"La
Libertà, non è star sopra un albero,
non è neanche il volo di un moscone.
La Libertà non è uno spazio libero,
Libertà è partecipazione."
G. Gaber
La
parola Libertà, negli ultimi anni, ha
vissuto i suoi momenti peggiori. Violentata
da troppe guerre condotte in suo nome da chi,
nei fatti, ben più della libertà
ha a cuore il potere. Irrisa dal centrodestra
italiano in questi anni al governo, che ha deciso
di imprigionarla nel suo nome per coprire tendenze
autoritarie e alleanze con movimenti xenofobi
o razzisti, privilegi e ingiustizie sociali.
Asfissiata da dogmi, dottrine, ideologie tanto
da diventare, nella migliore delle ipotesi,
la parodia di se stessa: libertà, con
la minuscola.
Noi,
ragazze e ragazzi della Sinistra Giovanile di
Reggio Emilia, proprio da qui vogliamo ripartire.
Dal significato più profondo di una semplice,
complicatissima parola.
Dalla
Libertà per cui hanno combattuto i nostri
nonni durante la Resistenza, alla Libertà
di compiere le nostre scelte di vita liberi
da condizionamenti economici o culturali. Dalla
Libertà di amare alla Libertà
di vivere. Dalla Libertà dal bisogno
e dalla paura alla Libertà di essere.
Libertà.
E
ripartire dalla necessità di difenderla,
questa Libertà, di difenderla ogni giorno
e di attrezzarci con strumenti che ci possano
permettere di allargarla il più possibile,
di farla crescere e con essa di far crescere
e rendere migliore il mondo in cui viviamo.
Darci
una forma di Libertà che sappia continuamente
rigenerarsi, attualizzarsi, dilatarsi fino a
ricomprendere ogni ambito della nostra vita.
Una
Libertà che si affermi attraverso l'incontro,
il confronto, la discussione e l'impegno di
ognuno, e che sia riconosciuta a tutte le donne
e a tutti gli uomini, perché non potremo
essere liberi e felici finché non lo
saranno tutti. La libertà è partecipazione.
In
questi anni abbiamo avuto modo di costruirla,
la nostra Libertà.
Con
la volontà, l'impegno e la passione di
tante compagne e di tanti compagni abbiamo costruito
il nostro mondo, un mondo fatto di idee, cultura,
socialità, solidarietà, uguaglianza.
Un mondo che vive di condivisione, partecipazione,
impegno.
A
poco a poco, questo nostro mondo si è
allargato. E' entrato nelle scuole, all'università,
nelle feste de l'Unità e nei luoghi della
cultura e dell'aggregazione giovanile. E' entrato
nella vita di tante ragazze e di tanti ragazzi
che hanno deciso di entrare a far parte di questo
mondo e di impegnarsi affinché un mondo
come questo sia accessibile a tutti.
Per
questo in questi anni abbiamo cercato di darci
gli strumenti per trasformare il mondo che ci
sta attorno, cercando di dimostrare che ciò
che è già una realtà, può
diventare la Realtà. Per questo abbiamo
scelto di impegnarci a fondo per trasformare
la politica e metterla al servizio di questo
progetto.
Ma
da qualcosa occorre pur partire, e abbiamo deciso
di partire da quello che siamo. Giovani.
Partire
da noi, dai giovani e dai problemi sempre più
drammatici che i giovani in questi anni si sono
trovati a dover affrontare.
Da
un sistema formativo sempre meno inclusivo e
sempre meno interessato alla qualità
dell'insegnamento e a trasmettere un sapere
critico, ad un università incapace di
valorizzare le intelligenze e di investire sull'innovazione,
per arrivare ad un mondo del lavoro che condanna
milioni di giovani ad una precarietà
assoluta e priva di ogni garanzia o prospettiva,
impedendo loro anche solo l'idea di un progetto
di vita autonomo.
Per
non parlare di diritti civili, accesso alla
cultura, possibilità di investire sulle
proprie idee, o di una degenerata idea di legalità
a senso unico che si traduce in impunità
per chi se la può permettere e sproporzionato
rigore verso tutti gli altri, in particolar
modo verso i giovani.
Basti
pensare alle norme proibizioniste promosse dal
governo in materia di droga, che equiparano
droghe leggere e droghe pesanti e rischiano
di produrre una vera e propria emergenza sociale,
spingendo milioni di giovani nell'illegalità
e criminalizzando comportamenti socialmente
innocui, oltre che diffusi: la prospettiva di
uno stato etico immobile e pregno del peggior
tradizionalismo, si fa sempre più realistica.
Anche
guardando fuori dal nostro paese, la situazione
non è migliore.
Un
ambiente ormai devastato nel nome del profitto
di pochi privilegiati, la negazione sistematica
di diritti che dovrebbero essere universali
ma che poi così universali non sono,
la sistematica incapacità della politica
e delle organizzazioni internazionali di mediare
e risolvere pacificamente il confronto e le
controverse tra stati, civiltà e culture
hanno generato, in questi anni, un sentimento
di insicurezza diffusa e radicalizzato un confronto
che potrebbe essere proficuo per tutte le parti
in causa.
Possiamo
dunque dire che il mondo che erediteranno le
giovani generazioni sarà un mondo complicato,
pieno di contraddizioni da risolvere e da sanare.
Un eredità gravata da una pesantissima
tassa di successione, ma di cui da anni come
Sinistra Giovanile abbiamo deciso di occuparci,
tanto con la partecipazione critica e ragionata
ai movimenti di massa degli ultimi anni quanto
attraverso il movimento per una globalizzazione
più giusta e quello per la pace e contro
la guerra in Iraq, fino al nostro impegno intenso
e costante fatto di campagne di sensibilizzazione
politica e iniziative di solidarietà.
Oggi,
finalmente, assistiamo al concretizzarsi di
una prospettiva nuova: le prossime elezioni
politiche possono dare un nuovo governo al nostro
paese. Un nuovo governo che dovrà porsi
come obiettivo primario quello di ridare una
speranza alle giovani generazioni, abbattendo
le troppe barriere che impediscono a troppe
ragazze e a troppi ragazzi di avere piena cittadinanza
nel nostro paese e ridando slancio al progetto
europeo, sempre più fondamentale di fronte
alla necessità di dare risposte avanzate,
solidali e sostenibili ai problemi che affliggono
il nostro mondo.
Perciò
rivendichiamo la nostra scelta al fianco e all'interno
del partito dei Democratici di Sinistra: perché
crediamo nella politica e nella prospettiva
di cambiamento incarnata dal nostro partito,
dal progetto della federazione dell'Ulivo e
dal programma sviluppato dall'Unione a sostegno
della candidatura di Romano Prodi alle prossime
elezioni politiche.
Crediamo
però che questo non possa bastare, che
l'unico riformismo possibile sia quello che
trova la sua sostanza stessa nella partecipazione.
Non
esiste alchimia politica che possa dare risposte
efficaci e condivise alle domande poste dalla
società di oggi senza passare attraverso
momenti di confronto e condivisione il più
possibile capillari ed estesi, senza stimolare
una mobilitazione permanente delle intelligenze,
delle coscienze e delle energie che animano
il nostro paese.
Una
mobilitazione che deve necessariamente essere
guidata dalla politica, una politica che deve
darsi l'arduo obiettivo di rifuggire qualsiasi
compromesso al ribasso per ricercare la sintesi
più elevata possibile.
Per
questo noi, ragazzi e ragazze della Sinistra
Giovanile di Reggio Emilia, sentiamo la necessità
di aprire spazi di partecipazione il più
possibile ampi e inclusivi, attraverso i quali
dare linfa a questo grande progetto di cambiamento.
Per questo desideriamo aprire la nostra organizzazione
a tutte quelle ragazze e quei ragazzi che, animati
dagli ideali di libertà, eguaglianza
e giustizia che hanno guidato e guidano il nostro
presente e il nostro passato, possono dare un
contributo per costruire un futuro in cui, finalmente,
tutti possano davvero essere liberi e felici.
Aprendo
il percorso di questa conferenza programmatico/organizzativa,
strutturatosi nelle scorse settimane in una
serie di assemblee di zona e, nei mesi scorsi,
in vari forum tematici legati ai temi che più
da vicino toccano le giovani generazioni, ci
siamo proposti di riflettere su di noi, sulle
nostre priorità, sulle nostre proposte
e sugli strumenti che intendiamo darci per dare
sostanza alle nostre idee.
Siamo
consapevoli, però, della necessità
di non considerare questa assemblea un punto
di arrivo ma un nuovo punto di partenza, per
sviluppare seguendo le direttrici indicate da
questo documento programmatico e dalle riflessioni
in esso contenute un impegno politico consapevole
ed efficace.
Senza
individuare dogmi di qualsiasi tipo, senza la
pretesa di dare una lettura completa ed esaustiva
della realtà, ci proponiamo di portare
a sintesi il lavoro di questi anni e di farne
un solido punto di partenza per questo difficile,
necessario ed entusiasmante viaggio verso un
futuro migliore.
Scuola
In
questi anni la Sinistra Giovanile, sia a livello
nazionale, che a livello provinciale, si è
spesa molto sui temi della scuola e ha partecipato
pienamente al movimento studentesco, dapprima
nelle manifestazioni e nelle proteste, poi nella
costruzione e nel radicamento di proposte e
idee per una nuova scuola. Nella nostra Provincia,
il rapporto col mondo della scuola e degli studenti
è segnato dalla splendida collaborazione
tra la Sg e l'associazione studentesca Sx -
Studenti di Sinistra, che aderisce a livello
nazionale al network Studenti di Sinistra. Sx
è presente da anni sulla scena della
politica studentesca reggiana, ed è stata
protagonista del movimento studentesco a Reggio
Emilia. Gli studenti che aderiscono all'associazione
sono impegnati attivamente all'interno delle
loro scuole; molti di loro sono eletti nei Consigli
d'Istituto, e nella Consulta Provinciale degli
Studenti. Il rapporto tra Sg e Sx è improntato
sulla collaborazione e sul sostegno reciproco,
ma soprattutto da una naturale condivisione
di idee politiche sulla scuola e su molti altri
temi.
La
scuola pubblica della Moratti e di Berlusconi
Il
Governo Berlusconi in questi anni ha puntato
molto sulla riforma della scuola, e l'ha affidata
alla logica perversa del ministro Letizia Moratti
e dei suoi collaboratori, con una legge delega.
Ma se questa scelta di evitare il confronto
parlamentare potrebbe essere parzialmente giustificata
dalla necessità di un'azione rapida e
incisiva, è assolutamente insensato e
autoritario come il Ministero abbia rifiutato
di confrontarsi a ogni livello con il mondo
della scuola e le sue componenti. A partire
dalla farsa degli Stati Generali del 2001, il
Ministero si è mostrato sistematicamente
sordo anche agli scioperi e alla mobilitazione
degli insegnanti e all'ondata di manifestazioni,
autogestioni e occupazioni promosse dagli studenti;
ha progressivamente delegittimato la Conferenza
Nazionale dei Presidenti delle Consulte, non
soltanto togliendo fondi, ma anche ostacolando
in ogni modo l'elaborazione di proposte e la
critica. Questa legge è stata inoltre
discussa, contestata, rifiutata oltre che dall'intero
mondo della scuola, dagli Enti Locali, e da
ultimo anche bocciata nei suoi decreti sulla
secondaria superiori nella Conferenza Stato-Regioni
dell'ottobre 2005.
Una controriforma che è figlia di una
decisione politica molto chiara presa da questa
maggioranza e che si delinea tra le righe come
leitmotiv del progetto per un'Italia berlusconiana:
una società basata sull'immobilità
e sulla stratificazione sociale, sulla disparità
di possibilità a seconda del reddito,
e sull'ignoranza della popolazione. Ad una scelta
politica precisa come questa, noi vogliamo opporre
una scelta diversa, strutturata e altrettanto
forte; vogliamo una scuola che sia strumento
primario di inclusione sociale e di abbattimento
delle disuguaglianze, che dia le stesse possibilità
a tutti, indipendentemente dalle caratteristiche
socio-economiche della famiglia di provenienza,
che sia motore del cambiamento dell'Italia,
base del suo rilancio economico, secondo gli
obiettivi delineati dalla Strategia di Lisbona.
Riforma
della scuola secondaria superiore ha significato
per questo governo l'introduzione del doppio
canale, istruzione liceale da un parte e formazione
professionale dall'altro; l'eliminazione degli
istituti tecnici, che tanto hanno sostenuto
il tessuto produttivo italiano; ha significato
anche chiedere agli studenti di scegliere troppo
presto che indirizzo dare alla propria vita,
spostando la scelta tra istruzione e formazione
a 13 anni, rendendola così estremamente
influenzabile dalle condizioni culturali ed
economiche delle famiglie; l'introduzione di
un obbligo a 18 anni fittizio, chiamato genericamente
"diritto-dovere" allo studio.
Ma soprattutto, per questo Governo, riformare
la scuola ha voluto dire tagliare il più
possibile, togliere risorse importanti alla
scuola pubblica, dequalificandola, finanziando
nel frattempo con i "buoni-scuola"
le famiglie che volessero iscrivere i figli
alle scuole private. Tagli nei finanziamenti
alle scuole di ogni ordine e grado, bilanci
dimezzati alle Consulte Provinciali, ritardi
nelle assegnazioni degli stipendi dei docenti,
da ultimo anche azzeramento dei compensi dei
docenti per le gite. A questo si aggiungono
costi sempre maggiori dei libri di testo, ma
anche dei trasporti; una situazione disastrosa
per quello che riguarda l'edilizia, soprattutto
al Meridione; la carenza endemica di strutture
e di servizi per gli studenti.
Nel
2000, con la Strategia di Lisbona, l'Unione
Europea ha stabilito gli obiettivi che l'Europa
dovrà raggiungere entro il 2010, con
il progetto di costruire un'economia basata
sulla conoscenza, competitiva e dinamica, che
realizzi una crescita sostenibile, con nuovi
e migliori posti di lavoro e con una maggiore
coesione sociale. Si parla di portare il tasso
di occupazione al 70%, ed aumentare la presenza
di donne (fino al 60%) e di persone tra i 55
e 64 anni (fino al 50%), ma soprattutto si chiede
di alzare la qualità dell'occupazione:
chiave di tutta la Strategia di Lisbona è
infatti la formazione, intesa sia all'interno
delle scuole, che rivolta ai lavoratori, per
aggiornarli costantemente e rinnovare le loro
competenze; si chiede una riduzione drastica
dell'analfabetismo, anche attraverso le nuove
tecnologie. L'Italia di Berlusconi non solo
non ha seguito questa linea, ma se ne è
decisamente allontanata. È il momento
di prendere sul serio le indicazioni di Lisbona,
e cominciare a vedere come perno dello sviluppo
economico la conoscenza; e quindi essere pronti
a investire in formazione e ricerca. Dobbiamo
prendere a martellate l'idea secolare, ormai
radicata nella mentalità italiana, che
la cultura stia da un'altra parte rispetto all'economia
e alla produzione, che l'educazione crei divisione,
formando elite, invece di unificare. La conoscenza,
la ricerca, la formazione sono l'unica base
che può dare slancio alla nostra economia
immobile, e l'unico strumento che può
renderci competitivi, anche verso quei paesi
che tagliano sui diritti dei lavoratori.
La
scuola che vogliamo
La Sinistra Giovanile e Sx-Studenti di Sinistra
chiedono all'Unione di Romano Prodi un impegno
prioritario sui temi della scuola e dell'istruzione.
È necessario superare nettamente il capitolo
"Moratti" e aprire una nuova fase
di profonda riforma e modernizzazione.
Il
nucleo centrale non è mai stato per noi
il futile dibattito "abroghiamo, cancelliamo
o riformiamo?", ma piuttosto il riassetto
reale del sistema dell'istruzione e il finanziamento
di questo riassetto, le proposte vere e concrete
per migliorare le condizioni della scuola pubblica
italiana.
La
sfida più grande è senz'altro
quella di abbattere la dispersione scolastica
e il basso tasso di successo formativo; a questa
si affianca la necessaria lotta alla canalizzazione
precoce, che genera una rigida stratificazione
sociale.
