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SOGNATORI SI DIVENTA
Il Manifesto dell'Italia che vuole cambiare
Premessa
Il
congresso nazionale della Sinistra giovanile è
il momento di massima partecipazione politica
e democratica della nostra organizzazione, è
qui che ci prepariamo alle straordinarie sfide
che il nostro tempo ci pone di fronte.
Dopo tre anni tumultuosi e straordinari di partecipazione
e battaglia politica, nel vivo della più
lunga campagna elettorale che la storia del nostro
Paese ricordi, noi siamo chiamati a definire le
proposte, il progetto politico e a costruire il
radicamento nella società italiana della
nostra alternativa di Governo.
Non si tratta solo di denunciare i guasti della
Destra, né solamente di analizzare, come
pure in profondità faremo, i rischi della
spirale di invecchiamento e declino della società
italiana.
Oggi la nostra funzione è in primo luogo
quella di definire il programma e il progetto
politico capace di porre al centro della nostra
idea di società la questione generazionale.
La questione generazionale è per noi la
chiave di lettura, è la priorità
rispondendo alla quale si indica la strada per
il futuro del nostro Paese, un futuro di benessere
e giustizia sociale, di opportunità e sviluppo,
di partecipazione e libertà attiva per
il nostro Paese.
Di fronte ad una società più povera
e smarrita, più incerta e insicura, dove
la nostra generazione pare essere ineluttabilmente
condannata a vivere il triste primato della prima
generazione con minori opportunità e meno
capace di futuro rispetto a quelle precedenti,
noi dobbiamo immaginare e costruire un radicale
e ambizioso programma di trasformazione del nostro
Paese, riforme vere, concrete, profonde, diritti
nuovi, esigibili, universali, libertà di
scelta e autonomia, pari opportunità e
un nuovo welfare, un nuovo patto tra le generazioni.
Come diremo in queste nostre tesi per vincere
le elezioni e per cambiare l'Italia non basta
solo un elenco di cose da fare, ci occorre un
pensiero nuovo e condiviso, un'idea di società
e di politica, ci occorrono tutta la passione,
la fantasia e la voglia di fare di una generazione
che ha scelto di costruire, nella società
degli individui, le nuove forme di un'azione politica
collettiva.
Per questo quale premessa alle nostre tesi abbiamo
inserito la nostra proposta di manifesto generazionale,
perché questo nostro congresso segni l'apertura
di una nuova stagione nella vita della Sinistra
giovanile, per superare i confini tradizionali
del nostro essere giovanile di partito, una stagione
in cui la nostra organizzazione si candida ad
essere compiutamente il soggetto generazionale
della sinistra riformista.
Sognatori
si diventa
Il Manifesto dell'Italia che vuole cambiare
Sognatori
si nasce o si diventa?
Questa è la domanda che segna il nuovo
confine tra la destra e la sinistra, tra il passato
e il futuro, tra il declino e la rinascita del
nostro Paese, tra il fallimento dell'attuale Governo
e la nostra credibile alternativa, tra il populismo
eversivo e una nuova stagione di passione e partecipazione
politica.
Oggi in Italia sognatori si nasce.
Perché è la condizione economica
e culturale della famiglia o del quartiere da
cui provieni che decide quale sarà il tuo
percorso di studi, il tuo lavoro, le opportunità
che potrai avere nella vita.
Perché una parte largamente maggioritaria
delle nuove generazioni vive la pericolosa paura
di avere meno speranze di futuro delle generazioni
che l'hanno preceduta.
Perché la stessa parola futuro, e con essa
il diritto a sognare liberamente, è scomparsa
dall'orizzonte di troppe ragazze e ragazzi.
La nostra è una generazione di sognatori
materiali.
Le nostre utopie nascono da una nuova dimensione
dell'identità e della cittadinanza europee
e globali, sono utopie concrete: la pace, l'umanizzazione
del capitalismo globale, un nuovo modello di sviluppo,
il ritorno dell'economia al servizio dell'uomo,
la politica che risolve i conflitti e espande
la democrazia, i diritti sociali e dei lavoratori
come nuovo principio regolatore del mercato globale,
un nuovo ordine mondiale fatto di istituzioni
democratiche e di cooperazione, il sapere come
chiave universale della cittadinanza accessibile
a tutti, l'aria, l'acqua, la terra, il cibo, la
vita come beni pubblici non commerciabili.
Utopie concrete, cioè sogni con le gambe,
quelle di milioni di uomini e donne che si sono
mobilitati per questo e che hanno affermato la
nascita di una nuova consapevolezza del loro essere
comunità globale, la necessità di
una politica nuova che superi i confini degli
stati nazione e si misuri con il governo del mondo.
Nelle nostre vite i bisogni materiali e i diritti
fondamentali sono divenuti dei sogni così
difficili da realizzare da costringere molti ad
una silenziosa e disperata rinuncia: l'accesso
al sapere, i diritti e le tutele del lavoro, la
casa, l'accesso al credito, avere un figlio, mettere
a frutto il proprio talento, la possibilità
di realizzare se stessi, di scegliere liberamente
il proprio progetto di vita.
Questi sogni sono dannatamente concreti, tangibili,
reali: sono diritti e opportunità, garanzie
e tutele, la dimensione materiale e esigibile
del nostro diritto al futuro.
Per questo noi vogliamo un Paese in cui sognatori
si diventa.
La nostra è un'idea dell'Italia nella quale
ognuno sia libero di coltivare i propri sogni
e di costruirli realmente, in cui non ci siano
privilegi ereditari e di casta, chiusure corporative
e discriminazioni di ogni sorta, in cui non ci
sia una barriera insormontabile e irremovibile
fra la cittadinanza e l'esclusione in ogni sua
forma.
Noi vogliamo cambiare l'Italia con riforme radicali,
con tutta la nostra fantasia e creatività,
costruendo un Paese a misura dei nostri bisogni
e dei nostri meriti, delle nostre capacità,
un Paese che offra a tutti il diritto di mettersi
in gioco, l'opportunità di superare i propri
limiti, di rimuovere gli ostacoli che ci separano
dai nostri sogni.
Alla nostra generazione la società degli
individui non fa alcuna paura, a patto che nessuno
sia lasciato solo.
Il nostro individualismo è altruista.
Il bene che ognuno ricerca per sé si incontra
con il bene che ognuno desidera per gli altri.
I sogni di ciascuno si incontrano e si uniscono
e da questo incontro nascono sogni collettivi,
che diventano ideali, idee, progetti, valori,
per cui battersi, con cui costruire una nuova
società.
La
generazione glocale
Veniamo
da anni di esagerato ottimismo e fiducia nei confronti
dell'economia, quasi che questa da sola fosse
capace di sciogliere e risolvere le contraddizioni
di questo sempre più complesso e articolato
mondo nell'idea che il progresso materiale è
illimitato, lineare e irreversibile e per questo
prima o poi avrebbe inciso in maniera positiva
su tutti gli individui.
Veniamo da anni in cui a un vecchio ordine mondiale
si è sostituito solo un gran disordine,
dove dalla scomparsa dell'equilibrio tra i blocchi
non è emerso un multilateralismo che trovasse
la propria sede ufficiale di rappresentanza negli
organismi internazionali e fosse guidato dal diritto
internazionale e non dalla logica della minaccia
incrociata o peggio da quella del più forte.
Veniamo da anni che hanno cambiato la produzione,
in cui il fordismo è stato messo in soffitta
così come i libri vecchi di economia, ed
è stato sostituito dal "just in time",
che proprio come le teorie di Ford e di Taylor
stanno influenzando progressivamente non solo
il nostro modo di produrre ma anche le nostre
vite.
Veniamo da un'era che qualcuno vedeva alla "fine
della storia" e come una nuova età
dell'oro ed invece ha fatto emergere nuove contraddizioni,
nuovi problemi, nuove domande e soprattutto non
è riuscita a porre soluzione al gap di
opportunità, diritti, condizioni materiali
di vita che esistono tra diversi paesi e spesso,
molto spesso anche all'interno di ogni singola
comunità.
Ci è stato detto che non siamo mai stati
così bene e per tanti versi è vero.
Gli ultimi quindici anni sono stati anni di grandi
rivoluzioni, che spesso hanno corrisposto a vere
e proprie evoluzioni ma, qualsiasi cosa se ne
possa pensare, una cosa è certa, che un'era
di trasformazione quale noi stiamo vivendo è
sempre anche un'era di disgregazione. E quando
arriva il nuovo e il vecchio se ne va, noi sacrifichiamo
il certo per l'incerto.
Viviamo in un mondo senza stabilità, in
"a runaway world" nel quale una generazione
è stata definita indifferente, egoista,
individualista. O peggio, invisibile, per l'incapacità
di vederla. Una generazione che solo perché
figlia di un mondo senza certezza non può
a sua volta essere definita come un'incognita.
Le generazioni si definiscono sulla base delle
esperienze collettive e delle sfide comuni. Le
nostre esperienze collettive sono fatte del crollo
del Muro, dell'11 settembre, della guerra in Iraq,
di tutti quegli eventi che avvengono nello stesso
tempo in casa nostra, nei nostri uffici e a Berlino,
New York, Baghdad. Quando il World Trade Center
è crollato ognuno di noi era là,
un nuovo tipo di esperienza collettiva - allo
stesso tempo di gruppo e individuale - è
l'eredità più duratura della new
economy e dell'influenza che le nuove tecnologie
hanno sullo spazio e sul tempo.
La nostra storia comune è fatta di percorsi,
di studi lunghi e per molti nostri coetanei inarrivabili,
di un mondo del lavoro che ci costringe alla precarietà,
di una società nella quale la famiglia
e le conoscenze contano ancora troppo, di un'Italia
nella quale la mafia e l'illegalità non
possono essere considerate malattie croniche,
di una natura sfruttata, compromessa, violentata
senza alcun rispetto per le generazioni che verranno
e per il futuro.
Il futuro è la fonte delle nostre insicurezze
e la paura, il timore, l'indignazione le chiavi
di lettura delle nostra rinata partecipazione
tra Roma e Firenze, tra Perugia e Assisi e di
un rinnovato impegno pubblico nelle associazioni,
nelle parrocchie, nei sindacati, nel volontariato,
nei partiti.
La nostra generazione è la prima che può
sostenere che in termini di opportunità
ha meno dei propri genitori e diventa così
dimostrazione diretta e tangibile che lo sviluppo
e il progresso materiale non sono lineari, irreversibili
e illimitati.
I nostri genitori hanno inventato per noi il welfare
familiare, sostenuto a suon di sacrifici quotidiani
e nei casi in cui i sacrifici non siano sufficienti
ci troviamo soli, acrobati senza rete di un Paese
il cui stato sociale è ancora troppo legato
alle forme di organizzazione e di produzione del
Novecento.
Noi siamo la nuova generazione che si è
messa in movimento spinta da una nuova tensione
etica per tutto quanto accadeva nel mondo attorno
a sé, per le troppe ingiustizie, per le
troppe differenze, per le troppe sofferenze e
dall'esigenza di avere risposte ai propri bisogni
emergenti, alle proprie istanze, di veder rappresentati
in qualche modo, in qualche forma i propri problemi.
Noi non siamo la generazione che rifiuta la politica
ma abbiamo bisogno dalla politica di risposte
e di un disegno più ampio di trasformazione
e di riforma della società. La politica
di cui si è disinnamorata la nostra generazione
è la politica "on demand", questa
sì conseguenza diretta della politica del
"just in time", una politica senz'anima,
la politica di gestione delle emergenze incapace
di offrirci una soluzione o un sogno, un'utopia
concreta capace di mostrarci il futuro con più
certezza e più sicurezza.
La nostra è la generazione dei costruttori
di pace e dei sognatori materiali: la generazione
glocale.
La nostra è la generazione delle bandiere
arcobaleno e del consumo critico, della pace preventiva
e dell'impegno per un mondo senza più guerre,
terrorismo, fondamentalismo e schiavitù.
La nostra è la generazione dei nuovi diritti
e delle nuove tutele da inventare, delle nuove
esclusioni da contrastare, della dignità
di ogni donna e di ogni uomo da rispettare, del
diritto alla casa e del diritto allo studio, della
partecipazione, della giustizia sociale, delle
pari opportunità, della solidarietà.
La
sfida della nostra generazione: l'epoca delle
opportunità
Ci
sono luoghi sulla terra in cui la speranza non
abita più da molto tempo.
Ci sono nostri coetanei cresciuti fra immensi
cumuli di immondizia che sono nello stesso tempo
la loro condanna a morte e il loro cibo, la loro
casa e il loro lavoro, i rifiuti di una società
di cui conoscono la ricchezza ma che a loro riserva
solo miseria.
Ci sono nostri coetanei cresciuti in enormi baraccopoli,
favelas, da milioni di persone, fra criminali
e ignoranza, dove l'acqua potabile e la luce elettrica
sono conquiste straordinarie.
Ci sono nostri coetanei che guardano il mondo
degli altri, dei ricchi e fortunati, tramite milioni
di antenne satellitari, ma quando si specchiano
fuori dalla finestra scoprono che a loro la lotteria
delle nascite ha giocato un brutto scherzo.
Ci sono ragazze e ragazzi che fuggono dalla guerra
e vivono nei mille e mille campi profughi, senza
cittadinanza, senza identità, documenti,
spesso i loro genitori sono a loro volta nati
e cresciuti all'interno di quel campo.
Altri ragazzi invece nella guerra ci vivono, e
di guerra muoiono, per errore o con un arma in
mano, nella pulizia etnica o negli eserciti, ancora
bambini.
Per noi, giovani italiani del primo mondo, la
parola futuro evoca altre parole: incertezza,
dubbio, timore. Per questi giovani la parola futuro
semplicemente non ha senso e con esso la parola
speranza perde qualsiasi significato.
Questo di certo non ci porta a giustificarli quando
troppo spesso vediamo questi nostri coetanei sacrificare
la propria vita nel nome di un terrorismo barbaro
e sanguinario, che si presenta suadente come la
scorciatoia per arrivare alla libertà e
all'emancipazione. Ma ci aiuta a capire. A capire
come la morte, la violenza e la guerra covino
nel nido dell'oppressione, dell'ineguaglianza,
della disperazione e sino a che il mondo non sarà
libero da queste piaghe non potrà essere
un mondo di pace.
Se un mondo più giusto è un mondo
più libero, la libertà non può
essere privilegio e per questo ruolo della politica
anche attraverso gli organismi sovranazionali
è diffondere i diritti e le libertà
nel mondo.
Si tratta però di non intendere la libertà
come una situazione, un momento statico ma piuttosto
come libertà che realizza chances di vita,
una libertà attiva capace di manifestarsi
in termini di opportunità, di opzioni,
di diritti alla partecipazione per tutti gli individui
e le persone.
Il mondo che immaginiamo è quello in cui
sia garantita una dose minima ed elementare di
chances, in cui la dignità umana riacquisti
significato e con essa la parola futuro.
Per troppo tempo lo sviluppo economico e il successo,
l'agenda delle grandi multinazionali, l'interesse
a breve termine di qualche Stato hanno condizionato
in maniera determinante l'agenda della politica
in campo internazionale e la vita dei popoli di
ogni singolo stato, per troppo tempo il progresso
materiale non è stato conciliato all'interesse
generale dell'umanità.
Allargare le chances, le possibilità, le
opportunità di veder realizzato un progetto
di vita non solo risponde ai bisogni individuali
di ognuno di noi ma si inquadra nella consapevolezza
dell'interdipendenza del mondo e di ogni singola
vita umana.
La costruzione di una nuova era di possibilità
e di opportunità, l'epoca delle opportunità,
è la sfida comune alla nostra generazione.
Un'era che tenendo assieme responsabilità
individuale e consapevolezza globale, responsabilità
collettiva e sviluppo sappia porre l'accento sulle
relazioni comunitarie, sulla diversità
culturale, sulla qualità della vita, sulla
sostenibilità ambientale, sui diritti umani
universali, sulla cooperazione globale.
