovanile di Reggio Emilia, sentiamo la necessità di aprire spazi di partecipazione il più possibile ampi e inclusivi, attraverso i quali dare linfa a questo grande progetto di cambiamento. Per questo desideriamo aprire la nostra organizzazione a tutte quelle ragazze e quei ragazzi che, animati dagli ideali di libertà, eguaglianza e giustizia che hanno guidato e guidano il nostro presente e il nostro passato, possono dare un contributo per costruire un futuro in cui, finalmente, tutti possano davvero essere liberi e felici.

Aprendo il percorso di questa conferenza programmatico/organizzativa, strutturatosi nelle scorse settimane in una serie di assemblee di zona e, nei mesi scorsi, in vari forum tematici legati ai temi che più da vicino toccano le giovani generazioni, ci siamo proposti di riflettere su di noi, sulle nostre priorità, sulle nostre proposte e sugli strumenti che intendiamo darci per dare sostanza alle nostre idee.

Siamo consapevoli, però, della necessità di non considerare questa assemblea un punto di arrivo ma un nuovo punto di partenza, per sviluppare seguendo le direttrici indicate da questo documento programmatico e dalle riflessioni in esso contenute un impegno politico consapevole ed efficace.

Senza individuare dogmi di qualsiasi tipo, senza la pretesa di dare una lettura completa ed esaustiva della realtà, ci proponiamo di portare a sintesi il lavoro di questi anni e di farne un solido punto di partenza per questo difficile, necessario ed entusiasmante viaggio verso un futuro migliore.


Scuola

In questi anni la Sinistra Giovanile, sia a livello nazionale, che a livello provinciale, si è spesa molto sui temi della scuola e ha partecipato pienamente al movimento studentesco, dapprima nelle manifestazioni e nelle proteste, poi nella costruzione e nel radicamento di proposte e idee per una nuova scuola. Nella nostra Provincia, il rapporto col mondo della scuola e degli studenti è segnato dalla splendida collaborazione tra la Sg e l'associazione studentesca Sx - Studenti di Sinistra, che aderisce a livello nazionale al network Studenti di Sinistra. Sx è presente da anni sulla scena della politica studentesca reggiana, ed è stata protagonista del movimento studentesco a Reggio Emilia. Gli studenti che aderiscono all'associazione sono impegnati attivamente all'interno delle loro scuole; molti di loro sono eletti nei Consigli d'Istituto, e nella Consulta Provinciale degli Studenti. Il rapporto tra Sg e Sx è improntato sulla collaborazione e sul sostegno reciproco, ma soprattutto da una naturale condivisione di idee politiche sulla scuola e su molti altri temi.

La scuola pubblica della Moratti e di Berlusconi

Il Governo Berlusconi in questi anni ha puntato molto sulla riforma della scuola, e l'ha affidata alla logica perversa del ministro Letizia Moratti e dei suoi collaboratori, con una legge delega. Ma se questa scelta di evitare il confronto parlamentare potrebbe essere parzialmente giustificata dalla necessità di un'azione rapida e incisiva, è assolutamente insensato e autoritario come il Ministero abbia rifiutato di confrontarsi a ogni livello con il mondo della scuola e le sue componenti. A partire dalla farsa degli Stati Generali del 2001, il Ministero si è mostrato sistematicamente sordo anche agli scioperi e alla mobilitazione degli insegnanti e all'ondata di manifestazioni, autogestioni e occupazioni promosse dagli studenti; ha progressivamente delegittimato la Conferenza Nazionale dei Presidenti delle Consulte, non soltanto togliendo fondi, ma anche ostacolando in ogni modo l'elaborazione di proposte e la critica. Questa legge è stata inoltre discussa, contestata, rifiutata oltre che dall'intero mondo della scuola, dagli Enti Locali, e da ultimo anche bocciata nei suoi decreti sulla secondaria superiori nella Conferenza Stato-Regioni dell'ottobre 2005.
Una controriforma che è figlia di una decisione politica molto chiara presa da questa maggioranza e che si delinea tra le righe come leitmotiv del progetto per un'Italia berlusconiana: una società basata sull'immobilità e sulla stratificazione sociale, sulla disparità di possibilità a seconda del reddito, e sull'ignoranza della popolazione. Ad una scelta politica precisa come questa, noi vogliamo opporre una scelta diversa, strutturata e altrettanto forte; vogliamo una scuola che sia strumento primario di inclusione sociale e di abbattimento delle disuguaglianze, che dia le stesse possibilità a tutti, indipendentemente dalle caratteristiche socio-economiche della famiglia di provenienza, che sia motore del cambiamento dell'Italia, base del suo rilancio economico, secondo gli obiettivi delineati dalla Strategia di Lisbona.

Riforma della scuola secondaria superiore ha significato per questo governo l'introduzione del doppio canale, istruzione liceale da un parte e formazione professionale dall'altro; l'eliminazione degli istituti tecnici, che tanto hanno sostenuto il tessuto produttivo italiano; ha significato anche chiedere agli studenti di scegliere troppo presto che indirizzo dare alla propria vita, spostando la scelta tra istruzione e formazione a 13 anni, rendendola così estremamente influenzabile dalle condizioni culturali ed economiche delle famiglie; l'introduzione di un obbligo a 18 anni fittizio, chiamato genericamente "diritto-dovere" allo studio.

Ma soprattutto, per questo Governo, riformare la scuola ha voluto dire tagliare il più possibile, togliere risorse importanti alla scuola pubblica, dequalificandola, finanziando nel frattempo con i "buoni-scuola" le famiglie che volessero iscrivere i figli alle scuole private. Tagli nei finanziamenti alle scuole di ogni ordine e grado, bilanci dimezzati alle Consulte Provinciali, ritardi nelle assegnazioni degli stipendi dei docenti, da ultimo anche azzeramento dei compensi dei docenti per le gite. A questo si aggiungono costi sempre maggiori dei libri di testo, ma anche dei trasporti; una situazione disastrosa per quello che riguarda l'edilizia, soprattutto al Meridione; la carenza endemica di strutture e di servizi per gli studenti.

Nel 2000, con la Strategia di Lisbona, l'Unione Europea ha stabilito gli obiettivi che l'Europa dovrà raggiungere entro il 2010, con il progetto di costruire un'economia basata sulla conoscenza, competitiva e dinamica, che realizzi una crescita sostenibile, con nuovi e migliori posti di lavoro e con una maggiore coesione sociale. Si parla di portare il tasso di occupazione al 70%, ed aumentare la presenza di donne (fino al 60%) e di persone tra i 55 e 64 anni (fino al 50%), ma soprattutto si chiede di alzare la qualità dell'occupazione: chiave di tutta la Strategia di Lisbona è infatti la formazione, intesa sia all'interno delle scuole, che rivolta ai lavoratori, per aggiornarli costantemente e rinnovare le loro competenze; si chiede una riduzione drastica dell'analfabetismo, anche attraverso le nuove tecnologie. L'Italia di Berlusconi non solo non ha seguito questa linea, ma se ne è decisamente allontanata. È il momento di prendere sul serio le indicazioni di Lisbona, e cominciare a vedere come perno dello sviluppo economico la conoscenza; e quindi essere pronti a investire in formazione e ricerca. Dobbiamo prendere a martellate l'idea secolare, ormai radicata nella mentalità italiana, che la cultura stia da un'altra parte rispetto all'economia e alla produzione, che l'educazione crei divisione, formando elite, invece di unificare. La conoscenza, la ricerca, la formazione sono l'unica base che può dare slancio alla nostra economia immobile, e l'unico strumento che può renderci competitivi, anche verso quei paesi che tagliano sui diritti dei lavoratori.

La scuola che vogliamo

La Sinistra Giovanile e Sx-Studenti di Sinistra chiedono all'Unione di Romano Prodi un impegno prioritario sui temi della scuola e dell'istruzione. È necessario superare nettamente il capitolo "Moratti" e aprire una nuova fase di profonda riforma e modernizzazione.

Il nucleo centrale non è mai stato per noi il futile dibattito "abroghiamo, cancelliamo o riformiamo?", ma piuttosto il riassetto reale del sistema dell'istruzione e il finanziamento di questo riassetto, le proposte vere e concrete per migliorare le condizioni della scuola pubblica italiana.

La sfida più grande è senz'altro quella di abbattere la dispersione scolastica e il basso tasso di successo formativo; a questa si affianca la necessaria lotta alla canalizzazione precoce, che genera una rigida stratificazione sociale.

In quest'ottica è necessario ripristinare il sistema degli istituti tecnici, ma anche ripensare la didattica, oggi relegata sostanzialmente a ore di insegnamento frontale; creare una scuola che a tutti i livelli, anche ai licei, si faccia portatrice di un'unione tra sapere e saper fare, come arricchimento indispensabile del bagaglio di conoscenze e competenze di ogni studente. Obiettivo imprescindibile della scuola deve essere la formazione di uno spirito critico, ma anche l'assorbimento da parte dello studente di strumenti che gli diano modo di interpretare la realtà ed adattarsi ad un mercato del lavoro sempre più flessibile. Inoltre questi strumenti dovrebbero servire a dare la base su cui costruire quella formazione permanente, quel "life long learning" che tanto viene caldeggiato nell'agenda di Lisbona.
Momento primario di questa ritrovata integrazione tra astrazione e praticità deve essere il biennio unitario della scuola superiore, strumento irrinunciabile di ulteriore formazione culturale e di assimilazione di conoscenze e competenze indispensabili allo studente per il proseguimento del percorso formativo. Questo biennio dovrebbe essere caratterizzato, a nostro parere, dalla convivenza di diverse esperienze, ma soprattutto da un progetto di orientamento permanente, che di davvero agli studenti la possibilità di una scelta consapevole. Chiediamo inoltre una ridefinizione degli stages, esperienze che spesso sono solo momenti in cui le aziende possono usare gli studenti, senza insegnargli nulla, ma che se fatti bene sono uno strumento molto utile. Sarebbe saggio istituire forme di controllo, ove non presenti, della qualità degli stages effettuati, magari affidando questo compito agli Assessorati all'istruzione delle Province.
Al biennio unitario, in quest'ottica di lotta alla dispersione scolastica, si affianca l'obbligo scolastico a 16 anni (con l'obiettivo di alzarlo fino ai 18).
Ma la riforma delle strutture non può bastare a curare i grandi mali della nostra scuola.

L'investimento di risorse deve essere la prima azione da intraprendere, nella consapevolezza che è la scuola a dover necessariamente essere il punto di partenza per rimettere in moto l'economia dell'Italia; dalla conoscenza, dalla formazione deve arrivare la spinta propulsiva per l'intero paese.
È necessario un piano straordinario per l'edilizia scolastica, che sani le lacune profonde, presenti al Meridione, ma non solo. È necessario valorizzare le risorse umane e quindi abbattere la precarietà dei lavoratori della scuola, in particolare dei docenti poiché questa incide anche sull'apprendimento degli studenti e si riflette in una categoria ormai frustrata, socialmente poco considerata.
In questo senso non sarebbe produttivo introdurre, come già tentato in passato, un sistema di valutazione, che farebbe aumentare ancora di più la sensazione di sentirsi perennemente sotto pressione, senza prima mettere a sistema l'impegno e la passione che gli insegnanti hanno dimostrato in questi anni; è necessario un nuovo sistema di formazione e aggiornamento permanente, sui contenuti e i metodi realmente d'interesse per un insegnante, non corsi sull'applicazione della legge sulla privacy ai registri; un sistema che faccia sentire le scuole comunità che imparano costantemente e si configurano come piccole cellule di ricerca e approfondimento.

Ma il primo obiettivo è la creazione di una ampia politica di diritto allo studio, basate sulle borse di studio e sull'abbattimento dei costi scolastici, sia dei libri di testo, dei trasporti e dei materiali, sia delle tasse e dei contributi. Questo sostegno agli studenti e alle famiglie è imprescindibile per riequilibrare la grande disparità di possibilità formative e svincolare il successo formativo di uno studente dal reddito e dal contesto culturale della sua famiglia.
Vogliamo una scuola che promuova eccellenze, ma senza lasciare indietro nessuno; e soprattutto senza abbandonare quegli studenti che hanno difficoltà nella formazione a causa di ostacoli socio-economici. Si è detto spesso, "una scuola di tutti e di ciascuno", che si articoli eventualmente su più livelli di apprendimento, che dia strumenti a tutti, ma che crei anche gli spazi per l'acquisizione di competenze elevate, in grado di stimolare e sostenere la ricerca, e quindi l'innovazione così necessaria alla crescita culturale ed economica del nostro Paese.

Il diritto allo studio deve essere anche visto come primo baluardo dell'integrazione, nell'ottica di una società in movimento, aperta e multiculturale. Si stima che in 10 anni gli studenti immigrati saranno più che raddoppiati, passando a 700.000. Una seria riforma della scuola deve tener conto di questa questione, e trasformarla da "spina nel fianco" a ricchezza culturale. In questo senso riteniamo importante l'inserimento di spazi appositi nei piani didattici, da dedicare all'educazione civica, all'attualità e alla discussione tra studenti e insegnanti. Chiediamo che questo spazio si crei da subito con la ridefinizione dell'"ora di religione cattolica", che appare del tutto superata dalla realtà della nostra scuola. Non riteniamo sbagliata l'idea di un insegnamento di più religioni, quindi una conoscenza vasta che favorisca la tolleranza, ma ci sembra molto più pressante la necessità di uno spazio in cui gli studenti possano confrontarsi con i principi cardine delle democrazie e acquisiscano gli strumenti per interpretare la realtà; ad esempio attraverso la lettura e il commento dei quotidiani, attività che molti insegnanti stanno promuovendo autonomamente, ma che dovrebbero rientrare nella didattica nazionale. Obiettivo essenziale del sistema educativo è per noi infatti la formazione dell'individuo - cittadino, l'acquisizione di conoscenze tali da sviluppare un senso critico, la cultura della democrazia e del confronto, sottolineando l'importanza della Costituzione, delle libertà di pensiero e parola; la scuola deve formare potenziali lavoratori, ma anche e soprattutto soggetti capaci di agire nel loro contesto sociale, di comprendere e interpretare la complessità del mondo che li circonda, di non essere passivi di fronte al dibattito politico e ai grandi avvenimenti; la scuola è per noi il primo strumento per distruggere quell'apatia e quell'indifferenza che a tratti appaiono come la cifra della nostra generazione.


Scuola e territorio

Gran parte delle proposte dei Democratici di Sinistra sulla scuola si basano sull'introduzione e sul potenziamento delle autonomie scolastiche. L'Emilia Romagna si presenta come avanguardia in questo campo, con risultati buoni, ma pesantemente penalizzati dai tagli del governo e dall'eccessiva burocratizzazione.