In
quest'ottica è necessario ripristinare
il sistema degli istituti tecnici, ma anche
ripensare la didattica, oggi relegata sostanzialmente
a ore di insegnamento frontale; creare una scuola
che a tutti i livelli, anche ai licei, si faccia
portatrice di un'unione tra sapere e saper fare,
come arricchimento indispensabile del bagaglio
di conoscenze e competenze di ogni studente.
Obiettivo imprescindibile della scuola deve
essere la formazione di uno spirito critico,
ma anche l'assorbimento da parte dello studente
di strumenti che gli diano modo di interpretare
la realtà ed adattarsi ad un mercato
del lavoro sempre più flessibile. Inoltre
questi strumenti dovrebbero servire a dare la
base su cui costruire quella formazione permanente,
quel "life long learning" che tanto
viene caldeggiato nell'agenda di Lisbona.
Momento primario di questa ritrovata integrazione
tra astrazione e praticità deve essere
il biennio unitario della scuola superiore,
strumento irrinunciabile di ulteriore formazione
culturale e di assimilazione di conoscenze e
competenze indispensabili allo studente per
il proseguimento del percorso formativo. Questo
biennio dovrebbe essere caratterizzato, a nostro
parere, dalla convivenza di diverse esperienze,
ma soprattutto da un progetto di orientamento
permanente, che di davvero agli studenti la
possibilità di una scelta consapevole.
Chiediamo inoltre una ridefinizione degli stages,
esperienze che spesso sono solo momenti in cui
le aziende possono usare gli studenti, senza
insegnargli nulla, ma che se fatti bene sono
uno strumento molto utile. Sarebbe saggio istituire
forme di controllo, ove non presenti, della
qualità degli stages effettuati, magari
affidando questo compito agli Assessorati all'istruzione
delle Province.
Al biennio unitario, in quest'ottica di lotta
alla dispersione scolastica, si affianca l'obbligo
scolastico a 16 anni (con l'obiettivo di alzarlo
fino ai 18).
Ma la riforma delle strutture non può
bastare a curare i grandi mali della nostra
scuola.
L'investimento
di risorse deve essere la prima azione da intraprendere,
nella consapevolezza che è la scuola
a dover necessariamente essere il punto di partenza
per rimettere in moto l'economia dell'Italia;
dalla conoscenza, dalla formazione deve arrivare
la spinta propulsiva per l'intero paese.
È necessario un piano straordinario per
l'edilizia scolastica, che sani le lacune profonde,
presenti al Meridione, ma non solo. È
necessario valorizzare le risorse umane e quindi
abbattere la precarietà dei lavoratori
della scuola, in particolare dei docenti poiché
questa incide anche sull'apprendimento degli
studenti e si riflette in una categoria ormai
frustrata, socialmente poco considerata.
In questo senso non sarebbe produttivo introdurre,
come già tentato in passato, un sistema
di valutazione, che farebbe aumentare ancora
di più la sensazione di sentirsi perennemente
sotto pressione, senza prima mettere a sistema
l'impegno e la passione che gli insegnanti hanno
dimostrato in questi anni; è necessario
un nuovo sistema di formazione e aggiornamento
permanente, sui contenuti e i metodi realmente
d'interesse per un insegnante, non corsi sull'applicazione
della legge sulla privacy ai registri; un sistema
che faccia sentire le scuole comunità
che imparano costantemente e si configurano
come piccole cellule di ricerca e approfondimento.
Ma
il primo obiettivo è la creazione di
una ampia politica di diritto allo studio, basate
sulle borse di studio e sull'abbattimento dei
costi scolastici, sia dei libri di testo, dei
trasporti e dei materiali, sia delle tasse e
dei contributi. Questo sostegno agli studenti
e alle famiglie è imprescindibile per
riequilibrare la grande disparità di
possibilità formative e svincolare il
successo formativo di uno studente dal reddito
e dal contesto culturale della sua famiglia.
Vogliamo una scuola che promuova eccellenze,
ma senza lasciare indietro nessuno; e soprattutto
senza abbandonare quegli studenti che hanno
difficoltà nella formazione a causa di
ostacoli socio-economici. Si è detto
spesso, "una scuola di tutti e di ciascuno",
che si articoli eventualmente su più
livelli di apprendimento, che dia strumenti
a tutti, ma che crei anche gli spazi per l'acquisizione
di competenze elevate, in grado di stimolare
e sostenere la ricerca, e quindi l'innovazione
così necessaria alla crescita culturale
ed economica del nostro Paese.
Il
diritto allo studio deve essere anche visto
come primo baluardo dell'integrazione, nell'ottica
di una società in movimento, aperta e
multiculturale. Si stima che in 10 anni gli
studenti immigrati saranno più che raddoppiati,
passando a 700.000. Una seria riforma della
scuola deve tener conto di questa questione,
e trasformarla da "spina nel fianco"
a ricchezza culturale. In questo senso riteniamo
importante l'inserimento di spazi appositi nei
piani didattici, da dedicare all'educazione
civica, all'attualità e alla discussione
tra studenti e insegnanti. Chiediamo che questo
spazio si crei da subito con la ridefinizione
dell'"ora di religione cattolica",
che appare del tutto superata dalla realtà
della nostra scuola. Non riteniamo sbagliata
l'idea di un insegnamento di più religioni,
quindi una conoscenza vasta che favorisca la
tolleranza, ma ci sembra molto più pressante
la necessità di uno spazio in cui gli
studenti possano confrontarsi con i principi
cardine delle democrazie e acquisiscano gli
strumenti per interpretare la realtà;
ad esempio attraverso la lettura e il commento
dei quotidiani, attività che molti insegnanti
stanno promuovendo autonomamente, ma che dovrebbero
rientrare nella didattica nazionale. Obiettivo
essenziale del sistema educativo è per
noi infatti la formazione dell'individuo - cittadino,
l'acquisizione di conoscenze tali da sviluppare
un senso critico, la cultura della democrazia
e del confronto, sottolineando l'importanza
della Costituzione, delle libertà di
pensiero e parola; la scuola deve formare potenziali
lavoratori, ma anche e soprattutto soggetti
capaci di agire nel loro contesto sociale, di
comprendere e interpretare la complessità
del mondo che li circonda, di non essere passivi
di fronte al dibattito politico e ai grandi
avvenimenti; la scuola è per noi il primo
strumento per distruggere quell'apatia e quell'indifferenza
che a tratti appaiono come la cifra della nostra
generazione.
Scuola e territorio
Gran
parte delle proposte dei Democratici di Sinistra
sulla scuola si basano sull'introduzione e sul
potenziamento delle autonomie scolastiche. L'Emilia
Romagna si presenta come avanguardia in questo
campo, con risultati buoni, ma pesantemente
penalizzati dai tagli del governo e dall'eccessiva
burocratizzazione.
Noi
riteniamo che sia necessario snellire questi
processi e incentivare le autonomie, creando
una rete tra le scuole; questo, non solo per
promuovere la scelta consapevole di un' offerta
formativa didatticamente efficace, ma anche
affinché le scuole si rendano concrete
interpreti del territorio, e creino una relazione
con il tessuto produttivo.
Questa
relazione non deve tradursi però in un
intervento delle aziende all'interno delle scuole
(con progetti o finanziamenti più o meno
interessati), né tanto meno nell'idea
di scuola come azienda, tanto cara al premier
Berlusconi, ma piuttosto una "scuola nella
azienda", cioè la creazione di una
cultura della formazione permanente, nella consapevolezza
che senza il sapere non vi è sviluppo
economico, né sociale, e con l'obiettivo
di creare la società della conoscenza
delineata nella Strategia di Lisbona.
Parte
attiva di queste autonomie dovranno essere gli
organi collegiali, di cui auspichiamo una riforma.,
che veda finalmente riconosciuta la pariteticità
nei consigli di istituto tra la rappresentanza
degli studenti e quella dei docenti, diminuendo
magari lo spazio dato ai genitori, almeno nelle
scuole superiori . Con l'obiettivo di "fare
rete" dobbiamo dare sempre più spazio
e possibilità di decidere a chi la scuola
la vive e la fa, cioè docenti, studenti
e personale A.T.A..
Altra
parte integrante di questo sistema di autonomie
sono gli Enti Locali, che vanno coinvolti nel
sistema scolastico, proprio per amplificare
le possibilità di relazioni e la solidità
della "rete", e creare insieme quei
rapporti con il territorio e con le strutture
produttive.
Consulte Provinciali degli Studenti
Fulcro
e raccordo della rete di rapporti tra scuole
ed Enti Locali deve essere per gli studenti
la Consulta Provinciale. Non solo il nostro
impegno in questo campo deve essere intenso
a livello locale, con una folta rappresentanza
di Sds in ogni Consulta, ma anche a livello
nazionale, con la Conferenza Nazionale dei Presidenti.
Ma oltre alla presenza massiccia e al lavoro
per le elezioni della Consulta, dobbiamo promuovere
a livello nazionale una campagna che di visibilità
e importanza alle attività delle Consulte
sul territorio, ma soprattutto ridia un ruolo
forte e credibile alla Conferenza Nazionale.
Chiediamo inoltre che vengano costituiti i coordinamenti
regionali delle Consulte, ove ancora non presenti,
e che sia loro dato valore e spazi di intervento.
È importante che le Consulte siano favorite
nel loro lavoro di tessitura di rapporti con
gli Enti Locali e siano punti di riferimento
all'interno delle Regioni e delle Province,
affinché possano incidere realmente sulla
vita degli studenti che rappresentano. Fondamentale
sarebbe renderle organi propositivi, cioè
in grado di presentare con forza le loro idee
alle Province e alle Regioni, e influenzare
con proposte strutturate l'elaborazione delle
politiche degli Assessorati sull'istruzione,
la cultura e i giovani. Questo carattere propositivo
deve essere poi applicato a livello nazionale,
dando peso ai documenti e alle idee della Conferenza
Nazionale dei Presidenti, unico organo davvero
rappresentativo degli studenti, perché
democraticamente eletto a ogni livello. Il Ministero
dovrà confrontarsi con la Conferenza
Nazionale e non convocarla sporadicamente per
provare a legittimarsi, senza poi ascoltarla,
come è stato fatto in questi anni. Anche
dalla Conferenza Nazionale dovranno passare
le decisioni sul futuro della nostra scuola.
La partecipazione e il movimento studentesco
Negli
anni del Governo Berlusconi la protesta contro
le leggi, e in particolare contro la legge 53,
non è rimasta confinata tra i banchi
dell'opposizione parlamentare, ma è scesa
nelle piazze ed è entrata nelle scuole.
Gli studenti si sono opposti con grande forza
all'azione della Moratti, creando collettivi
e associazioni, manifestazioni, proteste, sit-in,
autogestioni e occupazioni delle scuole.
La
nostra provincia è stata tra le prime
a mobilitarsi in modo massiccio e la protesta
è stata viva e produttiva in termini
di partecipazione. Sx e la Sg sono state componenti
attive di queste proteste, e hanno potuto coinvolgere
al loro interno molti studenti.
Nell'ipotesi
di un governo dell'Unione sarà necessario
che le nostre organizzazioni, a livello locale
e nazionale, si facciano portavoce delle istanze
espresse dagli studenti e chiedano un coinvolgimento
attivo della componente studentesca nella creazione
di una nuova scuola pubblica.
Una
riforma anche buona, ma creata senza coinvolgere
gli studenti e gli insegnanti, una azione di
riforma che non si rapporti costantemente con
il mondo reale della scuola non creerebbe quel
cambiamento netto che tutti auspichiamo.
Finora
l'Unione non ha fatto venir meno questo impegno
di condivisione e i DS hanno accolto le istanze
della Sg e di SdS e le hanno fatte proprie nel
contributo da loro dato al programma dell'Unione.
È
in questo senso, di allargamento della partecipazione
e di azione condivisa con i docenti, gli studenti,
i sindacati, che si può trovare la soluzione
adatta alla creazione di una nuova scuola pubblica.
C'è
grande attesa per l'azione sulla scuola di un
eventuale governo dell'Unione, non solo a causa
del disastro morattiano, ma soprattutto per
la grande partecipazione che la protesta contro
quella riforma ha avuto; l'Unione dovrà
incanalare questa attesa, evitando gli errori
di metodo fatti con la riforma Berlinguer, condividendo
le sue scelte e confrontandosi con l'intero
sistema-scuola.
Un'associazione studentesca
Se
la prospettiva di trovare il 10 Aprile una maggioranza
di centro sinistra è senz'altro quanto
di più auspicabile, questa eventualità
ci mostra la necessità di rideclinare
le caratteristiche e i metodi dell'associazione
studentesca; il nostro obiettivo è e
rimane quello di combattere l'indifferenza che
attanaglia gli studenti e in generale i giovani.
In questo senso un eventuale governo dell'Unione
non sembrerebbe a noi favorevole, per il rischio
di perdere contatto con quella parte della popolazione
studentesca che si era sentita coinvolta dalla
protesta contro la Riforma Moratti e che vedendola
sorpassata, potrebbe riprecipitare nell'apatia.
D'altra parte è impensabile per noi abbandonare
l'impegno nel movimento studentesco e abbassare
lo stato d'allerta sulla scuola pubblica, illudendoci
che con la vittoria del centro-sinistra tutto
magicamente vada a posto: il nostro ruolo dovrà
essere ben più forte e le nostre idee
più strutturate; rifiutiamo un futuro
che ci veda relegati alla funzione di zona cuscinetto
tra gli studenti delle scuole e un Ministero
"amico". Noi non solo non siamo nati
per questo, ma soprattutto questo comportamento
significherebbe tradire tutto il nostro lavoro
di questi anni, che aveva l'obiettivo di abbattere
la Moratti non per poi smettere di essere protagonisti
e di lavorare, ma come primo passo per poter
cominciare a costruire dal basso una nuova scuola.
Noi dovremo avere la forza di esigere un coinvolgimento
nelle scelte strategiche che riguardano l'istruzione,
di chiedere un costante dialogo con le istituzioni
e di farci portavoce di tutte le istanze venute
dal mondo studentesco in questi anni. Nessuna
riforma potrà essere pienamente attuata
se non è creata dal Governo insieme agli
studenti e alle altre componenti della scuola;
la costruzione condivisa tra Ministero e studenti
deve essere un punto per noi irrinunciabile:
già il metodo infatti, già l'idea
stessa di una condivisione di progetti delinea
gran parte della nostra idea di scuola. Non
possiamo limitarci a chiedere riforme degli
organi collegiali o un nuovo ruolo centrale
per gli studenti all'interno di una riforma,
dobbiamo esigere di partecipare anche alla costruzione
stessa di quella riforma.
Inoltre dovremo riempire di proposte e contenuti
nostri quelle che saranno le proposte e le decisioni
del Ministero; ancora una volta, chiedere partecipazione
vuol dire usare quegli spazi che a gran voce
chiediamo; vuol dire impegnarsi in prima persona,
mettere in gioco tutte le nostre forze anche
all'interno delle singole scuole. Dobbiamo chiedere
di essere ascoltati, ma anche fare in modo che
quello che diciamo sia forte, incisivo, espressione
del mondo studentesco. Se chiediamo un ruolo
forte delle autonomie, e degli studenti all'interno
delle stesse, dobbiamo renderci conto che queste
idee non possono rimanere parole, ma devono
tradursi in fatti, in sudore, in rappresentanza
ma anche in protesta, in un protagonismo vero
e concreto.
Se
questo immenso e complesso lavoro dovrà
essere svolto chiaramente al livello nazionale
delle nostre associazioni, è pur vero
che senza un lavoro sul territorio, sia a livello
di studenti che a livello di rapporti con le
istituzioni, questo impegno risulterebbe poco
incisivo. Mentre l'Emilia Romagna si dimostrava
all'avanguardia sui temi dell'istruzione, con
la legge Bastico in particolare, in altre regioni
gli studenti si sono impegnati a promuovere
proposte di legge analoghe, sia tramite le loro
associazioni, Studenti di Sinistra in primis,
che tramite le consulte provinciali. Se questa
capacità di mobilitazione degli studenti
è servita finora per supplire le mancanze,
in un'ottica di governo dell'Unione andrà
usata per creare, per spostare sempre in avanti
gli obiettivi e dare nuovi e forti stimoli all'azione
di governo. Qui si inserisce la nostra organizzazione,
qui cominciano a entrare in gioco direttamente
i nostri studenti: è impensabile far
sentire forte la propria opinione se non si
tiene un contatto diretto con il mondo della
scuola nella sua quotidianità; è
dalle esperienze locali, e dall'impegno degli
studenti in queste esperienze che dobbiamo ripartire
e cambiare la scuola. Dobbiamo chiedere, ma
dobbiamo anche creare; dobbiamo reclamare spazi,
ma essere noi per primi a costruirli. È
necessario dunque un impegno nelle scuole e
nei territori, anche più intenso di quello
degli ultimi anni. Da Reggio Emilia in questo
senso dobbiamo pretendere molto, e cercare un
rafforzamento della nostra associazione. Dobbiamo
creare Sx - Studenti di Sinistra in quelle scuole
dove ancora non siamo presenti, e rafforzarci
nelle altre; nella Provincia ci sono spazi molto
ampi per far radicare l'associazione, e grandi
energie che, finora escluse dal movimento studentesco,
chiedono e aspettano di poter essere usate.