Per la nostra generazione la costruzione di questa
nuova era sarà possibile solo se la politica
saprà riacquistare quel ruolo sovraordinato
all'economia che legittimamente le spetta, se
questa facendo leva su un ruolo rinnovato degli
organismi internazionali saprà svolgere
una funzione regolatrice delle relazioni internazionali
e di strumento di dialogo tra i popoli attraverso
il quale adottare obiettivi comuni e condivisi,
se anche in campo nazionale sarà in grado
di promuovere un nuovo welfare mix capace di tenere
assieme la promozione e l'assistenza.
In questo senso per noi l'Europa è un sogno
e un progetto. L'Europa può essere l'avamposto
della nuova età delle chances, un soggetto
di pace e tolleranza, un laboratorio di interazione
tra culture diverse, che condividono, convivendo
nel medesimo spazio, storie, passati e religioni
diverse. Aspiriamo a un'Europa laica che sappia
crescere delle diversità tra le donne e
gli uomini, facendone risorse preziose per la
crescita di ognuno, un'Europa che non sia una
fortezza, ma un esempio di democrazia. Un' Europa
che divenga opportunità per tutti.
L'Italia
che vogliamo
L'Italia
è un Paese a bassissima mobilità
sociale in cui il 70% dei figli di operai a loro
volta sono operai, in cui le condizioni materiali
dei genitori incidono in maniera determinante
sul futuro dei figli, in cui a fare la differenza
sono ancora il reddito e l'eredità familiare
e non la capacità e il merito. Dopo la
lunga stagione di promozione dei diritti degli
anni Sessanta, l'apertura del sistema universitario
seguita ai movimenti studenteschi la nostra società
ha ricominciato a chiudersi sul lato delle chances
e delle opportunità.
La libertà, quella attiva, quella capace
di valorizzare le capacità, i talenti,
di generare percorsi di vita autonomi per ogni
individuo, quella che è unica premessa
logica alla felicità, è ancora oggi
variabile dipendente dal reddito e dalle capacità
economiche.
Anche e soprattutto per questo l'Italia è
un Paese che sta invecchiando, non solo anagraficamente,
ma nelle sue classi dirigenti, nella sua capacità
di rinnovarsi e di vincere la sfida con la modernità.
Il nostro welfare ancora oggi risponde a logiche
ed è funzionale a un sistema economico,
sociale e di produzione legato al secolo scorso.
E' un welfare che si dedica in maniera preponderante
all'assistenza e poco investe sulla promozione.
E' un welfare sostanzialmente unidirezionale sia
in termini di investimenti monetari, sia in termini
di capacità di risposta alle esigenze e
alle domande.
Cogliere la sfida della modernizzazione del Paese
e dell'economia della conoscenza significa investire
su tecnologia e talento, quindi su formazione,
università, ricerca. Recuperare la competitività
del nostro sistema industriale vuol dire investire
su innovazione e sviluppo di prodotti ad alto
contenuto tecnologico e intellettuale. Significa
valorizzare le esperienze di qualità e
il Made in Italy e non rincorrere il miraggio
dell'abbattimento dei costi attraverso la precarizzazione
del mercato del lavoro per competere al ribasso
in un'inutile sfida coi mercati emergenti.
Interesse dell'Italia è investire sul proprio
patrimonio umano di capacità e di talenti,
valorizzare le idee, promuovere la volontà
di intraprendere.
In questo quadro la questione generazionale diventa
questione generale del Paese e la leva da azionare
per produrre una trasformazione profonda della
nostra società, per riformarla in modo
tale da essere attrezzata a vincere nel suo complesso
la sfida con il futuro.
Parlare di giovani in passato ha spesso significato
ragionare di disagio sociale, limitandosi ad affrontare
i nuovi problemi solo in termini di emergenza,
agendo sugli effetti senza indagarne le cause
più profonde. Se è vero, come è
vero, che esistono due tipi di disagio, l'uno
causato da patologie reali e l'altro - risolvibile
- determinato dal passaggio all'età adulta,
sinora la politica e i governi si sono dedicati
in maniera preponderante al primo mettendo in
campo politiche di assistenza e sanitarie, omettendo
l'attivazione di politiche di promozione necessarie
a garantire quell'uguaglianza nelle opportunità,
premessa necessaria ad un'autonomia reale delle
giovani generazioni.
Un nuovo patto tra le generazioni di questo Paese
che, senza nulla togliere a quelle più
anziane, produca serie e forti politiche di investimento
sul futuro delle generazioni più giovani
è condizione necessaria per la costruzione
di un'idea nuova di cittadinanza che liberi le
tante energie ancora inespresse a causa dei tanti
lacci e dei tanti ostacoli ancora presenti nella
nostra società.
Senza la promozione di un welfare rinnovato il
nostro Paese continuerà inevitabilmente
e drammaticamente a rispecchiarsi in quei versi
di Fabrizio De André che definiscono la
nostra società "costruita per anziani
ricchi" e non per "giovani volenterosi".
Un welfare capace di tenere assieme allo stesso
tempo assistenza e promozione, consapevoli del
fatto che senza un chiaro e forte investimento
in promozione si metterà inevitabilmente
a rischio nel prossimo futuro anche l'assistenza.
Un welfare multidirezionale capace di rispondere
alle trasformazioni in atto nella società.
Un nuovo welfare mix che punti in primo luogo
all'emancipazione degli individui, a renderne
possibile il perseguimento di un progetto di vita
autonomo e soddisfacente, che li accompagni, li
sostenga, questo sì, nei momenti di difficoltà
ma li aiuti immediatamente dopo a rilanciare la
propria vita verso nuovi traguardi.
Viviamo in un'epoca di grandi trasformazioni,
ma non è questo che ci spaventa. E' trovarci
troppe volte soli davanti a cambiamenti continui
che ci rende incerti e insicuri.
Se infatti la chiave di lettura del nostro futuro
dell'Italia passa necessariamente dalla formazione,
una società ancora impregnata di corporativismi
e da una cultura della conservazione che dilaga
anche nelle aree più avanzate della società
può potenzialmente annullare alcuni dei
vantaggi determinati dall'istruzione.
Negli Stati Uniti la parte più dinamica
della società, quella che Richard Florida
chiama la nuova classe creativa - composta da
scienziati, ingegneri, architetti, designer, scrittori,
artisti, musicisti, professionisti, medici, avvocati,
insegnanti - con i suoi 38 milioni di membri rappresenta
il 30% della forza lavoro. In Italia, benché
questa abbia raggiunto il livello numerico dei
"colletti blu" non riesce tuttavia a
superarlo e ad andare oltre il 13% sul totale
della forza lavoro. Le chiusura in accesso agli
ordini professionali, l'estrema difficoltà
di accesso ai mutui bancari, il costo degli affitti
e degli immobili, l'assenza di incentivi alle
start up, la povertà degli investimenti
in ricerca, la difficoltà con la quale
si promuove la cultura e gli errori che si commettono
nei pochi casi in cui lo si fa sono concause dell'immobilità
sociale.
Noi "giovani volenterosi" possiamo dare
un contributo decisivo nella costruzione della
nuova classe creativa, motore dell'Italia che
verrà. Per far questo sono necessarie iniziative
coraggiose, nuove e di ampio respiro che spostino
l'attenzione sul futuro del nostro Paese, su come
da oggi si inizino ad abbattere barriere ed ostacoli
e si cominci ad investire sui talenti, le intelligenze
multiple, le diversità da intendere come
ricchezza, la tolleranza. Perché l'Italia
possa finalmente essere il Paese in cui non ti
si chiede "se sei di qui" o "con
chi stai", ma "che cosa sogni di fare".
Tesi
Tesi
1 - La nuova Sinistra giovanile
Tre
anni fa eravamo frastornati e sconfitti, delusi
e spaventati.
Dopo la sconfitta alle politiche, dopo una campagna
elettorale in cui ci eravamo sentiti troppe volte
soli, poco entusiasmo intorno a noi, troppa aria
di sconfitta, ci eravamo immersi nella straordinaria
esperienza delle giornate del contro vertice e
di contestazione del G8 di Genova.
Per noi si trattava del primo vero incontro ravvicinato
con il popolo di Seattle, con il nuovo movimento
globale di critica della Globalizzazione neo liberista,
verso cui nutrivamo forti aspettative e curiosità.
La stupenda esperienza dei giorni di discussione
e di incontro, il corteo dei migranti e poi
.
Una violenza inimmaginabile, un salto indietro
o forse un salto nel buio, cui non eravamo preparati.
Da quelle ore drammatiche e stupende nel contempo
è nata la nuova Sinistra giovanile che
abbiamo poi definito nella discussione del nostro
appassionante e ricco Congresso di Chiusi.
La nostra scommessa era comprendere le ragioni
della sconfitta, declinare nel mondo delle giovani
generazioni le conseguenze dei limiti della nostra
azione di Governo, di quel riformismo senza popolo,
che insieme all'instabilità endemica aveva
logorato e condotto alla sconfitta quella che
ancora consideriamo, a ragione, la migliore esperienza
di Governo che l'Italia abbia mai conosciuto dal
1945 ad oggi.
Non solo, dovevamo immaginare e costruire in ogni
forma possibile l'opposizione politica, sociale
e culturale ad un Governo che si annunciava come
l'espressione provinciale, xenofoba e razzista,
marcatamente populista, del peggior neoliberismo
in circolazione.
Alla costruzione di una credibile opposizione
ci siamo dedicati con tutte le nostre energie,
cortei, assemblee, interminabile discussioni,
migliaia di iniziative, la nostra presenza, convinta
e visibile, sempre autonoma e originale, nel sostegno
all'opposizione sociale e dei lavoratori, nelle
mobilitazioni della società civile, nel
grande movimento dei movimenti prima e nell'ancor
più ampio movimento per la pace poi, contro
la guerra in Iraq.
E ancora la rinascita del movimento per la legalità
e la lotta alle mafie, il movimento degli studenti,
le elezioni universitarie, con la straordinaria
vittoria del CNSU.
Noi abbiamo scelto la partecipazione, abbiamo
scelto di misurarci con le nuove domande emergenti
da una generazione affamata di politica, tanto
quanto critica con le espressioni e le forme della
politica tradizionale.
A chi ci ammoniva sull'impossibilità per
una giovanile di partito di essere parte di un
grande movimento di giovani, abbiamo sempre risposto
che noi non siamo solo un articolazione generazionale
dei DS, noi siamo in primo luogo parte attiva
e consapevole di quel grande movimento.
Ma non ci siamo limitati a questo.
Consapevoli del nostro ruolo e della nostre identità
abbiamo sperimentato, con la contaminazione e
la ricerca aperta, le strade con cui declinare
nel concreto della nostra azione politica quelle
domande di senso e di nuovi diritti che dalla
nostra generazione emergono.
Abbiamo ricominciato a misurarci con i luoghi
in cui si incarnano le questioni materiali del
tempo della precarietà del lavoro e della
società degli individui e dei consumatori,
i call-center, i mille rivoli del lavoro atipico,
i centri commerciali, le periferie urbane degradate,
i piccoli centri a rischio di spopolamento, il
profondo nord delle piccole imprese ma anche della
mancata integrazione dei migranti, i tanti sud
in cui convivono clientele e ingiustizie con la
voglia di riscatto delle nuove generazioni.
Abbiamo sedimentato questi saperi e questi bisogni
nelle proposte che hanno caratterizzato tre anni
di elezioni amministrative, con un numero straordinario
di giovani eletti, non solo provenienti dalle
nostre fila, tutti portatori e rappresentanti
di nuove domande, di nuovi bisogni.
Quindi abbiamo dato un forte contributo a definire
il programma e la credibilità della nostra
opposizione che si fa alternativa di Governo,
a partire dalla fondamentale sfida del Governo
locale, in questi anni di vittorie elettorali.
Ci siamo impegnati con generosità nella
campagna elettorale europea, con il progetto della
lista unitaria, innanzi tutto perché siamo
portatori dell'identità profonda e diffusa
di una generazione che è la prima di cittadini
europei e globali.
Abbiamo fatto crescere la nostra consapevolezza
e la nostra maturità politica vivendo la
dimensione europea come il nostro tempo e il nostro
spazio.
Per noi l'Europa è sogno e progetto, ma
ancora di più è identità.
Possiamo con convinzione sostenere di aver vinto
la sfida di Chiusi, non perché la Sinistra
giovanile sia giunta all'approdo di quel percorso
di cambiamento e di innovazione che ci eravamo
prefissi di compiere, di più: perché
abbiamo esercitato la nostra funzione facendola
evolvere come avanguardia di massa, soggetto generazionale
della sinistra riformista.
Emblematico in tal senso è il nostro rapporto
con il partito, cui abbiamo più volte indicato
la strada del rapporto con le nuove generazioni,
la strada dell'innovazione e del nuovo pensiero
critico di cui siamo portatori, la strada del
rinnovamento politico e generazionale.
Una nuove generazione di militanti e dirigenti
segna l'apertura di una nuova fase nella vita
dei DS, la gran parte di loro proviene dal nostro
lavoro, perché lo ha condiviso e interpretato,
come nostro dirigente o iscritto o perché
grazie a noi ha trovato un partito più
aperto e attento alle nuove generazioni.
Oggi il nostro impegno è far sì
che a queste nuove energie se ne sommino altre,
ed altre ancora, perché una nuova classe
dirigente nasca dal maturare di una nuova cultura
politica, di un nuovo progetto, di una nuova funzione
storica del nostro partito.
Abbiamo aperto molti cantieri della nostra nuova
progettualità: oggi la nostra sfida è
quella di fare della Sinistra giovanile un soggetto
politico capace di continua innovazione.
Nuove forme della politica, nuova proposta di
programma, nuova rete organizzata, un profondo
e radicale rinnovamento di noi stessi.
È aperta una sfida per l'egemonia sui sogni
e le speranze della nostra generazione, sullo
sbocco della rapida e inarrestabile crescita della
società degli individui: è venuto
il tempo in cui la sinistra deve tornare a fare
e a farsi società.
Fare società significa per noi declinare
in contenuti nuovi il progetto politico del soggetto
generazionale della sinistra riformista, mettendoci
al servizio della costruzione dell'Alleanza di
Romano Prodi, del suo programma, del suo radicamento
nella società italiana.
Fare società significa misurarci con il
progetto della federazione dell'Ulivo, senza i
vincoli e le rigidità della discussione
del partito, in cui pure ognuno di noi si è
speso e pronunciato, perché l'essenza del
nostro rapporto con la federazione sta nella necessità
oggettiva che noi viviamo di superare i limiti
dell'esperienza storica della sinistra del 900,
in una ricerca libera da ortodossie e semplificazioni,
in cui portare tutto il carico della nostra identità
di generazione non pacificata, Il nostro pensiero
critico.
Questo congresso non segna una cesura con i tre
anni che abbiamo alle spalle: forti e ricchi del
cammino percorso dobbiamo oggi prepararci alla
sfida del Governo.
Al contrario noi dobbiamo ricercare la sintesi
avanzata e sempre capace di rinnovarsi, con cui
il movimento si fa azione di governo, le domande
di senso azioni politiche, le questioni materiali
e i bisogni politiche concrete, il consenso e
la partecipazione pratiche diffuse: marcare il
passo serrato con cui si segue l'orizzonte dell'utopia,
per continuare sempre a camminare domandando.
Vincere le elezioni e cambiare la società
italiana, la sua cultura, le sue infrastrutture
sociali, mutare i rapporti di forza tra rendita
e privilegio in favore dell'apertura e delle opportunità,
dare concretezza, materialità, radicalità,
fantasia e passione alla nostra idea di riformismo,
alla nostra identità socialista.
Dare le gambe e le braccia, le menti e i cuori
alle leggi e ai decreti, alle scelte difficili
e spesso complicate ma necessarie per cambiare
la realtà.