Noi riteniamo che sia necessario snellire questi processi e incentivare le autonomie, creando una rete tra le scuole; questo, non solo per promuovere la scelta consapevole di un' offerta formativa didatticamente efficace, ma anche affinché le scuole si rendano concrete interpreti del territorio, e creino una relazione con il tessuto produttivo.

Questa relazione non deve tradursi però in un intervento delle aziende all'interno delle scuole (con progetti o finanziamenti più o meno interessati), né tanto meno nell'idea di scuola come azienda, tanto cara al premier Berlusconi, ma piuttosto una "scuola nella azienda", cioè la creazione di una cultura della formazione permanente, nella consapevolezza che senza il sapere non vi è sviluppo economico, né sociale, e con l'obiettivo di creare la società della conoscenza delineata nella Strategia di Lisbona.

Parte attiva di queste autonomie dovranno essere gli organi collegiali, di cui auspichiamo una riforma., che veda finalmente riconosciuta la pariteticità nei consigli di istituto tra la rappresentanza degli studenti e quella dei docenti, diminuendo magari lo spazio dato ai genitori, almeno nelle scuole superiori . Con l'obiettivo di "fare rete" dobbiamo dare sempre più spazio e possibilità di decidere a chi la scuola la vive e la fa, cioè docenti, studenti e personale A.T.A..

Altra parte integrante di questo sistema di autonomie sono gli Enti Locali, che vanno coinvolti nel sistema scolastico, proprio per amplificare le possibilità di relazioni e la solidità della "rete", e creare insieme quei rapporti con il territorio e con le strutture produttive.


Consulte Provinciali degli Studenti

Fulcro e raccordo della rete di rapporti tra scuole ed Enti Locali deve essere per gli studenti la Consulta Provinciale. Non solo il nostro impegno in questo campo deve essere intenso a livello locale, con una folta rappresentanza di Sds in ogni Consulta, ma anche a livello nazionale, con la Conferenza Nazionale dei Presidenti. Ma oltre alla presenza massiccia e al lavoro per le elezioni della Consulta, dobbiamo promuovere a livello nazionale una campagna che di visibilità e importanza alle attività delle Consulte sul territorio, ma soprattutto ridia un ruolo forte e credibile alla Conferenza Nazionale. Chiediamo inoltre che vengano costituiti i coordinamenti regionali delle Consulte, ove ancora non presenti, e che sia loro dato valore e spazi di intervento.
È importante che le Consulte siano favorite nel loro lavoro di tessitura di rapporti con gli Enti Locali e siano punti di riferimento all'interno delle Regioni e delle Province, affinché possano incidere realmente sulla vita degli studenti che rappresentano. Fondamentale sarebbe renderle organi propositivi, cioè in grado di presentare con forza le loro idee alle Province e alle Regioni, e influenzare con proposte strutturate l'elaborazione delle politiche degli Assessorati sull'istruzione, la cultura e i giovani. Questo carattere propositivo deve essere poi applicato a livello nazionale, dando peso ai documenti e alle idee della Conferenza Nazionale dei Presidenti, unico organo davvero rappresentativo degli studenti, perché democraticamente eletto a ogni livello. Il Ministero dovrà confrontarsi con la Conferenza Nazionale e non convocarla sporadicamente per provare a legittimarsi, senza poi ascoltarla, come è stato fatto in questi anni. Anche dalla Conferenza Nazionale dovranno passare le decisioni sul futuro della nostra scuola.


La partecipazione e il movimento studentesco

Negli anni del Governo Berlusconi la protesta contro le leggi, e in particolare contro la legge 53, non è rimasta confinata tra i banchi dell'opposizione parlamentare, ma è scesa nelle piazze ed è entrata nelle scuole. Gli studenti si sono opposti con grande forza all'azione della Moratti, creando collettivi e associazioni, manifestazioni, proteste, sit-in, autogestioni e occupazioni delle scuole.

La nostra provincia è stata tra le prime a mobilitarsi in modo massiccio e la protesta è stata viva e produttiva in termini di partecipazione. Sx e la Sg sono state componenti attive di queste proteste, e hanno potuto coinvolgere al loro interno molti studenti.

Nell'ipotesi di un governo dell'Unione sarà necessario che le nostre organizzazioni, a livello locale e nazionale, si facciano portavoce delle istanze espresse dagli studenti e chiedano un coinvolgimento attivo della componente studentesca nella creazione di una nuova scuola pubblica.

Una riforma anche buona, ma creata senza coinvolgere gli studenti e gli insegnanti, una azione di riforma che non si rapporti costantemente con il mondo reale della scuola non creerebbe quel cambiamento netto che tutti auspichiamo.

Finora l'Unione non ha fatto venir meno questo impegno di condivisione e i DS hanno accolto le istanze della Sg e di SdS e le hanno fatte proprie nel contributo da loro dato al programma dell'Unione.

È in questo senso, di allargamento della partecipazione e di azione condivisa con i docenti, gli studenti, i sindacati, che si può trovare la soluzione adatta alla creazione di una nuova scuola pubblica.

C'è grande attesa per l'azione sulla scuola di un eventuale governo dell'Unione, non solo a causa del disastro morattiano, ma soprattutto per la grande partecipazione che la protesta contro quella riforma ha avuto; l'Unione dovrà incanalare questa attesa, evitando gli errori di metodo fatti con la riforma Berlinguer, condividendo le sue scelte e confrontandosi con l'intero sistema-scuola.


Un'associazione studentesca

Se la prospettiva di trovare il 10 Aprile una maggioranza di centro sinistra è senz'altro quanto di più auspicabile, questa eventualità ci mostra la necessità di rideclinare le caratteristiche e i metodi dell'associazione studentesca; il nostro obiettivo è e rimane quello di combattere l'indifferenza che attanaglia gli studenti e in generale i giovani. In questo senso un eventuale governo dell'Unione non sembrerebbe a noi favorevole, per il rischio di perdere contatto con quella parte della popolazione studentesca che si era sentita coinvolta dalla protesta contro la Riforma Moratti e che vedendola sorpassata, potrebbe riprecipitare nell'apatia. D'altra parte è impensabile per noi abbandonare l'impegno nel movimento studentesco e abbassare lo stato d'allerta sulla scuola pubblica, illudendoci che con la vittoria del centro-sinistra tutto magicamente vada a posto: il nostro ruolo dovrà essere ben più forte e le nostre idee più strutturate; rifiutiamo un futuro che ci veda relegati alla funzione di zona cuscinetto tra gli studenti delle scuole e un Ministero "amico". Noi non solo non siamo nati per questo, ma soprattutto questo comportamento significherebbe tradire tutto il nostro lavoro di questi anni, che aveva l'obiettivo di abbattere la Moratti non per poi smettere di essere protagonisti e di lavorare, ma come primo passo per poter cominciare a costruire dal basso una nuova scuola. Noi dovremo avere la forza di esigere un coinvolgimento nelle scelte strategiche che riguardano l'istruzione, di chiedere un costante dialogo con le istituzioni e di farci portavoce di tutte le istanze venute dal mondo studentesco in questi anni. Nessuna riforma potrà essere pienamente attuata se non è creata dal Governo insieme agli studenti e alle altre componenti della scuola; la costruzione condivisa tra Ministero e studenti deve essere un punto per noi irrinunciabile: già il metodo infatti, già l'idea stessa di una condivisione di progetti delinea gran parte della nostra idea di scuola. Non possiamo limitarci a chiedere riforme degli organi collegiali o un nuovo ruolo centrale per gli studenti all'interno di una riforma, dobbiamo esigere di partecipare anche alla costruzione stessa di quella riforma.
Inoltre dovremo riempire di proposte e contenuti nostri quelle che saranno le proposte e le decisioni del Ministero; ancora una volta, chiedere partecipazione vuol dire usare quegli spazi che a gran voce chiediamo; vuol dire impegnarsi in prima persona, mettere in gioco tutte le nostre forze anche all'interno delle singole scuole. Dobbiamo chiedere di essere ascoltati, ma anche fare in modo che quello che diciamo sia forte, incisivo, espressione del mondo studentesco. Se chiediamo un ruolo forte delle autonomie, e degli studenti all'interno delle stesse, dobbiamo renderci conto che queste idee non possono rimanere parole, ma devono tradursi in fatti, in sudore, in rappresentanza ma anche in protesta, in un protagonismo vero e concreto.

Se questo immenso e complesso lavoro dovrà essere svolto chiaramente al livello nazionale delle nostre associazioni, è pur vero che senza un lavoro sul territorio, sia a livello di studenti che a livello di rapporti con le istituzioni, questo impegno risulterebbe poco incisivo. Mentre l'Emilia Romagna si dimostrava all'avanguardia sui temi dell'istruzione, con la legge Bastico in particolare, in altre regioni gli studenti si sono impegnati a promuovere proposte di legge analoghe, sia tramite le loro associazioni, Studenti di Sinistra in primis, che tramite le consulte provinciali. Se questa capacità di mobilitazione degli studenti è servita finora per supplire le mancanze, in un'ottica di governo dell'Unione andrà usata per creare, per spostare sempre in avanti gli obiettivi e dare nuovi e forti stimoli all'azione di governo. Qui si inserisce la nostra organizzazione, qui cominciano a entrare in gioco direttamente i nostri studenti: è impensabile far sentire forte la propria opinione se non si tiene un contatto diretto con il mondo della scuola nella sua quotidianità; è dalle esperienze locali, e dall'impegno degli studenti in queste esperienze che dobbiamo ripartire e cambiare la scuola. Dobbiamo chiedere, ma dobbiamo anche creare; dobbiamo reclamare spazi, ma essere noi per primi a costruirli. È necessario dunque un impegno nelle scuole e nei territori, anche più intenso di quello degli ultimi anni. Da Reggio Emilia in questo senso dobbiamo pretendere molto, e cercare un rafforzamento della nostra associazione. Dobbiamo creare Sx - Studenti di Sinistra in quelle scuole dove ancora non siamo presenti, e rafforzarci nelle altre; nella Provincia ci sono spazi molto ampi per far radicare l'associazione, e grandi energie che, finora escluse dal movimento studentesco, chiedono e aspettano di poter essere usate. È fondamentale, ed è ciò che prevalentemente abbiamo tentato di fare negli ultimi mesi, tessere una tela di rapporti con tutte le scuole della nostra provincia, ed entrare in contatto con i rappresentanti d'istituto e quindi con gli studenti, che pur condividendo le nostre idee non fanno parte di associazioni studentesche. Questo ha lo scopo di includere e coinvolgere gli studenti nei nostri progetti e nella nostra associazione, e dove questo non fosse ancora possibile, renderci punto di riferimento indispensabile nell'azione del movimento studentesco. Tra le nostre azioni più significative già adesso, ma che va rafforzata ancora di più è l'impegno nelle elezioni studentesche e quindi la nostra presenza come rappresentanti degli studenti nei Consigli d'Istituto. È questo il genere d'impegno che può permettere davvero un radicamento della nostra idea di scuola, e un'apertura reale di prospettive di partecipazione; i Consigli d'Istituto e la rappresentanza studentesca non sono solo palestre di formazione politica, ma sono soprattutto i primi cardini dell'azione riformatrice per cui dovremo lavorare e il primo terreno del protagonismo studentesco e di un nostro impegno creativo e propositivo.
Fondamentale è e dovrà continuare a essere il lavoro all'interno della Consulta Provinciale degli Studenti, che vogliamo incarni la nostra idea di rappresentanza attiva e propositiva, e che sia di raccordo tra le scuole e gli enti locali. Come hanno coraggiosamente fatto gli studenti delle altre regioni, dobbiamo, anche attraverso la Consulta, proporre le nostre idee alle istituzioni, chiedendo dove necessario che vengano tradotte in provvedimenti e disposizioni; dobbiamo chiedere un rapporto stretto con gli Enti Locali, la Provincia soprattutto; dobbiamo rivendicare per la Consulta il ruolo di rappresentanza reale di tutto il mondo studentesco e giovanile, rendendo la Consulta un interlocutore imprescindibile nelle decisioni sulle politiche scolastiche e giovanili.

Non possiamo pensare di scindere la nostra idea di rappresentanza, attiva e propositiva, dalle dinamiche del movimento studentesco. Come dalle scuole, così anche dalle piazze deve arrivare la spinta e la forza necessaria al cambiamento; dobbiamo avere la forza di esprimere chiaramente le nostre opinioni, ed esigere ascolto e rispetto. Grande sostegno arriva all'Unione dal movimento studentesco relativamente ai temi della scuola, ma arrivano anche grandi richieste. Noi dobbiamo incanalare queste richieste, strutturarle in un'idea forte e completa, e farcene portatori ad ogni livello. Il nostro ruolo, in un ipotetico governo dell'Unione, non dovrà essere quello di mediatori o di megafoni per il Ministero, ma di interpreti e portavoce del movimento. Questo non significa e non deve significare cedere ai ricatti della piazza e di chi del movimento tenterà di servirsi a ogni minima occasione, ma impostare e radicare la nostra idea di una nuova scuola pubblica, forti della forza del movimento di questi anni e delle esperienze del territorio e interpreti di quelle spinte verso il cambiamento. Non avrebbe senso creare una riforma, che seppur condivisibile, non sia condivisa e non nasca dal basso, dalle scuole, dalle piazze. Il movimento, di cui noi dovremo essere un grande motore, dovrà servire a tener viva l'attenzione su questo nodo fondamentale e portare avanti in prima persona e con forza le nostre priorità, invece di limitarci a delegare la loro attuazione al Ministero; il movimento come un continuo promemoria, sempre attivo, che ricordi al Ministero e al Governo le promesse precise fatte sul mondo dell'istruzione.