È fondamentale, ed è ciò
che prevalentemente abbiamo tentato di fare
negli ultimi mesi, tessere una tela di rapporti
con tutte le scuole della nostra provincia,
ed entrare in contatto con i rappresentanti
d'istituto e quindi con gli studenti, che pur
condividendo le nostre idee non fanno parte
di associazioni studentesche. Questo ha lo scopo
di includere e coinvolgere gli studenti nei
nostri progetti e nella nostra associazione,
e dove questo non fosse ancora possibile, renderci
punto di riferimento indispensabile nell'azione
del movimento studentesco. Tra le nostre azioni
più significative già adesso,
ma che va rafforzata ancora di più è
l'impegno nelle elezioni studentesche e quindi
la nostra presenza come rappresentanti degli
studenti nei Consigli d'Istituto. È questo
il genere d'impegno che può permettere
davvero un radicamento della nostra idea di
scuola, e un'apertura reale di prospettive di
partecipazione; i Consigli d'Istituto e la rappresentanza
studentesca non sono solo palestre di formazione
politica, ma sono soprattutto i primi cardini
dell'azione riformatrice per cui dovremo lavorare
e il primo terreno del protagonismo studentesco
e di un nostro impegno creativo e propositivo.
Fondamentale è e dovrà continuare
a essere il lavoro all'interno della Consulta
Provinciale degli Studenti, che vogliamo incarni
la nostra idea di rappresentanza attiva e propositiva,
e che sia di raccordo tra le scuole e gli enti
locali. Come hanno coraggiosamente fatto gli
studenti delle altre regioni, dobbiamo, anche
attraverso la Consulta, proporre le nostre idee
alle istituzioni, chiedendo dove necessario
che vengano tradotte in provvedimenti e disposizioni;
dobbiamo chiedere un rapporto stretto con gli
Enti Locali, la Provincia soprattutto; dobbiamo
rivendicare per la Consulta il ruolo di rappresentanza
reale di tutto il mondo studentesco e giovanile,
rendendo la Consulta un interlocutore imprescindibile
nelle decisioni sulle politiche scolastiche
e giovanili.
Non
possiamo pensare di scindere la nostra idea
di rappresentanza, attiva e propositiva, dalle
dinamiche del movimento studentesco. Come dalle
scuole, così anche dalle piazze deve
arrivare la spinta e la forza necessaria al
cambiamento; dobbiamo avere la forza di esprimere
chiaramente le nostre opinioni, ed esigere ascolto
e rispetto. Grande sostegno arriva all'Unione
dal movimento studentesco relativamente ai temi
della scuola, ma arrivano anche grandi richieste.
Noi dobbiamo incanalare queste richieste, strutturarle
in un'idea forte e completa, e farcene portatori
ad ogni livello. Il nostro ruolo, in un ipotetico
governo dell'Unione, non dovrà essere
quello di mediatori o di megafoni per il Ministero,
ma di interpreti e portavoce del movimento.
Questo non significa e non deve significare
cedere ai ricatti della piazza e di chi del
movimento tenterà di servirsi a ogni
minima occasione, ma impostare e radicare la
nostra idea di una nuova scuola pubblica, forti
della forza del movimento di questi anni e delle
esperienze del territorio e interpreti di quelle
spinte verso il cambiamento. Non avrebbe senso
creare una riforma, che seppur condivisibile,
non sia condivisa e non nasca dal basso, dalle
scuole, dalle piazze. Il movimento, di cui noi
dovremo essere un grande motore, dovrà
servire a tener viva l'attenzione su questo
nodo fondamentale e portare avanti in prima
persona e con forza le nostre priorità,
invece di limitarci a delegare la loro attuazione
al Ministero; il movimento come un continuo
promemoria, sempre attivo, che ricordi al Ministero
e al Governo le promesse precise fatte sul mondo
dell'istruzione.
Se effettivamente gli anni che ci attendono
saranno segnati dal Governo del Centro Sinistra
dobbiamo essere consapevoli che ci attende un
lavoro enorme e di grande importanza. Per svolgerlo
al meglio occorre necessariamente allargare
la partecipazione e rafforzare la nostra organizzazione,
soprattutto a livello nazionale. Sx ha sempre
apprezzato molto la struttura a rete, il "network"
di Studenti di Sinistra, come metodo per mettere
a sistema tutte le forze e le esperienze maturate
nei territori. Mantenendo le caratteristiche
di apertura e di flessibilità della rete,
dobbiamo però dare stabilità e
un ruolo forte alle strutture esecutive, tale
da dare ancora più visibilità
e incisività a SdS a livello nazionale.
Oltre a questo è necessario aumentare
il più possibile i momenti di confronto
dell'associazione nel suo complesso, affiancare
al tradizionale campeggio estivo, anche altri
momenti di dibattito/formazione, sull'esempio
del Seminario tenutosi a Milano nel settembre
2005.
È necessario che sempre più studenti
che aderiscono a Sds abbiano la possibilità
di conoscere le altre realtà territoriali
e con esse confrontarsi; che abbiamo la percezione
della rete nella sua vastità e apertura.
Dobbiamo avere la forza di proporci come interlocutori
anche agli studenti che non aderiscono alla
nostra associazione, di essere un punto di riferimento
per le scuole, indipendentemente dalla nostra
presenza in quella scuola. Questo si può
raggiungere certamente attraverso il lavoro
sui territori, ma anche attraverso campagne
di respiro nazionale, sui temi della scuola
e non solo, e un'attenzione spasmodica alla
visibilità e alla comunicazione mediatica.
Dobbiamo renderci un centro di servizi per gli
studenti, non dimenticando però la nostra
vocazione fondamentale, cioè la politica
in generale, non solo il sindacalismo studentesco.
I nostri temi e le nostre campagne
Sarebbe riduttivo limitare il lavoro della nostra
associazione ai temi della scuola ed esaurire
il nostro impegno alle questioni studentesche.
Se il nostro obiettivo è effettivamente
quello di abbattere l'indifferenza degli studenti
e coinvolgerli in un grande percorso, dobbiamo
essere pronti a spenderci su temi diversi e
impegnativi; dobbiamo fare politica, dare l'opinione
degli studenti sulla politica, non solo l'opinione
degli studenti sulla scuola. In questi anni
essere studenti di sinistra ha voluto dire cercare
di arginare soprattutto le bestialità
del governo Berlusconi, ora speriamo, dopo le
elezioni, di poter cominciare a occuparci di
grandi temi, di problemi endemici e sentiti
nel nostro Paese.
Siamo impegnati nella difesa dei valori dell'antifascimo,
della memoria storica e della Costituzione:
è questo il senso del nostro lavoro per
il 60° della Liberazione, l'anno passato,
è questo il senso del nostro impegno
a far entrare i partigiani nelle scuole, affinché
parlino direttamente con gli studenti, e attraverso
i loro racconti facciamo rivivere le idee e
i principi della Resistenza, in cui ancora oggi
ci riconosciamo insieme a tanti altri giovani
. Centrale è per noi quindi la collaborazione
con ANPI e Istoreco, con i quali speriamo in
futuro di poter organizzare un Viaggio della
Memoria, come già organizzato da altre
realtà.
Siamo al fianco dei ragazzi di Locri e di tutto
il sud nella lotta al cancro della mafia che
attanaglia le loro realtà e tutta l'Italia;
ci impegniamo a tenere alta l'attenzione su
questo tema attraverso le assemblee d'istituto
e la promozione di iniziative insieme all'Associazione
Antimafia Libera.
Crediamo che uno snodo centrale per la nostra
società sia quello dell'integrazione
culturale e della multiculturalità; dal
confronto quotidiano nelle scuole, dall'unione
di culture diverse deve nascere una nuova società
votata al cambiamento e alla convivenza pacifica.
Noi ci dovremo impegnare su questi temi e favorire,
a partire dalle nostre scuole e dal nostro territorio,
l'integrazione, consci che è questa una
delle chiavi più significative per il
nostro futuro. Dovremo includere gli studenti
extra-comunitari, cercare di parlare anche a
loro; e nel contempo adoperarci per abolire
ogni discriminazione nei loro confronti.
Dobbiamo inoltre trattare tematiche vicine agli
studenti, in particolare legate al disarmante
vuoto culturale della nostra generazione: noi
intendiamo favorire a ogni livello lo sviluppo
della creatività studentesca e la sua
valorizzazione. Dobbiamo dare spazio e aiuto
a quei soggetti capaci di inventare, di fare
arte, siano essi gruppi musicali, artisti, attori.
Su questo versante siamo supportati dalla collaborazione
di Arci Nuova Associazione, da sempre centrale
nell'ambito della cultura giovanile. Noi dobbiamo
quindi farci promotori di cultura, ma anche
di informazione. Uno dei nostri compiti è
proprio quello di informare gli studenti, sulle
realtà che non conoscono, sugli avvenimenti
taciuti dai media, sugli avvenimenti che li
riguardano più da vicino.
Dobbiamo ridare vita alle assemblee d'istituto,
e fare sì che quegli spazi di partecipazione
democratiche già presenti nelle nostre
scuole, come i comitati studenteschi, siano
realmente ascoltati e influenti.
Dobbiamo dedicare energie alla lotta al proibizionismo,
certi di avere l'appoggio della popolazione
studentesca anche nella richiesta della legalizzazione
delle droghe leggere; ma questo discorso deve
rientrare in un nostro impegno più grande
sulla legalità e i diritti, che vanno
ridefiniti nella nostra società, smettendo
di basarsi su stereotipi secolari che altro
non fanno che avallare l'illegalità dei
potenti. Dobbiamo impegnarci a creare di nuovo
una consapevolezza dei diritti, a partire dallo
Statuto dei diritti degli Studenti e delle Studentesse,
fino ad allargarci ai diritti civili, e alla
necessità di includere sempre più
persone nella sfera dei diritti, come strumento
primario di abbattimento della discriminazione.
Infine dobbiamo guardare oltre i confini dell'Italia.
C'è un'Unione Europea ancora tutta da
costruire, soprattutto nei rapporti tra le popolazioni.
Gli studenti, e i giovani in generale, potrebbero
essere un grande motore dello spirito europeo,
perché in gran parte condividono gli
stessi sogni, le stesse ambizioni, e anche gli
stessi problemi. E quindi un bel segnale sarebbe
non solo quello di cominciare a pensare in una
dimensione europea, ma soprattutto agire di
conseguenza, portare l'Europa tra gli studenti.
Non l'Europa dei palazzi e dei Consigli dei
Ministri, ma l'Europa dei cittadini, dei giovani,
degli studenti; l'Europa degli scambi culturali,
delle associazioni studentesche degli altri
paesi europei, l'Europa delle diversità.
E poi dobbiamo avere sempre nella mente le grandi
questioni del nostro secolo: il Medio Oriente,
la povertà dell'Africa, la globalizzazione
e le sue vittime, le guerre dimenticate, i fascismi
che provano a riemergere, i fondamentalismi
di ogni genere. Noi dobbiamo continuare a interessarci
e appassionare a questi temi gli studenti, a
farli indignare per tutte le tragedie che vengono
taciute. Dobbiamo essere pronti ad avviare campagne
di sensibilizzazione, per non lasciare che la
grigia routine della vita scolastica, o l'indifferenza,
impediscano agli studenti di avere chiara la
situazione del mondo. In particolare dovremo
anche avere attenzione al tema dello sviluppo
sostenibile, già a partire dalla realtà
delle nostre scuole, in modo da costruire negli
studenti una cultura del rispetto della natura
e dell'uomo: dalla richiesta di una riduzione
dello spreco di carta, o dell'utilizzo di carta
riclicata, alla raccolta differenziata, fino
all'introduzione di prodotti del commercio equo-solidale
nei distributori e alla creazione di banchetti
informativi permanenti sui temi dell'ambiente
e del consumo critico.
Lavoro
In
Italia l'87% dei disoccupati ha meno di 44 anni
e nella classifica Eurostat dei paesi europei
che vedono la presenza di under 40 a ricoprire
posti dirigenziali siamo all'ultimo posto. Questi
dati fanno riflettere sulla mancanza di opportunità
per i giovani italiani di poter avere un futuro
migliore, ma, soprattutto, fanno riflettere
sulla mancanza di opportunità per il
futuro del nostro paese.
La questione generazionale si è fatta
questione generale.
Viviamo nell'epoca delle aspettative deboli,
dove l'incertezza e la precarietà sono
diventate quotidianità, dove la parola
futuro perde qualsiasi direzione di senso; viviamo
in un paese dove il numero di occupati aumenta
solo perchè giovani e donne hanno ormai
perso anche la speranza di cercare un lavoro.
Tutto questo non è solo colpa dell'11
settembre o della congiuntura economica negativa,
ma è colpa di una politica del lavoro
sbagliata, di un immobilismo sul fronte del
welfare e di un paese vecchio, dove le rendite
di posizione rendono la mobilità sociale
un miraggio.
Il gap generazionale che si è creato
nel nostro paese è a un livello non più
accettabile, per la prima volta nella storia
le generazioni più giovani hanno meno
possibilità di farcela di quelle che
la precedono, la vita per i giovani non è
più una linea retta sulla quale procedere,
ma un vortice che li ingabbia ogni giorno di
più in un eterno presente, dove il futuro
non c'è, dove è impossibile diventare
grandi e dove, per forza di cose, ti ritrovi
a rimanere attaccato alle "gonne di mamma".
Non bisogna, però, per questo creare
un conflitto generazionale, ma bisogna essere
onesti e sinceri nell'affermare che il soffocamento
della nostra generazione è dovuto alle
rendite di posizione di buona parte delle generazioni
che ci hanno preceduto. L'obiettivo che il centro-sinistra
si deve porre è, quindi, quello di passare
da una protezione per pochi a una protezione
per molti, che abbia come presupposto quello
di una eguaglianza delle opportunità,
per costruire una società giovane e veramente
dinamica, che produca una mobilità sociale
degna di questo nome.
Tutto questo può avvenire solo se si
parte da un sistema formativo capace di sostenere
le sfide del futuro, attraverso il reale riconoscimento
dei capaci e dei meritevoli, con un welfare
studentesco che possa definirsi tale e con una
formazione seriamente collegata al mondo del
lavoro, che non disperda la "classe creativa"
del nostro paese.
Il lavoro che vogliamo
I lavoratori atipici nel nostro paese, e nella
nostra regione, sono soprattutto donne, trentenni
e laureati.
Infatti stando ai dati dell'ultima ricerca Ires-Cgil
compiuta per il Nidil (dati supportati anche
da una recente ricerca della Banca d'Italia
e dall'Istat) il 63,5 degli atipici è
donna, il 63% ha meno di 40 anni e il 70% è
laureato.
La maggior parte dei collaboratori è
collocato al Nord (55,6%), dati che trovano
conferma nei dati di quest'anno della presenza
di atipici nella nostra regione. 400.000, il
20% dell'occupazione regionale.
Rispetto alla legge 30/2003, erroneamente pubblicizzata
come legge Biagi, essa si è dimostrata
completamente inutile se non dannosa nell'affrontare
i problemi del nuovo mondo del lavoro, infatti
essa prevede forme contrattuali inutilizzate
dalle aziende e non ha risolto i problemi posti
in campo dall'uso spropositato delle collaborazioni.
Dall'entrata in vigore della legge (Ottobre
2003) il 46% di chi a Ottobre '03 aveva un co.co.co.
oggi è un lavoratore a progetto, solo
il 6,5 ha un contratto a tempo indeterminato,
il 6% a tempo determinato, il 5% ha un contratto
di lavoro in somministrazione o a contenuto
formativo, l'8%, invece , ha aperto la partita
IVA.