Il nostro non sarà un congresso centrato
esclusivamente su di noi, ma al contrario una
discussione su come attraverso noi preparare e
far vivere una nuova idea di Paese, una nuova
idea di politica, un altro Governo e un'altra
Italia finalmente possibili.
Un altro mondo è possibile
Tesi
2 - Il gigante americano e l'11 settembre
Con
l'11 settembre la politica estera americana rompe
verticalmente con l'approccio degli anni '90 sulla
gestione delle grandi questioni globali.
La fine della Guerra Fredda si era aperta con
l'intervento nel Golfo ad opera di Bush padre
e con la definitiva affermazione di un solo protagonista
capace di regolare i conflitti mondiali.
In quegli anni si ribadiva l'egemonia sugli alleati
essenziali (Europa, Giappone, Israele), mentre
si spingeva sul processo di democratizzazione
di quei paesi ex comunisti che affrontavano la
transizione dall'economia socialista all'approdo
al mercato.
La stessa Nato cambiava la sua natura: non più
soggetto inclusivo di quelle nazioni avverse al
Patto di Varsavia, ma fattore di allargamento
del gigante americano in altre aree, soprattutto
ad est, del continente europeo.
La Nato superava la sua vocazione puramente difensiva,
ponendosi come "supplente" dinnanzi
al precipitare di conflitti etnici ed economici
(ex Jugoslavia ed Albania), dove l'Europa, autonomamente,
era stata incapace di sferrare un'offensiva diplomatica
in grado di contenere spinte centrifughe e disgreganti.
L'interventismo americano degli anni '90 assume
le sembianze del "gendarme buono", talvolta
capace di teorizzare persino la guerra umanitaria,
talaltra costruendo la sua strategia egemonica
sulla base dell'illusione di un modello di benessere
esportabile a tutti attraverso le "magnifiche
sorti e progressive" dell'economia di mercato
e della creazioni di modelli di consumo di "tipo
occidentale".
Con l'affermazione sempre più marcata della
globalizzazione finanziaria e con la delocalizzazione
delle produzioni, gli Usa scelgono un approccio
multilaterale, dialogando con Cina e Russia ed
intervenendo nelle decisioni di un Europa debole,
tale da permettergli l'assunzione di una funzione
di Leadership dentro vicende complesse e potenzialmente
esplosive come il conflitto mediorientale.
Muovono, forti di un potenziale di crescita economica
prodigioso, la sfida dell'apertura dei mercati
a tutti i principali attori globali, valorizzando
una visione ottimistica e duratura dei processi
di interdipendenza e di mondializzazione.
In questa fase grandi organismi sovranazionali
come la Banca Mondiale, L'Fmi ed il WTO assumono
sempre più protagonismo: impongono programmi
di forti sacrifici agli stati nazionali per uscire
dal deficit accumulato in anni di politiche di
forte intervento statale, promuovono privatizzazioni
e liberalizzazioni nei servizi pubblici e nelle
grandi aziende statali, favoriscono l'apertura
dei mercati dei paesi in via di sviluppo ai prodotti
statunitensi in cambio dell'installazione su quei
territori delle produzioni delocalizzate delle
grandi corporation.
Questa strategia è affiancata alla grande
partita del controllo delle risorse energetiche,
aperta in maniera chiara ed esplicita con la guerra
in Iraq nel 1991.
Gli Usa rappresentano il 4,6 per cento della popolazione
mondiale e hanno un fabbisogno energetico di oltre
un quarto del pianeta, di cui più del 25
per cento di petrolio.
In un mondo che comincia ad essere "in riserva",
con il progressivo esaurirsi delle risorse petrolifere
planetarie, gli Usa scelgono di procrastinare
ed intensificare la loro strategia di controllo
di alcune aree decisive del pianeta, tra cui il
Medioriente.
La dipendenza petrolifera degli Usa verso l'estero
è praticamente raddoppiata dalla prima
crisi petrolifera del '73 ad oggi e non sembra
emergere nessuna volontà di riduzione di
politiche di produzione tutte incentrate sullo
sfruttamento dell'oro nero.
Di qui, la scelta di puntare su un rapporto "speciale"
con l'Arabia Saudita, nonostante il carattere
dittatoriale di quel Paese, e l'aumento di tensione
e di conflittualità con altri paesi non
allineati, l'Iraq ed il Venezuela.
Naturalmente il Golfo Persico resta l'epicentro
della politica energetica degli Usa, con l'affermazione
di una strategia di ingerenza in quell'area, dove
anche nei prossimi anni si alterneranno politiche
di cooperazione e di coercizione a seconda del
livello di disponibilità degli interlocutori
arabi.
Con l'arrivo di George W. Bush al potere questa
impostazione della politica estera degli Usa è
entrata parzialmente in crisi.
Le scelte dell'Amministrazione americana prima
dell'11 settembre erano state essenzialmente caratterizzate
da una visione isolazionista e non interventista
sul piano geopolitico.
A differenza di Clinton, i repubblicani apparivano
poco propensi a riaprire i canali diplomatici
tra Israele e Palestina, nonché sembravano
mostrare un forte disinteresse nei confronti del
processo di integrazione dell'Ue con l'ingresso
della Moneta unica.
Bush doveva fare i conti con il manifestarsi di
una crisi economica strisciante e con un deficit
di consenso interno scaturito dalla discussa vittoria
elettorale da lui conseguita nel novembre 2000
ai danni dei Democratici.
Quando Al-Qaeda comparve, con l'attentato alle
Twin Towers ed al Pentagono, il feeling dell'amministrazione
Bush con l'elettorato era ai minimi storici e
il rimpianto per gli anni dell'ottimismo clintoniano
sembrava riemergere con forza.
Improvvisamente l'unica potenza mondiale del dopo
guerra fredda si scopriva indifesa e assediata.
Nonostante la solidarietà generale nei
confronti del gigante ferito, la sensazione di
paura e di debolezza ha attraversato, e continua
ad attraversare, la società americana,
influenzando l'intera opinione pubblica del mondo
democratico.
Al di là del salto di qualità enorme
che compie il terrorismo mondiale con la pianificazione
di un attentato terribile - ed allo stesso tempo
perfetto dal punto di vista propagandistico e
militare - viene squadernata davanti a tutti la
grande questione che attraverserà il mondo
nei prossimi anni: il nodo del rapporto tra "globalizzati"
e "globalizzanti".
Tesi
3 - La dottrina neocons, il terrorismo e la guerra
preventiva
La
risposta alla crisi aperta dopo l'11 settembre
è un appello al mondo a stringersi attorno
all'America e a sostenere la guerra al terrorismo,
assecondandone i mezzi e le strategie.
La via militare appare l'unica che i falchi dell'amministrazione
americana intendono esplorare, anche a costo di
rompere relazioni internazionali consolidate e
di mettere in discussione le basi del diritto
internazionale.
Da questo punto di vista, le guerre in Afganistan
ed in Iraq rappresentano un nodo ineludibile per
comprendere la fase nuova che si è aperta.
Il terrorismo si combatte su due fronti, quello
interno e quello esterno e spesso i confini diventano
labili e indistinguibili.
Se la guerra alle centrali del terrore è
asimmetrica, perchè non è definita
semplicemente sulla base novecentesca dei rapporti
di forza tra gli stati, ogni luogo può
essere colpito in nome della sicurezza e della
stabilità dell'America e dei suoi alleati.
Contemporaneamente, una politica di sicurezza
significa anche compressione dei diritti in loco,
negli stati potenzialmente sotto attacco.
Si verifica una suggestione che, nei momenti peggiori
della storia del pianeta, ha alimentato l'autoritarismo
ed il populismo: la scelta di barattare le libertà
civili con l'ordine pubblico.
Così l'Amministrazione americana vara il
Patriot Act, che limita la libertà di circolazione
e la tutela della privacy dei cittadini sul territorio
e, allo stesso tempo, impiega enormi risorse economiche
per rafforzare il controllo di polizia ed aumentare
le spese militari.
Ma il fronte interno diviene anche lo spazio dove
si consuma progressivamente la restrizione dei
diritti civili per gli immigrati, soprattutto
arabi, dove si combatte la guerra culturale contro
il diverso, dove si fa riemergere la propaganda
sulla difesa dei valori tradizionali di fronte
al rischio di "contaminazione".
La guerra al terrorismo finisce per giustificare
politiche repressive e la chiusura nei confronti
dell'immigrazione, producendo paura e tensione
soprattutto negli strati più deboli della
popolazione, trasformando nella quotidianità
timori e diffidenze in pregiudizi radicati.
Sul fronte esterno, invece, avanza la dottrina
dell'esportazione della democrazia occidentale
in quei paesi che producono e finanziano il terrorismo.
Alla base dell'impostazione teorica dei neoconservatori
americani c'è la constatazione che per
difendere un modello di sviluppo e di benessere
l'unica carta che resta da giocare è quella
di innalzare barriere di protezione e neutralizzare
chi non è disposto ad adeguarsi.
Con un'abile manovra propagandistica questo messaggio
di guerra si impadronisce della parola democrazia
e si propone l'obiettivo di esportarla e di espanderla.
Di radicarla in ogni angolo del globo.
Così all'indomani dell'11 settembre viene
redatta una lista nera di quei paesi che fanno
parte del cosiddetto "asse del male"
(Afghanistan, Iraq, Iran, Siria, Corea del Nord,
Cuba ed altri ancora) in cui si annidano, con
il consenso dei governi, i germi del terrorismo
mondiale.
Ovviamente, la guerra contro questi paesi "impone"
una condotta senza esitazioni e senza limiti giuridici.
Si affaccia da questo punto di vista una tendenza
a negare qualsiasi ruolo e funzione a quegli organismi
sovranazionali preposti alla regolazione dei conflitti,
le Nazioni Unite in particolare, nonché
una riscrittura nei fatti dei principi regolatori
del diritto internazionale con l'affermazione
della dottrina della guerra preventiva.
Questa strategia è di per sé flessibile
ed arbitraria, perchè fondata sulla facoltà
di tacciare di connivenza con le "centrali
del terrore" qualsiasi Stato a seconda dei
propri interessi.
E' asimmetrica, perchè non ha un campo
di intervento definito.
E' relativista, perchè utilizza mezzi non
convenzionali e talvolta al di fuori dei trattati
internazionali come il rispetto dei diritti umani
per i prigionieri e dei civili coinvolti nelle
guerre.
La ferita più grave, da questo punto di
vista, resta quella aperta con la guerra in Iraq.
Non si tratta soltanto di una guerra illegale
perchè fatta nonostante la contrarietà
delle Nazioni Unite, ma di un vero e proprio colpo
inferto a quella cultura del limite che si era
affermata, benché talvolta accantonata,
nelle grandi potenze mondiali all'indomani della
Seconda guerra mondiale.
Una guerra senza prove, senza fondatezza giuridica,
senza nessun rispetto dei diritti umani e che
allo stato attuale ha già consumato oltre
centomila vittime civili ed ulteriormente contribuito
ad alimentare tensione ed instabilità nell'area
mediorientale.
La guerra in Iraq rappresenta il biglietto da
visita del mondo che potrebbe presentarsi dinnanzi
a noi in questo inizio secolo: una sola potenza
che decide quale sia il bene e quale sia il male,
che ignora i limiti dei trattati internazionali
e l'opposizione dell'opinione pubblica, che fornisce
ulteriori alibi al terrorismo (e alla grande operazione
di consenso che sta compiendo negli stati più
poveri e disperati dei paesi arabi ed in via di
sviluppo) anteponendo alla politica la risposta
militare unilaterale.
Tesi
4 - L'Iraq, l'occupazione statunitense e gli scenari
possibili
A quasi
due anni da quel 20 marzo in cui gli F16 cominciarono
a solcare i cieli di Bagdad, la fine della guerra
in Iraq, guidata dalla "Willing coalition"
di Bush, sembra destinata a non cessare.
La scelta scellerata di attaccare la dittatura
di Saddam Hussein, senza mandato delle Nazioni
Unite e senza alcuna strategia di contenimento
dei possibili conflitti che ne sarebbero derivati,
ha favorito il disvelamento di un Vaso di Pandora
i cui effetti sono ancora difficilmente calcolabili.
La società irakena è attraversata
da contraddizioni enormi: l'integralismo religioso
ha preso piede, Al Qaeda con una sequela spaventosa
di attentati ha iniziato a colpire città,
villaggi, presidi militari, destabilizzando così
l'esile assetto statuale venutosi a creare all'indomani
della caduta di Saddam Hussein.
In qualche modo, è venuto progressivamente
saldandosi un fronte nazionalista avverso da sempre
all'invasione americana e nostalgico del vecchio
regime baathista con una sorta di internazionalismo
fondamentalista, che ha fatto dell'Iraq una vera
e propria calamita per le parti più sensibili
del mondo arabo all'arruolamento nelle centrali
del terrore.
Tant'è che, nonostante gli Usa premano
per una legittimazione del governo provvisorio
Allawi ed una rapida accelerazione del processo
politico che dovrebbe condurre l'Iraq ad elezioni
democratiche entro il 30 gennaio del 2005, i principali
attori della società irachena stentano
(Sciiti, Sunniti e Curdi) a trovare un'intesa
capace di assicurare una transizione pacifica.
Il nodo è come restituire un equilibrio
duraturo e stabile alle forze in campo.
Per almeno 30 anni i Sunniti hanno rappresentato
l'élite politica, economica e militare
del Paese, pur essendone una minoranza.
Da Baghdad a Mosul, fino a Bassora hanno dettato
legge, spesso in modo spietato, sulle altre due
etnie, quella Curda, nel nord (20 per cento della
popolazione) e quella Sciita nel sud (60 per cento).
L'invasione americana, con la fine della dittatura
di Saddam, ha posto fine anche al dominio incontrastato
della etnia Sunnita.
I leaders politici e religiosi Sunniti sono stati
progressivamente isolati perchè considerati
complici del passato regime.
La Conferenza Internazionale di Sharm el-Sheik
del 22 e 23 novembre ha dovuto fare i conti con
questa frammentazione delle forze in campo e con
l'annuncio di boicottaggio da parte della comunità
Sunnita delle elezioni presidenziali del 30 gennaio,
fissate sulla scorta della risoluzione Onu 1546
del giugno 2004. fino a quando non cesseranno
l'occupazione americana e le repressioni militari
sulla popolazione in rivolta.
Le spinte centrifughe e disgreganti sono molteplici
- non sarebbe da escludere una possibile ed oggettivamente
pericolosa balcanizzazione del Paese - e le zone
sotto controllo delle truppe angloamericane diventano
sempre di meno.
In Iraq regna un'anarchia strisciante, il numero
di armi in circolazione possedute da civili è
spaventoso così come emerge con chiarezza
l'inefficacia del prolungamento dello stato di
occupazione da parte delle truppe alleate.
Falluja ne è l'esempio emblematico: una
città, secondo le fonti statunitensi interamente
nelle mani di oltre 15000 fedayn sunniti supportati
dalle milizie arabe del luogotenente di Al-Qaeda
Al-Zarkawi, che è stata per mesi assediata
e bombardata perché rapidamente sfuggita
al controllo delle truppe d'occupazione.
Oggi, dopo la sua capitolazione, alla stampa è
impossibile, se non per gli embedded (giornalisti
al seguito dell'esercito americano), accedere
ad informazioni sufficienti per conoscere l'entità
dei morti e dei feriti in seguito agli scontri,
mentre alla Mezza Luna Rossa è stato impedito
di entrare in città per tamponare l'emergenza
umanitaria.
E' calata la censura, in continuità con
la tendenza di questi mesi: l'offuscamento delle
notizie, il bavaglio all'informazione libera,
il fenomeno dei giornalisti obbligati a ad attingere
da fonti "esclusivamente" militari.
Le prigioni di Abu Grahib hanno rappresentato,
per questo, uno squarcio terribile sulla realtà
irachena sotto occupazione.
Le tecniche di coercizione e stress consistevano
in uso di freddo e caldo estremi, privazione continuata
del cibo, incappucciamento per giorni, isolamento
nudi in celle fredde e buie per oltre 30 giorni
e la minaccia da parte di cani.