Se effettivamente gli anni che ci attendono saranno segnati dal Governo del Centro Sinistra dobbiamo essere consapevoli che ci attende un lavoro enorme e di grande importanza. Per svolgerlo al meglio occorre necessariamente allargare la partecipazione e rafforzare la nostra organizzazione, soprattutto a livello nazionale. Sx ha sempre apprezzato molto la struttura a rete, il "network" di Studenti di Sinistra, come metodo per mettere a sistema tutte le forze e le esperienze maturate nei territori. Mantenendo le caratteristiche di apertura e di flessibilità della rete, dobbiamo però dare stabilità e un ruolo forte alle strutture esecutive, tale da dare ancora più visibilità e incisività a SdS a livello nazionale. Oltre a questo è necessario aumentare il più possibile i momenti di confronto dell'associazione nel suo complesso, affiancare al tradizionale campeggio estivo, anche altri momenti di dibattito/formazione, sull'esempio del Seminario tenutosi a Milano nel settembre 2005.
È necessario che sempre più studenti che aderiscono a Sds abbiano la possibilità di conoscere le altre realtà territoriali e con esse confrontarsi; che abbiamo la percezione della rete nella sua vastità e apertura.
Dobbiamo avere la forza di proporci come interlocutori anche agli studenti che non aderiscono alla nostra associazione, di essere un punto di riferimento per le scuole, indipendentemente dalla nostra presenza in quella scuola. Questo si può raggiungere certamente attraverso il lavoro sui territori, ma anche attraverso campagne di respiro nazionale, sui temi della scuola e non solo, e un'attenzione spasmodica alla visibilità e alla comunicazione mediatica. Dobbiamo renderci un centro di servizi per gli studenti, non dimenticando però la nostra vocazione fondamentale, cioè la politica in generale, non solo il sindacalismo studentesco.


I nostri temi e le nostre campagne


Sarebbe riduttivo limitare il lavoro della nostra associazione ai temi della scuola ed esaurire il nostro impegno alle questioni studentesche. Se il nostro obiettivo è effettivamente quello di abbattere l'indifferenza degli studenti e coinvolgerli in un grande percorso, dobbiamo essere pronti a spenderci su temi diversi e impegnativi; dobbiamo fare politica, dare l'opinione degli studenti sulla politica, non solo l'opinione degli studenti sulla scuola. In questi anni essere studenti di sinistra ha voluto dire cercare di arginare soprattutto le bestialità del governo Berlusconi, ora speriamo, dopo le elezioni, di poter cominciare a occuparci di grandi temi, di problemi endemici e sentiti nel nostro Paese.
Siamo impegnati nella difesa dei valori dell'antifascimo, della memoria storica e della Costituzione: è questo il senso del nostro lavoro per il 60° della Liberazione, l'anno passato, è questo il senso del nostro impegno a far entrare i partigiani nelle scuole, affinché parlino direttamente con gli studenti, e attraverso i loro racconti facciamo rivivere le idee e i principi della Resistenza, in cui ancora oggi ci riconosciamo insieme a tanti altri giovani . Centrale è per noi quindi la collaborazione con ANPI e Istoreco, con i quali speriamo in futuro di poter organizzare un Viaggio della Memoria, come già organizzato da altre realtà.
Siamo al fianco dei ragazzi di Locri e di tutto il sud nella lotta al cancro della mafia che attanaglia le loro realtà e tutta l'Italia; ci impegniamo a tenere alta l'attenzione su questo tema attraverso le assemblee d'istituto e la promozione di iniziative insieme all'Associazione Antimafia Libera.
Crediamo che uno snodo centrale per la nostra società sia quello dell'integrazione culturale e della multiculturalità; dal confronto quotidiano nelle scuole, dall'unione di culture diverse deve nascere una nuova società votata al cambiamento e alla convivenza pacifica. Noi ci dovremo impegnare su questi temi e favorire, a partire dalle nostre scuole e dal nostro territorio, l'integrazione, consci che è questa una delle chiavi più significative per il nostro futuro. Dovremo includere gli studenti extra-comunitari, cercare di parlare anche a loro; e nel contempo adoperarci per abolire ogni discriminazione nei loro confronti.
Dobbiamo inoltre trattare tematiche vicine agli studenti, in particolare legate al disarmante vuoto culturale della nostra generazione: noi intendiamo favorire a ogni livello lo sviluppo della creatività studentesca e la sua valorizzazione. Dobbiamo dare spazio e aiuto a quei soggetti capaci di inventare, di fare arte, siano essi gruppi musicali, artisti, attori. Su questo versante siamo supportati dalla collaborazione di Arci Nuova Associazione, da sempre centrale nell'ambito della cultura giovanile. Noi dobbiamo quindi farci promotori di cultura, ma anche di informazione. Uno dei nostri compiti è proprio quello di informare gli studenti, sulle realtà che non conoscono, sugli avvenimenti taciuti dai media, sugli avvenimenti che li riguardano più da vicino.
Dobbiamo ridare vita alle assemblee d'istituto, e fare sì che quegli spazi di partecipazione democratiche già presenti nelle nostre scuole, come i comitati studenteschi, siano realmente ascoltati e influenti.
Dobbiamo dedicare energie alla lotta al proibizionismo, certi di avere l'appoggio della popolazione studentesca anche nella richiesta della legalizzazione delle droghe leggere; ma questo discorso deve rientrare in un nostro impegno più grande sulla legalità e i diritti, che vanno ridefiniti nella nostra società, smettendo di basarsi su stereotipi secolari che altro non fanno che avallare l'illegalità dei potenti. Dobbiamo impegnarci a creare di nuovo una consapevolezza dei diritti, a partire dallo Statuto dei diritti degli Studenti e delle Studentesse, fino ad allargarci ai diritti civili, e alla necessità di includere sempre più persone nella sfera dei diritti, come strumento primario di abbattimento della discriminazione.
Infine dobbiamo guardare oltre i confini dell'Italia. C'è un'Unione Europea ancora tutta da costruire, soprattutto nei rapporti tra le popolazioni. Gli studenti, e i giovani in generale, potrebbero essere un grande motore dello spirito europeo, perché in gran parte condividono gli stessi sogni, le stesse ambizioni, e anche gli stessi problemi. E quindi un bel segnale sarebbe non solo quello di cominciare a pensare in una dimensione europea, ma soprattutto agire di conseguenza, portare l'Europa tra gli studenti. Non l'Europa dei palazzi e dei Consigli dei Ministri, ma l'Europa dei cittadini, dei giovani, degli studenti; l'Europa degli scambi culturali, delle associazioni studentesche degli altri paesi europei, l'Europa delle diversità. E poi dobbiamo avere sempre nella mente le grandi questioni del nostro secolo: il Medio Oriente, la povertà dell'Africa, la globalizzazione e le sue vittime, le guerre dimenticate, i fascismi che provano a riemergere, i fondamentalismi di ogni genere. Noi dobbiamo continuare a interessarci e appassionare a questi temi gli studenti, a farli indignare per tutte le tragedie che vengono taciute. Dobbiamo essere pronti ad avviare campagne di sensibilizzazione, per non lasciare che la grigia routine della vita scolastica, o l'indifferenza, impediscano agli studenti di avere chiara la situazione del mondo. In particolare dovremo anche avere attenzione al tema dello sviluppo sostenibile, già a partire dalla realtà delle nostre scuole, in modo da costruire negli studenti una cultura del rispetto della natura e dell'uomo: dalla richiesta di una riduzione dello spreco di carta, o dell'utilizzo di carta riclicata, alla raccolta differenziata, fino all'introduzione di prodotti del commercio equo-solidale nei distributori e alla creazione di banchetti informativi permanenti sui temi dell'ambiente e del consumo critico.


Lavoro

In Italia l'87% dei disoccupati ha meno di 44 anni e nella classifica Eurostat dei paesi europei che vedono la presenza di under 40 a ricoprire posti dirigenziali siamo all'ultimo posto. Questi dati fanno riflettere sulla mancanza di opportunità per i giovani italiani di poter avere un futuro migliore, ma, soprattutto, fanno riflettere sulla mancanza di opportunità per il futuro del nostro paese.
La questione generazionale si è fatta questione generale.
Viviamo nell'epoca delle aspettative deboli, dove l'incertezza e la precarietà sono diventate quotidianità, dove la parola futuro perde qualsiasi direzione di senso; viviamo in un paese dove il numero di occupati aumenta solo perchè giovani e donne hanno ormai perso anche la speranza di cercare un lavoro.
Tutto questo non è solo colpa dell'11 settembre o della congiuntura economica negativa, ma è colpa di una politica del lavoro sbagliata, di un immobilismo sul fronte del welfare e di un paese vecchio, dove le rendite di posizione rendono la mobilità sociale un miraggio.
Il gap generazionale che si è creato nel nostro paese è a un livello non più accettabile, per la prima volta nella storia le generazioni più giovani hanno meno possibilità di farcela di quelle che la precedono, la vita per i giovani non è più una linea retta sulla quale procedere, ma un vortice che li ingabbia ogni giorno di più in un eterno presente, dove il futuro non c'è, dove è impossibile diventare grandi e dove, per forza di cose, ti ritrovi a rimanere attaccato alle "gonne di mamma".
Non bisogna, però, per questo creare un conflitto generazionale, ma bisogna essere onesti e sinceri nell'affermare che il soffocamento della nostra generazione è dovuto alle rendite di posizione di buona parte delle generazioni che ci hanno preceduto. L'obiettivo che il centro-sinistra si deve porre è, quindi, quello di passare da una protezione per pochi a una protezione per molti, che abbia come presupposto quello di una eguaglianza delle opportunità, per costruire una società giovane e veramente dinamica, che produca una mobilità sociale degna di questo nome.
Tutto questo può avvenire solo se si parte da un sistema formativo capace di sostenere le sfide del futuro, attraverso il reale riconoscimento dei capaci e dei meritevoli, con un welfare studentesco che possa definirsi tale e con una formazione seriamente collegata al mondo del lavoro, che non disperda la "classe creativa" del nostro paese.


Il lavoro che vogliamo


I lavoratori atipici nel nostro paese, e nella nostra regione, sono soprattutto donne, trentenni e laureati.
Infatti stando ai dati dell'ultima ricerca Ires-Cgil compiuta per il Nidil (dati supportati anche da una recente ricerca della Banca d'Italia e dall'Istat) il 63,5 degli atipici è donna, il 63% ha meno di 40 anni e il 70% è laureato.
La maggior parte dei collaboratori è collocato al Nord (55,6%), dati che trovano conferma nei dati di quest'anno della presenza di atipici nella nostra regione. 400.000, il 20% dell'occupazione regionale.
Rispetto alla legge 30/2003, erroneamente pubblicizzata come legge Biagi, essa si è dimostrata completamente inutile se non dannosa nell'affrontare i problemi del nuovo mondo del lavoro, infatti essa prevede forme contrattuali inutilizzate dalle aziende e non ha risolto i problemi posti in campo dall'uso spropositato delle collaborazioni.
Dall'entrata in vigore della legge (Ottobre 2003) il 46% di chi a Ottobre '03 aveva un co.co.co. oggi è un lavoratore a progetto, solo il 6,5 ha un contratto a tempo indeterminato, il 6% a tempo determinato, il 5% ha un contratto di lavoro in somministrazione o a contenuto formativo, l'8%, invece , ha aperto la partita IVA.
Rimangono fuori tutti coloro che lavoravano nel pubblico impiego, che sono rimasti co.co.co.
Da segnalare che ben il 7,3% di coloro che a Ottobre 2003 erano co.co.co. è stato espulso dal mondo del lavoro regolare.
Questi dati dimostrano come la legge abbia fallito quello che era il suo primo obiettivo: la stabilizzazione del lavoratore atipico.
Da sottolineare, inoltre, i dati "sociali" che emergono dalla ricerca, dati che confermano un quadro veramente negativo del life-style di un lavoratore precario.
Solo per citarne alcuni: il 60% delle collaboratrici alla soglia dei 40 anni non ha ancora avuto figli, in media l'orario di lavoro supera le 38 ore settimanali, il 46% dei collaboratori ha una retribuzione media che non raggiunge i 1000 euro al mese, e i redditi più elevati non raggiungono i 1500.
L'80 % del campione della ricerca si dichiara insoddisfatto e stressato.
Di fronte a questi dati non è più possibile nascondere il fatto che il lavoro sia diventato il nodo dal quale passano i maggiori problemi della nostra generazione, il cambiamento di questa situazione deve diventare, quindi, la nostra sfida politica.
Un' adeguata riforma del mondo del lavoro non può prescindere da una
riforma degli ammortizzatori sociali che preveda:

" l'estensione del grado di copertura degli attuali ammortizzatori sociali
" l'introduzione di sistemi di reddito di ultima istanza ( collegati ad un modello anglosassone tipo "welfare to work")
" integrazioni previdenziali per le situazioni di bassa contribuzione ( part-time, atipici)
" politiche di inclusione sociale ( a compensazione dell'interruzione o sospensione del lavoro)
" diritto retribuito di assentarsi dal lavoro in caso di gravidanza, malattia e infortunio anche per gli atipici
" un'analisi e un cambiamento riformista e non ideologico della questione previdenziale per i lavoratori atipici

Ovviamente da sola la riforma degli ammortizzatori sociali non servirebbe a nulla se non collegata a politiche di più ampio respiro che tengano conto della condizione degli atipici quali ad esempio:

" Aumento del costo del lavoro flessibile ( la flessibilità deve essere un'occasione e una scelta per il lavoratore, non una scappatoia per il datore di lavoro)
" qualità del lavoro ( adeguata formazione permanente, valorizzazione delle competenze, eliminare quelle situazioni che stanno creando una nuova malattia:lo stress da atipico!)
" promozione di un approccio di genere nelle politiche del lavoro( politiche di conciliazione dei tempi, reale utilizzo dei congedi parentali, flessibilità negli orari nei momenti di maggiore necessità di cura famigliare)
" politiche serie e reali di emersione del lavoro nero
" riforma degli ordini professionali
" politiche di accesso al credito e alla casa per gli atipici
" politiche di welfare locale che tengano conto dell'emergere di nuove esigenze e del nascere di nuove strutture familiari ( in particolare nelle graduatorie per i servizi scolastici e sociali e per l' accesso alla locazione)

Fondamentale, inoltre, un maggiore e migliore utilizzo dei "centri per l'impiego", affinché diventino dei reali mediatori tra le necessità di cerca e quelli di chi offre.
Fino ad ora i centri per l'impiego hanno funzionato solo come "ultima spiaggia", essi devono divenire invece il primo luogo di ricerca di lavoro, il fulcro del mondo del lavoro in un determinato territorio.