Rimangono fuori tutti coloro che lavoravano
nel pubblico impiego, che sono rimasti co.co.co.
Da segnalare che ben il 7,3% di coloro che a
Ottobre 2003 erano co.co.co. è stato
espulso dal mondo del lavoro regolare.
Questi dati dimostrano come la legge abbia fallito
quello che era il suo primo obiettivo: la stabilizzazione
del lavoratore atipico.
Da sottolineare, inoltre, i dati "sociali"
che emergono dalla ricerca, dati che confermano
un quadro veramente negativo del life-style
di un lavoratore precario.
Solo per citarne alcuni: il 60% delle collaboratrici
alla soglia dei 40 anni non ha ancora avuto
figli, in media l'orario di lavoro supera le
38 ore settimanali, il 46% dei collaboratori
ha una retribuzione media che non raggiunge
i 1000 euro al mese, e i redditi più
elevati non raggiungono i 1500.
L'80 % del campione della ricerca si dichiara
insoddisfatto e stressato.
Di fronte a questi dati non è più
possibile nascondere il fatto che il lavoro
sia diventato il nodo dal quale passano i maggiori
problemi della nostra generazione, il cambiamento
di questa situazione deve diventare, quindi,
la nostra sfida politica.
Un' adeguata riforma del mondo del lavoro non
può prescindere da una
riforma degli ammortizzatori sociali che preveda:
"
l'estensione del grado di copertura degli attuali
ammortizzatori sociali
" l'introduzione di sistemi di reddito
di ultima istanza ( collegati ad un modello
anglosassone tipo "welfare to work")
" integrazioni previdenziali per le situazioni
di bassa contribuzione ( part-time, atipici)
" politiche di inclusione sociale ( a compensazione
dell'interruzione o sospensione del lavoro)
" diritto retribuito di assentarsi dal
lavoro in caso di gravidanza, malattia e infortunio
anche per gli atipici
" un'analisi e un cambiamento riformista
e non ideologico della questione previdenziale
per i lavoratori atipici
Ovviamente
da sola la riforma degli ammortizzatori sociali
non servirebbe a nulla se non collegata a politiche
di più ampio respiro che tengano conto
della condizione degli atipici quali ad esempio:
" Aumento del costo del lavoro flessibile
( la flessibilità deve essere un'occasione
e una scelta per il lavoratore, non una scappatoia
per il datore di lavoro)
" qualità del lavoro ( adeguata
formazione permanente, valorizzazione delle
competenze, eliminare quelle situazioni che
stanno creando una nuova malattia:lo stress
da atipico!)
" promozione di un approccio di genere
nelle politiche del lavoro( politiche di conciliazione
dei tempi, reale utilizzo dei congedi parentali,
flessibilità negli orari nei momenti
di maggiore necessità di cura famigliare)
" politiche serie e reali di emersione
del lavoro nero
" riforma degli ordini professionali
" politiche di accesso al credito e alla
casa per gli atipici
" politiche di welfare locale che tengano
conto dell'emergere di nuove esigenze e del
nascere di nuove strutture familiari ( in particolare
nelle graduatorie per i servizi scolastici e
sociali e per l' accesso alla locazione)
Fondamentale,
inoltre, un maggiore e migliore utilizzo dei
"centri per l'impiego", affinché
diventino dei reali mediatori tra le necessità
di cerca e quelli di chi offre.
Fino ad ora i centri per l'impiego hanno funzionato
solo come "ultima spiaggia", essi
devono divenire invece il primo luogo di ricerca
di lavoro, il fulcro del mondo del lavoro in
un determinato territorio.
Quando
si parla di atipici, non si può non parlare
di P.A., ovvero di pubblica amministrazione.
Non è un tema facile da sviluppare nella
nostra regione visto che nella stragrande maggioranza
dei casi il governo degli enti locali è
affidato al nostro partito e alla coalizione
di centro sinistra, ma la nostra organizzazione
deve avere il coraggio e la serietà di
affrontarlo se vogliamo proporci come organizzazione
di governo.
A causa del blocco delle assunzioni dovuto al
patto di stabilità sempre più
spesso le amministrazioni locali sono obbligate
a fare ricorso all'assunzione di personale precario
subordinato, crediamo che proprio negli enti
locali da noi governati si debba agire nel senso
delle richieste che il nostro partito pone a
livello nazionale, affinché anche i lavoratori
atipici godano dei diritti e delle opportunità
di cui usufruiscono i lavoratori a tempo indeterminato.
Crediamo, altresì che le istituzioni
pubbliche debbano assumersi maggiore responsabilità
sociale sul tema delle esternalizzazioni e degli
appalti: proponiamo che in tutte le amministrazioni
pubbliche venga stabilito un PROTOCOLLO PER
LA SALVAGUARDIA DELLA QUALITA' DEL LAVORO, dove
siano indicati i criteri minimi di trattamento
dei quali devono godere i lavoratori assunti
nelle società o nelle cooperative alle
quali si affida l'esternalizzazione o l'appalto;
bisogna saper conciliare il principio di sussidiarietà
con un'adeguata copertura di diritti per i lavoratori
atipici impiegati nelle pubbliche amministrazioni
sia in maniera diretta che in "conto terzi".
Riteniamo che la legge regionale N 4/2005 sulla
"promozione dell'occupazione, della qualità,
sicurezza e regolarità del lavoro",
sia un'ottima piattaforma dalla quale partire
per ricostruire e riformare il mondo del lavoro,
auspichiamo infatti che essa faccia da modello
per quella che sarà la politica del lavoro
di un futuro governo del centro sinistra.
La nostra idea di flessibilità
Ciò che si chiede, quindi, è una
"flessibilità governata", per
la quale si mettano in atto azioni di contenimento
dei rischi di individualizzazione e precarizzazione
dei rapporti di impiego, una flessibilità
che non valga solo per i giovani all'ingresso
del mondo del lavoro, ma che serva soprattutto
per eliminare quelle rigidità tutte italiane
che si riscontrano nei processi di carriera
e negli ordini professionali.
In sostanza, meno precarietà nei livelli
medio-bassi del lavoro e più competizione
nei livelli alti: dirigenziali, ordini professionali,
università, dirigenza pubblica, etc
Solo così si potrà evitare un
danno irreparabile che, se protratto per troppo
tempo, porterebbe il nostro paese allo sfacelo,
in termini non solo economici, ma, soprattutto,
sociali.
Cultura
"
La cultura è una cosa che appartiene
al mondo,
è forse, come il linguaggio, qualcosa
che appartiene
alla specie umana
" Ernesto Che Guevara
(29 Settembre 1963)
Essere di sinistra negli anni del Governo Berlusconi
ha voluto dire, tra le altre cose, sentirsi
dei Don Chisciotte impegnati a lottare contro
un disastro culturale che avanzava irrefrenabile.
Si è sviluppata un'intera cultura alternativa,
di sinistra, che tentava, e riusciva a volte
anche bene, ad arginare la débacle, e
a informare i cittadini. Cultura, informazione
e critica (di sinistra) sono stati l'ancora
di salvezza di una larga parte di cittadini,
per resistere alla catastrofe della televisione
italiana, alla censura della satira, al controllo
dell'informazione operate in questi anni da
Berlusconi & Co. Un'ancora di salvezza nella
desolazione più totale, nella vita culturale
di un Paese che si è ridotta a un grande
reality show, all'attesa delle nomination.
Questa campagna di lotta "culturale"
contro l'Italia berlusconiana non perderà
di senso neanche con la vittoria dell'Unione,
perché se il problema di dominio politico
del Cavaliere si risolverà, quello del
dominio culturale necessiterà di ogni
sforzo per essere risolto al meglio.
Gran
parte dell'impegno per la rinascita culturale
del nostro paese deve essere nell'attenzione
al mondo giovanile. Questo significa in primo
luogo favorire la diffusione della cultura,
in tutte le sue forme: è necessario garantire
ai giovani l'accesso a una cultura gratuita
o semi gratuita, aperta, che tenga conto dei
cambiamenti in atto. A fronte dei costi sempre
più alti dei prodotti culturali, noi
dobbiamo batterci perché la cultura sia
davvero un fattore unificante, e dunque la possibilità
di accostarcisi non sia subordinata al reddito.
Chiediamo alle amministrazioni locali, in particolare,
un impegno preciso per dare ai giovani strumenti
concreti di accesso alla vita culturale, quali
sconti e agevolazioni. Un'attenzione particolare
deve essere fatta certamente ai libri di testo
scolastici, ma anche alle pubblicazioni in generale,
dato il crescente costo dei prodotti editoriali;
accanto ai libri, i concerti, i Cd, gli spettacoli
teatrali, le mostre, gli ingressi ai musei ecc.
Chiediamo un ulteriore potenziamento delle biblioteche
e dei loro servizi; e un investimento sulle
loro potenzialità di luoghi di aggregazione,
ma soprattutto di centri di diffusione di cultura.
D'altra parte, essere attenti al mondo giovanile,
significa dare spazio e creare interesse intorno
a tutte quelle iniziative artistiche e culturali
in genere, (mostre, rassegne musicali, spettacoli
teatrali
) promosse dalle giovani generazioni,
in associazioni organizzate o meno. Questo non
significa creare spazi a sé per i giovani,
in cui possano rinchiudere le loro proposte
e condividerle con il loro gruppetto di amici,
ma avere il coraggio di investire sulle giovani
generazioni, sulle loro creazioni spesso provocatorie,
e portarle in mezzo alla gente, tra i giovani
e i meno giovani: sfruttare le piazze, i teatri,
i cinema, le scuole, e tutti i luoghi di maggior
afflusso di persone.
Dobbiamo abbandonare l'idea di una cultura che
crea elite, invece di abbatterle; dobbiamo immaginare
una produzione culturale che sia vicina alle
masse, ma che mantenga la sua qualità,
che sia capace di unire, di far crescere il
Paese, invece di appiattirlo su gerarchie e
disparità che rispecchiano idee vecchie
di secoli, una mentalità conservatrice
e tradizionalista che in certi ambienti ancora
persiste e che noi dobbiamo distruggere.
C'è bisogno di coraggio culturale, c'è
bisogno di un rinnovamento dei modi e dei tempi,
c'è bisogno di investire sui giovani
e la cultura giovanile, ad esempio nel nostro
centro storico, altrimenti rischiamo di avere
come maggior richiamo culturale le frasi scritte
sui muri di Aldo Bortolotti. Reggio mantiene
ancora una certa vivacità culturale del
suo ambiente culturale, ma le manifestazioni
di questa vivacità sono confinate dentro
luoghi troppo canonici o tradizionalisti (ultimo
esempio ne sono i concerti di musica classica
promossi nelle chiese della città) e
che non richiamano affatto le giovani generazioni.
Noi dobbiamo farci portatori di un rinnovamento
culturale, di un cambiamento di mentalità
su ciò che concerne le politiche culturali.
Dobbiamo uscire dai luoghi prestabiliti, dobbiamo
costringere l'opinione pubblica a confrontarsi
con la produzione culturale giovanile ( e non),
a scontrarcisi, se necessario. Deve esserci
in questo un impegno a livello nazionale, ma
soprattutto a livello locale, è necessario
l'impegno di tutti, per cercare un riscatto
culturale, che renda giustizia a un'Italia che
a causa della non brillante situazione economica
rischia di dimenticarsi della sua ricchezza
culturale. Dobbiamo essere fermi nella nostra
convinzione che questa depressione economica,
è connessa profondamente alla depressione
culturale, e che la cultura sia uno dei presupposti
da cui ripartire per rimettere in moto il sistema
produttivo; idea espressa molto chiaramente
anche nella Strategia di Lisbona.
Un impegno diretto della Sinistra Giovanile
deve continuare, con la promozione della creatività
giovanile all'interno dei nostri spazi nelle
Feste dell'Unità su tutto il territorio.
L'attenzione verso la diffusione della cultura,
in tutte le sue forme, e l'accesso a una cultura
gratuita, aperta, vicino al mondo giovanile
sono priorità per un Paese che come l'Italia
ha un grandissimo patrimonio storico-culturale,
ma per la non brillante situazione economica,
rischia di dimenticarne l'importanza. Il governo
Berlusconi ha scelto di penalizzare la vita
culturale italiana: questo si coglie anche dal
recente taglio del FUS (fondo unico per lo spettacolo).
Noi crediamo che la valorizzazione della cultura
passi anche per una sua diffusione più
capillare: è essenziale dunque che sia
accessibile indipendentemente dal reddito, ma
anzi vada proprio a colmare quelle differenze
economico-sociali che si stanno sempre più
accentuando. Nel 2005 cultura significa anche
nuove tecnologie, internet in primis; ma anche
il recupero della nostra storia e del nostro
passato. Crediamo sia necessario sostenere tutte
quelle iniziative culturali, e soprattutto artistiche,
promosse dalle giovani generazioni e che mirino
a riportare la cultura al centro anche della
vita giovanile. Cultura significa anche culture,
cioè un'apertura al dialogo verso culture
diverse, con l'obiettivo di creare una grande
melting pot culturale, capace di includere tutti.
Cultura come risposta al pregiudizio e all'indifferenza,
su cui poggiare una società più
equa e inclusiva.
Diritti Civili
"Tutti
i cittadini hanno pari dignità sociale
e sono uguali davanti alla legge, sena distinzione
di sesso, di razza, di lingua, di religione,
di opinioni politiche, di condizioni personali
e sociali. È compito della Repubblica
rimuovere gli ostacoli di ordine economico e
sociale, che, limitando di fatto la libertà
e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il
pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva
partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione
politica, economica e sociale del Paese".
Questo
recita l'articolo 3 della Costituzione italiana.
Concetti
inequivocabili, sostenuti in modo ancora più
chiaro con un richiamo al diritto internazionale
nell'articolo 2: "La Repubblica riconosce
e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo,
sia come singolo sia nelle formazioni sociali
ove si svolge la sua personalità, e richiede
l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà
politica, economica e sociale".
Davanti
a queste alte affermazioni di principi e alla
luce di quanto avviene nel resto del mondo occidentale
in tema di famiglie di fatto, è difficile
immaginare cosa possano inventarsi quei politici
italiani di centro o centrodestra che insistono
nel negare a cittadini adulti il diritto fondamentale
a unirsi secondo i crismi di quanto succede
nel resto del mondo occidentale.
Le
unioni civili, tanto per gay che per etero,
esistono in Danimarca dal 1989, in Norvegia
dal 1993, in Svezia dal 1994, in Islanda dal
1996 e nel Reno Unito dal 2005. In Olanda il
matrimonio gay c'è dal 2001. Nella cattolicissima
Spagna dal 2005 e in Francia, nella laica Francia
c'è il Pacs (Pacte civil de solidarité)
dal 1999. Dodici Stati dell'Ue sui quindici
del preallargamento (sono rimaste fuori Italia,
Irlanda e Grecia) e, considerando l'Unione a
venticinque, il dato sale a sedici con l'aggiunta
di Ungheria (1996), Croazia (2003), Polonia
(2004), Repubblica Ceca (2006), senza contare
alcuni paesi extra Ue come l'Islanda e la Svizzera.
Resta
il fatto che dove le unioni civili o i matrimoni
gay sono riconosciuti, la famiglia tradizionale,
buona o cattiva che sia, non ne ha sofferto.
E questo basta per dire che i Pacs non minacciano
un bel nulla.
Il
Vecchio Continente, dunque, si è incamminato
in modo quanto mai deciso sulla via della modernità
e della secolarizzazione, relegando i dettami
della Chiesa cattolica alla sfera delle ammonizioni
secondarie.
Il
Vaticano si impegna così in una politica
estera di intervento sempre più diretto
sulle istituzioni, tanto dell'Unione Europea
quanto degli Stati membri, dichiarando e combattendo
una serie ben scelta di battaglie "di principio",
come quella per il riconoscimento delle "radici
cristiane" di un'Unione Europea che forse
comprenderà presto anche la per nulla
cristiana Turchia.