Uno strumento che permetteva di assoggettare i
detenuti a livelli di dolore crescente.
Quelle foto drammatiche delle torture inferte
dai Marines americani ai danni dei prigionieri
iracheni, in palese violazione della Convenzione
di Ginevra, rappresentano una ferita aperta che
resterà scolpita nella memoria di tutta
l'opinione pubblica democratica.
Questi mesi, dunque, ci consegnano un quadro tutt'altro
che tranquillizzante: accanto al rebus delle elezioni
di gennaio - su cui ancora non c'è certezza
nonostante siano sotto egida Onu - emergono prepotentemente
i disastri di un'occupazione prolungata ed ingiustificata
che ha trascinato la popolazione irachena in una
condizione di miseria estreme dentro un Paese
le cui le infrastrutture civili, sociali ed economiche
insieme al controllo del territorio, stentano
a stabilizzarsi.
Tesi 5 - L'Italia in guerra contro l'Europa
e contro la maggioranza del Paese
Il
governo Berlusconi fin da subito ha scelto di
schierarsi nella coalizione dei volenterosi che
hanno aderito alla guerra preventiva di Bush.
Un'opzione che ha portato l'Italia a rompere in
maniera clamorosa con i tradizionali alleati,
innanzitutto Francia e Germania, che avevano sin
da subito manifestato la loro contrarietà
all'intervento iracheno.
Accanto agli Usa, in Europa si schierano l'Inghilterra
di Blair, la Spagna di Aznar e la maggioranza
dei paesi entrati nell'Ue con l'allargamento a
25.
Questa scelta ha costituito un precedente pericoloso:
Berlusconi sceglie deliberatamente di accettare
una guerra basata su prove infondate e di rompere
con il dettato costituzionale, che prevede con
l'Articolo 11 il ripudio della guerra, in particolar
modo se essa ha caratteristiche offensive.
La destra italiana accetta il cuore della dottrina
neocons: il terrorismo si combatte con la guerra
preventiva, anche se questo ha un costo in termini
di credibilità internazionale e di contrasto
con l'opinione pubblica.
In Europa Berlusconi si presenta come l'alfiere
del bushismo, non tenendo conto di quanto questa
opzione strategica arrechi danno alla precaria
stabilità dell'Ue e al progetto di integrazione
politica che, dopo la fase della moneta unica,
comincia timidamente a muovere i primi passi.
Il governo, per suffragare il suo filoatlantismo,
decide di inviare un contingente di Carabinieri
a supporto delle truppe occupanti, giustificando
tale scelta nell'ambito delle varie missioni di
pace italiane diffuse nei luoghi dove si svolgono
conflitti.
Ma i nostri soldati non sono lì per ragioni
umanitarie: fanno la guerra insieme agli alleati
angloamericani e non esitano ad intervenire con
la forza laddove si riaccendono focolai di resistenza
e di terrorismo.
Tant'è vero che vengono percepiti dagli
iracheni come occupanti
Non a caso sono sistematicamente colpiti, come
nel novembre del 2003 con l'attentato di Nassiriya,
dove hanno perso la vita 19 Carabinieri italiani.
Ma l'offensiva non si limita ai militari, bensì
investe anche i civili attraverso la pratica consolidata
dei sequestri da parte di organizzazioni fondamentaliste.
Nelle mani dei rapitori sono passati il giornalista
Baldoni, le guardie private Quattrocchi, Agliana,
Cupertino e Stefio nonché le due operatrici
di Un Ponte per
, Simona Pari e Simona Torretta.
Quattrocchi e Baldoni sono stati uccisi.
Il finanziamento della Missione di pace viene
votato in Parlamento, senza che i rappresentanti
del popolo italiano siano realmente messi nelle
condizioni di comprendere i reali contorni e le
finalità dell'intervento.
Si tratta di un vero e proprio inganno e di una
palese violazione costituzionale.
Tutto questo mentre il popolo della pace manifesta
in maniera poderosa la sua opposizione alla guerra
in Iraq, coinvolgendo tutti gli strati della popolazione,
soprattutto quelli giovanili.
Il movimento contro la guerra assume le caratteristiche
di un vero e proprio soggetto politico, capace
di condizionare l'agenda politica degli Stati
attraverso una mobilitazione diffusa e capillare,
democratica e trasversale, nonviolenta e pluralista.
Le bandiere arcobaleno esposte sui balconi di
tutto il Paese restano uno dei simboli di questa
lotta: il diritto alla pace diventa una sorta
di bene materiale, una precondizione necessaria
per liberare i cittadini dalla paura del futuro
e dall'angoscia di un mondo attraversato da conflitti
irrisolvibili.
Scendono in piazza milioni di cittadini, organizzati
e non, militanti della sinistra in tutte le sue
connotazioni ed attivisti del movimento new global,
ragazzi delle parrocchie e studenti medi: rivendicano
l'Italia fuori dalla guerra senza se e senza ma,
rivendicano un continente che si faccia portatore
di un'idea alternativa di ordine mondiale, rivendicano
un ritorno dell'Onu come soggetto centrale nella
regolazione dei conflitti.
Il movimento pacifista fa cultura, crea aggregazione,
influenza le scelte dei partiti, incide nei luoghi
del potere politico, a partire dalle migliaia
di Municipi che costruiscono insieme alla Tavola
della Pace gli appuntamenti della Perugia-Assisi,
votano delibere contro l'intervento in Iraq, riprendono
un lavoro costante ed intenso sulla cooperazione
decentrata con le zone di guerra.
La Sinistra giovanile fa parte di questo grande
movimento di contestazione alla guerra: è
stata protagonista della grande mobilitazione
del 15 febbraio del 2003 che ha visto 100 milioni
di persone invadere le piazze di tutto il mondo,
evento che ha fatto gridare il New York Times
alla nascita della seconda superpotenza del pianeta.
Oggi, la questione del No alla guerra di fronte
all'imbarbarirsi del teatro iracheno continua
ad essere un tema dirimente, una pregiudiziale
programmatica, forse quella decisiva, su cui il
centrosinistra che si candida a governare dal
2006 deve misurarsi in rapporto con il sentimento
più profondo dell'opinione pubblica.
Il primo punto resta il ritiro delle truppe italiane
dall'Iraq.
In Spagna Zapatero, il primo ministro socialista
arrivato al potere dopo il terribile attentato
di Madrid l'11 marzo scorso ad opera di una cellula
di Al-Qaeda, ha mantenuto la sua principale promessa
elettorale.
Sulla scorta della grande mobilitazione di piazza
degli spagnoli contro la scelta del governo di
destra Aznar di supportare la guerra preventiva
di Bush, i socialisti hanno ritirato le truppe
dalla Mesopotamia, indicando quella decisione
come un elemento identitario della nuova stagione
della sinistra iberica.
Anche in Italia l'Alleanza democratica dovrà
porsi questo obiettivo: non siamo più di
fronte al dilemma o svolta o ritiro.
Il rientro immediato del contingente militare
italiano diviene la precondizione essenziale per
una svolta multilaterale nella gestione irachena,
perché rappresenta un ulteriore elemento
di pressione sugli Usa affinché cambino
strategia e lascino il passo alle Nazioni Unite.
Il secondo aspetto decisivo attiene al necessario
impegno dell'Italia per una grande Conferenza
Internazionale sul dopoguerra iracheno e sul suo
processo di ricostruzione democratica, civile
ed economica.
A questo appuntamento dovranno partecipare: i
Paesi europei contrari alla guerra, la Lega Araba,
le ONG che con la loro azione quotidianamente
garantiscono ai cittadini iracheni solidarietà
concreta.
Infine, dovranno essere messi in campo tutti gli
sforzi politici e diplomatici possibili per garantire
la stabilizzazione dell'area mediorientale a partire
dal conflitto israelo-palestinese.
Tesi
6 - Una pace giusta per il popolo palestinese,
la strada degli accordi di Ginevra
La
morte di Yasser Arafat, leader storico dell'Olp
e primo presidente dell'Anp, chiude di fatto una
stagione fondamentale della storia del Medioriente
e pone interrogativi inquietanti sul futuro di
quell'area.
Con lui scompare il principale protagonista, assieme
a Itzaac Rabin, del Negoziato di Oslo del 1993,
dove per la prima volta venne riconosciuta la
necessità della creazione di un'Autorità
nazionale palestinese, embrione di una futura
entità statuale autonoma, che dovesse convivere
in pace e in sicurezza con Israele dentro confini
certi e nel rispetto delle risoluzioni internazionali.
Quel processo storico che, con il concorso dell'allora
Presidente Clinton e di una parte importante degli
stati arabi, primo fra tutti l'Egitto, aveva suscitato
tante speranze in tutta l'opinione pubblica mondiale,
è entrato quasi interamente in crisi.
La tragica morte di Rabin prima, l'ascesa al governo
della destra israeliana poi, hanno messo sin dall'inizio
in discussione i fragili equilibri su cui poggiavano
gli accordi di pace del '93.
Le quattro questioni cruciali (status di Gerusalemme,
rientro dei profughi, controllo delle risorse
idriche, ritiro dei coloni) tardavano ad essere
sciolte, mentre nella società palestinese,
dinnanzi ad una condizione sociale insostenibile
e ad una corruzione dilagante e pervasiva che
investiva in pieno la burocrazia dell'Anp, crescevano
i rischi di una radicalizzazione politica e religiosa.
L'ultimo sforzo compiuto da Clinton con gli incontri
di Camp David nel 2000 e Taba agli inizi del 2001
si è arenato a causa delle difficoltà
di Arafat a chiudere sulla divisione di Gerusalemme
e sul riconoscimento al rimpatrio dei rifugiati
(quasi due milioni) e delle esitazioni del premier
laburista Barak, alla vigilia di elezioni politiche
difficili, dove sarebbe stato pesantemente sconfitto
dal Likud di Sharon.
Con la passeggiata di Sharon nella Spianata delle
Moschee il 28 settembre del 2000, un gesto teso
a ribadire la sovranità di Israele su quel
luogo ritenuto sacro dagli arabi, inizia la nuova
ribellione dei palestinesi all'occupazione dei
territori, con la nascita della seconda Intifada.
Questa volta l'Intifada non ha le caratteristiche
della fine degli anni 80, una rivolta disarmata
contro l'esercito israeliano.
Si tratta di una vera e propria guerra, condotta
con le armi e sempre più spesso con attentati
terroristici da parte di kamikaze che colpiscono
indiscriminatamente tanto i presidi militari quanto
la popolazione civile.
Il clima è incandescente e nessuna delle
parti è in grado di ristabilire l'ordine.
Non l'Anp, progressivamente indebolita dalla crescita
e dal radicamento di forze estremamente popolari
come Hamas e la Jihad islamica che contestano
il moderatismo e la corruzione della leadership
palestinese, né tantomeno il governo Sharon
impegnato nella rioccupazione dei territori palestinesi
attraverso misure repressive tese ad aumentare
l'esasperazione della popolazione civile.
La condizione dei palestinesi diviene sempre più
critica: i tassi di disoccupazione sfiorano il
60%, la povertà e le malattie investono
intere famiglie, risorse primarie come l'acqua
vengono sottratte loro discrezionalmente dagli
israeliani (secondo i dati della Banca mondiale
il 90 per cento dell'acqua in Cisgiordania sarebbe
appannaggio di Israele), gli insediamenti coloniali
vengono quasi raddoppiati (oggi in Cisgiordania
vivono circa 60000 coloni che hanno in mani i
5/6 delle risorse idriche) in aperta violazione
dei trattati internazionali e delle risoluzioni
Onu.
Nel frattempo il premio Nobel per la Pace, Yasser
Arafat, a partire dall'autunno 2002, viene assediato
e confinato nella Moqata, il palazzo presidenziale
di Ramallah, dal quale uscirà solo prima
del ricovero fatale a Parigi nel novembre scorso.
Sharon sceglie il muro contro muro, facendo leva
sull'assenso degli Usa che sembrano avere di fatto
abbandonato qualsiasi velleità di porre
fine al conflitto come largamente annunciato all'indomani
dell'11 settembre.
Bush afferma più volte che Arafat non è
un interlocutore affidabile, perché evidentemente
morbido, se non indirettamente connivente con
il terrorismo, scegliendo di non dare seriamente
seguito a quella Road map costruita con Europa,
Russia e Lega Araba che avrebbe dovuto rappresentare
la base di un futuro accordo.
Pur riconoscendo che la condizione in cui versa
il popolo palestinese rappresenta una delle concause
attraverso cui si alimenta il terrorismo internazionale,
gli Usa scelgono nei fatti di non intervenire
attivamente, lasciando cadere nel vuoto le numerose
risoluzioni dell'Onu che chiedono il rientro di
Israele entro i confini del '67, con lo smantellamento
totale degli insediamenti coloniali.
Al contrario, coprono politicamente un atto che
contribuisce ulteriormente ad allargare il fossato
tra israeliani e palestinesi: la costruzione del
muro che separa i territori dell'Anp dallo Stato
di Israele, mangiandosi ulteriormente altre porzioni
di terra spettanti ai palestinesi.
Lo sdegno dell'intera comunità internazionale,
come dell'opinione pubblica democratica, è
enorme: quel muro rappresenta un vero e proprio
gesto di Apartheid che sembra definitivamente
annullare le residue speranze di pace presenti
in quell'area.
Non valgono a nulla le sentenze del luglio scorso
della Corte internazionale dell'Aja che condannano
la costruzione del Muro, dichiarandolo illegale,
né tantomeno la Risoluzione dell'Assemblea
generale dell'Onu che chiede, nonostante il no
degli Usa, l'abbattimento immediato della barriera
difensiva, come l'ha ribattezzata Sharon.
Ma le speranze di pace non si dissolvono completamente:
il 10 dicembre 2003 a Ginevra si incontrano esponenti
della società civile e politica dei due
fronti e siglano una simulazione di Accordo completo
e dettagliato che si propone di essere la base
effettiva di un futuro negoziato.
Protagonisti dell'intesa sono Yossi Beilin, storico
esponente della sinistra israeliana, ed Abed Rabbo,
ex portavoce di Arafat: i due trovano un'intesa
su quasi tutti i punti cruciali, a partire dallo
Status di Gerusalemme e dal riconoscimento dei
confini del '67, come stabilito dalle risoluzioni
dell'Onu n. 194 e n. 242
L'accordo è basato sul riconoscimento reciproco
al diritto ad un'entità statuale, alla
constatazione che Gerusalemme deve essere la capitale
di entrambi gli stati, alla soluzione giusta della
vicenda dei rifugiati, con la legittimazione del
tema del rientro, alla questione dello smantellamento
delle colonie presenti sul territorio palestinesi.
Il principio è quello dello scambio tra
terra e sicurezza che raccoglie il consenso di
larga parte della Comunità internazionale,
compreso il Segretario generale dell'Onu, Kofi
Annan, ma un'immediata e ferma contrarietà
da parte di Sharon.
Ginevra dimostra, nei fatti, che le condizioni
per la pace esistono, che esiste una volontà,
molto più diffusa di quanto si immagini,
in entrambe le società per porre fine al
conflitto ed alla spirale guerra-terrorismo che
sta paralizzando il progresso e lo sviluppo di
quell'area.
In quattro anni di ostilità anche la parte
israeliana si è notevolmente impoverita:
le spese militari ormai coprono quasi la metà
del bilancio dello stato d'Israele, un'intera
generazione di ragazzi, costretti a fare il servizio
di leva in tenerissima età, vive con sofferenza
i rischi ed i danni di una gioventù compromessa
dalla guerra e dalla costante prossimità
alla morte.
La Sinistra giovanile crede che la strada di Ginevra
sia quella giusta e che la diplomazia dal basso,
il contributo delle Ong e degli enti locali per
la pace che lavorano quotidianamente per alleviare
le sofferenze del popolo palestinese nei campi
profughi, la mobilitazione del campo della pace
in Israele e Palestina possano interrompere questa
spirale di odio e di violenza.