Quando si parla di atipici, non si può non parlare di P.A., ovvero di pubblica amministrazione.
Non è un tema facile da sviluppare nella nostra regione visto che nella stragrande maggioranza dei casi il governo degli enti locali è affidato al nostro partito e alla coalizione di centro sinistra, ma la nostra organizzazione deve avere il coraggio e la serietà di affrontarlo se vogliamo proporci come organizzazione di governo.
A causa del blocco delle assunzioni dovuto al patto di stabilità sempre più spesso le amministrazioni locali sono obbligate a fare ricorso all'assunzione di personale precario subordinato, crediamo che proprio negli enti locali da noi governati si debba agire nel senso delle richieste che il nostro partito pone a livello nazionale, affinché anche i lavoratori atipici godano dei diritti e delle opportunità di cui usufruiscono i lavoratori a tempo indeterminato.
Crediamo, altresì che le istituzioni pubbliche debbano assumersi maggiore responsabilità sociale sul tema delle esternalizzazioni e degli appalti: proponiamo che in tutte le amministrazioni pubbliche venga stabilito un PROTOCOLLO PER LA SALVAGUARDIA DELLA QUALITA' DEL LAVORO, dove siano indicati i criteri minimi di trattamento dei quali devono godere i lavoratori assunti nelle società o nelle cooperative alle quali si affida l'esternalizzazione o l'appalto; bisogna saper conciliare il principio di sussidiarietà con un'adeguata copertura di diritti per i lavoratori atipici impiegati nelle pubbliche amministrazioni sia in maniera diretta che in "conto terzi".


Riteniamo che la legge regionale N 4/2005 sulla "promozione dell'occupazione, della qualità, sicurezza e regolarità del lavoro", sia un'ottima piattaforma dalla quale partire per ricostruire e riformare il mondo del lavoro, auspichiamo infatti che essa faccia da modello per quella che sarà la politica del lavoro di un futuro governo del centro sinistra.


La nostra idea di flessibilità


Ciò che si chiede, quindi, è una "flessibilità governata", per la quale si mettano in atto azioni di contenimento dei rischi di individualizzazione e precarizzazione dei rapporti di impiego, una flessibilità che non valga solo per i giovani all'ingresso del mondo del lavoro, ma che serva soprattutto per eliminare quelle rigidità tutte italiane che si riscontrano nei processi di carriera e negli ordini professionali.
In sostanza, meno precarietà nei livelli medio-bassi del lavoro e più competizione nei livelli alti: dirigenziali, ordini professionali, università, dirigenza pubblica, etc…
Solo così si potrà evitare un danno irreparabile che, se protratto per troppo tempo, porterebbe il nostro paese allo sfacelo, in termini non solo economici, ma, soprattutto, sociali.


Cultura

" La cultura è una cosa che appartiene al mondo,
è forse, come il linguaggio, qualcosa che appartiene
alla specie umana… " Ernesto Che Guevara
(29 Settembre 1963)


Essere di sinistra negli anni del Governo Berlusconi ha voluto dire, tra le altre cose, sentirsi dei Don Chisciotte impegnati a lottare contro un disastro culturale che avanzava irrefrenabile. Si è sviluppata un'intera cultura alternativa, di sinistra, che tentava, e riusciva a volte anche bene, ad arginare la débacle, e a informare i cittadini. Cultura, informazione e critica (di sinistra) sono stati l'ancora di salvezza di una larga parte di cittadini, per resistere alla catastrofe della televisione italiana, alla censura della satira, al controllo dell'informazione operate in questi anni da Berlusconi & Co. Un'ancora di salvezza nella desolazione più totale, nella vita culturale di un Paese che si è ridotta a un grande reality show, all'attesa delle nomination.
Questa campagna di lotta "culturale" contro l'Italia berlusconiana non perderà di senso neanche con la vittoria dell'Unione, perché se il problema di dominio politico del Cavaliere si risolverà, quello del dominio culturale necessiterà di ogni sforzo per essere risolto al meglio.

Gran parte dell'impegno per la rinascita culturale del nostro paese deve essere nell'attenzione al mondo giovanile. Questo significa in primo luogo favorire la diffusione della cultura, in tutte le sue forme: è necessario garantire ai giovani l'accesso a una cultura gratuita o semi gratuita, aperta, che tenga conto dei cambiamenti in atto. A fronte dei costi sempre più alti dei prodotti culturali, noi dobbiamo batterci perché la cultura sia davvero un fattore unificante, e dunque la possibilità di accostarcisi non sia subordinata al reddito. Chiediamo alle amministrazioni locali, in particolare, un impegno preciso per dare ai giovani strumenti concreti di accesso alla vita culturale, quali sconti e agevolazioni. Un'attenzione particolare deve essere fatta certamente ai libri di testo scolastici, ma anche alle pubblicazioni in generale, dato il crescente costo dei prodotti editoriali; accanto ai libri, i concerti, i Cd, gli spettacoli teatrali, le mostre, gli ingressi ai musei ecc. Chiediamo un ulteriore potenziamento delle biblioteche e dei loro servizi; e un investimento sulle loro potenzialità di luoghi di aggregazione, ma soprattutto di centri di diffusione di cultura.
D'altra parte, essere attenti al mondo giovanile, significa dare spazio e creare interesse intorno a tutte quelle iniziative artistiche e culturali in genere, (mostre, rassegne musicali, spettacoli teatrali…) promosse dalle giovani generazioni, in associazioni organizzate o meno. Questo non significa creare spazi a sé per i giovani, in cui possano rinchiudere le loro proposte e condividerle con il loro gruppetto di amici, ma avere il coraggio di investire sulle giovani generazioni, sulle loro creazioni spesso provocatorie, e portarle in mezzo alla gente, tra i giovani e i meno giovani: sfruttare le piazze, i teatri, i cinema, le scuole, e tutti i luoghi di maggior afflusso di persone.
Dobbiamo abbandonare l'idea di una cultura che crea elite, invece di abbatterle; dobbiamo immaginare una produzione culturale che sia vicina alle masse, ma che mantenga la sua qualità, che sia capace di unire, di far crescere il Paese, invece di appiattirlo su gerarchie e disparità che rispecchiano idee vecchie di secoli, una mentalità conservatrice e tradizionalista che in certi ambienti ancora persiste e che noi dobbiamo distruggere.
C'è bisogno di coraggio culturale, c'è bisogno di un rinnovamento dei modi e dei tempi, c'è bisogno di investire sui giovani e la cultura giovanile, ad esempio nel nostro centro storico, altrimenti rischiamo di avere come maggior richiamo culturale le frasi scritte sui muri di Aldo Bortolotti. Reggio mantiene ancora una certa vivacità culturale del suo ambiente culturale, ma le manifestazioni di questa vivacità sono confinate dentro luoghi troppo canonici o tradizionalisti (ultimo esempio ne sono i concerti di musica classica promossi nelle chiese della città) e che non richiamano affatto le giovani generazioni. Noi dobbiamo farci portatori di un rinnovamento culturale, di un cambiamento di mentalità su ciò che concerne le politiche culturali. Dobbiamo uscire dai luoghi prestabiliti, dobbiamo costringere l'opinione pubblica a confrontarsi con la produzione culturale giovanile ( e non), a scontrarcisi, se necessario. Deve esserci in questo un impegno a livello nazionale, ma soprattutto a livello locale, è necessario l'impegno di tutti, per cercare un riscatto culturale, che renda giustizia a un'Italia che a causa della non brillante situazione economica rischia di dimenticarsi della sua ricchezza culturale. Dobbiamo essere fermi nella nostra convinzione che questa depressione economica, è connessa profondamente alla depressione culturale, e che la cultura sia uno dei presupposti da cui ripartire per rimettere in moto il sistema produttivo; idea espressa molto chiaramente anche nella Strategia di Lisbona.
Un impegno diretto della Sinistra Giovanile deve continuare, con la promozione della creatività giovanile all'interno dei nostri spazi nelle Feste dell'Unità su tutto il territorio.


L'attenzione verso la diffusione della cultura, in tutte le sue forme, e l'accesso a una cultura gratuita, aperta, vicino al mondo giovanile sono priorità per un Paese che come l'Italia ha un grandissimo patrimonio storico-culturale, ma per la non brillante situazione economica, rischia di dimenticarne l'importanza. Il governo Berlusconi ha scelto di penalizzare la vita culturale italiana: questo si coglie anche dal recente taglio del FUS (fondo unico per lo spettacolo).
Noi crediamo che la valorizzazione della cultura passi anche per una sua diffusione più capillare: è essenziale dunque che sia accessibile indipendentemente dal reddito, ma anzi vada proprio a colmare quelle differenze economico-sociali che si stanno sempre più accentuando. Nel 2005 cultura significa anche nuove tecnologie, internet in primis; ma anche il recupero della nostra storia e del nostro passato. Crediamo sia necessario sostenere tutte quelle iniziative culturali, e soprattutto artistiche, promosse dalle giovani generazioni e che mirino a riportare la cultura al centro anche della vita giovanile. Cultura significa anche culture, cioè un'apertura al dialogo verso culture diverse, con l'obiettivo di creare una grande melting pot culturale, capace di includere tutti. Cultura come risposta al pregiudizio e all'indifferenza, su cui poggiare una società più equa e inclusiva.

Diritti Civili

"Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, sena distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese".

Questo recita l'articolo 3 della Costituzione italiana.

Concetti inequivocabili, sostenuti in modo ancora più chiaro con un richiamo al diritto internazionale nell'articolo 2: "La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale".

Davanti a queste alte affermazioni di principi e alla luce di quanto avviene nel resto del mondo occidentale in tema di famiglie di fatto, è difficile immaginare cosa possano inventarsi quei politici italiani di centro o centrodestra che insistono nel negare a cittadini adulti il diritto fondamentale a unirsi secondo i crismi di quanto succede nel resto del mondo occidentale.

Le unioni civili, tanto per gay che per etero, esistono in Danimarca dal 1989, in Norvegia dal 1993, in Svezia dal 1994, in Islanda dal 1996 e nel Reno Unito dal 2005. In Olanda il matrimonio gay c'è dal 2001. Nella cattolicissima Spagna dal 2005 e in Francia, nella laica Francia c'è il Pacs (Pacte civil de solidarité) dal 1999. Dodici Stati dell'Ue sui quindici del preallargamento (sono rimaste fuori Italia, Irlanda e Grecia) e, considerando l'Unione a venticinque, il dato sale a sedici con l'aggiunta di Ungheria (1996), Croazia (2003), Polonia (2004), Repubblica Ceca (2006), senza contare alcuni paesi extra Ue come l'Islanda e la Svizzera.

Resta il fatto che dove le unioni civili o i matrimoni gay sono riconosciuti, la famiglia tradizionale, buona o cattiva che sia, non ne ha sofferto. E questo basta per dire che i Pacs non minacciano un bel nulla.

Il Vecchio Continente, dunque, si è incamminato in modo quanto mai deciso sulla via della modernità e della secolarizzazione, relegando i dettami della Chiesa cattolica alla sfera delle ammonizioni secondarie.

Il Vaticano si impegna così in una politica estera di intervento sempre più diretto sulle istituzioni, tanto dell'Unione Europea quanto degli Stati membri, dichiarando e combattendo una serie ben scelta di battaglie "di principio", come quella per il riconoscimento delle "radici cristiane" di un'Unione Europea che forse comprenderà presto anche la per nulla cristiana Turchia.

Nell'esercito della restaurazione c'è una falange in abiti civili indignata dalle unioni omosessuali: gli atei "devoti", specie mutante di laici scesi in guerra contro il laicismo e impegnati i giorni pari ad applaudire Bush e quelli dispari a fischiare Zapatero. Asserviti con o senza richiesta alla parte più conservatrice della Chiesa, arrivando a mettere in discussione diritti civili individuali dati ormai per assodati.

Le prove di questa strategia sono sotto gli occhi di tutti: il revival antiaborista in nome dei "piccoli omicidi", la battaglia per il non raggiungimento del quorum nei referendum sulla procreazione medicalmente assistita.

Altro deprecabile esempio fu quando Rocco Bottiglione presentò un emendamento alla Carta dei diritti fondamentali dell'Unione che cancellava l'orientamento sessuale dalle cause di ingiusta discriminazione. L'emendamento non passò. Ma il ministro Bottiglione non contento della pessima performance europea modificò la normativa italiana derivata dalla direttiva europea sulle discriminazioni sul lavoro, anziché affermare il diritto alla non discriminazione ha rappresentato una vera e propria legittimazione dei comportamenti vessatori e discriminatori.

È in questo contesto che in Italia grazie all'impegno dell'On. Franco Grillini e con l'appoggio di tutto il partito dei Democratici di Sinistra che alla Camera dei Deputati è in discussione una proposta di legge che parte come spunto da quella francese sui patti civili di solidarietà e che viene considerata una buona mediazione.
In questa proposta allo studio alla Camera troviamo finalmente anche in Italia una risposta legislativa che prende atto che il pluralismo della nostra società non consente più, se non al prezzo di gravi e inutili costi sociali, di imporre alle famiglie non tradizionali una drastica scelta tra due sole opzioni: il matrimonio tradizionale da una parte, l'assenza assoluta di qualsiasi riconoscimento giuridico e perfino di tutela in caso di eventuali imprevisti dall'altra.
Introduce, come novità assoluta, un primo e importante riconoscimento alle coppie di fatto omosessuali e lesbiche che si vengono a trovare, per la prima volta, riconosciute a livello giuridico dall'ordinamento italiano.
Questa è la grande novità: con questa proposta di legge i cittadini omosessuali trovano riconosciuti alcuni loro diritti civili, viene dato loro un riconoscimento giuridico uguale a quello delle coppie di fatto eterosessuali.
Con questa proposta di legge anche l'Italia chiede di entrare in Europa e dimostra che anche nel Bel Paese i cittadini hanno "pari dignità davanti alla legge".

Dovrebbe esser scontato in un Paese civile la possibilità di due persone adulte di stare insieme liberamente e che queste ricevano, in cambio di alcuni doveri, alcuni diritti. Naturalmente a patto che i doveri ci siano.

Ci sono diritti che "non costano" niente: la visita in ospedale o in carcere, la potestà in caso di decesso o malattia, la facoltà di disporre liberamente del proprio patrimonio.

Ci sono altri diritti che "costano": per esempio gli assegni familiari, l'iscrizione alle liste per l'assegnazione di una casa popolare, la reversibilità pensionistica, gli sgravi fiscali e così via.

Tutti diritti, come ha riconosciuto lo stesso Romano Prodi, che andrebbero riconosciuti a chiunque con un'unione civile.

Chiaramente la battaglia per i Pacs segna il punto di rottura dalla vecchia politica italiana, fin troppo moderata e reazionaria e porta in primo piano sull'agenda politica dei partiti di sinistra italiani la "questione omosessuale", perché è chiaro a tutti che un Paese che vuole avere un profilo riformista, innovatore non può entrare in Europa con la moneta e rimanerne ai margini con i diritti civili.

La Sinistra giovanile insieme alle Democratiche di sinistra e a Gayleft ha sempre fatto pressione all'interno del partito affinché la battaglia culturale per il riconoscimento legislativo, morale e sociale delle persone omosessuali non venisse mai messo da parte per logiche di coalizione.