Nell'esercito
della restaurazione c'è una falange in
abiti civili indignata dalle unioni omosessuali:
gli atei "devoti", specie mutante
di laici scesi in guerra contro il laicismo
e impegnati i giorni pari ad applaudire Bush
e quelli dispari a fischiare Zapatero. Asserviti
con o senza richiesta alla parte più
conservatrice della Chiesa, arrivando a mettere
in discussione diritti civili individuali dati
ormai per assodati.
Le
prove di questa strategia sono sotto gli occhi
di tutti: il revival antiaborista in nome dei
"piccoli omicidi", la battaglia per
il non raggiungimento del quorum nei referendum
sulla procreazione medicalmente assistita.
Altro
deprecabile esempio fu quando Rocco Bottiglione
presentò un emendamento alla Carta dei
diritti fondamentali dell'Unione che cancellava
l'orientamento sessuale dalle cause di ingiusta
discriminazione. L'emendamento non passò.
Ma il ministro Bottiglione non contento della
pessima performance europea modificò
la normativa italiana derivata dalla direttiva
europea sulle discriminazioni sul lavoro, anziché
affermare il diritto alla non discriminazione
ha rappresentato una vera e propria legittimazione
dei comportamenti vessatori e discriminatori.
È
in questo contesto che in Italia grazie all'impegno
dell'On. Franco Grillini e con l'appoggio di
tutto il partito dei Democratici di Sinistra
che alla Camera dei Deputati è in discussione
una proposta di legge che parte come spunto
da quella francese sui patti civili di solidarietà
e che viene considerata una buona mediazione.
In questa proposta allo studio alla Camera troviamo
finalmente anche in Italia una risposta legislativa
che prende atto che il pluralismo della nostra
società non consente più, se non
al prezzo di gravi e inutili costi sociali,
di imporre alle famiglie non tradizionali una
drastica scelta tra due sole opzioni: il matrimonio
tradizionale da una parte, l'assenza assoluta
di qualsiasi riconoscimento giuridico e perfino
di tutela in caso di eventuali imprevisti dall'altra.
Introduce, come novità assoluta, un primo
e importante riconoscimento alle coppie di fatto
omosessuali e lesbiche che si vengono a trovare,
per la prima volta, riconosciute a livello giuridico
dall'ordinamento italiano.
Questa è la grande novità: con
questa proposta di legge i cittadini omosessuali
trovano riconosciuti alcuni loro diritti civili,
viene dato loro un riconoscimento giuridico
uguale a quello delle coppie di fatto eterosessuali.
Con questa proposta di legge anche l'Italia
chiede di entrare in Europa e dimostra che anche
nel Bel Paese i cittadini hanno "pari dignità
davanti alla legge".
Dovrebbe
esser scontato in un Paese civile la possibilità
di due persone adulte di stare insieme liberamente
e che queste ricevano, in cambio di alcuni doveri,
alcuni diritti. Naturalmente a patto che i doveri
ci siano.
Ci
sono diritti che "non costano" niente:
la visita in ospedale o in carcere, la potestà
in caso di decesso o malattia, la facoltà
di disporre liberamente del proprio patrimonio.
Ci
sono altri diritti che "costano":
per esempio gli assegni familiari, l'iscrizione
alle liste per l'assegnazione di una casa popolare,
la reversibilità pensionistica, gli sgravi
fiscali e così via.
Tutti
diritti, come ha riconosciuto lo stesso Romano
Prodi, che andrebbero riconosciuti a chiunque
con un'unione civile.
Chiaramente
la battaglia per i Pacs segna il punto di rottura
dalla vecchia politica italiana, fin troppo
moderata e reazionaria e porta in primo piano
sull'agenda politica dei partiti di sinistra
italiani la "questione omosessuale",
perché è chiaro a tutti che un
Paese che vuole avere un profilo riformista,
innovatore non può entrare in Europa
con la moneta e rimanerne ai margini con i diritti
civili.
La
Sinistra giovanile insieme alle Democratiche
di sinistra e a Gayleft ha sempre fatto pressione
all'interno del partito affinché la battaglia
culturale per il riconoscimento legislativo,
morale e sociale delle persone omosessuali non
venisse mai messo da parte per logiche di coalizione.
In
ogni parte d'Italia i giovani che come noi a
Reggio Emilia si impegnano tutti i giorni nelle
scuole, nelle università, sul posto di
lavoro nella vita di tutti i giorni sanno bene
quanto lavoro è stato fatto insieme all'arcigay,
ma sanno altrettanto bene quanto lavoro c'è
da fare per parare le cannonate reazionarie
e omofobe della destra italiana.
Quella per il riconoscimento delle unioni omosessuali
è una battaglia di principio, ma non
solo simbolica. Ha a che fare con l'eguaglianza
di fronte alla legge, con la piena cittadinanza,
che sono cose molte pratiche. È una battaglia
liberale, che poggia sull'antico principio di
"uguali tasse, uguali diritti". Ed
è una battaglia di sinistra, culturale
e sociale a favore di una eguaglianza e di una
parità morali.
Oggi
il riconoscimento delle unioni omosessuali ha
lo stesso sapore delle battaglie per il riconoscimento
del diritto di voto ai cittadini di colore negli
Stati Uniti e il riconoscimento del ruolo paritario
della donna nella società italiana.
La
Sinistra giovanile è da sempre al fianco
del movimento omosessuale italiano e di tutta
la comunità LGBT (lesbica, gay, bisessuale,
transgender) nella sua battaglia politica e
culturale per affermare e estendere i diritti
delle persone omosessuali, perché siamo
convinti del valore generale delle rivendicazioni
che abbiamo sostenuto nei tanti Pride in giro
per l'Italia, contribuendo al lavoro di GayLeft
e collaborando con l'ArciGay.
A
Reggio Emilia collaboriamo da anni con l'arcigay
Gioconda per diffondere il loro materiale, per
far conoscere le loro ragioni e nelle battaglie
contro l'AIDS e contro tutte le altre malattie
a trasmissione sessuale.
Lavoriamo insieme perché crediamo che
soprattutto nelle città medio-piccole,
come Reggio Emilia, ci sia bisogno di parlare
di omosessualità, perché il movimento
da solo è debole, ma se sostenuto dalle
associazioni giovanili, studentesche, universitarie
e da tutti i giovani che credono nei nostri
ideali di libertà ed eguaglianza, il
lavoro diventa più facile e di sicuro
permette una più coerente conoscenza
della condizione omosessuale che troppo spesso
è ricoperta da stereotipi e luoghi comuni
omofobi.
Stiamo
avviando un progetto scuola simile alla fortunata
esperienza bolognese che permetta alla comunità
LGBT di farsi conoscere dai più giovani
perché siamo convinti che ci sia sempre
di più il bisogno di incrementare il
nostro impegno contro le discriminazioni ai
danni dei più giovani, contro un'idea
di scuola che demonizza la libera scoperta di
sé , la piena consapevolezza della propria
identità sessuale, lasciando troppo spesso
le ragazze e i ragazzi omosessuali in balia
di violenze e discriminazioni intollerabili.
"Siamo
un Paese più decente, perché una
società decente è quella che non
umilia i suoi membri"
(José Luis Rodrìguez Zapatero,
Spagna 2005)
Immigrazione
Il
tema dell'immigrazione risulta essere uno dei
più complessi tra i tanti problemi che
assillano la società occidentale all'inizio
del nuovo millennio.
L'Italia, in particolare, risente maggiormente
delle problematiche legate a questo fenomeno
visto che, a differenza di suoi diversi partner
europei, non è mai stata un Paese a immigrazione
netta, ma, al contrario, fino a non più
di trent'anni fa, dalle nostre terre partivano
migliaia di persone alla volta di Stati Uniti,
Germania, Svizzera e Francia.
Dagli anni settanta e con un trend sempre più
deciso invece il nostro Paese ha cominciato
a sperimentare una fenomeno allora nuovo: l'immigrazione.
Le cause di ciò sono molteplici: innanzi
tutto economiche, ma non solo, c'è chi
emigra perché perseguitato, chi per motivi
di studio e chi per raggiungere i propri cari.
Alla fine del primo lustro degli anni 2000,
l'Italia conta milioni di cittadini stranieri
residenti sul proprio territorio, tanto che
le documentazioni ufficiali parlano del 5% del
totale, con la possibilità o meglio la
certezza - che nei prossimi anni questo dato
vada crescendo.
A Reggio Emilia, addirittura, i cittadini immigrati
rappresentano più dell'8% della popolazione
residente, mentre tra i bambini con età
inferiore ai 10 anni questa percentuale aumenta
fino a oltre il 13.
Se il primo dato ci fa rendere conto di quanto
siano importanti gli immigrati per il nostro
tessuto economico e sociale, il secondo ci mostra
come tra i minori la società multietnica
sia già una realtà.
Ad ogni modo, entrambi i dati sono irreversibili:
non si può pensare infatti che l'economia
italiana, così come quella reggiana,
possa andare avanti senza questi cittadini,
così come è impensabile creare
una netta divisione tra i figli degli immigrati
e i nostri. Non solo è impensabile, ma
sarebbe anche controproducente, visto che tra
qualche decennio la società italiana
sarà multietnica e i figli degli italiani
dovranno vivere fianco a fianco con quelli dei
cittadini extracomunitari.
Tutto questo rende necessario uno studio approfondito
del fenomeno immigrazione e la definizione di
politiche adeguate alla complessità del
problema.
Due strade sono obbligate: la prima - diretta
ai nuovi cittadini provenienti da ogni angolo
del pianeta - è quella che porta ad un'umanizzazione
del fenomeno immigrazione, la seconda - e questa
invece deve andare incontro principalmente agli
italiani - deve garantire la costruzione della
società multietnica e multiculturale
all'interno dei binari della legalità
e della sicurezza.
Andiamo con ordine: alla prima categoria di
politiche attengono quelle concernenti allo
smantellamento della rete criminale che sulla
pelle dei disperati guadagna miliardi grazie
ai cosiddetti viaggi della speranza, che troppo
spesso diventano viaggi della morte, ma non
solo. Da parte del futuro governo, che speriamo
essere di centro-sinistra, chiediamo un ripensamento
dei CPT, che da lager in cui i diritti umani
spesso vengono violati vanno ricondotti all'interno
di un contesto che non preveda l'identificazione
dell'immigrato con il criminale.
Allo stesso tempo, per meglio favorire l'integrazione,
va garantita la sicurezza e la legalità
all'interno delle nostre città - Bologna
ne è un esempio - perché è
proprio in questi contesti difficili che si
monta la reciproca diffidenza e tutti quei sentimenti
di paura che inevitabilmente fanno a favorire
la destra xenofoba e razzista.
In questo ambito tematico, anche la religione
ha un ruolo importante. La non conoscenza degli
usi e costumi degli altri, unito alla paura
del dopo-11 settembre ha creato in Italia una
generale diffidenza verso i fedeli di altre
confessioni religiose, in particolare quella
musulmana.
Questo, unito alla pazzia dei fondamentalisti
religiosi, presenti anche nella nostra Penisola,
ha creato una situazione molto simile a una
bomba a orologeria pronta a esplodere. Questo
è quello che si augura la destra neoconservatrice,
sostenitrice di quello scontro di civiltà,
che, se portato al limite, potrebbe essere persino
più pericoloso della Guerra Fredda.
La Sinistra Giovanile, in quanto organizzazione
laica, rigetta ogni tipo di fondamentalismo
religioso o ideologico, proveniente da qualsiasi
confessione religiosa o partito politico e,
allo stesso tempo, si fa promotrice dei valori
di libertà e fratellanza tra i popoli,
unico mezzo per impostare un dialogo tra culture
diverse.
In virtù di ciò, condanniamo sia
la reazione dell'integralismo musulmano di fronte
alla legittima pubblicazione delle vignette
su Maometto avvenuta qualche mese fa, sia la
provocazione del ministro leghista Roberto Calderoli,
che con il suo gesto ha messo in mostra una
scarsa intelligenza politica che è costata
un prezzo salato in termini di vite umane.
La SG ritiene entrambi gli atteggiamenti frutto
di quell'insano disprezzo dell'altro che troppe
volte nella storia ha causato scontri di civiltà
e guerre fra i popoli e per questo li condanna.
Non si può infatti rinunciare alla nostra
civiltà e agli ideali che fin dall'Illuminismo
hanno fatto dell'Europa la patria delle libertà
di pensiero e di espressione, ma al contempo
bisogna avere l'acutezza di non compiere gesti
azzardati, specie da parte di chi ha responsabilità
di governo.
Fin qui le nostre idee, i nostri ideali. In
questi mesi però non ci siamo fermati
alle parole, siamo anche passati ai fatti.
La nostra proposta di estendere il diritto di
voto ai cittadini extracomunitari nelle elezioni
dei consigli di quartiere va letta come un tentativo
di coinvolgere anche loro nel processo democratico
della loro città, perché solo
dando a queste persone responsabilità
amministrative e di governo, oltre ad un'adeguata
rappresentanza nelle assemblee elettive, può
avvicinare le nostre comunità e renderle
un'unica cosa, pur nel rispetto delle tradizioni
reciproche, che vanno lette come una ricchezza
e non come un semplice retaggio del passato.
E' innegabile che il diritto di voto rappresenti
uno strumento fondamentale per la partecipazione,
che a sua volta costituisce la strada principale
verso l'integrazione. Solo partecipando alla
Cosa Pubblica, infatti, un cittadino si sente
degno di tale nome.
Il diritto di voto permetterà inoltre
ai nuovi cittadini di trovare rappresentanza
e di avere voce in capitolo rispetto a tematiche
fondamentali, che trovano riscontro anche tra
la popolazione di origine italiana. Stiamo parlando
di problemi scottanti, come quello della casa,
del lavoro (sempre più precario o in
nero) e della difficoltà di arrivare
a fine mese: questioni sulle quali chi vive
e lavora all'interno delle nostre comunità
ha diritto di dire la propria.
Sulla stessa lunghezza d'onda della nostra proposta
sul diritto di voto va interpretata l'organizzazione
della Festa Provinciale della Sinistra Giovanile
2005, tenutasi a Bibbiano e avente come filo
conduttore la multiculturalità e l'integrazione
tra le diverse etnie.
Tutto questo, oltre a una costante attività
di sensibilizzazione della cittadinanza (volantini,
manifestazioni, ecc.) rappresenta il contributo
della Sg per la costruzione di nuovi ponti tra
le diverse culture; una Sg che si pone dunque
come spazio di confronto con le associazioni
dei giovani immigrati e come luogo di partecipazione
dei giovani immigrati stessi: solo così
infatti si può pensare di costruire un
integrazione solida e di dare sostanza ad un
idea di società aperta e multiculturale,
unico anticorpo efficace contro i germi del
fondamentalismo e dell'odio.
Ambiente e Sviluppo sostenibile
E'
meglio aspettarsi il prevedibile
che essere sorpresi dall'inatteso.
André Isaac
Consumiamo
le nostre risorse e diamo fondo
alla nostra vita nazionale a un tasso enorme
e crescente
per cui, quando, presto o tardi, verrà
la resa dei conti,
sarà un gran brutto giorno.
John Herschel (1866)
Sono
passati 140 anni da quando il fisico Inglese
predisse un futuro nero dal punto di vista ambientale,
e quel "gran brutto giorno" è
arrivato. La nostra società come ha messo
bene in evidenza la Commissione mondiale per
l'ambiente dell'ONU (commissione Brundtland)
del 1987 "si è comportata e si sta
comportando da erede scialacquatore". Tre
concetti niente affatto scontati (e non a caso
evidenziati anche dalla commissione) non vanno
dimenticati: Il primo è che i beni naturali
costituiscono un patrimonio, dove la parola
va intesa anche in termini economici. Il secondo
è che i beni naturali sono un patrimonio
comune dell'umanità. Il terzo riguarda
l'esistenza di un patto intergenerazionale non
scritto, che prevede il diritto di ogni generazione
a ricevere in eredità il patrimonio naturale
disponibile alle generazioni precedenti.
Noi crediamo che un mondo migliore sia possibile.