Tacciano le armi e torni in campo il dialogo e
la politica.
Abbiamo condiviso la scelta della Knesset di avviare
il ritiro dei coloni dalla striscia di Gaza: un
piano che contribuisce ad alleggerire la tensione
in quell'area e che sembra costituire un importante
segnale di disponibilità.
Tuttavia, le colonie di Gaza non sono che una
minima parte degli insediamenti che attraversano
il territorio palestinese e da Sharon non è
ancora arrivata una parola definitiva sulla necessità
di riconoscere alla controparte il diritto ad
avere uno stato autonomo.
L'impressione, al contrario, che Israele offre
all'esterno è quella di voler costruire
uno stato bantustan, spalmato a macchia di leopardo
sul territorio israeliano, senza continuità
geografica e debole dal punto di vista della libera
disponibilità delle risorse.
Noi chiediamo che riprendano, all'indomani della
definizione della nuova leadership palestinese,
i negoziati di pace, sulla base di Ginevra, sotto
la supervisione del Quartetto ( Usa, Russia, Ue
e Lega Araba) e che si dia vita ad una forza di
interposizione sotto l'egida Onu che vigili al
rispetto degli accordi.
Insomma, una pace giusta fondata sul principio
due stati, due popoli.
Tesi
7 - Un'agenda per la pace, la scelta della nonviolenza
contro la guerra ed il terrorismo
Non
resta molto tempo al mondo per attivare strumenti
efficaci per regolare i conflitti che lo sconvolgono
e per fermare la poderosa macchina del riarmo
che si è rimessa in moto dalla fine della
guerra fredda in poi.
Se all'inizio degli anni 90, con la crisi dell'Urss
e il progressivo declino di quelle forze che si
erano riunite attorno al Patto di Varsavia, appariva
possibile una moratoria internazionale che ponesse
fine alla corsa agli armamenti, privilegiando
programmi di cooperazione e di sviluppo, oggi
nell'epoca della guerra preventiva quelle speranze
sembrano destinate ad affievolirsi.
Torna impetuosamente sullo scenario geopolitico
mondiale la spinta al ricorso ad armi atomiche,
chimiche e batteriologiche.
Siamo davanti alla normalizzazione della guerra,
mentre i trattati e la politica marciscono inapplicati.
Dal 1998 in poi gli stanziamenti all'apparato
bellico degli Usa sono continuati a crescere vertiginosamente,
con l'apice raggiunto all'indomani dell'11 settembre:
si tratta del 3,5 del Pil di quel paese, circa
400 miliardi di dollari, poco meno della metà
del resto del pianeta.
Numeri impressionanti, che si accompagnano agli
sgravi fiscali ed ai contratti promossi dall'Amministrazione
Bush alle grandi multinazionali delle armi ( su
100 sono 43 le aziende statunitensi specializzate
nell'export degli armamenti in tutto il globo).
Oggi le lobbies della morte rappresentano un potere
in sè ed orientano le scelte dei governi
e ne definiscono le opzioni di politica estera.
La guerra è innazitutto un grande affare
che fa girare l'economia di tanti paesi, compreso
il nostro: l'Italia è il sesto paese produttore
di armi del pianeta.
Il governo Berlusconi non ha esitato, anche nella
legge finanziaria di quest'anno, ad aumentare
gli stanziamenti alla difesa di un miliardo di
euro in piu' ( circa il 5 per cento ) rispetto
all'anno precedente, a fronte di un taglio ulteriore
alla spesa sociale ed ai trasferimenti agli enti
locali, della scelta scellerata di non finanziare
con 100 milioni di euro ( impegno preso al vertice
G8 di Genova del 2001) il Fondo globale per la
lotta all'AIDS e di non investire seriamente sulle
politiche di cooperazione decentrata, impegnandosi
a portare il Fondo per l'Aiuto allo Sviluppo dei
paesi poveri all' 0,7 per cento almeno del Pil
come previsto nel DPEF 2003-2006.
In sostanza anche la nostra economia rischia di
essere pesantemente condizionata dal riarmo complessivo
del pianeta: da ultimo consideriamo non condivisibile
l'obiettivo di togliere l'embargo per l'esportazione
di armi verso paesi come la Cina che non rispettano
i diritti umani, violando chiaramente la legge
185/90.
Non vorremmo che quelle armi convenzionali vendute
alle autorità cinesi da un'azienda italiana
o europea, dopo la definizione di un lauto e conveniente
accordo commerciale tra governi, contribuissero
a promuovere una nuova Tienammen
Occorre, dunque, un'agenda della pace, una scelta
politica che la sinistra deve compiere di fronte
al precipitare dei conflitti.
Al terrorismo non possiamo rispondere dicendo:
blindiamo il pianeta, dando inizio ad una nuova
stagione fondata sulla deterrenza.
Pensiamo, dunque, che il centrosinistra debba
fare scelte nette ed inequivocabili una volta
al governo:
- restituire potere alle Nazioni Unite per la
gestione e la regolazione dei conflitti. Certo,
un'Onu radicalmente riformata ( superando del
potere di veto e la composizione del Consiglio
di sicurezza nato dalla guerra fredda) che salvaguardi
il Diritto Internazionale e la centralità
dei diritti umani e della democrazia dalla deregulation
istituzionale avanzata con l'unilateralismo e
la guerra preventiva;
- costruire un nuovo Diritto internazionale fondato,
come chiedono le parti più avanzate del
pacifismo italiano, sul rispetto della dignità
umana, sulla proscrizione della guerra, sul divieto
dell'uso della forza preventivo, sull'obbligo
della risoluzione pacifica delle controversie,
sulla giustizia penale internazionale, sulle operazioni
di polizia internazionale ( militare e civile);
- ridare pienamente attuazione alla Costituzione
italiana, violata dalla scelta del Governo Berlusconi
di aderire alla guerra in Irak; il ripudio della
guerra, contenuto nell'articolo 11 della nostra
Carta Costituzionale, resta ancora un termine
caratterizzante e distintivo della nostra Repubblica:
non è accettabile che venga progressivamente
svuotato da opportunistiche collocazioni internazionali
del nostro governo; continuiamo a batterci perchè
nel nuovo Trattato costituzionale europeo, varato
a Roma il 29 ottobre 2004, sia presente una formulazione
simile all'Articolo 11 della nostra Costituzione:
ne va dell'identità politica della nuova
Europa, della sua opzione multiratelale, della
sua funzione storica di potenza di pace e di dialogo;
- operare una svolta netta sulle spese militari
nel nostro paese: bisogna puntare, come chiede
la Rete Lilliput ed altre associazioni, alla riduzione
- pensiamo ad un 5 per cento annuo - degli stanziamenti
in bilancio per la Difesa, destinando quelle risorse
alla Cooperazione decentrata ( nell'ultima finanziaria
mancano all'appello altri 250 milioni di euro)
ed alla spesa sociale; il nostro paese sostiene
poco l'azione di quella miriadi di Ong ed enti
locali per la pace che costruiscono progetti di
ricostruzione nelle zone di guerra e nei paesi
in via di sviluppo: anche questo è un contributo
fondamentale per bonificare quei giacimenti di
odio che alimentano il terrorismo;
- dare seriamente attuazione alla moratoria per
le armi convenzionali, di cui l'Italia è
il settimo esportatore mondiale, che ogni anno
fanno più di 500mila morti civili nel silenzio
della comunità internazionale; le armi
leggere, alla stregua le armi di "piccolo
calibro" e delle "mine antiuomo",
sono da considerare, come ha detto nel 2001 Kofi
Annan vere e proprie "armi di distruzione
di massa"; disincentivare i cittadini al
finanziamento di banche che hanno interessi nel
campo dell'industria degli armamenti, aiutando
cosi' a crescere ed affermarsi la finanza etica;
Il
sentiero della pace diviene un discrimine fondamentale
tra lo schieramento progressista e la destra sia
a livello italiano che mondiale: un pacifismo
attivo e responsabile che rappresenti uno dei
fattori identitari principali della sinistra del
2000.
E'un'idea forte e radicale che si accompagna alla
scelta nonviolenta che in questi anni ha caratterizzato
il movimento dei movimenti.
La Nonviolenza non è semplicemente una
pratica o uno stile di vita, ma una visione alternativa
di società che non rende autonomi i mezzi
rispetto ai fini, che non giustifica, al fine
di conquistare obiettivi alti e nobili come la
pace e la giustizia, la scelta di metodi fondati
sull'offesa e la guerra.
Alla violenza del potere e delle armi oppone una
cultura del dialogo e della tolleranza che porta
a capovolgere tanti di quei paradigmi che avevano
condizionato il socialismo novecentesco fino a
condurlo a drammatiche sconfitte.
La Nonviolenza è un'arma formidabile nelle
mani delle giovani generazioni per cambiare modelli
sociali e culture consolidate, per operare una
trasformazione radicale delle gerarchie economiche
e sociali e della modalità di acquisizione
del consenso attraverso la manipolazione della
realtà, per produrre, infine, una revisione
profonda della strumentazione tradizionale delle
forme e dei modi di fare politica.
Tesi
8 - A quattro anni da Seattle, la crisi del neoliberismo,
il cammino del movimento dei movimenti
A Chiusi
definimmo la nascita di un movimento mondiale
di contrasto alla globalizzazione, che a Seattle
in occasione del vertice del Wto aveva occupato
la scena bloccando per alcuni giorni lo svolgimento
di quel Summit, un grande evento politico, il
sintomo, la scintilla che avrebbe aperto inevitabilmente
una nuova fase politica, densa di partecipazione,
ma allo stesso tempo capace di invitare la sinistra
a tornare a riflettere sui grandi temi del pianeta.
Lo strapotere economico e politico di Banca mondiale,
Fmi e Wto, la sovranità illimitata ed extraterritoriale
delle Multinazionali, i danni irreversibili che
il pianeta stava subendo da un modello di sviluppo
non basato sulla sostenibilità, la povertà
alimentata dal debito dei paesi in via di sviluppo,
le guerre periferiche e mai raccontate rappresentavano
il banco di prova su cui il movimento no global
andava a misurarsi, mostrando all'opinione pubblica
tutte le criticità nascoste da un sistema
mediatico superficiale e monopolizzato dalle grandi
corporation dell'informazione.
Da quel vertice ha cominciato a prendere forma
una nuova coscienza critica delle grandi questioni
globali, delle ingiustizie e delle diseguaglianze
che si celavano dietro i processi di mondializzazione
liberista, dell'ipoteca che il prevalere verso
la fine degli anni 70 del pensiero unico aveva
posto sul futuro delle giovani generazioni.
Di qui la richiesta di modificare profondamente
la funzione e gli obiettivi di quei grandi organismi
che governano l'economia mondiale nati a Bretton
Woods, a partire dalla gestione di quei Programmi
di Aggiustamento Strutturale per i paesi in via
di sviluppo che in cambio di erogazione di prestiti
e di abbattimento del debito sacrificavano la
pubblicità dei servizi sociali essenziali.
Due anni fa a Cancun, in Messico, si è
tenuto un altro vertice del Wto per molti versi
storico: sul tavolo del negoziato c'era l'applicazione
degli Accordi Gats sulla liberalizzazione e privatizzazione
dei servizi pubblici, il sistema dei brevetti
farmaceutici, il nodo dei sussidi all'agricoltura
da parte di Usa ed Europa.
Su queste materie si è consumato il primo
vero scontro su chi detiene il potere della governance
globale: il vertice è fallito sotto la
spinta della piazza e con la scelta di 21 paesi
di abbandonare la discussione in segno di protesta
con le rappresentanze della maggior parte degli
stati occidentali che avevano scelto di reiterare
le politiche protezionistiche verso i propri prodotti
agricoli, impedendo di fatto alle nuove economie
emergenti di conquistare i mercati europei e statunitensi.
Insomma, l'Occidente che propugna neoliberismo
e competitività sceglie allo stesso tempo
il protezionismo per difendere vecchi privilegi
interni, poco rappresentativi socialmente e tutt'altro
che produttivi economicamente.
Le sovvenzioni statali alle agricolture europee
sono la ragione principale dellla sofferenza delle
agricolture del sud del mondo.
E' chiaro che chi produce con l'aiuto economico
dello stato fa concorrenza sleale a chi questi
aiuti non li riceve, impedendo agli agricoltori
e agli allevatori africani o argentini di far
finire i loro prodotti a prezzi vantaggiosi sui
nostri mercati.
Quella globalizzazione che sembrava nata per unificare
merci e mercati, uomini e tecnologie, diritti
e benessere rivela la sua essenza più profonda:
una barriera invalicabile per la maggior parte
delle economie del pianeta, che finiscono per
subire scelte che ne penalizzano la capacità
competitiva, oltre che impedire loro di poter
intervenire sugli enormi squilibri interni che
li caratterizzano.
In un mondo dove muore di fame e denutrizione
un bambino ogni sei secondi, dove l'Aids falcidia
annualmente milioni di vite nell'Africa subsahariana,
dove quasi un miliardo di lavoratori vive e produce
con meno di due dollari al giorno, le potenze
neoliberiste rispondono con la protezione delle
economie più forti, con la riduzione generalizzata
del costo del lavoro favorita dalla delocalizzazione
di interi apparati industriali, con l'inserimento
nel commercio mondiale dei beni comuni e dei servizi
pubblici, con un ulteriore finanziarizzazione
dei sistemi di scambio.
Non c'è dubbio che di fronte ad una transizione
epocale del modello di produzione e dello stile
dei consumi, con il tramonto del dell'era delle
materie prime fossili ( petrolio e carbone in
primis), le forze dominanti dell'economia mondiale
preparano il terreno per l'accaparramento delle
future materie prime ( dall'acqua ai suoli, dai
semi al genoma, fino alla biotecnologie).
In questo quadro si sono inseriti gli accordi
Gats per la liberalizzazione dei servizi pubblici,
sanità e istruzione in primis.
In analoga direzione vanno le pressioni delle
multinazionali per la difesa monopolistica dei
brevetti sui farmaci.
Cancun da questo punto di vista ha rappresentato
una speranza, nonostante alcuni mesi dopo a Ginevra
il fronte del G21 si sia spaccato ed alcune delle
sue rivendicazioni siano state riassorbite attraverso
trattative separate e poche concessioni attribuite
ad India e Brasile.
Su scala internazionale, allo stesso tempo, le
aziende continuano a giocare sulla concorrenza
tra territori e lavoratori, in particolare nei
settori dove domina una produzione di massa standardizzata.
Cosi', alla periferia dei tre poli della Triade
Usa-Europa-Giappone, le multinazionali hanno creato
basi produttive dove sfruttare il basso costo
del lavoro e dove impiegare manodopera in condizioni
più favorevoli.
E' il caso delle aziende giapponesi in asia Orientale,
di quelle americane in Messico e di quelle in
Europa centrale.
Ne deriva, per i salariati dei paesi sviluppati
che lavorano in settori dove la produzione è
standardizzata, una tendenza all'allineamento
verso il basso delle condizioni salariali e di
impiego.
Di fronte alla crescente dipendenza dei paesi
in via di sviluppo dalle multinazionali, si sta
rafforzando un vasto movimento globale che preme
affinchè vengano rispettate le normative
in materia di diritti umani, legislazione del
lavoro e tutela dell'ambiente.
Le questioni sono sempre le stesse: chi dirige
la globalizzazione?
Chi introduce elementi di crisi dentro un meccanismo
che rischia di mangiarsi un pezzo di futuro del
pianeta?
Come si rovescia l'impostazione neoliberista imponendo
diritti sociali ed un'equa redistribuzione delle
ricchezze, garantendo crescita e benessere a tre
quarti del globo?
Tesi
9 - Il decalogo dell'altra globalizzazione possibile
Il
livello minimo per assicurare quel Governo mondiale,
di cui parlo' profeticamente Enrico Berlinguer
agli inizi degli anni ottanta, passa attraverso
poche, ma immensamente difficili scelte.