In ogni parte d'Italia i giovani che come noi a Reggio Emilia si impegnano tutti i giorni nelle scuole, nelle università, sul posto di lavoro nella vita di tutti i giorni sanno bene quanto lavoro è stato fatto insieme all'arcigay, ma sanno altrettanto bene quanto lavoro c'è da fare per parare le cannonate reazionarie e omofobe della destra italiana.


Quella per il riconoscimento delle unioni omosessuali è una battaglia di principio, ma non solo simbolica. Ha a che fare con l'eguaglianza di fronte alla legge, con la piena cittadinanza, che sono cose molte pratiche. È una battaglia liberale, che poggia sull'antico principio di "uguali tasse, uguali diritti". Ed è una battaglia di sinistra, culturale e sociale a favore di una eguaglianza e di una parità morali.

Oggi il riconoscimento delle unioni omosessuali ha lo stesso sapore delle battaglie per il riconoscimento del diritto di voto ai cittadini di colore negli Stati Uniti e il riconoscimento del ruolo paritario della donna nella società italiana.

La Sinistra giovanile è da sempre al fianco del movimento omosessuale italiano e di tutta la comunità LGBT (lesbica, gay, bisessuale, transgender) nella sua battaglia politica e culturale per affermare e estendere i diritti delle persone omosessuali, perché siamo convinti del valore generale delle rivendicazioni che abbiamo sostenuto nei tanti Pride in giro per l'Italia, contribuendo al lavoro di GayLeft e collaborando con l'ArciGay.

A Reggio Emilia collaboriamo da anni con l'arcigay Gioconda per diffondere il loro materiale, per far conoscere le loro ragioni e nelle battaglie contro l'AIDS e contro tutte le altre malattie a trasmissione sessuale.
Lavoriamo insieme perché crediamo che soprattutto nelle città medio-piccole, come Reggio Emilia, ci sia bisogno di parlare di omosessualità, perché il movimento da solo è debole, ma se sostenuto dalle associazioni giovanili, studentesche, universitarie e da tutti i giovani che credono nei nostri ideali di libertà ed eguaglianza, il lavoro diventa più facile e di sicuro permette una più coerente conoscenza della condizione omosessuale che troppo spesso è ricoperta da stereotipi e luoghi comuni omofobi.

Stiamo avviando un progetto scuola simile alla fortunata esperienza bolognese che permetta alla comunità LGBT di farsi conoscere dai più giovani perché siamo convinti che ci sia sempre di più il bisogno di incrementare il nostro impegno contro le discriminazioni ai danni dei più giovani, contro un'idea di scuola che demonizza la libera scoperta di sé , la piena consapevolezza della propria identità sessuale, lasciando troppo spesso le ragazze e i ragazzi omosessuali in balia di violenze e discriminazioni intollerabili.

"Siamo un Paese più decente, perché una società decente è quella che non umilia i suoi membri"
(José Luis Rodrìguez Zapatero, Spagna 2005)

Immigrazione

Il tema dell'immigrazione risulta essere uno dei più complessi tra i tanti problemi che assillano la società occidentale all'inizio del nuovo millennio.
L'Italia, in particolare, risente maggiormente delle problematiche legate a questo fenomeno visto che, a differenza di suoi diversi partner europei, non è mai stata un Paese a immigrazione netta, ma, al contrario, fino a non più di trent'anni fa, dalle nostre terre partivano migliaia di persone alla volta di Stati Uniti, Germania, Svizzera e Francia.
Dagli anni settanta e con un trend sempre più deciso invece il nostro Paese ha cominciato a sperimentare una fenomeno allora nuovo: l'immigrazione. Le cause di ciò sono molteplici: innanzi tutto economiche, ma non solo, c'è chi emigra perché perseguitato, chi per motivi di studio e chi per raggiungere i propri cari.
Alla fine del primo lustro degli anni 2000, l'Italia conta milioni di cittadini stranieri residenti sul proprio territorio, tanto che le documentazioni ufficiali parlano del 5% del totale, con la possibilità o meglio la certezza - che nei prossimi anni questo dato vada crescendo.
A Reggio Emilia, addirittura, i cittadini immigrati rappresentano più dell'8% della popolazione residente, mentre tra i bambini con età inferiore ai 10 anni questa percentuale aumenta fino a oltre il 13.
Se il primo dato ci fa rendere conto di quanto siano importanti gli immigrati per il nostro tessuto economico e sociale, il secondo ci mostra come tra i minori la società multietnica sia già una realtà.
Ad ogni modo, entrambi i dati sono irreversibili: non si può pensare infatti che l'economia italiana, così come quella reggiana, possa andare avanti senza questi cittadini, così come è impensabile creare una netta divisione tra i figli degli immigrati e i nostri. Non solo è impensabile, ma sarebbe anche controproducente, visto che tra qualche decennio la società italiana sarà multietnica e i figli degli italiani dovranno vivere fianco a fianco con quelli dei cittadini extracomunitari.
Tutto questo rende necessario uno studio approfondito del fenomeno immigrazione e la definizione di politiche adeguate alla complessità del problema.
Due strade sono obbligate: la prima - diretta ai nuovi cittadini provenienti da ogni angolo del pianeta - è quella che porta ad un'umanizzazione del fenomeno immigrazione, la seconda - e questa invece deve andare incontro principalmente agli italiani - deve garantire la costruzione della società multietnica e multiculturale all'interno dei binari della legalità e della sicurezza.
Andiamo con ordine: alla prima categoria di politiche attengono quelle concernenti allo smantellamento della rete criminale che sulla pelle dei disperati guadagna miliardi grazie ai cosiddetti viaggi della speranza, che troppo spesso diventano viaggi della morte, ma non solo. Da parte del futuro governo, che speriamo essere di centro-sinistra, chiediamo un ripensamento dei CPT, che da lager in cui i diritti umani spesso vengono violati vanno ricondotti all'interno di un contesto che non preveda l'identificazione dell'immigrato con il criminale.
Allo stesso tempo, per meglio favorire l'integrazione, va garantita la sicurezza e la legalità all'interno delle nostre città - Bologna ne è un esempio - perché è proprio in questi contesti difficili che si monta la reciproca diffidenza e tutti quei sentimenti di paura che inevitabilmente fanno a favorire la destra xenofoba e razzista.
In questo ambito tematico, anche la religione ha un ruolo importante. La non conoscenza degli usi e costumi degli altri, unito alla paura del dopo-11 settembre ha creato in Italia una generale diffidenza verso i fedeli di altre confessioni religiose, in particolare quella musulmana.
Questo, unito alla pazzia dei fondamentalisti religiosi, presenti anche nella nostra Penisola, ha creato una situazione molto simile a una bomba a orologeria pronta a esplodere. Questo è quello che si augura la destra neoconservatrice, sostenitrice di quello scontro di civiltà, che, se portato al limite, potrebbe essere persino più pericoloso della Guerra Fredda.
La Sinistra Giovanile, in quanto organizzazione laica, rigetta ogni tipo di fondamentalismo religioso o ideologico, proveniente da qualsiasi confessione religiosa o partito politico e, allo stesso tempo, si fa promotrice dei valori di libertà e fratellanza tra i popoli, unico mezzo per impostare un dialogo tra culture diverse.
In virtù di ciò, condanniamo sia la reazione dell'integralismo musulmano di fronte alla legittima pubblicazione delle vignette su Maometto avvenuta qualche mese fa, sia la provocazione del ministro leghista Roberto Calderoli, che con il suo gesto ha messo in mostra una scarsa intelligenza politica che è costata un prezzo salato in termini di vite umane.
La SG ritiene entrambi gli atteggiamenti frutto di quell'insano disprezzo dell'altro che troppe volte nella storia ha causato scontri di civiltà e guerre fra i popoli e per questo li condanna. Non si può infatti rinunciare alla nostra civiltà e agli ideali che fin dall'Illuminismo hanno fatto dell'Europa la patria delle libertà di pensiero e di espressione, ma al contempo bisogna avere l'acutezza di non compiere gesti azzardati, specie da parte di chi ha responsabilità di governo.
Fin qui le nostre idee, i nostri ideali. In questi mesi però non ci siamo fermati alle parole, siamo anche passati ai fatti.
La nostra proposta di estendere il diritto di voto ai cittadini extracomunitari nelle elezioni dei consigli di quartiere va letta come un tentativo di coinvolgere anche loro nel processo democratico della loro città, perché solo dando a queste persone responsabilità amministrative e di governo, oltre ad un'adeguata rappresentanza nelle assemblee elettive, può avvicinare le nostre comunità e renderle un'unica cosa, pur nel rispetto delle tradizioni reciproche, che vanno lette come una ricchezza e non come un semplice retaggio del passato.
E' innegabile che il diritto di voto rappresenti uno strumento fondamentale per la partecipazione, che a sua volta costituisce la strada principale verso l'integrazione. Solo partecipando alla Cosa Pubblica, infatti, un cittadino si sente degno di tale nome.
Il diritto di voto permetterà inoltre ai nuovi cittadini di trovare rappresentanza e di avere voce in capitolo rispetto a tematiche fondamentali, che trovano riscontro anche tra la popolazione di origine italiana. Stiamo parlando di problemi scottanti, come quello della casa, del lavoro (sempre più precario o in nero) e della difficoltà di arrivare a fine mese: questioni sulle quali chi vive e lavora all'interno delle nostre comunità ha diritto di dire la propria.
Sulla stessa lunghezza d'onda della nostra proposta sul diritto di voto va interpretata l'organizzazione della Festa Provinciale della Sinistra Giovanile 2005, tenutasi a Bibbiano e avente come filo conduttore la multiculturalità e l'integrazione tra le diverse etnie.
Tutto questo, oltre a una costante attività di sensibilizzazione della cittadinanza (volantini, manifestazioni, ecc.) rappresenta il contributo della Sg per la costruzione di nuovi ponti tra le diverse culture; una Sg che si pone dunque come spazio di confronto con le associazioni dei giovani immigrati e come luogo di partecipazione dei giovani immigrati stessi: solo così infatti si può pensare di costruire un integrazione solida e di dare sostanza ad un idea di società aperta e multiculturale, unico anticorpo efficace contro i germi del fondamentalismo e dell'odio.


Ambiente e Sviluppo sostenibile

E' meglio aspettarsi il prevedibile
che essere sorpresi dall'inatteso.
André Isaac

Consumiamo le nostre risorse e diamo fondo
alla nostra vita nazionale a un tasso enorme e crescente
per cui, quando, presto o tardi, verrà la resa dei conti,
sarà un gran brutto giorno.
John Herschel (1866)