All'inizio del nuovo millennio vi sono le risorse
culturali e naturali, le capacità, le
conoscenze tecniche e scientifiche, per sradicare
la povertà e la fame che ancora colpiscono
oltre un miliardo di persone, per consentire
concreti e duraturi progressi ai paesi ed ai
popoli che sono sulla via dello sviluppo e per
migliorare la qualità della vita negli
stessi paesi più industrializzati. Tutto
ciò si può realizzare senza compromettere
le risorse naturali e senza provocare disastri
ambientali. È possibile, ma non sta affatto
accadendo. I cambiamenti climatici in atto e,
ancora di più, quelli possibili nel prossimo
futuro, insieme all'accelerazione delle altre
crisi ambientali, sono segnali inequivocabili:
l'attuale tipo di sviluppo è insostenibile,
consuma troppa energia, troppi combustibili
fossili, troppe risorse naturali, produce troppi
rifiuti e troppo inquinamento. Così non
può proseguire. La persistente crescita
dei consumi del miliardo di persone dei Paesi
più ricchi ha aumentato gli impatti globali
sulle risorse del Pianeta, riducendo gli effetti
positivi delle politiche ambientali locali e
dell'innovazione tecnologica. I Paesi di nuova
industrializzazione ed in via di sviluppo, dove
vivono circa quattro miliardi di persone, sono
protagonisti di una corsa verso modelli di produzione
e di consumo ad alto contenuto di energia e
di risorse naturali, ad elevato impatto ambientale.
Il miliardo di persone che vive in assoluta
povertà, al di fuori di qualsiasi ipotesi
di sviluppo, chiede, giustamente, di poter accedere
ad una quota maggiore di risorse. Tutto ciò
avviene mentre la popolazione mondiale continua
a crescere ad un ritmo che supera i 70milioni
all'anno. Un simile contesto non può
che produrre crisi ecologiche sempre più
gravi, conflitti e crisi sociali acute in varie
aree del Pianeta.
La soluzione dei problemi ambientali ed un equo
accesso al benessere, ma anche ai diritti ed
alle libertà, non saranno un portato
automatico della crescita economica. La storia
degli ultimi decenni lascia pochi dubbi in proposito:
una straordinaria crescita economica, invece
di alleviare i fattori di insostenibilità,
ecologica e sociale, li ha aggravati; i miglioramenti,
avvenuti in qualche zona ed in alcuni settori,
sono stati più che compensati da peggioramenti
globali, la forbice tra il reddito dei più
ricchi e quello dei più poveri si è
ulteriormente allargata. Una piccola parte dell'umanità,
di cui noi facciamo parte, ha consumi talmente
elevati di risorse e di spazio ambientale da
produrre una limitazione ed una sottrazione
di diritti alla gran parte dei popoli. Un'idea
di sviluppo socialmente più equo, che
non fosse fondato sulla sostenibilità,
non sarebbe praticabile: non ci sono le risorse,
non c'è lo spazio ambientale per estendere
alla gran parte dell'umanità l'attuale
modello di vita e di consumi dei paesi più
industrializzati. Né vanno dimenticate
(come dicevamo prima) le generazioni future
alle quali si rischia di lasciare una pesante
eredità.
Non si devono alimentare illusioni o fare promesse
che non si possono mantenere: non disponiamo
di un Pianeta di scorta. Per garantire il presente
e il futuro del mondo occorre una vera e propria
"dichiarazione di interdipendenza",
un nuovo patto globale di cooperazione fra tutti
i Paesi ed i popoli. Per rendere possibile tale
patto, i Paesi più ricchi ed industrializzati
devono ridurre il proprio prelievo di risorse
e la propria produzione di inquinamento e, insieme
alle istituzioni economiche internazionali,
devono aumentare in modo consistente gli aiuti,
finanziari e tecnologici, allo sviluppo sostenibile,
utilizzando a tal fine anche un prelievo fiscale
e devono, inoltre, azzerare i debiti che soffocano
le economie dei Paesi più poveri. Solo
così si consentirà ai Paesi in
via di sviluppo di non ripercorrere la via di
una crescita economica ad alto impatto ambientale,
come quella che ha caratterizzato la storia
dei Paesi più industrializzati, di migliorare
le condizioni di vita di miliardi di persone,
riducendo l'inquinamento, usando in modo efficiente
l'energia, l'acqua e, in generale, le risorse
naturali, per fare di più e meglio con
meno. Non dobbiamo pensare che questo sia possibile
solo operando su scala internazionale, ma è
ora che ci rendiamo conto che solamente partendo
dal piano locale, da noi stessi, si potrà
ottenere un risultato duraturo.
Nei Paesi più ricchi e industrializzati
i consumi hanno assunto una caratterizzazione
in gran parte culturale: dipendono più
che da necessità, da gusti, valori, ricerca
di affermazione e di status. Tale caratterizzazione
rende la crescita dei consumi potenzialmente
illimitata e fortemente condizionabile dalle
campagne pubblicitarie e di promozione del marchio,
più che dal prodotto in sé. La
strategia dello sviluppo sostenibile, per essere
efficace, deve essere in grado di proporre modelli
più consapevoli di consumo, raccogliendo
la sfida del benessere con una migliore qualità
della vita. Ciò è possibile perchè
un modello di consumo più misurato, più
intelligente, più attento agli impatti
ed al ciclo di vita dei prodotti e dei servizi,
può produrre anche un livello più
elevato di soddisfacimento personale. Non si
vive meglio, né si ha maggior piacere
a tavola, per esempio, con maggiori quantità
di cibo, ma con la qualità degli alimenti,
la buona cucina ed il contesto gradevole e conviviale.
Una nuova consapevolezza può ridurre
la propensione allo spreco ed aumentare il livello
di soddisfazione derivante da uno stile di vita
più sobrio e più ricco di qualità
e di relazioni.
La conoscenza è una formidabile risorsa
rinnovabile, un bene sociale, un vero e proprio
motore dello sviluppo sostenibile: accrescerla
è essenziale e decisivo per il presente
e per il futuro. Per far fronte ai bisogni dell'umanità
con un uso più efficiente, sicuro e pulito
di risorse limitate, occorrerà utilizzare
al meglio il potenziale dell'innovazione scientifica
e tecnologica. La ricerca deve essere libera
e responsabile, va incoraggiata, sviluppata
e sostenuta, con adeguati investimenti, per
la sua insostituibile funzione di interesse
pubblico. La valutazione del rapporto tra i
costi ed i benefici di una ricerca non può
prescindere dai possibili danni all'oggetto
della sperimentazione e deve tenere conto non
solo degli aspetti economici, ma anche di quelli
sociali, culturali ed ambientali, sia a breve,
sia a lungo termine. Lo studio degli ambienti
naturali e dei sistemi viventi è parte
integrante e necessaria della ricerca scientifica.
Le applicazioni di tale ricerca, per le delicate
implicazioni etiche, ecologiche, ma anche sanitarie
e sociali, non possono essere sottoposte al
regime tradizionale di brevettabilità.
La sistematica applicazione dei principi di
prevenzione e di precauzione può dare
un rilevante contributo alla qualità
sociale ed ambientale dello sviluppo e proporre
nuove sfide sia alla ricerca scientifica, sia
alle politiche di gestione dei rischi sanitari
ed ecologici.
Un'economia di mercato priva di responsabilità
e di regole adeguate non è in grado di
valutare adeguatamente né i costi effettivi,
né i vantaggi ambientali: beni ambientali
considerati di nessun valore perché abbondanti
e di tutti, cominciano ad essere scarsi, pur
non avendo prezzo, hanno un grande valore. La
visione economica e politica neoliberista non
dà peso ai costi indiretti ed alle esternalità;
la sua concezione fondamentalista del mercato,
e apologetica della crescita economica e del
consumismo, non consente né equità,
né sostenibilità ecologica (Oscar
Wilde diceva che la differenza tra un ignorante
e una persona intelligente è che il primo
sa dare un prezzo a tutto ma valore a niente.
Siamo in un mondo di ignoranti). Porre all'ordine
del giorno il tema della riforma dello sviluppo
non significa né ricadere in protezionismi
antistorici, né riproporre modelli statalisti.
Significa guardare avanti: regolare il mercato
con normative adeguate e efficaci strumenti
di controllo, orientarlo verso la sostenibilità
con strumenti fiscali ed economici. Significa
puntare ad un avanzato livello di civiltà
fondato sul valore della democrazia anche in
campo economico e sul ruolo insostituibile delle
istituzioni democratiche. Con politiche fiscali
selettive, con lo sviluppo della ricerca e della
diffusione tecnologica, vanno, infine, valorizzate
ed accelerate le tendenze positive in atto.
La crescente globalizzazione dei mercati, con
il vorticoso aumento del commercio internazionale,
con la forte crescita dei mercati finanziari
che privilegiano orizzonti a breve termine,
con il crescente peso di un ristretto numero
di grandi società transnazionali, sta
accelerando e aggravando rilevanti fattori di
insostenibilità dell'attuale sviluppo.
D'altra parte in un mondo che si è fatto
più piccolo ed interdipendente e, grazie
all'informatica, alla telematica ed alle comunicazioni
radiotelevisive, anche più connesso,
è possibile agire globalmente, estendendo
e democratizzando l'accesso all'informazione
ed a tecnologie più sostenibili ed ecoefficienti.
In varie parti del Pianeta come in Italia (da
Seattle a Genova a Porto Alegre), movimenti,
associazioni, forze politiche ed anche singole
persone, sono impegnate e devono essere sensibilizzate
a contrastare le conseguenze negative della
globalizzazione dei mercati: molte delle loro
critiche e delle loro proposte sono anche le
nostre. Con queste realtà occorre dialogare
ed operare per far crescere una strategia globale
di sviluppo sostenibile. Il futuro di un popolo
dipenderà sempre di più dalle
possibilità degli altri di accesso alle
stesse opportunità e dalla tutela di
beni ambientali di interesse comune.
Occorre superare lo squilibrio, denso di pericoli,
che si è creato tra la crescita della
forza economica e finanziaria della globalizzazione
dei mercati e la debolezza delle istituzioni
internazionali che dovrebbero garantire un controllo
democratico e la tutela degli interessi comuni
dell'umanità: l'ONU va riformata e potenziata,
le organizzazioni internazionali che si occupano
di ambiente, commercio e finanza vanno profondamente
cambiate.
L'Unione Europea ha dato una forte impronta
alla strategia internazionale dello sviluppo
sostenibile, ponendola fra le sue ragioni fondanti
e sostenendo una forte iniziativa per la definizione
e l'attuazione di trattati internazionali a
favore dell'ambiente, come il protocollo di
Kyoto o quello sulla biosicurezza. L'Europa,
nell'era della globalizzazione, è una
dimensione regionale necessaria per un progetto
di sviluppo sostenibile. Tale prospettiva deve
essere estesa, come sta avvenendo con il processo
di allargamento, al Centro-Est Europa, ma deve
prestare anche una maggiore attenzione all'area
mediterranea ed al continente africano, dove
permangono condizioni di vita drammatiche per
milioni di persone.
Per promuovere un progetto di sviluppo sostenibile
è necessaria una strategia globale in
grado di affrontare i problemi del Paese e di
valorizzarne le potenzialità, integrando
l'ambiente in tutte le politiche. La bellezza
dell'Italia, un intreccio unico di natura e
cultura, di storia e di paesaggi, ha un valore
di rilevanza mondiale, ma è anche un
valore aggiunto che alimenta rilevanti attività
economiche del made in Italy. La tutela e la
valorizzazione delle nostre città sono
fattori decisivi per la qualità della
vita e rappresentano uno snodo cruciale per
il futuro, ancora di più nell'epoca in
cui l'urbanizzazione accelerata e mal gestita
ha, spesso, moltiplicato il degrado, l'invivibilità,
il traffico e l'inquinamento. L'integrazione
delle politiche ambientali in quelle industriali
è un formidabile stimolo al miglioramento
dell'efficienza delle gestioni ed all'innovazione
tecnologica oltre alla creazione di nuova occupazione:
la riforma dello sviluppo è un terreno
sul quale può crescere una più
avanzata alleanza fra ambiente e lavoro. Le
politiche energetiche sostenibili, fondate sulla
conservazione, gli usi razionali e le fonti
rinnovabili e pulite, riducono anche la dipendenza
dai combustibili fossili importati ed incrementano
il ricorso a fonti nazionali. Le politiche agricole
fondate sulla qualità e la sicurezza
degli alimenti, ma anche sulla manutenzione
del territorio, consentono di migliorare anche
le condizioni del mondo agricolo. Un sistema
sostenibile di mobilità rende i trasporti,
oltre che meno inquinanti e meno congestionanti,
più sicuri: può far diminuire
le stragi che avvengono sulle strade, con migliaia
di morti e centinaia di migliaia di feriti.
Una gestione sostenibile del territorio può
prevenire, o ridurre fortemente, i rischi di
frane ed alluvioni che costano migliaia di miliardi
ogni anno.
Una necessità di integrazione, nel quadro
della sostenibilità, si pone anche tra
le politiche ambientali e quelle relative alla
qualità della vita e dei consumi, con
i relativi aspetti di qualità dei servizi
e di una più adeguata ed efficace strumentazione
e capacità di intervento locale. Il miglioramento
della qualità ambientale e sociale dello
sviluppo rende il Paese più competitivo
e più forte, contrariamente a quanto
prospettano le politiche neoliberiste con la
loro visione riduttiva della competitività,
fondata sulla compressione dei salari e dei
diritti del lavoro e sull'abbassamento dei livelli
di tutela dell'ambiente.
Lo sviluppo sostenibile rappresenta un'opportunità
per l'intera umanità, per i Paesi poveri,
ma anche per tutti gli altri, per le generazioni
presenti, ma anche per quelle future. Consente
alle persone ed ai popoli un accesso esteso
alle garanzie e ai diritti, promuove libertà
e democrazia, insieme a sviluppo umano e civile.
Si può realizzare solo con un vasto consenso,
con ampie alleanze sociali e politiche. Vive
del protagonismo dei cittadini; propone un nuovo
orizzonte all'impegno politico e nuove sfide
al mondo tecnico e scientifico, ma anche a quello
del lavoro e delle imprese. Richiede una corretta
informazione, la massima trasparenza, il rispetto
delle regole e la certezza del diritto, a livello
sia locale, sia globale.
Non c'è ecologia senza equità
e non c'è equità senza ecologia:
per queste ragioni di fondo è necessario,
oggi più che mai, collocare l'ecologia
nella sinistra e la sinistra nell'ecologia.
Le destre neoliberiste, per populismo, arretratezza
culturale e scarso europeismo, stanno riproponendo
vecchie politiche di sviluppo insostenibile,
marginalizzando le politiche ambientali ed attaccando
le riforme avviate negli ultimi anni. Un progetto
di sviluppo sostenibile è un fattore
decisivo dell'opposizione alle destre neoliberiste
e della qualificazione di un'alternativa di
governo. In Italia non si può pensare
di costruire un'alternativa alle destre neoliberiste
senza la forte ripresa di una rinnovata sinistra
riformatrice e di governo, pilastro essenziale
della coalizione di centro sinistra e dell'Ulivo.
"L'ambiente non può più essere
solo farfalle e fiorellini!"- diceva provocatoriamente
Fausto Giovanelli, capogruppo DS in Commissione
Ambiente del Senato. E spiegava: "La tutela
dell'ambiente si sta trasformando in governo
del territorio: inquinamento, energia, ciclo
dei rifiuti e gestione dell'acqua potabile,
non possono essere slegati dallo sviluppo economico
di un territorio. Lo sviluppo sostenibile è
un'esigenza ed un valore che si può raggiungere
solo con le mille strade della democrazia",
L'energia più pulita, la meno cara, la
prima delle rinnovabili, è l'energia
non consumata. Una efficace politica energetica
dovrebbe darsi un ordine nelle priorità
partendo proprio dal concetto di risparmio:
o Efficienza energetica
o Risparmio (trasporti, energia elettrica
)
o Produzione locale
o Fonti rinnovabili
o Sviluppo nuove tecnologie
o Leva fiscale
o Educazione e responsabilità individuale
Promuovere l'efficienza energetica (legato allo
sviluppo delle nuove tecnologie) significa recuperare
gli sprechi, le inefficienze e le irrazionalità
nell'uso delle risorse. Via libera a tecnologie
volte ad elevare il rendimento di apparecchiature
elettriche e dei sistemi di riscaldamento. Negli
edifici di nuova costruzione e nelle abitazioni
possono essere adottati criteri costruttivi
volti a massimizzare il rendimento energetico,
le case costano un po' di più ma l'investimento
iniziale viene ricompensato da costi di gestione
molto minori, tanto che le spese si recuperano
in pochi anni.