La necessità di un Governo mondiale puo'
apparire uno slogan, una scatola vuota laddove
tanto i processi economici quanto le sedi di decisione
politica appaiono effettivamente disarticolate
e difficilmente tangibili.
Per definizione la globalizzazione neoliberista
è priva di un centro di comando, di una
cabina di regia che la renda afferrabile: tutto
è fugace, i sistemi politici come le transazioni
finanziarie, le strategie terroristiche come la
rete attraverso cui si veicolano informazioni.
Serve dunque una Global governance che sia policentrica,
che riavvicini le istituzioni ai cittadini, che
restituisca potere alle assemblee elettive e che
sottragga strumenti al mercato: una nuova stagione
della democrazia che parta dai Municipi fino all'Assemblea
generale dell'Onu.
- la Riforma della Banca mondiale, come dice il
premio Nobel per l'economia Stigliz, non puo'
non passare attraverso la politicizzazione di
quell'organismo, mettendo nelle condizioni i parlamenti
di concorrere alla definizione dei programmi di
sviluppo e un Wto completamente rinnovato affiancato
dall'assemblea generale delle Ong con poteri reali
di controllo sulle decisioni e gli orientamenti
- La Riforma dell'Onu che, oltre ad un'ampliamento
del Consiglio di sicurezza e all'abolizione del
diritto di veto, dia reali poteri all'ECOSOC (
Consiglio Economico e Sociale) trasformandolo
in un vero e proprio Consiglio per la sicurezza
economica ed i Beni globali, capace di monitorare
ed intervenire sulle attività dellle istituzioni
nate a Bretton Woods;
- La definizione di un Contratto mondiale dell'Acqua,
che verrà rilanciata nel Forum alternativo
dell'acqua a Ginevra dal 17 al 20 marzo 2005,
che dichiari l'accesso alle risorse idriche come
diritto costituzionale, umano, indivisibile ed
imprescrittibile.
- Un nuovo Inventario dei Beni comuni da sottrarre
al mercato. Nelle Istitutiones Giustiniano scriveva:
"per legge di natura questi elementi sono
comuni a tutta l'umanità: l'aria, l'acqua
dolce, il mare e, quindi, le sponde del mare":
oggi potremmo aggiungere che beni pubblici non
commerciabili sono da considerarsi la proprietà
intellettuale come le cure sanitarie e i medicinali,
i saperi e le reti di informazione;
- La revisione degli accordi Gats ( che aprono
la porta alla privatizzazione e liberalizzazione
i servizi pubblici) e Trips ( che commercializzano
i diritti di trasferimento della proprietà
intellettuale, compresi i brevetti sui viventi)
oltre che, come ha chiesto l'FSE a Londra, il
ritiro della direttiva Bolkestein dell'Ue che,
assumendo l'impostazione degli accordi Gats, apre
entro il 2010 alla concorrenza tutti i servizi
pubblici, scuola e sanità comprese, promuove
la completa deregulation nell'erogazione dei servizi
a partire dagli enti locali, destruttura il mercato
del lavoro attraverso la "legalizzazione"
del dumping sociale, autorizzando un impresa che
fornisce servizi all'estero di applicare sui lavoratori
le regole ed i diritti presenti nel paese d'origine;
- L'adozione di un accordo generale per il Fair
Trade: l'introduzione di un marchio di garanzia
per quei prodotti che sono commerciati sul mercato
rispettando i diritti del lavoro e la tutela dell'ambiente;
- Una politica che favorisca l'emersione delle
agricolture dei paesi in via di sviluppo, attraverso
la detassazione dei prodotti che fanno parte della
rete del Commercio equo e solidale e il sostegno
a misure di Microcredito destinate ai piccoli
produttori: lo abbiamo detto, le sovvenzioni statali
agli allevatori occidentali rappresentano un tappo
per quei piccoli coltivatori del sud del mondo
che si trovano a dover far fronte alla competizione
nel mercato globale;
- La piena applicazione del Protocollo di Kyoto
per la riduzione entro il 2010 del 5,6 per cento
delle emissioni di gas serra: secondo i dati pubblicati
dalla Convenzione per la Lotta al Cambiamento
Climatico, tenutasi a Buenos Aires nel dicembre
2004, tra il 1990 e il 2000 nei paesi industrializzati
la produzione di materiale inquinante è
aumentata del 7 per cento, nonostante la maggioranza
dei paesi occidentali, ad eccetto degli Usa, avessero
aderito all'intesa. L'Italia, da questo punto
di vista, rappresenta una fanalino di coda perchè
non ha ancora predisposto le condizioni per la
riduzione degli effetti inquinanti, aumentando
addirittura l'emissioni dei gas serra del 9 per
cento tra il 1990 e il 2002;
- Un impegno straordinario per l'abbattimento
del debito estero dei paesi in via di sviluppo:
con la campagna Cancel the debt lanciata dal cartello
Jubilee 2000 molti paesi europei si sono impegnati
ad azzerare i propri crediti maturati nei confronti
dei paesi poveri. Ma c'è ancora molto lavoro
da fare;
- Rilanciare, almeno a livello europeo, la Tobin
tax, la tassa sulle transazioni finanziarie, per
investire il ricavato in ricerca e stato sociale.
Ecco alcune proposte che emergono dalla riflessione
di questi anni di lavoro nel movimento; riflessioni
che sono patrimonio dell'elaborazione del Global
Progressive Forum e dell'Internazionale socialista,
che saranno protagonisti del Forum sociale mondiale
di Porto Alegre del gennaio 2005.
In questo quadro, le esperienze di militanza ultradecennale
nell'Ecosy e nella Iusy hanno arricchito il percorso
di crescita politica della Sinistra giovanile
e la sua capacità di comprendere gli scenari
globali, a partire dalla necessaria costruzione
di una rinnovata dimensione internazionalistica
dell'elaborazione culturale ed ideale della sinistra
italiana.
Vogliamo sempre di più investire in questi
soggetti, rafforzandoli politicamente ed organizzativamente:
Ecosy e Iusy debbono acquistare una reale sovranità
politica, superando la concezione originaria di
puro e semplice network di associazioni e partiti.
Tesi
10 - Il Movimento dei movimenti : il soggetto
della nuova democrazia
Noi
pensiamo che lo straordinario movimento alterglobalista
che ha invaso le piazze di tutto il mondo, che
si è riunito in quelle grandi Università
popolari chiamate Social Forum a Londra come a
Porto Alegre, a Firenze come a Bombay rappresenti
una grande carta politica che il socialismo internazionale
deve continuare a giocarsi.
I movimenti hanno incarnato la politica in questo
scorcio di inizio secolo, la risposta più
forte ed inequivocabile a chi annunciava la fine
della storia, l'esaurirsi dei conflitti sociali,
l'annichilimento di ogni spinta critica verso
l'esistente.
Hanno preso dalla globalizzazione l'enorme carica
distruttrice di barriere nazionali e di costumi
consolidati, attraverso l'uso sapiente delle nuove
tecnologie e delle comunicazioni di massa, e le
hanno piegate all'idea di una nuova politica su
scala mondiale, che parla di solidarietà,
diritti, disarmo, tutela delle differenze e delle
culture.
Per noi l'avventura del GSF, iniziata drammaticamente
in quel luglio del 2001 a Genova, quando il Governo
italiano autorizzo' la repressione di migliaia
di manifestanti pacifici scesi in piazza a contestare
il G8, resta ancora un valido orizzonte entro
cui muoversi ed agire.
Una repressione che costò la vita al giovane
Carlo Giuliani, a cui a tutt'oggi verità
e giustizia sono ancora negate.
E' nata una nuova cultura politica che ha segnato
una generazione, riavvicinandola alla partecipazione
ed alla lotta, non pacificata ed esigente.
Una generazione responsabile, perchè impegnata
a contrastare lo smantellamento di sicurezze sociali
indiscutibili e il saccheggiamento persistente
ed illimitato delle risorse del pianeta.
Una grande generazione democratica, perchè
per prima ha visto ed interpretato la crisi dei
meccanismi tradizionali di rappresentanza, spiegando
ai partiti che dovevano necessariamente diventare
permeabili alle istanze sociali, quelle collettive
ed anche quelle individuali, riaggiornando i loro
paradigmi culturali ed ideali.
Questa nuova domanda di politica va in controtendenza
rispetto alla visione di una "democrazia
minima" che negli ultimi quindici anni aveva
preso il sopravvento, affascinando anche tanti
teorici del campo progressista: una concezione
della democrazia il cui unico compito sembrava
quello di mettere ristrette oligarchie nelle condizioni
di decidere senza intermediazioni e senza orpelli
burocratici.
La ricetta era semplice ed apparentemente efficace:
semplificare i processi decisionali, ridurre con
il controllo sociale il perimetro dei conflitti
potenziali, promuovere un'architettura istituzionale
che alla crisi della democrazia rappresentativa
aprisse varchi a nuove forme di plebiscitarismo.
In questi anni abbiamo capito, invece, che l'unico
antidoto al rinsecchimento dei poteri della politica
rispetto al mercato albergava nella nuova fase
di partecipazione e di autorappresentazione della
società che si era aperta.
Dalla democrazia rappresentativa bisognava passare
alla democrazia partecipata, costruita sul metodo
del consenso e sul coinvolgimento diretto dei
cittadini nelle scelte dirimenti per la loro vita,
e non alla democrazia plebiscitaria, fondata sul
mandato periodico al comandante in capo, annullando
cosi' il ruolo e la funzione di ciascun corpo
intermedio della società.
Questa battaglia non è stata vinta: il
primo colpo pesante assestato al movimento è
datato 11 settembre.
Il rischio che la paura e la suggestione securitaria
prevalga sulla partecipazione e sulla democrazia
è sempre forte.
Le scorciatoie militari, protezionistiche, identitarie
potevano spazzare via quella pluralità
di costumi, tempi di impegno sociale, approcci
alla vita che mai prima d'oggi si erano manifestati
con intensità e nettezza.
In quei paesi dove il movimento è riuscito,
nelle sue varie articolazioni, a rovesciare la
scala delle priorità politiche dei governi,
anche la sinistra ha finito per trarne beneficio.
Pensiamo alla nuova stagione di esperienze istituzionali
della sinistra in America Latina, a partire da
Lula in Brasile: li' il vento di Porto Alegre,
la sperimentazione della democrazia partecipata,
le lotte per la dignità e la terra hanno
incrociato il maggiore partito della sinistra,
modificandone l'impostazione ideologica tradizionale
e conferendogli la maggioranza per governare.
Il Brasile è un Paese dove la fame e la
miseria sono diffusissime come allo stesso tempo
le potenzialità di crescita economica:
Lula rappresenta la speranza di poter modificare
il segno della mondializzazione con il contributo
dei movimenti e con la partecipazione diretta
dei cittadini.
Lo stesso vale per l'India, dove l'esperienza
del Social Forum Mondiale a Bombay, ha determinato
una spinta politica molto forte per quei movimenti
e partiti che rifiutavano il nazionalismo e la
rassegnazione per una frattura sociale determinata
da un sistema economico discriminatorio e fondato
sul prevalere delle caste.
Li', nel Paese di Arundaty Roy e di Vandana Shiva,
le protagoniste delle lotte per la difesa della
dignità delle donne e per la proprietà
pubblica delle semenze e dell'acqua sottratta
all'oligopolio delle mulitinazionali, ha prevalso
il Partito del Congresso di Sonia Gandhi di chiara
matrice progressista, che mette al centro del
proprio programma la lotta alle povertà
e la laicizzazione della società indiana.
Ma anche in Europa le lotte dei movimenti, per
la pace e per i diritti, hanno condizionato le
politiche dei governi e le scelte della sinistra,
interrompendo in alcuni paesi il ciclo di potere
delle forze conservatrici: pensiamo alla Spagna,
innanzitutto, ma anche alla ripresa politica dei
socialisti in Francia.
Dunque, il nodo del "potere", della
sua trasformazione e della sua trasparenza, resta
il banco di prova dei prossimi anni per il movimento:
non nella sua istituzionalizzazione nè
in una velleitaria riduzione partitica, bensi'
nella capacità di incidere negli orientamenti
delle assemblee elettive, dei parlamenti, degli
organismi sovranazionali.
La Sinistra giovanile ha mostrato dentro quest'esperienza
una sua peculiarità riconoscibile: dai
territori ( Scanzano, Melfi, Cosenza) ai grandi
eventi nazionali ed internazionali organizzati
dal Social Forum come dal cartello Fermiamo la
Guerra.
Un soggetto politico, talvolta in solitudine rispetto
ai DS, che ha scelto la contaminazione ed il confronto,
non restando chiuso nel proprio recinto ideologico,
ma scegliendo di navigare in mare aperto.
La nostra identità sta nella nostra capacità
di ricerca, non nel tentativo di ridurre ad unità
cio' che è complesso e multiforme.
Tesi
11 - La nuova Europa attore di pace e spazio di
cittadinanza
In
un mondo che si globalizza i destini degli uomini
sono sempre più interconnessi e la costruzione
di un progetto credibile per il futuro passa per
una nuova consapevolezza di un umanità
dal destino comune che superi il crescente individualismo
che alimenta l'ideologia dell'occidentalismo populista
come tratto caratterizzante di una nuova cultura
politica costruita sull'intreccio tra liberismo
economico, spirito nazionalista e assolutismo
religioso-culturale di cui la destra americana
si fa alfiere.
Per fare fronte alle molteplici sfide del nostro
tempo, dobbiamo rompere con il pensiero tuttora
dominante che fa della separazione tra dimensione
nazionale, europea e globale un suo carattere
peculiare. Va radicalmente messa in discussione
la sovranità degli stati nazionali ricostruendone
le forme e i livelli al servizio di una nuova
governance europea e globale.
La grande Europa politica federale è il
pilastro fondamentale per la costruzione di un
nuovo progetto politico globale, la pietra miliare
di un nuovo ordine multipolare incentrato sulla
democrazia e sulla cooperazione internazionale.
Bisogna fare dell'Europa lo spazio dentro cui
inscrivere il riscatto della politica, nuove possibilità
di cambiamento, di progresso e di pace.
Per noi le sfide da raccogliere nel complesso
e tumultuoso mondo della globalizzazione devono
essere animate dal coraggio e dal profondo senso
del futuro che solo il pensiero e l'impegno europeistico
possono alimentare: abbiamo bisogno della visione
radicale nella tensione ideale e dell'impulso
realistico nella lotta politica per realizzare
l'obiettivo dell'Europa politica, democratica
e potenza di pace.
Il nostro impegno deve ruotare attorno a quella
peculiare sinergia tra movimento ideale e civile
per l'Europa unita e azione politica e di governo.
Questo duplice cardine ha attraversato il pensiero
e l'impegno delle forze riformatrici della nostra
storia democratica: Antonio Gramsci che descrive
la crisi della coscienza europea proprio come
il risultato del conflitto tra un'economia tendenzialmente
cosmopolita e universale e una politica relegata
all'interno di risposte statali e nazionali, del
tutto inadeguata ad affrontare una nuova agenda
dei problemi; Alcide De Gasperi che aveva compreso
che l'Italia non avrebbe giocato in Europa un
ruolo significativo se non accelerando il processo
politico verso un governo capace di prendere a
nome degli Europei le decisioni supreme.
A fronte delle insufficienze dello Stato-Nazione
già registrate in forme diverse nel secolo
scorso e dell'acuirsi della sua crisi con i mutamenti
imposti dai fenomeni di globalizzazione è
venuto maturando il senso di un intreccio profondo
tra ruolo dell'Italia e costruzione dell'Europa
politica.
Questo bagaglio culturale e politico ci consente
di essere pienamente quella generazione che nell'Europa
crede e all'Europa guarda come alla prova fondamentale
della politica e della riaffermazione del suo
primato di fronte ai significativi processi di
finanziarizzazione, individualizzazione e privatizzazione
indotti dal capitalismo globalizzato.