Sono passati 140 anni da quando il fisico Inglese predisse un futuro nero dal punto di vista ambientale, e quel "gran brutto giorno" è arrivato. La nostra società come ha messo bene in evidenza la Commissione mondiale per l'ambiente dell'ONU (commissione Brundtland) del 1987 "si è comportata e si sta comportando da erede scialacquatore". Tre concetti niente affatto scontati (e non a caso evidenziati anche dalla commissione) non vanno dimenticati: Il primo è che i beni naturali costituiscono un patrimonio, dove la parola va intesa anche in termini economici. Il secondo è che i beni naturali sono un patrimonio comune dell'umanità. Il terzo riguarda l'esistenza di un patto intergenerazionale non scritto, che prevede il diritto di ogni generazione a ricevere in eredità il patrimonio naturale disponibile alle generazioni precedenti.
Noi crediamo che un mondo migliore sia possibile. All'inizio del nuovo millennio vi sono le risorse culturali e naturali, le capacità, le conoscenze tecniche e scientifiche, per sradicare la povertà e la fame che ancora colpiscono oltre un miliardo di persone, per consentire concreti e duraturi progressi ai paesi ed ai popoli che sono sulla via dello sviluppo e per migliorare la qualità della vita negli stessi paesi più industrializzati. Tutto ciò si può realizzare senza compromettere le risorse naturali e senza provocare disastri ambientali. È possibile, ma non sta affatto accadendo. I cambiamenti climatici in atto e, ancora di più, quelli possibili nel prossimo futuro, insieme all'accelerazione delle altre crisi ambientali, sono segnali inequivocabili: l'attuale tipo di sviluppo è insostenibile, consuma troppa energia, troppi combustibili fossili, troppe risorse naturali, produce troppi rifiuti e troppo inquinamento. Così non può proseguire. La persistente crescita dei consumi del miliardo di persone dei Paesi più ricchi ha aumentato gli impatti globali sulle risorse del Pianeta, riducendo gli effetti positivi delle politiche ambientali locali e dell'innovazione tecnologica. I Paesi di nuova industrializzazione ed in via di sviluppo, dove vivono circa quattro miliardi di persone, sono protagonisti di una corsa verso modelli di produzione e di consumo ad alto contenuto di energia e di risorse naturali, ad elevato impatto ambientale. Il miliardo di persone che vive in assoluta povertà, al di fuori di qualsiasi ipotesi di sviluppo, chiede, giustamente, di poter accedere ad una quota maggiore di risorse. Tutto ciò avviene mentre la popolazione mondiale continua a crescere ad un ritmo che supera i 70milioni all'anno. Un simile contesto non può che produrre crisi ecologiche sempre più gravi, conflitti e crisi sociali acute in varie aree del Pianeta.
La soluzione dei problemi ambientali ed un equo accesso al benessere, ma anche ai diritti ed alle libertà, non saranno un portato automatico della crescita economica. La storia degli ultimi decenni lascia pochi dubbi in proposito: una straordinaria crescita economica, invece di alleviare i fattori di insostenibilità, ecologica e sociale, li ha aggravati; i miglioramenti, avvenuti in qualche zona ed in alcuni settori, sono stati più che compensati da peggioramenti globali, la forbice tra il reddito dei più ricchi e quello dei più poveri si è ulteriormente allargata. Una piccola parte dell'umanità, di cui noi facciamo parte, ha consumi talmente elevati di risorse e di spazio ambientale da produrre una limitazione ed una sottrazione di diritti alla gran parte dei popoli. Un'idea di sviluppo socialmente più equo, che non fosse fondato sulla sostenibilità, non sarebbe praticabile: non ci sono le risorse, non c'è lo spazio ambientale per estendere alla gran parte dell'umanità l'attuale modello di vita e di consumi dei paesi più industrializzati. Né vanno dimenticate (come dicevamo prima) le generazioni future alle quali si rischia di lasciare una pesante eredità.
Non si devono alimentare illusioni o fare promesse che non si possono mantenere: non disponiamo di un Pianeta di scorta. Per garantire il presente e il futuro del mondo occorre una vera e propria "dichiarazione di interdipendenza", un nuovo patto globale di cooperazione fra tutti i Paesi ed i popoli. Per rendere possibile tale patto, i Paesi più ricchi ed industrializzati devono ridurre il proprio prelievo di risorse e la propria produzione di inquinamento e, insieme alle istituzioni economiche internazionali, devono aumentare in modo consistente gli aiuti, finanziari e tecnologici, allo sviluppo sostenibile, utilizzando a tal fine anche un prelievo fiscale e devono, inoltre, azzerare i debiti che soffocano le economie dei Paesi più poveri. Solo così si consentirà ai Paesi in via di sviluppo di non ripercorrere la via di una crescita economica ad alto impatto ambientale, come quella che ha caratterizzato la storia dei Paesi più industrializzati, di migliorare le condizioni di vita di miliardi di persone, riducendo l'inquinamento, usando in modo efficiente l'energia, l'acqua e, in generale, le risorse naturali, per fare di più e meglio con meno. Non dobbiamo pensare che questo sia possibile solo operando su scala internazionale, ma è ora che ci rendiamo conto che solamente partendo dal piano locale, da noi stessi, si potrà ottenere un risultato duraturo.
Nei Paesi più ricchi e industrializzati i consumi hanno assunto una caratterizzazione in gran parte culturale: dipendono più che da necessità, da gusti, valori, ricerca di affermazione e di status. Tale caratterizzazione rende la crescita dei consumi potenzialmente illimitata e fortemente condizionabile dalle campagne pubblicitarie e di promozione del marchio, più che dal prodotto in sé. La strategia dello sviluppo sostenibile, per essere efficace, deve essere in grado di proporre modelli più consapevoli di consumo, raccogliendo la sfida del benessere con una migliore qualità della vita. Ciò è possibile perchè un modello di consumo più misurato, più intelligente, più attento agli impatti ed al ciclo di vita dei prodotti e dei servizi, può produrre anche un livello più elevato di soddisfacimento personale. Non si vive meglio, né si ha maggior piacere a tavola, per esempio, con maggiori quantità di cibo, ma con la qualità degli alimenti, la buona cucina ed il contesto gradevole e conviviale. Una nuova consapevolezza può ridurre la propensione allo spreco ed aumentare il livello di soddisfazione derivante da uno stile di vita più sobrio e più ricco di qualità e di relazioni.
La conoscenza è una formidabile risorsa rinnovabile, un bene sociale, un vero e proprio motore dello sviluppo sostenibile: accrescerla è essenziale e decisivo per il presente e per il futuro. Per far fronte ai bisogni dell'umanità con un uso più efficiente, sicuro e pulito di risorse limitate, occorrerà utilizzare al meglio il potenziale dell'innovazione scientifica e tecnologica. La ricerca deve essere libera e responsabile, va incoraggiata, sviluppata e sostenuta, con adeguati investimenti, per la sua insostituibile funzione di interesse pubblico. La valutazione del rapporto tra i costi ed i benefici di una ricerca non può prescindere dai possibili danni all'oggetto della sperimentazione e deve tenere conto non solo degli aspetti economici, ma anche di quelli sociali, culturali ed ambientali, sia a breve, sia a lungo termine. Lo studio degli ambienti naturali e dei sistemi viventi è parte integrante e necessaria della ricerca scientifica. Le applicazioni di tale ricerca, per le delicate implicazioni etiche, ecologiche, ma anche sanitarie e sociali, non possono essere sottoposte al regime tradizionale di brevettabilità. La sistematica applicazione dei principi di prevenzione e di precauzione può dare un rilevante contributo alla qualità sociale ed ambientale dello sviluppo e proporre nuove sfide sia alla ricerca scientifica, sia alle politiche di gestione dei rischi sanitari ed ecologici.
Un'economia di mercato priva di responsabilità e di regole adeguate non è in grado di valutare adeguatamente né i costi effettivi, né i vantaggi ambientali: beni ambientali considerati di nessun valore perché abbondanti e di tutti, cominciano ad essere scarsi, pur non avendo prezzo, hanno un grande valore. La visione economica e politica neoliberista non dà peso ai costi indiretti ed alle esternalità; la sua concezione fondamentalista del mercato, e apologetica della crescita economica e del consumismo, non consente né equità, né sostenibilità ecologica (Oscar Wilde diceva che la differenza tra un ignorante e una persona intelligente è che il primo sa dare un prezzo a tutto ma valore a niente. Siamo in un mondo di ignoranti). Porre all'ordine del giorno il tema della riforma dello sviluppo non significa né ricadere in protezionismi antistorici, né riproporre modelli statalisti. Significa guardare avanti: regolare il mercato con normative adeguate e efficaci strumenti di controllo, orientarlo verso la sostenibilità con strumenti fiscali ed economici. Significa puntare ad un avanzato livello di civiltà fondato sul valore della democrazia anche in campo economico e sul ruolo insostituibile delle istituzioni democratiche. Con politiche fiscali selettive, con lo sviluppo della ricerca e della diffusione tecnologica, vanno, infine, valorizzate ed accelerate le tendenze positive in atto.
La crescente globalizzazione dei mercati, con il vorticoso aumento del commercio internazionale, con la forte crescita dei mercati finanziari che privilegiano orizzonti a breve termine, con il crescente peso di un ristretto numero di grandi società transnazionali, sta accelerando e aggravando rilevanti fattori di insostenibilità dell'attuale sviluppo. D'altra parte in un mondo che si è fatto più piccolo ed interdipendente e, grazie all'informatica, alla telematica ed alle comunicazioni radiotelevisive, anche più connesso, è possibile agire globalmente, estendendo e democratizzando l'accesso all'informazione ed a tecnologie più sostenibili ed ecoefficienti. In varie parti del Pianeta come in Italia (da Seattle a Genova a Porto Alegre), movimenti, associazioni, forze politiche ed anche singole persone, sono impegnate e devono essere sensibilizzate a contrastare le conseguenze negative della globalizzazione dei mercati: molte delle loro critiche e delle loro proposte sono anche le nostre. Con queste realtà occorre dialogare ed operare per far crescere una strategia globale di sviluppo sostenibile. Il futuro di un popolo dipenderà sempre di più dalle possibilità degli altri di accesso alle stesse opportunità e dalla tutela di beni ambientali di interesse comune.
Occorre superare lo squilibrio, denso di pericoli, che si è creato tra la crescita della forza economica e finanziaria della globalizzazione dei mercati e la debolezza delle istituzioni internazionali che dovrebbero garantire un controllo democratico e la tutela degli interessi comuni dell'umanità: l'ONU va riformata e potenziata, le organizzazioni internazionali che si occupano di ambiente, commercio e finanza vanno profondamente cambiate.
L'Unione Europea ha dato una forte impronta alla strategia internazionale dello sviluppo sostenibile, ponendola fra le sue ragioni fondanti e sostenendo una forte iniziativa per la definizione e l'attuazione di trattati internazionali a favore dell'ambiente, come il protocollo di Kyoto o quello sulla biosicurezza. L'Europa, nell'era della globalizzazione, è una dimensione regionale necessaria per un progetto di sviluppo sostenibile. Tale prospettiva deve essere estesa, come sta avvenendo con il processo di allargamento, al Centro-Est Europa, ma deve prestare anche una maggiore attenzione all'area mediterranea ed al continente africano, dove permangono condizioni di vita drammatiche per milioni di persone.
Per promuovere un progetto di sviluppo sostenibile è necessaria una strategia globale in grado di affrontare i problemi del Paese e di valorizzarne le potenzialità, integrando l'ambiente in tutte le politiche. La bellezza dell'Italia, un intreccio unico di natura e cultura, di storia e di paesaggi, ha un valore di rilevanza mondiale, ma è anche un valore aggiunto che alimenta rilevanti attività economiche del made in Italy. La tutela e la valorizzazione delle nostre città sono fattori decisivi per la qualità della vita e rappresentano uno snodo cruciale per il futuro, ancora di più nell'epoca in cui l'urbanizzazione accelerata e mal gestita ha, spesso, moltiplicato il degrado, l'invivibilità, il traffico e l'inquinamento. L'integrazione delle politiche ambientali in quelle industriali è un formidabile stimolo al miglioramento dell'efficienza delle gestioni ed all'innovazione tecnologica oltre alla creazione di nuova occupazione: la riforma dello sviluppo è un terreno sul quale può crescere una più avanzata alleanza fra ambiente e lavoro. Le politiche energetiche sostenibili, fondate sulla conservazione, gli usi razionali e le fonti rinnovabili e pulite, riducono anche la dipendenza dai combustibili fossili importati ed incrementano il ricorso a fonti nazionali. Le politiche agricole fondate sulla qualità e la sicurezza degli alimenti, ma anche sulla manutenzione del territorio, consentono di migliorare anche le condizioni del mondo agricolo. Un sistema sostenibile di mobilità rende i trasporti, oltre che meno inquinanti e meno congestionanti, più sicuri: può far diminuire le stragi che avvengono sulle strade, con migliaia di morti e centinaia di migliaia di feriti. Una gestione sostenibile del territorio può prevenire, o ridurre fortemente, i rischi di frane ed alluvioni che costano migliaia di miliardi ogni anno.
Una necessità di integrazione, nel quadro della sostenibilità, si pone anche tra le politiche ambientali e quelle relative alla qualità della vita e dei consumi, con i relativi aspetti di qualità dei servizi e di una più adeguata ed efficace strumentazione e capacità di intervento locale. Il miglioramento della qualità ambientale e sociale dello sviluppo rende il Paese più competitivo e più forte, contrariamente a quanto prospettano le politiche neoliberiste con la loro visione riduttiva della competitività, fondata sulla compressione dei salari e dei diritti del lavoro e sull'abbassamento dei livelli di tutela dell'ambiente.
Lo sviluppo sostenibile rappresenta un'opportunità per l'intera umanità, per i Paesi poveri, ma anche per tutti gli altri, per le generazioni presenti, ma anche per quelle future. Consente alle persone ed ai popoli un accesso esteso alle garanzie e ai diritti, promuove libertà e democrazia, insieme a sviluppo umano e civile. Si può realizzare solo con un vasto consenso, con ampie alleanze sociali e politiche. Vive del protagonismo dei cittadini; propone un nuovo orizzonte all'impegno politico e nuove sfide al mondo tecnico e scientifico, ma anche a quello del lavoro e delle imprese. Richiede una corretta informazione, la massima trasparenza, il rispetto delle regole e la certezza del diritto, a livello sia locale, sia globale.
Non c'è ecologia senza equità e non c'è equità senza ecologia: per queste ragioni di fondo è necessario, oggi più che mai, collocare l'ecologia nella sinistra e la sinistra nell'ecologia. Le destre neoliberiste, per populismo, arretratezza culturale e scarso europeismo, stanno riproponendo vecchie politiche di sviluppo insostenibile, marginalizzando le politiche ambientali ed attaccando le riforme avviate negli ultimi anni. Un progetto di sviluppo sostenibile è un fattore decisivo dell'opposizione alle destre neoliberiste e della qualificazione di un'alternativa di governo. In Italia non si può pensare di costruire un'alternativa alle destre neoliberiste senza la forte ripresa di una rinnovata sinistra riformatrice e di governo, pilastro essenziale della coalizione di centro sinistra e dell'Ulivo. "L'ambiente non può più essere solo farfalle e fiorellini!"- diceva provocatoriamente Fausto Giovanelli, capogruppo DS in Commissione Ambiente del Senato. E spiegava: "La tutela dell'ambiente si sta trasformando in governo del territorio: inquinamento, energia, ciclo dei rifiuti e gestione dell'acqua potabile, non possono essere slegati dallo sviluppo economico di un territorio. Lo sviluppo sostenibile è un'esigenza ed un valore che si può raggiungere solo con le mille strade della democrazia",
L'energia più pulita, la meno cara, la prima delle rinnovabili, è l'energia non consumata. Una efficace politica energetica dovrebbe darsi un ordine nelle priorità partendo proprio dal concetto di risparmio:
o Efficienza energetica
o Risparmio (trasporti, energia elettrica…)
o Produzione locale
o Fonti rinnovabili
o Sviluppo nuove tecnologie
o Leva fiscale
o Educazione e responsabilità individuale
Promuovere l'efficienza energetica (legato allo sviluppo delle nuove tecnologie) significa recuperare gli sprechi, le inefficienze e le irrazionalità nell'uso delle risorse. Via libera a tecnologie volte ad elevare il rendimento di apparecchiature elettriche e dei sistemi di riscaldamento. Negli edifici di nuova costruzione e nelle abitazioni possono essere adottati criteri costruttivi volti a massimizzare il rendimento energetico, le case costano un po' di più ma l'investimento iniziale viene ricompensato da costi di gestione molto minori, tanto che le spese si recuperano in pochi anni.
Il risparmio energetico si realizza attraverso la tecnologia, ma molto dipende dalle accortezze individuali. Un esempio casalingo: la televisione lasciata in standby con la lucina accesa consuma, nel corso della giornata, più energia di quella usata nelle due o tre ore in cui si guarda la tv alla sera. Spegnere il riscaldamento quando non si è in casa o un grado in meno di temperatura negli ambienti portano a sensibili risparmi sulla bolletta del gas.
La produzione locale di energia utilizza risorse energetiche prodotte e consumate in loco, ha un'efficienza superiore perché si riducono gli sprechi legati al trasporto del carburante o al trasporto tramite elettrodotto. Oppure piccole centrali per il teleriscaldamento che concentrano in una sola grande caldaia ad alto rendimento le necessità di tutti gli appartamenti che si trovano ad una distanza conveniente per non disperdere energia, spegnendo centinaia di bruciatori e facendo risparmiare energia e soldi.
Lo sviluppo delle nuove tecnologie e l'utilizzo di fonti rinnovabili come energia solare, eolica, idroelettrica, biomasse sono sicuramente un punto di partenza fondamentale per un futuro di sostenibilità ambientale.
La leva fiscale. Se una persona vuole guidare un'auto che fa 4 km con un litro di carburante inquinando l'aria 4 volte di più del necessario e occupando uno spazio doppio nelle strade pubbliche è giusto che paghi per questi suoi lussi. In generale, poiché l'immissione di CO2 ed inquinanti in atmosfera causa un danno a tutti, senza alcuna distinzione geografica, chi più ne produce più dovrebbe pagare. Le risorse economiche così recuperate, se sfruttate nello sviluppo di nuove tecnologie e nell'attuazione di coerenti piani ambientali, potrebbero poi dare grandi risultati.
Educazione e responsabilità individuale. Come abbiamo visto, le soluzioni non mancano, su scala locale come su scala globale, dalla tecnologia più semplice a quella più sofisticata, ma non sono in grado di operare in un quadro politico mondiale (e a dirla tutta faticano anche in un quadro politico locale) che formalmente tiene molto alla sostenibilità ma che poggia su disuguaglianze macroscopiche. L'educazione e la sensibilizzazione sono quindi il primo passo che la nostra organizzazione deve tenere presente per cercare di "wrestle the earth from the fools", strappare la Terra ai Pazzi, come diceva Patti Smith.