Il risparmio energetico si realizza attraverso
la tecnologia, ma molto dipende dalle accortezze
individuali. Un esempio casalingo: la televisione
lasciata in standby con la lucina accesa consuma,
nel corso della giornata, più energia
di quella usata nelle due o tre ore in cui si
guarda la tv alla sera. Spegnere il riscaldamento
quando non si è in casa o un grado in
meno di temperatura negli ambienti portano a
sensibili risparmi sulla bolletta del gas.
La produzione locale di energia utilizza risorse
energetiche prodotte e consumate in loco, ha
un'efficienza superiore perché si riducono
gli sprechi legati al trasporto del carburante
o al trasporto tramite elettrodotto. Oppure
piccole centrali per il teleriscaldamento che
concentrano in una sola grande caldaia ad alto
rendimento le necessità di tutti gli
appartamenti che si trovano ad una distanza
conveniente per non disperdere energia, spegnendo
centinaia di bruciatori e facendo risparmiare
energia e soldi.
Lo sviluppo delle nuove tecnologie e l'utilizzo
di fonti rinnovabili come energia solare, eolica,
idroelettrica, biomasse sono sicuramente un
punto di partenza fondamentale per un futuro
di sostenibilità ambientale.
La leva fiscale. Se una persona vuole guidare
un'auto che fa 4 km con un litro di carburante
inquinando l'aria 4 volte di più del
necessario e occupando uno spazio doppio nelle
strade pubbliche è giusto che paghi per
questi suoi lussi. In generale, poiché
l'immissione di CO2 ed inquinanti in atmosfera
causa un danno a tutti, senza alcuna distinzione
geografica, chi più ne produce più
dovrebbe pagare. Le risorse economiche così
recuperate, se sfruttate nello sviluppo di nuove
tecnologie e nell'attuazione di coerenti piani
ambientali, potrebbero poi dare grandi risultati.
Educazione e responsabilità individuale.
Come abbiamo visto, le soluzioni non mancano,
su scala locale come su scala globale, dalla
tecnologia più semplice a quella più
sofisticata, ma non sono in grado di operare
in un quadro politico mondiale (e a dirla tutta
faticano anche in un quadro politico locale)
che formalmente tiene molto alla sostenibilità
ma che poggia su disuguaglianze macroscopiche.
L'educazione e la sensibilizzazione sono quindi
il primo passo che la nostra organizzazione
deve tenere presente per cercare di "wrestle
the earth from the fools", strappare la
Terra ai Pazzi, come diceva Patti Smith.
Antifascismo e memoria
Il
60° Anniversario della Liberazione, lo scorso
25 Aprile, ha portato in piazza tantissime persone
a festeggiare e a riaffermare i valori dell'antifascismo;
tra questi moltissimi giovani. C'è infatti
ancora forte nelle giovani generazioni, un senso
di attaccamento alla Resistenza e ai valori
che essa ha affermato; nonostante i tentativi
di revisionismo e di strumentalizzazione che
in questi anni si sono susseguiti a opera del
governo di centro-destra e degli ambienti culturali
ad esso vicini. Tutto quell'accanimento infatti
non è bastato a cancellare la straordinaria
esperienza della Resistenza, e prova ne è
la grande diffusione dei valori antifascisti
tra i giovani e il loro affetto e rispetto verso
i partigiani. La Sinistra Giovanile si interessa
da anni dei temi dell'antifascismo e della memoria
storica, collaborando con associazioni come
ANPI e Istoreco, nell'intento di difendere le
idee della Resistenza, e negli ultimi tempi
anche la nostra Costituzione. Gli attacchi della
maggioranza di centro-destra contro la nostra
storia più recente, non si sono infatti
limitati al tentativo di parificare lo status
dei combattenti di Salò a quello di coloro
che prestarono servizio nei diversi eserciti
in conflitto durante la Seconda guerra mondiale,
né al revisionismo più becero,
ma sono arrivati addirittura a modificare profondamente
la Costituzione della Repubblica, nata dalla
Resistenza, dai sacrifici di quegli anni di
guerra, dai valori per cui tantissimi morirono,
fino a stravolgerne il contenuto. Anche la Sinistra
Giovanile ha aderito alla raccolta di firme
in difesa della Costituzione, per la richiesta
del referendum, e ora ci impegneremo anche nella
campagna referendaria, per cancellare l'opera
distruttiva del centro-destra.
Continuiamo a batterci insieme ai partigiani
e a tutti gli antifascisti per la tutela della
democrazia e della libertà, nella convinzione
che è dalla Resistenza che è nato
il nostro Paese, dalla lotta partigiana è
nata la nostra Repubblica.
Siamo
a fianco dei partigiani, perché
"
Il loro impegno non è finito il 25 Aprile
del '45, ma è continuato nella ricostruzione
dell'Italia, è sfociato nella Costituzione,
nella nostra democrazia, e continua ancora oggi,
per non far sbiadire il ricordo di quegli anni.
Con la stessa passione con cui imbracciarono
un fucile per far finire la guerra, oggi parlano
a chiunque voglia ascoltarli, ma soprattutto
ai giovani, perché il senso della loro
lotta non vada perduto nei meandri della storia.
È ai giovani che chiedono di diffondere
il messaggio della Resistenza, di raccontare
come sono andate davvero le cose; è ai
giovani che raccomandano di difendere la Costituzione
contro gli attacchi vecchi e nuovi; è
ai giovani che chiedono ancora di resistere,
e di non abbandonare la lotta che loro hanno
iniziato.
E tocca ai giovani, a noi che della Resistenza
conosciamo solo i racconti, ma di cui godiamo
tutti i benefici, tocca a noi, che siamo figli
della Resistenza, rispondere all'appello dei
partigiani, a far sì che le loro parole
e le loro azioni non cadano nel vuoto. Tocca
a noi resistere ai nuovi fascismi che avanzano
e difendere la democrazia; tocca a noi portare
avanti quella bandiera di pace, giustizia, libertà,
quella bandiera che fu dei partigiani, che è
ancora loro e che insieme dobbiamo portare avanti,
fino a dove sorge il sol dell'avvenir."
Tratto
dall'Introduzione a "Dove Sorge il Sol
dell'Avvenir", raccolta di testimonianze
dei partigiani, a cura dell'Associazione studentesca
Sx - Studenti di Sinistra, realizzata in occasione
del 60° anniversario della Liberazione.
Contributo del Circolo Cittadino "Bella
Ciao" alla Conferenza Programmatica e Organizzativa
Sg
Premessa
Dopo
cinque anni di governo di centrodestra la vera
e clamorosa sconfitta della politica berlusconiana
dello stato-azienda è la scarsa capacità
di offrire sicurezza e certezza per il futuro
delle giovani generazioni soprattutto. La realizzazione
dell'individuo parte dall'educazione e dalla
scolarizzazione, passa dall'istruzione e dalla
formazione professionale permanente e sfocia
nella carriera lavorativa e nella costruzione
di un progetto di famiglia per ogni persona.
La situazione del nostro paese, oggi, non ci
permette di fare serene valutazioni sul futuro:
la scarsa qualità dell'istruzione, la
precarietà del nuovo mercato del lavoro,
le conseguenti difficoltà ad accedere
alle possibilità di avere una casa da
abitare quindi con la propria famiglia sono
alcuni dei gravi fardelli che pesano sulle spalle
dei giovani di oggi, adulti di domani. Proponiamo
dunque al dibattito politico della nostra organizzazione
e del nostro partito alcuni spunti di riflessione
per migliorare il futuro del nostro Paese.
Casa
e Lavoro
La
Sinistra Giovanile di Reggio Emilia ha trovato
negli ultimi tempi al suo interno una forte
sensibilità verso i temi e le dinamiche
del mercato del lavoro attraverso un percorso
ben definito, partito dall'annuale Corso, tenutosi
a Pievepelago nel weekend del primo novembre,
passato da un confronto svoltosi a Correggio
il 20 novembre con il Nidil-Cgil, il sindacato
dei precari, e che si concluderà con
un'iniziativa pubblica insieme con il partito
il 20 dicembre. La discussione è stata
indubbiamente partecipata e sentita, visto anche
la forte caratterizzazione giovanile del tema.
Se da un lato attribuiamo al mercato del lavoro
una certa flessibilità, per cui non è
più pensabile mantenere la stessa professione
nell'arco di tutta la carriera lavorativa, dall'altro
sosteniamo come questa flessibilità non
debba tradursi in una "precarizzazione
stabile" per chi deve entrare nel mondo
del lavoro. Il lavoro precario è fonte
non solo di incertezza sul futuro, ma anche
di disagio nel presente: non avere una retribuzione
stabile significa non poter accedere al credito
per l'imprenditorialità dell'individuo,
non poter accendere un mutuo per comprare casa,
non poter avere un contratto d'affitto sicuro
Il sistematico ricorso a forme di lavoro atipico
è diventato una forma di agevolazioni
per le imprese e una contestuale mancanza di
diritti e sicurezze per i lavoratori atipici.
Il lavoro atipico è fortemente sottopagato
sia rispetto alle tradizionali forme di contratto
lavorativo, sia rispetto alla sottoccupazione
dei lavoratori atipici, sennonché il
70% dei essi è laureato.
La legge 30, nota come "legge Biagi",
non ha portato ad alcun radicale cambiamento
in questo senso: questa legge ha trasformato
il 93% dei co.co.co. in altre forme di precariato,
mentre il restante 7% dei lavoratori atipici
è passato al mercato del lavoro nero.
Si delinea dunque la forte necessità
di intervento per far si che alla flessibilità
necessaria non corrisponda una forte precarietà.
In questo senso proponiamo di aumentare il costo
del lavoro atipico e di regolamentare il ricorso
ad esso, onde evitare un uso improprio di questo
strumento: il fattore temporale deve essere
discriminante tanto quanto la mansione dei contratti
a tempo determinato. Banalmente, i contratti
a progetto non possono riguardare professioni
come l'impiegata o il barista, poiché
la professionalità di una persona non
è un progetto trimestrale di un'azienda,
bensì il progetto di realizzazione personale
di una vita.
Il contratto a tempo indeterminato è
anche il frutto di un naturale rapporto fiduciario
tra offerta e domanda di lavoro: il precariato
contribuisce alla scarsa fiducia nel futuro
fortemente percepibile nel mondo giovanile.
La nostra proposta per il programma di governo
del centrosinistra prende forma con l'abrogazione
della legge 30, la riformulazione della flessibilità
sul modello della legge regionale "Bastico",
l'estensione dei diritti sociali per i lavoratori
atipici e il conseguente miglioramento del loro
stato sociale. Proponiamo inoltre alle Province
di investire maggiormente sulla qualità
dei centri per l'impiego, fino ad oggi sfruttati
come ultima spiaggia a fronte delle 25 agenzie
di somministrazione lavoro della nostra provincia,
ma che possono diventare protagonisti nella
ricerca di un contratto a tempo indeterminato
che deve rimanere lo standard per un welfare
che voglia offrire prospettive future alle giovani
generazioni. Basti pensare alla mancata copertura
degli attuali ammortizzatori sociali per gli
atipici: proponiamo integrazioni previdenziali
per le situazioni di bassa retribuzione (la
stragrande maggioranza); politiche di inclusione
sociale per compensare l'improvvisa interruzione
del rapporto di lavoro; l'estensione del diritto
retribuito di astenersi dal lavoro in caso di
gravidanza, malattia e infortunio anche per
gli atipici; un'analisi e un cambiamento riformista
e non ideologico sulla questione previdenziale
degli atipici. Tutto questo deve realizzarsi
con politiche del lavoro di ampio respiro, come
l'aumento del costo e della qualità del
lavoro flessibile, attraverso formazione permanente
e valorizzazione delle competenze, le politiche
di emersione dal lavoro nero, la riforma degli
ordini professionali a fronte di una scarsa
mobilità sociale, la possibilità,
come si diceva, di accesso al credito e alla
casa anche per i lavoratori atipici, il riconoscimento
delle coppie di fatto nel welfare locale. A
questo proposito proponiamo alle amministrazioni
comunali di ricorrere al finanziamento stanziato
con delibera 174/2005 della giunta regionale,
per la realizzazione di alloggi finalizzati
all'acquisto e all'affitto convenzionato, inserendo
nelle condizioni di accesso all'agevolazione
le giovani coppie sia sposate che di fatto.
Scuola
La
Sinistra Giovanile di Reggio Emilia, da sempre
attenta al mondo della scuola, ritiene centrale
nel dibattito politico pre e post - elezioni,
il tema del sapere e della formazione, così
come quello della valorizzazione delle esperienze
studentesche di mobilitazione e partecipazione.
L'Emilia Romagna si configura nel panorama nazionale
come un'isola felice e come modello per una
riforma della scuola dell'eventuale governo
dell'Unione. Questo modello è basato
sull'autonomia scolastica, e crediamo sia necessario
incentivare le autonomie, e creare una rete
tra le scuole, sia primaria che secondaria,
non solo per promuovere la scelta consapevole
di un' offerta formativa didatticamente efficace,
ma anche affinché le scuole si rendano
concrete interpreti del territorio, e creino
una relazione con il tessuto produttivo. Questo
però non significa un intervento delle
aziende all'interno delle scuole (con progetti
o finanziamenti più o meno interessati),
né tanto meno l'idea di scuola come azienda,
tanto cara al premier Berlusconi, ma piuttosto
una "scuola nella azienda", cioè
la creazione di una cultura della formazione
permanente, nella consapevolezza che senza il
sapere non vi è sviluppo economico, né
sociale, e con l'obiettivo di creare la società
della conoscenza delineata nella Strategia di
Lisbona.
Accanto al tema dell'autonomia, c'è la
necessità di un grande investimento di
risorse nella riqualificazione della scuola
pubblica, sia per la didattica, che per l'edilizia
scolastica. È questo un problema ancora
sentito, anche nelle scuole della nostra Provincia,
e va affrontato con tempestività e impegno.
In questo senso strategico deve essere l'impegno
parallelo della provincia e del comune di Reggio
Emilia nella individuazione delle priorità
di intervento per le situazioni più esigenti.
Riteniamo centrale inoltre la creazione di una
politica ancora più estesa di diritto
allo studio, come prima risposta concreta alla
scarsa mobilità sociale, che è
delineata dalla separazione tra formazione e
istruzione nella riforma Moratti del 2°
Ciclo; diritto allo studio anche visto come
primo baluardo dell'integrazione, nell'ottica
di una società in movimento, aperta e
multiculturale. Accanto al diritto allo studio,
una politica efficace di servizi per gli studenti,
la creazione di spazi e tavoli di confronto,
in stretto rapporto con le associazioni giovanili.
In quest'ottica appare necessario rivalutare
le esperienze di partecipazione studentesca,
in tutte le sue forme, a partire dalle scuole.
La politica, e nello specifico la Sinistra Giovanile
e i DS, devono opporre al muro di indifferenza
che i ragazzi hanno eretto nei confronti della
politica, la loro capacità di ascolto
e di dialogo, a partire da risposte concrete
sul mondo della scuola.
Università
La
nostra università è da tempo al
centro del dibattito cittadino per l'importanza
non solo di ruolo e funzione, ma anche di riqualificazione
e coesione sociale che riveste l'ateneo di Modena
e Reggio: i lavori recentemente conclusisi per
il recupero della ex-caserma Zucchi, ricoprono
una rilevanza strategica non solo per l'ateneo,
ma per tutta la città. Una città
che investe sull'università è
una città che investe sul proprio futuro.
Occorrono dunque interventi mirati per dare
slancio alla nascita di un forte polo universitario
in centro storico: l'intervento alla Zucchi
deve rappresentare solo l'inizio di una politica
volta all'inserimento nel contesto urbano e
sociale cittadino di una eccellenza presente
e futura del nostro sistema socio-culturale.
È fondamentale, dunque, dare spazio e
opportunità a quello che potrà
essere il vero motore di innovazione del centro
e di tutta la città. La massiccia presenza
di studenti universitari nel centro storico
rappresenta anche uno dei punti fondamentali
per la sua rivitalizzazione. Accanto all'intervento
di recupero della Zucchi, proponiamo di investire
sulla zona dei giardini avviando progetti di
riqualificazione in tal senso dell'isolato San
Rocco e dell'attigua Piazza della Vittoria,
luoghi che si presteranno nel prossimo futuro
ad una forte caratterizzazione giovanile e universitaria.