Il percorso di costruzione dell'Europa politica
è cammino lungo e difficile destinato a
segnare indelebilmente la storia del XXI secolo.
A fronte di una progressiva espansione dello spazio
geografico ed economico dell'Unione non corrisponde
un rafforzamento dei suoi poteri politici. La
ratifica del Trattato costituzionale rappresenta
un primo positivo e fondamentale passo ma al contempo
non sufficiente per fare dell'Europa il soggetto
politico globale in grado di decidere i destini
delle sue popolazioni e di codeterminare le grandi
scelte su scala planetaria. Il rafforzamento dell'esecutivo
europeo con un Presidente legittimato e credibile,
e un vicepresidente e ministro degli Esteri, disegna
per la prima volta, in modo abbozzato, l'idea
di un futuro vero governo europeo. Il rafforzamento
del Parlamento europeo sanziona una sua capacità
legislativa e politica di cui ha dimostrato, nel
recente confronto con il Presidente della Commissione,
di saper fare uso, con fermezza e dignità.
L'unificazione del continente, con l'allargamento
a 10 nuovi Paesi dell'Est, rappresenta un fatto
storico di grande portata perché rappresenta
il primo esperimento di unificazione pacifica
mai sperimentata prima. L'Unione ha la possibilità
di cogliere le opportunità di cui l'allargamento
e la ratifica dei trattati costituzionale nei
singoli paesi sono portatori. Sarà importante
cogliere le sfide che la concreta azione politica
dell'Unione ha di fronte perché questi
sviluppi del processo di integrazione possano
essere percepiti favorevolmente dai cittadini
dell'Unione.
Si pone con sempre maggiore evidenza la necessità
di una "governance europea" che partendo
da una complessa struttura istituzionale multilivello
presuppone un motore di coordinamento di tipo
federale, legittimato democraticamente in un contesto
di sovranità distinte e condivise.
Le risposte alle inquietudini degli europei, alle
attese, alle domande che riguardano la tensione
per la pace ed un nuovo ordine mondiale, l'equità
sociale, un nuovo quadro di opportunità
formative e di diritti e garanzie, la salvaguardia
dell'ambiente, la capacità di garantire
la sicurezza personale e collettiva, la coesione
delle nostre società, l'affermazione dei
diritti civili, delle libertà individuali
e del diritto riconosciuto e sancito di vivere
serenamente il proprio orientamento sessuale nonchè
la costruzione di una società multietnica
e multiculturale, sono inscindibilmente legate
alla validità del nuovo assetto istituzionale
dell'Unione allargata.
Il nuovo scenario mondiale scaturito dagli attacchi
dell'11 settembre 2001 impongono la necessità
di un'azione responsabile e attiva dell'Europa
di fronte alle sfide della globalizzazione economica
e agli imperativi che questa apre sui rapporti
tra culture, religioni e civiltà.
La creazione di una politica estera e di un sistema
di difesa comune è indispensabile in questo
senso per l'assunzione degli strumenti indispensabili
ad esercitare un ruolo politico da protagonista
di fronte alle grandi sfide della sicurezza, della
stabilità e della pace. La dotazione di
un proprio sistema di difesa per l'Unione può
consentire un nuovo modo di intendere il ruolo
del sistema di difesa internazionale e definire
nuove relazioni con la NATO fondate sulla distinzione
di compiti e funzioni. E' necessario in questo
senso sviluppare la teoria e la pratica della
costruzione della pace, delle operazioni di interposizione
per la prevenzione dei conflitti, del sostegno
ai processi di stabilizzazione democratica e di
autogoverno.
Questo disegno va più efficacemente legato
al potenziamento dell'attuale Servizio Volontario
Europeo, trasformandolo in un vero e proprio Servizio
Civile Europeo come strumento accessibile a tutti
i giovani europei per rafforzare il senso di una
nuova cittadinanza.
L'Europa nasce come potenza di pace se è
in grado di trasmettere ai suoi cittadini, soprattutto
i più giovani ma anche al mondo, la capacità
di esportare i suoi valori fondativi e la sua
civiltà, che non mira alla supremazia militare
ma che costruisce un esercito di pace in grado
di lavorare fuori dall'Unione per obiettivi di
pace, convivenza, rispetto dei diritti umani,
stabilità e democrazia.
La nascita di un'effettiva politica estera comune
dell'Unione è legata allo sviluppo di nuove
relazioni internazionali fondate sulla strategia
della "politica preventiva" in grado
di valorizzare la dimensione multilaterale e le
procedure condivise. E' in questo contesto che
si colloca la nostra convinta adesione alla proposta
di tanta parte del Movimento per la pace, della
Tavola della Pace in particolare, per l'introduzione
nel testo della futura Costituzione europea di
un articolo che mutui e riprenda lo spirito dell'articolo
11 della nostra Carta costituzionale: "L'Italia
ripudia la guerra come strumento di offesa alla
libertà degli altri popoli e come mezzo
di risoluzione delle controversie internazionali;
consente, in condizioni di pari dignità
con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità
necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace
e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce
le organizzazioni internazionali rivolte a tale
scopo."
L'attore globale Europa può accelerare
il processo di riforma dell'ONU sulla base della
ridefinizione su base regionale e multipolare
della struttura del mondo; consideriamo di grande
valore la proposta di ridisegnare gli equilibri
internazionali sulla base di una ridefinizione
dei seggi in sede Onu in grado di sancire la fine
degli equilibri post-bellici e in cui l'Unione
europea possa essere rappresentata con un seggio
unico.
Il grande banco di prova per la politica estera
e di cooperazione dell'Unione è il Mediterraneo.
Lo spazio euro-mediterraneo è la dimensione
in cui le politiche di scambio, di confronto tra
religioni e culture devono trovare una relazione
costante e permanente con i processi di democratizzazione,
di rispetto dei diritti umani, di crescita economica
in un quadro di promozione e non di esportazione.
L'Europa può in questo senso, rispondendo
al proprio modello valoriale e identitario, contribuire
affinché la grande minaccia del conflitto
tra civiltà non si sostituisca allo scontro
ideologico del bipolarismo internazionale.
I processi di pace e di sviluppo dei paesi del
Mediterraneo sono la condizione principale per
un nuovo ordine e una nuova stabilità internazionale.
L'Europa dovrebbe impegnarsi nel favorire il miglioramento
della formazione culturale e professionale, l'ammodernamento
delle strutture amministrative e imprenditoriali
dei Paesi interessati, la sottoscrizione di accordi
più coraggiosi e innovativi nel campo dell'agricoltura
puntando sul coordinamento delle politiche agricole
mediterranee, favorendo la regolazione dei flussi
con accordi bilaterali e multilaterali che sviluppino
politiche attive per la promozione di una libera
circolazione rispettosa della dignità umana.
Tendere verso un più ampio ed esteso quadro
di cittadinanza e rappresentanza delle domande
delle nuove generazioni riguarda una necessaria
accelerazione del processo di costruzione di un
nuovo modello sociale europeo incardinato su innovazione
e coesione sociale in grado di rispondere ai radicali
mutamenti intervenuti nei processi demografici
e nel mondo del lavoro, nel rapporto tra qualità
e sviluppo, tra conoscenza e produzione. L'Europa
in cui le nuove generazioni si troveranno a vivere
deve essere fondata su uno sviluppo innovativo
e solidale, ecologicamente compatibile.
L'Unione europea ha adottato nel 2000 una strategia
economica e sociale mirata a fornire una risposta
positiva alla globalizzazione, sfruttando al meglio
l'innovazione tecnologica, definendo una via europea
per costruire un'economia basata sul sapere, ricostruendo
la prospettiva di creare più lavoro puntando
su fattori qualitativi.
L'Europa deve acquisire maggiore capacità
di competere, aprendo altre aree dell'economia
per far fronte alla ridislocazione globale delle
forze in campo economico e per salvaguardare i
propri livelli di vita.
La cosiddetta strategia di Lisbona può
essere interpretata come una strategia di modernizzazione
economica e sociale che tiene conto dei valori
europei, una modernizzazione legata allo sviluppo
della società dell'informazione, della
ricerca, dell'innovazione, dell'imprenditorialità,
del sapere e della inclusione sociale.
Nel nuovo paradigma emergente, il sapere e l'innovazione
sono le fonti principali di produzione della ricchezza,
e i discrimini che producono le nuove disparità
non solo tra gli individui, ma anche tra le nazioni
e i loro sistemi produttivi.
Il sapere, quindi, come la strada continua da
percorrere senza interruzioni, contro la discontinuità
dei lavori e come l'ammortizzatore sociale del
futuro.
Esso è la chiave di volta stesso per la
costruzione di un Welfare europeo che combini
innovazione e coesione, investimenti nella qualità
e nella solidarietà sociale.
Va perciò costruito un modello sociale
europeo che, attraverso una riformulazione complessiva
del sistema di Welfare, definisca una via europea
alla nuova economia: innovazione, sapere, coesione
sociale in un quadro di autonoma declinazione
culturale rispetto al modello economico-sociale
americano.
L'obiettivo strategico definito nei termini di
costruzione di un'economia basata sulla conoscenza
più competitiva e dinamica del mondo, in
grado di realizzare una crescita economica sostenibile
con l'equilibrio ambientale presuppone un governo
politico e istituzioni forti e democratiche.
Modernizzare il modello sociale europeo, investire
nel capitale umano combattendo l'esclusione sociale
implica la crescita economica basta sulla conoscenza
migliorando la competitività legata all'innovazione
e alla qualità.
Un nuovo Welfare europeo fondato sul sapere per
combattere l'esclusione e favorire la cittadinanza
attiva dei giovani. Il nuovo modello sociale europeo
deve saper fornire strumenti di tutela e sostegno
attraverso una nuova politica della libertà
attiva, in grado di fornire le massime chances
di vita per il massimo numero di persone.
Evidentemente gli impegni di Lisbona sono rimasti
tali perché non hanno marciato parallelamente
con le innovazioni istituzionali e le forme di
coordinamento proprie tali da definire un sistema
di governo di diversi livelli quali quello europeo,
nazionale e locale in grado di interagire tra
di loro.
Di fronte ai mutamenti della società post-moderna,
l'invecchiamento progressivo, sviluppo tecnologico,
centralità della conoscenza, l'Europa deve
dotarsi di un nuovo e più inclusivo sistema
di cittadinanza incardinato su una duplice priorità,
modernizzazione economica e coesione sociale.
Dare risposte alle domande di cittadinanza, di
nuove e inedite opportunità di crescita
culturale e formativa che le nuove generazioni
europee pongono significa ripartire dall'ispirazione
di Lisbona dando un rinnovato slancio a quelle
istanze, farle vivere nel coordinamento tra livelli
istituzionali attraverso un effettivo governo
politico dell'Unione. Ed il sapere diventa fattore
determinante anche nella battaglia culturale e
politica sul futuro dell'Europa.
Il nostro ruolo è creare una rottura positiva
con la riproduzione sociale che la destra italiana
ed europea stanno portando avanti.
Senza tenere conto che l'economia oggi richiede
figure professionali capaci di aggiornarsi continuamente.
Persone che sappiano ricreare il loro ruolo lavorativo
in relazione alle continue scoperte ed innovazioni
tecnologiche e scientifiche.
Mantenere le persone all'interno dei processi
decisionali, facendole sentire partecipi delle
scelte future dell'Unione è la priorità
per far sì che le Istituzioni diventino
e siano vissute come realmente più trasparenti
e più democratiche. Solo così l'Europa
diventerà agli occhi dei cittadini soprattutto
giovani il motore di una politica di sviluppo
in grado di colmare i deficit di programmazione
dei governi nazionali. Soltanto in questo modo
le Istituzioni europee ne usciranno rafforzate
e capaci di tessere il dialogo con le realtà
e le identità locali, vero nodo della sfida
culturale che la destra europea ci sta proponendo.
L'Europa come la restante parte del mondo sviluppato
deve sempre più sentirsi impegnata nella
lotta per la riduzione della povertà e
gli squilibri tra il mondo ricco e i Paesi del
sud. I costi umani di un sistema di regole economico
e commerciale come quello vigente sono innumerevoli
e le sue regole tendono a favorire la parte più
ricca del pianeta.
A fronte degli impegni assunti a Doha con il "Round
dello Sviluppo" dopo due anni e soprattutto
dopo i vari vertici del WTO, i paesi industrializzati
hanno fatto poco di concreto per trasformare la
retorica in realtà. Molte scadenze non
sono state rispettate, impegni sono stati abbandonati
a danno di paesi che in un processo di effettiva
liberalizzazione delle relazioni commerciali vedrebbero
diminuire sostanzialmente gli indici di povertà
assoluta delle proprie popolazioni.
Il protezionismo e l'assistenzialismo rappresentano
un grave danno per le economie dei paesi in via
di sviluppo: imposizioni fiscali, dazi doganali
e sistema delle tariffe non consentono ai prodotti
di questi paesi un livello di esportazione sufficiente
a costruire un sistema regolato del commercio
mondiale in grado di lenire il peso degli standard
economici e sociali dei paesi del sud del mondo.
Un'Europa come agente internazionale di sviluppo
e cooperazione ha il dovere di favorire i processi
di crescita e di sviluppo dei paesi poveri e concorrere,
in coerenza con i suoi valori fondanti, alla promozione
della pace, della giustizia sociale e della solidarietà
internazionale.
Una nuova generazione può riconoscersi
in una politica che non rinunci al suo ruolo e
al suo primato di fronte alle contraddizioni del
mondo globalizzato; una generazione portatrice
di cultura globale pretende risposte immediate
che siano globali e riguardino i destini degli
individui in Europa ed in ogni latitudine. Una
nuova generazione che esprime bisogni di cittadinanza,
che guarda al futuro, che chiede nuovi diritti
nel mercato del lavoro moderno e un sistema di
inclusione fondato sulle competenze, sulla conoscenza,
sull'innovazione.
L'accettazione dei confini nazionali per l'esercizio
della funzione politica, in un quadro di nuova
regolazione dell'attuale modello di globalizzazione
condanna all'impotenza le forze del riformismo,
le relega in posizioni subalterne e non in grado
di destare interessi, passioni, partecipazione.
L'Europa è perciò l'orizzonte di
una sfida progettuale, culturale e politica che
chiama in causa la definizione di una nuova missione
della sinistra, di una nuova funzione storica,
di un nuovo progetto che offra uno spazio aperto
e inclusivo di cittadinanza e partecipazione politica,
che permetta ad ognuno di connettere in una nuova
rete di solidarietà e di identità
collettiva il proprio progetto di vita, la propria
domanda di libertà e di futuro.
La sinistra, il PSE, i progressisti e i democratici
europei sono chiamati a confrontarsi con questa
sfida: dare alla politica quella dimensione europea
e globale che le giovani generazioni domandano,
dare alla politica le nuove forme e i nuovi obiettivi
che le nostre vite richiedono, dare alla politica
la forza e la legittimità per superare
gli angusti confini del novecento, quelli degli
stati nazionali e quelli di una politica racchiusa
nei rigidi confini delle divisioni ideologiche.
In Italia il processo di integrazione europea
deve divenire il fondamento dell'alternativa programmatica
e di governo della Sinistra e di tutto l'Ulivo,
in un disegno organico che dal diritto al sapere,
fino ad una nuova idea del welfare inclusivo,
universale e promozionale, si fondi sulla rappresentanza
del bisogno di innovazione, di mobilità
e di modernità che esprimono le giovani
generazioni.
La
società della conoscenza
Tesi
12 - Sapere ed innovazione: la società
della conoscenza
Le grandi trasformazioni economiche, sociali e
culturali degli ultimi venti anni hanno mutato
in profondità le strutture della nostra
società.
Oggi, come mai nel passato, le persone sono attraversate
da continui flussi di informazioni e di dati che
provengono da ogni parte del mondo. Una mole di
immagini, parole, simboli che continuamente vengono
sottoposti alla nostra attenzione e che fatichiamo
ad interpretare.