Antifascismo e memoria

Il 60° Anniversario della Liberazione, lo scorso 25 Aprile, ha portato in piazza tantissime persone a festeggiare e a riaffermare i valori dell'antifascismo; tra questi moltissimi giovani. C'è infatti ancora forte nelle giovani generazioni, un senso di attaccamento alla Resistenza e ai valori che essa ha affermato; nonostante i tentativi di revisionismo e di strumentalizzazione che in questi anni si sono susseguiti a opera del governo di centro-destra e degli ambienti culturali ad esso vicini. Tutto quell'accanimento infatti non è bastato a cancellare la straordinaria esperienza della Resistenza, e prova ne è la grande diffusione dei valori antifascisti tra i giovani e il loro affetto e rispetto verso i partigiani. La Sinistra Giovanile si interessa da anni dei temi dell'antifascismo e della memoria storica, collaborando con associazioni come ANPI e Istoreco, nell'intento di difendere le idee della Resistenza, e negli ultimi tempi anche la nostra Costituzione. Gli attacchi della maggioranza di centro-destra contro la nostra storia più recente, non si sono infatti limitati al tentativo di parificare lo status dei combattenti di Salò a quello di coloro che prestarono servizio nei diversi eserciti in conflitto durante la Seconda guerra mondiale, né al revisionismo più becero, ma sono arrivati addirittura a modificare profondamente la Costituzione della Repubblica, nata dalla Resistenza, dai sacrifici di quegli anni di guerra, dai valori per cui tantissimi morirono, fino a stravolgerne il contenuto. Anche la Sinistra Giovanile ha aderito alla raccolta di firme in difesa della Costituzione, per la richiesta del referendum, e ora ci impegneremo anche nella campagna referendaria, per cancellare l'opera distruttiva del centro-destra.
Continuiamo a batterci insieme ai partigiani e a tutti gli antifascisti per la tutela della democrazia e della libertà, nella convinzione che è dalla Resistenza che è nato il nostro Paese, dalla lotta partigiana è nata la nostra Repubblica.

Siamo a fianco dei partigiani, perché…

" Il loro impegno non è finito il 25 Aprile del '45, ma è continuato nella ricostruzione dell'Italia, è sfociato nella Costituzione, nella nostra democrazia, e continua ancora oggi, per non far sbiadire il ricordo di quegli anni.
Con la stessa passione con cui imbracciarono un fucile per far finire la guerra, oggi parlano a chiunque voglia ascoltarli, ma soprattutto ai giovani, perché il senso della loro lotta non vada perduto nei meandri della storia. È ai giovani che chiedono di diffondere il messaggio della Resistenza, di raccontare come sono andate davvero le cose; è ai giovani che raccomandano di difendere la Costituzione contro gli attacchi vecchi e nuovi; è ai giovani che chiedono ancora di resistere, e di non abbandonare la lotta che loro hanno iniziato.
E tocca ai giovani, a noi che della Resistenza conosciamo solo i racconti, ma di cui godiamo tutti i benefici, tocca a noi, che siamo figli della Resistenza, rispondere all'appello dei partigiani, a far sì che le loro parole e le loro azioni non cadano nel vuoto. Tocca a noi resistere ai nuovi fascismi che avanzano e difendere la democrazia; tocca a noi portare avanti quella bandiera di pace, giustizia, libertà, quella bandiera che fu dei partigiani, che è ancora loro e che insieme dobbiamo portare avanti, fino a dove sorge il sol dell'avvenir."

Tratto dall'Introduzione a "Dove Sorge il Sol dell'Avvenir", raccolta di testimonianze dei partigiani, a cura dell'Associazione studentesca Sx - Studenti di Sinistra, realizzata in occasione del 60° anniversario della Liberazione.


Contributo del Circolo Cittadino "Bella Ciao" alla Conferenza Programmatica e Organizzativa Sg

Premessa

Dopo cinque anni di governo di centrodestra la vera e clamorosa sconfitta della politica berlusconiana dello stato-azienda è la scarsa capacità di offrire sicurezza e certezza per il futuro delle giovani generazioni soprattutto. La realizzazione dell'individuo parte dall'educazione e dalla scolarizzazione, passa dall'istruzione e dalla formazione professionale permanente e sfocia nella carriera lavorativa e nella costruzione di un progetto di famiglia per ogni persona. La situazione del nostro paese, oggi, non ci permette di fare serene valutazioni sul futuro: la scarsa qualità dell'istruzione, la precarietà del nuovo mercato del lavoro, le conseguenti difficoltà ad accedere alle possibilità di avere una casa da abitare quindi con la propria famiglia sono alcuni dei gravi fardelli che pesano sulle spalle dei giovani di oggi, adulti di domani. Proponiamo dunque al dibattito politico della nostra organizzazione e del nostro partito alcuni spunti di riflessione per migliorare il futuro del nostro Paese.

Casa e Lavoro

La Sinistra Giovanile di Reggio Emilia ha trovato negli ultimi tempi al suo interno una forte sensibilità verso i temi e le dinamiche del mercato del lavoro attraverso un percorso ben definito, partito dall'annuale Corso, tenutosi a Pievepelago nel weekend del primo novembre, passato da un confronto svoltosi a Correggio il 20 novembre con il Nidil-Cgil, il sindacato dei precari, e che si concluderà con un'iniziativa pubblica insieme con il partito il 20 dicembre. La discussione è stata indubbiamente partecipata e sentita, visto anche la forte caratterizzazione giovanile del tema.
Se da un lato attribuiamo al mercato del lavoro una certa flessibilità, per cui non è più pensabile mantenere la stessa professione nell'arco di tutta la carriera lavorativa, dall'altro sosteniamo come questa flessibilità non debba tradursi in una "precarizzazione stabile" per chi deve entrare nel mondo del lavoro. Il lavoro precario è fonte non solo di incertezza sul futuro, ma anche di disagio nel presente: non avere una retribuzione stabile significa non poter accedere al credito per l'imprenditorialità dell'individuo, non poter accendere un mutuo per comprare casa, non poter avere un contratto d'affitto sicuro…
Il sistematico ricorso a forme di lavoro atipico è diventato una forma di agevolazioni per le imprese e una contestuale mancanza di diritti e sicurezze per i lavoratori atipici. Il lavoro atipico è fortemente sottopagato sia rispetto alle tradizionali forme di contratto lavorativo, sia rispetto alla sottoccupazione dei lavoratori atipici, sennonché il 70% dei essi è laureato.
La legge 30, nota come "legge Biagi", non ha portato ad alcun radicale cambiamento in questo senso: questa legge ha trasformato il 93% dei co.co.co. in altre forme di precariato, mentre il restante 7% dei lavoratori atipici è passato al mercato del lavoro nero. Si delinea dunque la forte necessità di intervento per far si che alla flessibilità necessaria non corrisponda una forte precarietà. In questo senso proponiamo di aumentare il costo del lavoro atipico e di regolamentare il ricorso ad esso, onde evitare un uso improprio di questo strumento: il fattore temporale deve essere discriminante tanto quanto la mansione dei contratti a tempo determinato. Banalmente, i contratti a progetto non possono riguardare professioni come l'impiegata o il barista, poiché la professionalità di una persona non è un progetto trimestrale di un'azienda, bensì il progetto di realizzazione personale di una vita.
Il contratto a tempo indeterminato è anche il frutto di un naturale rapporto fiduciario tra offerta e domanda di lavoro: il precariato contribuisce alla scarsa fiducia nel futuro fortemente percepibile nel mondo giovanile.
La nostra proposta per il programma di governo del centrosinistra prende forma con l'abrogazione della legge 30, la riformulazione della flessibilità sul modello della legge regionale "Bastico", l'estensione dei diritti sociali per i lavoratori atipici e il conseguente miglioramento del loro stato sociale. Proponiamo inoltre alle Province di investire maggiormente sulla qualità dei centri per l'impiego, fino ad oggi sfruttati come ultima spiaggia a fronte delle 25 agenzie di somministrazione lavoro della nostra provincia, ma che possono diventare protagonisti nella ricerca di un contratto a tempo indeterminato che deve rimanere lo standard per un welfare che voglia offrire prospettive future alle giovani generazioni. Basti pensare alla mancata copertura degli attuali ammortizzatori sociali per gli atipici: proponiamo integrazioni previdenziali per le situazioni di bassa retribuzione (la stragrande maggioranza); politiche di inclusione sociale per compensare l'improvvisa interruzione del rapporto di lavoro; l'estensione del diritto retribuito di astenersi dal lavoro in caso di gravidanza, malattia e infortunio anche per gli atipici; un'analisi e un cambiamento riformista e non ideologico sulla questione previdenziale degli atipici. Tutto questo deve realizzarsi con politiche del lavoro di ampio respiro, come l'aumento del costo e della qualità del lavoro flessibile, attraverso formazione permanente e valorizzazione delle competenze, le politiche di emersione dal lavoro nero, la riforma degli ordini professionali a fronte di una scarsa mobilità sociale, la possibilità, come si diceva, di accesso al credito e alla casa anche per i lavoratori atipici, il riconoscimento delle coppie di fatto nel welfare locale. A questo proposito proponiamo alle amministrazioni comunali di ricorrere al finanziamento stanziato con delibera 174/2005 della giunta regionale, per la realizzazione di alloggi finalizzati all'acquisto e all'affitto convenzionato, inserendo nelle condizioni di accesso all'agevolazione le giovani coppie sia sposate che di fatto.

Scuola

La Sinistra Giovanile di Reggio Emilia, da sempre attenta al mondo della scuola, ritiene centrale nel dibattito politico pre e post - elezioni, il tema del sapere e della formazione, così come quello della valorizzazione delle esperienze studentesche di mobilitazione e partecipazione.
L'Emilia Romagna si configura nel panorama nazionale come un'isola felice e come modello per una riforma della scuola dell'eventuale governo dell'Unione. Questo modello è basato sull'autonomia scolastica, e crediamo sia necessario incentivare le autonomie, e creare una rete tra le scuole, sia primaria che secondaria, non solo per promuovere la scelta consapevole di un' offerta formativa didatticamente efficace, ma anche affinché le scuole si rendano concrete interpreti del territorio, e creino una relazione con il tessuto produttivo. Questo però non significa un intervento delle aziende all'interno delle scuole (con progetti o finanziamenti più o meno interessati), né tanto meno l'idea di scuola come azienda, tanto cara al premier Berlusconi, ma piuttosto una "scuola nella azienda", cioè la creazione di una cultura della formazione permanente, nella consapevolezza che senza il sapere non vi è sviluppo economico, né sociale, e con l'obiettivo di creare la società della conoscenza delineata nella Strategia di Lisbona.
Accanto al tema dell'autonomia, c'è la necessità di un grande investimento di risorse nella riqualificazione della scuola pubblica, sia per la didattica, che per l'edilizia scolastica. È questo un problema ancora sentito, anche nelle scuole della nostra Provincia, e va affrontato con tempestività e impegno. In questo senso strategico deve essere l'impegno parallelo della provincia e del comune di Reggio Emilia nella individuazione delle priorità di intervento per le situazioni più esigenti.
Riteniamo centrale inoltre la creazione di una politica ancora più estesa di diritto allo studio, come prima risposta concreta alla scarsa mobilità sociale, che è delineata dalla separazione tra formazione e istruzione nella riforma Moratti del 2° Ciclo; diritto allo studio anche visto come primo baluardo dell'integrazione, nell'ottica di una società in movimento, aperta e multiculturale. Accanto al diritto allo studio, una politica efficace di servizi per gli studenti, la creazione di spazi e tavoli di confronto, in stretto rapporto con le associazioni giovanili. In quest'ottica appare necessario rivalutare le esperienze di partecipazione studentesca, in tutte le sue forme, a partire dalle scuole. La politica, e nello specifico la Sinistra Giovanile e i DS, devono opporre al muro di indifferenza che i ragazzi hanno eretto nei confronti della politica, la loro capacità di ascolto e di dialogo, a partire da risposte concrete sul mondo della scuola.

Università

La nostra università è da tempo al centro del dibattito cittadino per l'importanza non solo di ruolo e funzione, ma anche di riqualificazione e coesione sociale che riveste l'ateneo di Modena e Reggio: i lavori recentemente conclusisi per il recupero della ex-caserma Zucchi, ricoprono una rilevanza strategica non solo per l'ateneo, ma per tutta la città. Una città che investe sull'università è una città che investe sul proprio futuro.
Occorrono dunque interventi mirati per dare slancio alla nascita di un forte polo universitario in centro storico: l'intervento alla Zucchi deve rappresentare solo l'inizio di una politica volta all'inserimento nel contesto urbano e sociale cittadino di una eccellenza presente e futura del nostro sistema socio-culturale. È fondamentale, dunque, dare spazio e opportunità a quello che potrà essere il vero motore di innovazione del centro e di tutta la città. La massiccia presenza di studenti universitari nel centro storico rappresenta anche uno dei punti fondamentali per la sua rivitalizzazione. Accanto all'intervento di recupero della Zucchi, proponiamo di investire sulla zona dei giardini avviando progetti di riqualificazione in tal senso dell'isolato San Rocco e dell'attigua Piazza della Vittoria, luoghi che si presteranno nel prossimo futuro ad una forte caratterizzazione giovanile e universitaria.
Parallelamente riteniamo importantissimo il recupero dell'area San Lazzaro: questa operazione può essere importantissima sia per un ulteriore rilancio dell'università della nostra città, sia per dare respiro alle sempre più affollate scuole superiori della nostra Provincia. Chiediamo che si proceda, parallelamente al discorso universitario, con un approfondimento in collaborazione tra Comune e Provincia per la verifica sulla situazione dell'edilizia scolastica cittadina, valutando l'opportunità di inserire al San Lazzaro realtà anche diverse dal contesto universitario, creando un vero e proprio polo della formazione: la sua collocazione strategica, essendo ben servito dalla rete ferroviaria locale in diretto collegamento con la stazione centrale, può altresì migliorare la qualità della vita della nostra città. È infatti importante tenere in considerazione in sede di programmazione territoriale degli edifici scolastici e universitari, la loro sostenibilità dal punto di vista della mobilità.
Crediamo che a Reggio Emilia servano investimenti di questo tipo, che favoriscano e stimolino l'attività universitaria e di ricerca sul territorio, insieme con una forte sostenibilità dal punto di vista ambientale e della mobilità.