Parallelamente riteniamo importantissimo il
recupero dell'area San Lazzaro: questa operazione
può essere importantissima sia per un
ulteriore rilancio dell'università della
nostra città, sia per dare respiro alle
sempre più affollate scuole superiori
della nostra Provincia. Chiediamo che si proceda,
parallelamente al discorso universitario, con
un approfondimento in collaborazione tra Comune
e Provincia per la verifica sulla situazione
dell'edilizia scolastica cittadina, valutando
l'opportunità di inserire al San Lazzaro
realtà anche diverse dal contesto universitario,
creando un vero e proprio polo della formazione:
la sua collocazione strategica, essendo ben
servito dalla rete ferroviaria locale in diretto
collegamento con la stazione centrale, può
altresì migliorare la qualità
della vita della nostra città. È
infatti importante tenere in considerazione
in sede di programmazione territoriale degli
edifici scolastici e universitari, la loro sostenibilità
dal punto di vista della mobilità.
Crediamo che a Reggio Emilia servano investimenti
di questo tipo, che favoriscano e stimolino
l'attività universitaria e di ricerca
sul territorio, insieme con una forte sostenibilità
dal punto di vista ambientale e della mobilità.
Cultura
e interculturalità
L'attenzione
verso la diffusione della cultura, in tutte
le sue forme, e l'accesso a una cultura gratuita,
aperta, vicino al mondo giovanile sono priorità
per un Paese che come l'Italia ha un grandissimo
patrimonio storico-culturale, ma per la non
brillante situazione economica, rischia di dimenticarne
l'importanza. Il governo Berlusconi ha scelto
di penalizzare la vita culturale italiana: questo
si coglie anche dal recente taglio del FUS (fondo
unico per lo spettacolo).
Noi crediamo che la valorizzazione della cultura
passi anche per una sua diffusione più
capillare: è essenziale dunque che sia
accessibile indipendentemente dal reddito, ma
anzi vada proprio a colmare quelle differenze
economico-sociali che si stanno sempre più
accentuando. Nel 2005 cultura significa anche
nuove tecnologie, internet in primis; ma anche
il recupero della nostra storia e del nostro
passato. Crediamo sia necessario sostenere tutte
quelle iniziative culturali, e soprattutto artistiche,
promosse dalle giovani generazioni e che mirino
a riportare la cultura al centro anche della
vita giovanile. Cultura significa anche culture,
cioè un'apertura al dialogo verso culture
diverse, con l'obiettivo di creare una grande
melting pot culturale, capace di includere tutti.
Cultura come risposta al pregiudizio e all'indifferenza,
su cui poggiare una società più
equa, inclusiva e coesa.
Diritto di voto ai cittadini immigrati.
La
Sinistra Giovanile delle Città è
da sempre favorevole all'ampliamento degli spazi
di partecipazione dei migranti nel dibattito
sociale, politico e culturale della nostra comunità.
In questi mesi la nostra attenzione è
stata focalizzata su una tematica che consideriamo
fondamentale per la piena integrazione dei cittadini
extracomunitari nella società: il diritto
di voto attivo e passivo alle elezioni amministrative.
Una tematica di recente esaminata anche in Consiglio
Comunale e destinata a riproporsi anche nei
prossimi mesi nella apposita commissione che
studierà una modifica dello statuto comunale
in tal senso. Avremmo preferito un impegno più
deciso e immediato, ma siamo consci dei tempi
della politica, delle mediazioni a cui si deve
andare incontro, del rispetto delle norme e
dei tempi anche burocratici per la loro modifica.
E' stata una battaglia che ci ha posto all'avanguardia
all'interno del Partito - forse troppo timido
su queste tematiche - e che ci ha reso protagonisti
del dibattito politico di questi mesi. Ma guai
a considerare quanto fatto un punto d'arrivo.
Nell'immediato futuro occorrerà pensare
a nuovi indirizzi da dare alla nostra azione
politica su queste tematiche: partendo dalla
piena integrazione degli alunni stranieri nelle
scuole, alla lotta contro ogni ghettizzazione,
al rifiuto di ogni discriminazione.
La Sinistra Giovanile della Città intende
porre all'attenzione queste tematiche, consci
del fatto che il nostro obiettivo finale non
può che essere la costruzione di quella
società interetnica e interculturale,
unica risposta possibile alla globalizzazione
e alle novità del Terzo Millennio. Proponiamo
dunque che si renda effettivo e si regolamenti
con l'individuazione delle opportune discriminanti,
a partire dalle amministrative del 2009, il
voto ai cittadini immigrati ed extracomunitari
per le circoscrizioni (ove è già
stata verificata la fattibilità, anche
costituzionale), con la prospettiva di estendere
questo diritto anche per la elezione degli altri
organi amministrativi.
Rivitalizzazione
del Centro storico di Reggio Emilia
Un'attenta
analisi dei problemi di spopolamento serale,
e non solo, del centro storico della nostra
città ci porta a riflettere su alcune
proposte che potrebbero migliorarlo, per come
lo viviamo noi. Il centro non è solo
il quartiere dei suoi residenti ma è
il Centro della città di tutti. In questa
ottica poniamo l'attenzione su alcune possibili
strategie per renderlo accessibile, attraente
e aggregativo.
" Ampliare la zona di traffico limitato,
con la prospettiva di ampliare anche l'isola
pedonale, sia per un problema di inquinamento
e in secondo luogo perché il centro senza
auto diventerebbe decisamente più vivibile.
Come attuare questo: migliorando ed intensificando
il servizio di mezzi pubblici dai parcheggi
scambiatori al centro; realizzando i nuovi parcheggi
scambiatori, di "prima" e "seconda
fascia" fuori dal centro storico; potenziando
e migliorando i servizi alle biciclette, con
l'individuazione di luoghi strategici per il
posizionamento delle rastrelliere e l'intensificazione
del servizio di noleggio automatico e continuo.
" Realizzare metropolitana di superficie
in tutte le tratte (Bagnolo - Cavriago - Scandiano),
con numerose stazioni e corse frequenti per
rendere accessibile il centro dalla periferia.
" Attivare un servizio serale e notturno
ordinario di mezzi pubblici, che porti i cittadini
a vivere il centro anche la sera.
" Attuare un politica culturale che miri
a conservare e migliorare i cinema presenti
in centro storico (vera e propria ricchezza),
e li difenda dalla concorrenza delle multisale
della provincia. I Cinema sono sicuramente un
passo importante per la rivitalizzazione del
centro storico la sera.
" Risolvere le situazioni di vera e propria
ghettizzazione culturale ed etnica presenti
in centro storico, con un coinvolgimento delle
realtà multiculturali del centro nella
progettazione e realizzazione di una seria politica
per l'integrazione.
" Incentivare la ristrutturazione ed il
recupero dei palazzi disabitati e fatiscenti
del centro.
" Incentivare l'affitto regolato e "concordato"
delle case del centro, soprattutto per gli studenti
universitari fuori sede.
" Incentivare la nascita di attività
commerciali finalizzate all'intrattenimento
serale.
Sicuramente
rendendo più vivo il centro storico anche
il problema della sicurezza verrà ridotto,
perché la presenza costante di gente
scoraggia eventuali malintenzionati, ma l'azione
della forza pubblica dovrà essere comunque
sostenuta e rafforzata.
Indubbiamente il centro storico della nostra
città è piccolo e privo di elementi
culturali di spicco se comparato alle città
con cui confiniamo, ma proprio per le sue dimensioni
può risultare anche più gestibile.
Non dimentichiamoci che piazze e vicoli del
centro sono da sempre luoghi dove i cittadini
si incontrano, dove vivono e dove si realizzano
reti di relazione importanti; per alimentare
il senso di appartenenza alla comunità
cittadina e per mantenere la coesione sociale,
non può certo essere ridotto a semplice
centro commerciale all'aperto ma deve avere
un ruolo fondamentale e di riferimento per tutti
i cittadini, per il ruolo di aggregazione e
di attrazione che deve sempre più esercitare,
soprattutto nei confronti delle giovani generazioni,
ma non solo.
Sviluppo
sostenibile: città più vivibile
e sicura.
La
città di Reggio Emilia oggi si trova
di fronte a sfide importanti da cui trarre vantaggi
per la sua collocazione in area vasta nei prossimi
anni.
Servono politiche strategiche fondate su una
precisa idea di città che porti a uno
sviluppo qualitativo fondato su cinque-sei priorità:
"
esiste la necessità di procedere con
determinazione nell'affermare il livello di
prim'ordine della nostra città nell'ambito
medio-padano: Reggio si trova al centro di un
bacino importante fra Parma, Modena, Mantova
e l'asse Tirreno-Brennero e per questo è
stata scelta come sede della fermata Medio-Padana
dell'Alta Velocità. Occorre portare avanti
i progetti strategici e di area vasta impostati
negli ultimi anni all'interno degli strumenti
di pianificazione, accrescendo la facoltà
di "fare sistema" con i vari soggetti
e livelli della pubblica amministrazione, senza
escludere altresì gli attori privati,
fondamentali per la buona riuscita dei progetti.
"Fare sistema" che significa anche
mettere insieme tutte le risorse finanziarie
necessarie a recepire fondi per finanziare le
opere in corso o in fase di progettazione.
" Occorre completare il sistema di tangenziali
urbane all'abitato, tenendo conto della necessità
di avviare al più presto i lavori per
la tangenziale di Canali e per la tangenziale
Nord fra San Prospero e Cavazzoli. Nel contempo
serve un impegno forte per sbloccare l'iter
procedurale della tangenziale di villa Bagno,
parallelamente alla progettazione della cosiddetta
via Emilia bis a nord delle frazioni Pieve,
Cella e Cadé.
" Servono politiche decise sulla mobilità
intensificando i collegamenti degli autobus
urbani fra centro e periferie e investendo risorse
sul sistema intermodale dei trasporti, che punti
anche alla realizzazione di nuovi parcheggi
di attestamento e delle linee di metropolitana
Reggio-Due Maestà e Reggio-Cavriago e
quindi sulla elettrificazione delle linee ferroviarie
provinciali.
" Non bisogna rinunciare alle opere di
mitigazione ambientale a margine degli abitati
e delle nuove opere infrastrutturali: è
sempre più evidente l'esigenza di creare
un cuscinetto verde boschivo e attrezzato nella
prima cintura urbana in modo da garantire vivibilità
ai quartieri ampliando altresì le zone
trenta alla periferia e alle frazioni, assieme
alla rete di percorsi ciclopedonali.
" Servono politiche di coesione sociale
all'interno dei quartieri e delle frazioni privilegiando
l'aspetto comunitario di un luogo e tutte le
peculiarità sociali private e pubbliche
(dai servizi di quartiere al commercio al dettaglio)
che caratterizzano un determinato contesto territoriale.
" Occorre rilanciare il ruolo dei punti
di forza della città su scala nazionale
e internazionale: dalle scuole dell'infanzia,
al Primo Tricolore, agli itinerari e ai prodotti
eno-gastronomici, alla nostra industria d'eccellenza,
al polo fieristico e sportivo della zona nord,
ai luoghi del sapere e della sicurezza sociale,
sino alla storia dell'urbanistica novecentesca
di Reggio, patrimonio spendibile e studiato
nei principali atenei del nostro paese.
Vi
è il bisogno quindi di un coordinamento
delle politiche strategiche e dei soggetti attuatori
che contribuiscono a rinvigorire di giorno in
giorno il sistema Reggio per dare vita a importanti
priorità (poche ma buone) di sviluppo,
coinvolgendo tutti i settori: dal pubblico al
privato, dall'ente pubblico all'associazionismo,
alle organizzazioni dei lavoratori, sino agli
enti regionali e statali tenendo presente che
le opere si finanziano e si fanno grazie al
contributo di tutti i livelli della pubblica
amministrazione e degli attori privati.
Cogliamo
infine la sensibilità di tutta la cittadinanza
riguardo al tema della sicurezza e della legalità.
Se vogliamo associare all'idea della sicurezza
il valore e l'ideale di libertà, riteniamo
importante favorire l'istituzione di "commissariati
di quartiere", la presenza cioè
delle forze dell'ordine nelle varie zone della
città, non necessariamente corrispondenti
alle circoscrizioni, ma almeno nelle quattro
grandi zone in cui è divisibile territorialmente
il capoluogo; crediamo cioè, che la presenza
più vicina alla popolazione delle forze
dell'ordine, che nel contempo possono acquisire
una più capillare e pertinente conoscenza
del territorio, sia strategica per consolidare
quel senso di sicurezza associabile alla libertà.
Contributo
dall'assemblea regionale dell'E.R. dei giovani
eletti SG
La
legge regionale 20 del 2000 ridisegna completamente
il quadro normativo sulle politiche urbanistiche
degli enti locali del nostro territorio. Sono
stati ribattezzati e modificati vecchi strumenti
urbanistici e ne sono stati introdotti alcuni
nuovi. Alla base di questa riforma delle politiche
urbanistiche emerge il principio che l'ente
pubblico deve governare lo sviluppo del suo
territorio, indirizzando la crescita e bilanciando
il consumo del territorio con la realizzazione
di nuovi servizi per la cittadinanza. In questo
quadro pensiamo che i giovani possano compartecipare
ai benefici derivati da questi nuovi strumenti
urbanistici.
" Crediamo che il nuovo Piano Strutturale
Comunale del Comune di Reggio Emilia debba contenere
chiare linee di indirizzo a favore dell'introduzione
sul mercato immobiliare del territorio di abitazioni
a prezzo d'acquisto o di affitto agevolato destinate
prioritariamente alle giovani generazioni. Il
PSC è una specie di "costituzione
del territorio" di un Comune, pensiamo
sia giusto che tra le linee guida definite da
questo nuovo strumento urbanistico sia riservata
un'attenzione verso le giovani generazioni.
"
Proponiamo che in fase di contrattazione (nel
Piano Operativo Comunale) con i costruttori
l'Amministrazione comunale individui una parte
delle dotazioni urbanistiche in abitazioni da
vendere ai giovani a prezzi concordati. Nel
primo caso si dovrà fissare un prezzo
di vendita al di sotto della media del mercato
e definire in una convenzione con il costruttore
(nel Piano Urbanistico Attuativo) i parametri
per ottenere la priorità. I comuni dovranno
quindi predisporre graduatorie che tengano conto
dell'età, del reddito, della costituzione
di un nuovo nucleo famigliare (sia sposato che
di fatto).
" Pensiamo si debba riservare attenzione
anche ai giovani diversamente abili realizzando
un progetto già sperimentato in alcune
realtà del nostro territorio. Tale progetto
prevede che in sede di POC si destini un numero
di abitazioni per la creazione di case auto-gestite
da giovani diversamente abili, dando loro la
possibilità di vivere in autonomia dalla
famiglia. Queste case dovranno essere assistite
dai servizi sociali del comune. Il progetto
raccoglie il sostegno anche delle famiglie,
essendo un modo per garantire ai ragazzi la
possibilità di vivere anche senza il
supporto dei genitori.
Conclusioni
La
politica si trova oggi ad avere davanti a sé
sfide decisive per il futuro dal nostro Paese
e della nostra Città. La Coalizione di
centrosinistra che andrà a presentarsi
agli italiani nel prossimo Aprile, dovrà
tenere ben presente che il miglioramento della
qualità della vita non dipende solo dallo
sviluppo quantitativo ed economico del Paese.
Nella fase storica nazionale e internazionale
in cui ci troviamo, le scelte decisive saranno
quelle innovative sul piano qualitativo e non
quantitativo dello sviluppo: una società
più coesa, serena e con prospettive per
il futuro migliori deve essere costruita su
tutti i livelli di governo e di amministrazione,
a partire dal governo centrale fino ad arrivare
alle realtà delle circoscrizioni e dei
quartieri. I cosiddetto disagio giovanile non
può essere caricato sul groppone di questa
o di quella amministrazione, ma è una
questione generazionale che coinvolge tutti
i livelli di partecipazione e di decisione.
Richiamiamo dunque non solo la giunta della
nostra città, ma l'intera classe dirigente
di centrosinistra del nostro Paese a farsi carico
della difesa dei diritti e delle opportunità
per le giovani generazioni, ad ogni livello
di competenza, in un'ottica di maggiori prospettive
per il futuro dei giovani del Paese e, quindi,
del Paese stesso.