Cultura e interculturalità

L'attenzione verso la diffusione della cultura, in tutte le sue forme, e l'accesso a una cultura gratuita, aperta, vicino al mondo giovanile sono priorità per un Paese che come l'Italia ha un grandissimo patrimonio storico-culturale, ma per la non brillante situazione economica, rischia di dimenticarne l'importanza. Il governo Berlusconi ha scelto di penalizzare la vita culturale italiana: questo si coglie anche dal recente taglio del FUS (fondo unico per lo spettacolo).
Noi crediamo che la valorizzazione della cultura passi anche per una sua diffusione più capillare: è essenziale dunque che sia accessibile indipendentemente dal reddito, ma anzi vada proprio a colmare quelle differenze economico-sociali che si stanno sempre più accentuando. Nel 2005 cultura significa anche nuove tecnologie, internet in primis; ma anche il recupero della nostra storia e del nostro passato. Crediamo sia necessario sostenere tutte quelle iniziative culturali, e soprattutto artistiche, promosse dalle giovani generazioni e che mirino a riportare la cultura al centro anche della vita giovanile. Cultura significa anche culture, cioè un'apertura al dialogo verso culture diverse, con l'obiettivo di creare una grande melting pot culturale, capace di includere tutti. Cultura come risposta al pregiudizio e all'indifferenza, su cui poggiare una società più equa, inclusiva e coesa.


Diritto di voto ai cittadini immigrati.

La Sinistra Giovanile delle Città è da sempre favorevole all'ampliamento degli spazi di partecipazione dei migranti nel dibattito sociale, politico e culturale della nostra comunità.
In questi mesi la nostra attenzione è stata focalizzata su una tematica che consideriamo fondamentale per la piena integrazione dei cittadini extracomunitari nella società: il diritto di voto attivo e passivo alle elezioni amministrative. Una tematica di recente esaminata anche in Consiglio Comunale e destinata a riproporsi anche nei prossimi mesi nella apposita commissione che studierà una modifica dello statuto comunale in tal senso. Avremmo preferito un impegno più deciso e immediato, ma siamo consci dei tempi della politica, delle mediazioni a cui si deve andare incontro, del rispetto delle norme e dei tempi anche burocratici per la loro modifica.
E' stata una battaglia che ci ha posto all'avanguardia all'interno del Partito - forse troppo timido su queste tematiche - e che ci ha reso protagonisti del dibattito politico di questi mesi. Ma guai a considerare quanto fatto un punto d'arrivo.
Nell'immediato futuro occorrerà pensare a nuovi indirizzi da dare alla nostra azione politica su queste tematiche: partendo dalla piena integrazione degli alunni stranieri nelle scuole, alla lotta contro ogni ghettizzazione, al rifiuto di ogni discriminazione.
La Sinistra Giovanile della Città intende porre all'attenzione queste tematiche, consci del fatto che il nostro obiettivo finale non può che essere la costruzione di quella società interetnica e interculturale, unica risposta possibile alla globalizzazione e alle novità del Terzo Millennio. Proponiamo dunque che si renda effettivo e si regolamenti con l'individuazione delle opportune discriminanti, a partire dalle amministrative del 2009, il voto ai cittadini immigrati ed extracomunitari per le circoscrizioni (ove è già stata verificata la fattibilità, anche costituzionale), con la prospettiva di estendere questo diritto anche per la elezione degli altri organi amministrativi.

Rivitalizzazione del Centro storico di Reggio Emilia

Un'attenta analisi dei problemi di spopolamento serale, e non solo, del centro storico della nostra città ci porta a riflettere su alcune proposte che potrebbero migliorarlo, per come lo viviamo noi. Il centro non è solo il quartiere dei suoi residenti ma è il Centro della città di tutti. In questa ottica poniamo l'attenzione su alcune possibili strategie per renderlo accessibile, attraente e aggregativo.
" Ampliare la zona di traffico limitato, con la prospettiva di ampliare anche l'isola pedonale, sia per un problema di inquinamento e in secondo luogo perché il centro senza auto diventerebbe decisamente più vivibile. Come attuare questo: migliorando ed intensificando il servizio di mezzi pubblici dai parcheggi scambiatori al centro; realizzando i nuovi parcheggi scambiatori, di "prima" e "seconda fascia" fuori dal centro storico; potenziando e migliorando i servizi alle biciclette, con l'individuazione di luoghi strategici per il posizionamento delle rastrelliere e l'intensificazione del servizio di noleggio automatico e continuo.
" Realizzare metropolitana di superficie in tutte le tratte (Bagnolo - Cavriago - Scandiano), con numerose stazioni e corse frequenti per rendere accessibile il centro dalla periferia.
" Attivare un servizio serale e notturno ordinario di mezzi pubblici, che porti i cittadini a vivere il centro anche la sera.
" Attuare un politica culturale che miri a conservare e migliorare i cinema presenti in centro storico (vera e propria ricchezza), e li difenda dalla concorrenza delle multisale della provincia. I Cinema sono sicuramente un passo importante per la rivitalizzazione del centro storico la sera.
" Risolvere le situazioni di vera e propria ghettizzazione culturale ed etnica presenti in centro storico, con un coinvolgimento delle realtà multiculturali del centro nella progettazione e realizzazione di una seria politica per l'integrazione.
" Incentivare la ristrutturazione ed il recupero dei palazzi disabitati e fatiscenti del centro.
" Incentivare l'affitto regolato e "concordato" delle case del centro, soprattutto per gli studenti universitari fuori sede.
" Incentivare la nascita di attività commerciali finalizzate all'intrattenimento serale.

Sicuramente rendendo più vivo il centro storico anche il problema della sicurezza verrà ridotto, perché la presenza costante di gente scoraggia eventuali malintenzionati, ma l'azione della forza pubblica dovrà essere comunque sostenuta e rafforzata.
Indubbiamente il centro storico della nostra città è piccolo e privo di elementi culturali di spicco se comparato alle città con cui confiniamo, ma proprio per le sue dimensioni può risultare anche più gestibile.
Non dimentichiamoci che piazze e vicoli del centro sono da sempre luoghi dove i cittadini si incontrano, dove vivono e dove si realizzano reti di relazione importanti; per alimentare il senso di appartenenza alla comunità cittadina e per mantenere la coesione sociale, non può certo essere ridotto a semplice centro commerciale all'aperto ma deve avere un ruolo fondamentale e di riferimento per tutti i cittadini, per il ruolo di aggregazione e di attrazione che deve sempre più esercitare, soprattutto nei confronti delle giovani generazioni, ma non solo.

Sviluppo sostenibile: città più vivibile e sicura.

La città di Reggio Emilia oggi si trova di fronte a sfide importanti da cui trarre vantaggi per la sua collocazione in area vasta nei prossimi anni.
Servono politiche strategiche fondate su una precisa idea di città che porti a uno sviluppo qualitativo fondato su cinque-sei priorità:

" esiste la necessità di procedere con determinazione nell'affermare il livello di prim'ordine della nostra città nell'ambito medio-padano: Reggio si trova al centro di un bacino importante fra Parma, Modena, Mantova e l'asse Tirreno-Brennero e per questo è stata scelta come sede della fermata Medio-Padana dell'Alta Velocità. Occorre portare avanti i progetti strategici e di area vasta impostati negli ultimi anni all'interno degli strumenti di pianificazione, accrescendo la facoltà di "fare sistema" con i vari soggetti e livelli della pubblica amministrazione, senza escludere altresì gli attori privati, fondamentali per la buona riuscita dei progetti. "Fare sistema" che significa anche mettere insieme tutte le risorse finanziarie necessarie a recepire fondi per finanziare le opere in corso o in fase di progettazione.
" Occorre completare il sistema di tangenziali urbane all'abitato, tenendo conto della necessità di avviare al più presto i lavori per la tangenziale di Canali e per la tangenziale Nord fra San Prospero e Cavazzoli. Nel contempo serve un impegno forte per sbloccare l'iter procedurale della tangenziale di villa Bagno, parallelamente alla progettazione della cosiddetta via Emilia bis a nord delle frazioni Pieve, Cella e Cadé.
" Servono politiche decise sulla mobilità intensificando i collegamenti degli autobus urbani fra centro e periferie e investendo risorse sul sistema intermodale dei trasporti, che punti anche alla realizzazione di nuovi parcheggi di attestamento e delle linee di metropolitana Reggio-Due Maestà e Reggio-Cavriago e quindi sulla elettrificazione delle linee ferroviarie provinciali.
" Non bisogna rinunciare alle opere di mitigazione ambientale a margine degli abitati e delle nuove opere infrastrutturali: è sempre più evidente l'esigenza di creare un cuscinetto verde boschivo e attrezzato nella prima cintura urbana in modo da garantire vivibilità ai quartieri ampliando altresì le zone trenta alla periferia e alle frazioni, assieme alla rete di percorsi ciclopedonali.
" Servono politiche di coesione sociale all'interno dei quartieri e delle frazioni privilegiando l'aspetto comunitario di un luogo e tutte le peculiarità sociali private e pubbliche (dai servizi di quartiere al commercio al dettaglio) che caratterizzano un determinato contesto territoriale.
" Occorre rilanciare il ruolo dei punti di forza della città su scala nazionale e internazionale: dalle scuole dell'infanzia, al Primo Tricolore, agli itinerari e ai prodotti eno-gastronomici, alla nostra industria d'eccellenza, al polo fieristico e sportivo della zona nord, ai luoghi del sapere e della sicurezza sociale, sino alla storia dell'urbanistica novecentesca di Reggio, patrimonio spendibile e studiato nei principali atenei del nostro paese.

Vi è il bisogno quindi di un coordinamento delle politiche strategiche e dei soggetti attuatori che contribuiscono a rinvigorire di giorno in giorno il sistema Reggio per dare vita a importanti priorità (poche ma buone) di sviluppo, coinvolgendo tutti i settori: dal pubblico al privato, dall'ente pubblico all'associazionismo, alle organizzazioni dei lavoratori, sino agli enti regionali e statali tenendo presente che le opere si finanziano e si fanno grazie al contributo di tutti i livelli della pubblica amministrazione e degli attori privati.

Cogliamo infine la sensibilità di tutta la cittadinanza riguardo al tema della sicurezza e della legalità. Se vogliamo associare all'idea della sicurezza il valore e l'ideale di libertà, riteniamo importante favorire l'istituzione di "commissariati di quartiere", la presenza cioè delle forze dell'ordine nelle varie zone della città, non necessariamente corrispondenti alle circoscrizioni, ma almeno nelle quattro grandi zone in cui è divisibile territorialmente il capoluogo; crediamo cioè, che la presenza più vicina alla popolazione delle forze dell'ordine, che nel contempo possono acquisire una più capillare e pertinente conoscenza del territorio, sia strategica per consolidare quel senso di sicurezza associabile alla libertà.

Contributo dall'assemblea regionale dell'E.R. dei giovani eletti SG

La legge regionale 20 del 2000 ridisegna completamente il quadro normativo sulle politiche urbanistiche degli enti locali del nostro territorio. Sono stati ribattezzati e modificati vecchi strumenti urbanistici e ne sono stati introdotti alcuni nuovi. Alla base di questa riforma delle politiche urbanistiche emerge il principio che l'ente pubblico deve governare lo sviluppo del suo territorio, indirizzando la crescita e bilanciando il consumo del territorio con la realizzazione di nuovi servizi per la cittadinanza. In questo quadro pensiamo che i giovani possano compartecipare ai benefici derivati da questi nuovi strumenti urbanistici.

" Crediamo che il nuovo Piano Strutturale Comunale del Comune di Reggio Emilia debba contenere chiare linee di indirizzo a favore dell'introduzione sul mercato immobiliare del territorio di abitazioni a prezzo d'acquisto o di affitto agevolato destinate prioritariamente alle giovani generazioni. Il PSC è una specie di "costituzione del territorio" di un Comune, pensiamo sia giusto che tra le linee guida definite da questo nuovo strumento urbanistico sia riservata un'attenzione verso le giovani generazioni.

" Proponiamo che in fase di contrattazione (nel Piano Operativo Comunale) con i costruttori l'Amministrazione comunale individui una parte delle dotazioni urbanistiche in abitazioni da vendere ai giovani a prezzi concordati. Nel primo caso si dovrà fissare un prezzo di vendita al di sotto della media del mercato e definire in una convenzione con il costruttore (nel Piano Urbanistico Attuativo) i parametri per ottenere la priorità. I comuni dovranno quindi predisporre graduatorie che tengano conto dell'età, del reddito, della costituzione di un nuovo nucleo famigliare (sia sposato che di fatto).

" Pensiamo si debba riservare attenzione anche ai giovani diversamente abili realizzando un progetto già sperimentato in alcune realtà del nostro territorio. Tale progetto prevede che in sede di POC si destini un numero di abitazioni per la creazione di case auto-gestite da giovani diversamente abili, dando loro la possibilità di vivere in autonomia dalla famiglia. Queste case dovranno essere assistite dai servizi sociali del comune. Il progetto raccoglie il sostegno anche delle famiglie, essendo un modo per garantire ai ragazzi la possibilità di vivere anche senza il supporto dei genitori.

Conclusioni

La politica si trova oggi ad avere davanti a sé sfide decisive per il futuro dal nostro Paese e della nostra Città. La Coalizione di centrosinistra che andrà a presentarsi agli italiani nel prossimo Aprile, dovrà tenere ben presente che il miglioramento della qualità della vita non dipende solo dallo sviluppo quantitativo ed economico del Paese. Nella fase storica nazionale e internazionale in cui ci troviamo, le scelte decisive saranno quelle innovative sul piano qualitativo e non quantitativo dello sviluppo: una società più coesa, serena e con prospettive per il futuro migliori deve essere costruita su tutti i livelli di governo e di amministrazione, a partire dal governo centrale fino ad arrivare alle realtà delle circoscrizioni e dei quartieri. I cosiddetto disagio giovanile non può essere caricato sul groppone di questa o di quella amministrazione, ma è una questione generazionale che coinvolge tutti i livelli di partecipazione e di decisione. Richiamiamo dunque non solo la giunta della nostra città, ma l'intera classe dirigente di centrosinistra del nostro Paese a farsi carico della difesa dei diritti e delle opportunità per le giovani generazioni, ad ogni livello di competenza, in un'ottica di maggiori prospettive per il futuro dei giovani del Paese e, quindi, del Paese stesso.