Un mondo complesso che esige un pensiero complesso.
Una capacità nuova di interpretazione e
di analisi del dato oggettivo e della realtà
circostante.
Una necessità nuova di possedere strumenti
di lettura del presente che sappiano intrecciare
nuovi linguaggi e nuovi saperi.
Un'intelligenza personale che si deve sviluppare
nel possesso delle chiavi di accesso al sapere
globale come elemento di nuova cittadinanza. Un
tempo la divisione fra chi possedeva la ricchezza
e chi no era la chiave principale di ogni essere
umano.
Oggi la nuova ricchezza si chiama sapere ed esso
si configura come il nuovo bene pubblico inalienabile.
Una delle differenze fra i moderni pensieri conservatori
e progressisti passa attraverso il diverso grado
di accesso al sapere.
I conservatori ritengono che esso debba essere
disponibile solo per una ristretta parte della
popolazione mondiale e nazionale.
I progressisti - cioè noi - credono che
esso debba essere aperto a tutti, sia nella forma,
ovvero attraverso il riconoscimento giuridico
del diritto al sapere, sia nella sostanza, ovvero
attraverso la possibilità reale che diamo
ad ognuno di accedere al diritto allo studio.
Questa è una chiave di lettura internazionale
che ha una sua valenza nella prospettiva nazionale
ed europea. Proprio l' Europa è il luogo
cui riferirsi prima di tutto e per questo riprendere
gli obiettivi del Consiglio d'Europa tenutosi
a Lisbona il 23 e 24 marzo del 2000 che si poneva
come scopo di "creare le infrastrutture del
sapere, promuovere l'innovazione sociale e modernizzare
i sistemi di previdenza sociale e di istruzione".
A Lisbona nasceva l'elaborazione europea di un'economia,
ma soprattutto di una società della conoscenza.
Si definiva prioritario investire sempre maggiori
risorse sul sistema educativo per combattere la
dispersione scolastica e la conseguente esclusione
sociale. Questo è anche il nostro orizzonte
di lavoro e di impegno per i prossimi anni perché
il sapere deve diventare elemento di nuova e rinnovata
coesione sociale, soprattutto per le giovani generazioni.
In una realtà in cui il mondo del lavoro
non è più l'unico luogo delle identità
sociali, la scuola e la formazione sono quei pezzi
mancanti per ricostituire una parte delle identità
personali.
Oggi molti dei punti di riferimento che davano
solidità e stabilità al mondo ed
alle nostre esistenze sono cambiati.
I nostri genitori trovavano un lavoro, manuale
od intellettuale che fosse, e lo portavano con
sé per tutta la vita; esso diventava la
fonte per la costruzione della propria identità
sociale e personale.
La nostra generazione non vive più quel
sistema di certezze e ha la necessità di
imparare il mutamento. Vogliamo possedere le chiavi
che ci diano l'accesso ad un aggiornamento e ad
un'innovazione continua, perché il mutamento
non trova un suo punto d'arrivo in una società
con certezze acquisite.
Oggi è indispensabile possedere le capacità
per cambiare rapidamente il proprio paradigma
di vita, per riuscire a maneggiare le proprie
esperienze e ricostruire nuovi percorsi di vita.
Tesi
13 - La scuola nell'era della "riforma"
Moratti: quando le parole diventano irrilevanti
Il
processo di rinnovamento nato dalle forze vive
della scuola che ha trovato nella stagione delle
riforme del centro-sinistra il tentativo di innovare
sia la struttura normativa sia la pratica quotidiana
di milioni di studenti e di insegnanti, ha vissuto
con gli ultimi quattro anni di governo del centro-destra
il punto più basso.
Con la vittoria alle elezioni del 2001 la nuova
maggioranza di governo ha annunciato che la riforma
Berlinguer-De Mauro sarebbe stata immediatamente
cambiata.
Lo si è fatto con lo stile tipico di questo
governo, senza discussione e senza confronto.
Elementi che indicano la volontà dell'imposizione
del progetto di "riforma" cui è
seguita una fase di blindatura dell'iter di discussione
e di approvazione della legge 53 del marzo del
2003.
Fin dall'inizio è stato impossibile per
le nostre rappresentanze studentesche poter dialogare
con il Ministro, che fossero gli Stati generali
della scuola del dicembre 2001 oppure i luoghi
della rappresentanza studentesca, sia associativi
che istituzionali, come la Conferenza nazionale
dei presidenti di consulta.
Impossibile per gli insegnanti, i sindacati, le
rappresentanze dei genitori, tutto il mondo associativo
della scuola poter contribuire alla discussione
sulla "riforma". Impossibile per le
forze politiche poter discutere in Parlamento
di come questo progetto potesse essere cambiato
o almeno migliorato.
Il
tema del sapere - come risorsa di emancipazione
e di progresso per le giovani generazioni italiane
- è un tema che riguarda tutto il Paese
ma il Ministro Moratti lo considera come appartenente
ad una parte sola: la sua.
Così oggi discutiamo di una riforma che
non definiamo tale perché pensiamo che
questo termine sia utilizzato in maniera impropria
e strumentale.
Innanzitutto perché le riforme si fanno
attraverso una discussione pubblica che tiene
dentro le forze vive della scuola, secondo perché
le riforme si finanziano, altrimenti rimangono
solo chiacchiere e clamorose bugie.
Per questo pensiamo che stiamo assistendo ad un
vero e proprio slittamento semantico del termine
riforma con una perdita di intensità del
concetto che dovrebbe servire per un cambiamento
in positivo del mondo della scuola e che in questo
caso rappresenta uno stravolgimento, una deformazione
vera e propria del dettato costituzionale per
cui lo Stato non è più capace, perché
il governo non ne ha la volontà politica,
di garantire un'istruzione pubblica e per tutti.
La legge 53/03 è un intervento mirato a
colpire nel profondo quel lavoro di rinnovamento
che abbiamo cercato di portare avanti negli anni
del nostro governo e assolutamente non è
l'inizio di una strategia di riforma che si inserisce
in un quadro di immobilità e di stasi nei
cambiamenti.
La legge 53 possiede un alto grado di ideologia
che si esprime da una parte nell'intendere la
scuola come un luogo da abbandonare alla logica
del mercato, inteso come regolatore finale di
tutte le istanze delle persone, e dall'altra imponendo
una "riforma" della scuola come luogo
puramente sussidiario della famiglia.
Questo tasso ideologico fa sì che la scuola
nell'era della Moratti sia più povera,
più rigida, più escludente.
Il sapere non è un bene che crea profitto
immediato per le imprese; esso ha una bassa redditività,
mentre possiede una grande ricchezza potenziale
per il futuro del Paese e delle giovani generazioni.
La destra non può comprendere che l'investimento
nel sapere e nella ricerca è il primo delle
scelte da compiere per il futuro, perché
non riesce a pensare che è sugli studenti,
che sono i cittadini del domani, che si devono
incentrare i maggiori investimenti se crediamo
davvero che le società in cui viviamo si
caratterizzino sulla divisione fra chi possiede
la conoscenza e chi no.
Non esiste una famiglia disposta ad assumersi
pienamente la responsabilità dell'educazione
dei propri figli, se non nella teoria del Ministro,
perché la vita reale delle persone è
fatta di difficoltà e povertà sempre
crescenti.
E se anche esistesse questa capacità esclusiva
della famiglia, essa sarebbe soprattutto ad appannaggio
di chi ha condizioni economiche e sociali migliori
e quindi una minoranza in un Paese che osserva
deperire la classe media e impoverire i ceti meno
abbienti.
La scuola della destra è immobile, fotografa
le differenze, è ridotta ad essere il luogo
in cui queste differenze continuano a perpetuarsi.
Una scuola dissestata, che riduce l'offerta formativa,
che non considera più gli studenti come
persone che possiedono il diritto all'apprendimento,
ad avere una chance di miglioramento sociale.
La scuola - bene pubblico fondamentale per assicurare
a tutti un diritto fondamentale di cittadinanza
e le condizioni per la mobilità sociale
- diventa un servizio a domanda individuale, in
cui è la qualità della domanda,
che appartiene alle famiglie, a determinare la
qualità dei percorsi.
Per cui le famiglie con migliori condizioni avranno
accesso all'offerta formativa migliore, mentre
le famiglie con difficoltà economiche avranno
a disposizione una offerta formativa peggiore.
Per questo la tanto decantata personalizzazione
dei percorsi formativi non opera più in
relazione alle diverse intelligenze e sensibilità
personali, ma è definita dalla domanda
delle famiglie e ne rispecchia le diversità
di condizione sociale e culturale.
Per questo giudichiamo l'operato della Moratti
come un progetto culturale e politico per riportare
indietro il processo di cambiamento che si è
sviluppato negli ultimi anni.
Tesi
14 - La scuola reale: un'analisi della condizione
studentesca
I dati
ci dicono che la scuola della Moratti riproduce
selezione sociale e perpetua l'immobilismo.
"Nell'anno 2002-2003 le iscrizioni, in linea
con l'anno precedente, mostrano un lieve incremento,
pari a 56.800 studenti (+0,6%), soprattutto nelle
scuole dell'infanzia e nelle scuole secondarie"
(fonte Istat).
Nonostante il decremento demografico del nostro
Paese possiamo confermare questo dato perché
il "numero di studenti con cittadinanza non
italiana che frequentano il nostro sistema scolastico
è in aumento e, dopo aver superato la quota
di 200.000 presenze nel 2002/2003, si avvicina
ormai ai 300.000 ragazzi di ben 191 paesi d'origine,
circa il 3% sul totale degli studenti, anche se
siamo ancora lontani dalle percentuali di presenza
di alunni stranieri, riscontrabili in altri paesi
come l'Inghilterra (14,7%) o la Spagna (5,7%)"
(fonte Censis).
Sappiamo che il numero delle classi rimane invariato
rispetto all'anno scolastico precendente e che
- anzi - si è adoperato un taglio per gli
organici di circa 33.500 insegnanti per cui all'aumentare
della popolazione scolastica, diminuiscono gli
spazi e gli insegnanti, soprattutto il minor numero
di questi ultimi limita fortemente il processo
di integrazione dei ragazzi stranieri che studiano
nelle nostre scuole, proprio adesso che servirebbe
una maggiore attenzione per avere una scuola più
plurale e più aperta.
L'aumento della scolarizzazione delle giovani
generazioni ha prodotto un innalzamento del livello
complessivo di istruzione del nostro Paese, "un
incremento di persone con il diploma di scuola
secondaria superiore che dal 20,9% del 1999 passa
al 23,9% del 2003, anche se le cifre sono ancora
molto al di sotto della media europea" (fonte
Istat).
Possiamo affermare che "la popolazione italiana
non ha mai conosciuto un livello così alto
di istruzione, ma fra le società post-industriali
l'Italia ha una delle popolazioni meno istruite.
Soltanto il 41% dei 25-64enni ha completato la
scuola secondaria superiore; nell'Ue solo Spagna
e Portogallo hanno medie più basse"
(fonte Iard).
A dispetto di questo aumento dei livelli di scolarizzazione,
le disuguaglianze sociali rimangono e alcuni giovani
posseggono maggiori opportunità concrete
di ottenere una migliore istruzione.
Le origini sociali continuano a influire fortemente
sul conseguimento del titolo di studio ed è
un'influenza sia materiale che culturale.
Materiale perché disporre di maggiori risorse
economiche è più facile per sostenere
gli studi per un periodo più lungo nonostante
i mancati introiti derivanti dal ritardo nel mondo
del lavoro.
Culturale perché i ragazzi provenienti
da una famiglia con un più alto grado di
istruzione sono avvantaggiati nel vivere in un
ambiente che facilita l'apprendimento.
Fenomeno che emerge con maggiore evidenza nei
giudizi migliori all'esame per il conseguimento
della terza media.
Proprio alla fine della scuola media osserviamo
una difficoltà maggiore, sia nella libertà
di scelta per il percorso formativo successivo,
sia nel successo formativo per il primo anno di
superiori.
Alla fine della scuola dell'obbligo, entro certi
limiti, i destini scolastici dei giovani finiscono
per conformarsi all'estrazione sociale della famiglia.
I più avvantaggiati andranno al liceo,
mentre i figli delle famiglie più svantaggiate
intraprendono gli istituti tecnici e professionali.
È in questa contraddizione non sanata della
società italiana che il progetto morattiano
fonda la sua base. Affermando che debbano essere
le famiglie a preoccuparsi primariamente della
scuola, è evidente che si desidera mantenere
inalterato lo status quo delle disuguaglianze
sociali d'origine.
"Il passaggio da un ciclo scolastico a quello
successivo risulta piuttosto impegnativo per gli
studenti, che scontano in termini di rendimento
il difficile impatto con un nuovo sistema scolastico
e la più alta percentuale di respinti si
registra il primo anno di corso. In particolar
modo la percentuale delle bocciature è
del 27,8% nei professionali, del 18,7% nei tecnici,
mentre solo del 7% nei licei scientifici e del
6,6% nei licei classici" (fonte Istat).
Una recente indagine dell'Ires Cgil ci dice che
la dispersione reale degli studenti è più
marcata rispetto alla cosiddetta dispersione legale
che risulta interna al sistema scolastico e non
è legata alle condizioni familiari. La
dispersione reale torna a crescere dopo anni di
continuo abbassamento influenzata dalla "situazione
socio-economica della famiglia d'origine che svolge
un ruolo decisivo nel determinare successi ed
insuccessi delle carriere scolastiche degli studenti".
"La dispersione scolastica nella scuola media
inferiore torna a crescere, nell'anno 2001/2002,
dopo anni di costante e progressivo calo, per
risalire allo 0,33%, mentre nelle scuole secondarie
la situazione risulta differenziata fra i diversi
indirizzi di studio.
Gli istituti professionali sono interessati da
percentuali di abbandono relativamente elevate
e prossime al 9%, con una stessa percentuale fra
nord e sud; al centro la quota di abbandono è
circa la metà del dato nazionale mentre
la percentuale nei licei classici è pari
al 2,3%, all'1,8% nei licei scientifici per arrivare
all'8,9% dei professionali e il 4,6% dei tecnici".
Nei licei, caratterizzati da bassi livelli di
abbandono scolastico, sono maggiormente rappresentati
i figli con i genitori con istruzione superiore
o con la laurea e la dispersione scolastica è
influenzata dal grado di istruzione dei genitori
che, a sua volta, determina i livelli di reddito
della famiglia, mentre la prosecuzione dopo l'obbligo
è influenzata, fra l'altro, dalla professione
del capofamiglia. Circa il 36% dei figli degli
operai non va oltre la licenza di scuola media,
con il 26,6% dei commercianti, il 25,2% degli
artigiani mentre solo il 15,8% dei figli dei dirigenti,
il 16,8% degli impiegati.
Questi sono i dati, solo alcuni, che fotografano
una situazione per la vita quotidiana della scuola
pubblica difficile, a tratti drammatica.
Un'Italia in cui la quota di giovani con età
compresa fra i 25 e i 34 anni in possesso di un
titolo di istruzione superiore è solo del
57%, una delle più basse del mondo, mentre
troviamo la Germania 85%, la Francia 78%, la Grecia
73% (per l'area euro), la Corea 95%, il Giappone
94%.
Un'Italia che ha una delle spese pubbliche per
l'istruzione più basse d'Europa.
La riforma Berlinguer-De Mauro partiva proprio
dal dato della gravissima dispersione scolastica
che superava il 30% fra i ragazzi tra i 15 ed
i 18 anni fuori da ogni percorso formativo.
Si cercavano delle risposte praticabili per combattere
il fenomeno, si generalizzava e si rafforzava
la scuola dell'infanzia, si riformava il ciclo
di base, unitariamente, per evitare salti e rotture
fra elementari e medie, cercando di immettere
nella scuola media la pluralità delle intelligenze,
perché era ed è alla fine della
medie che si registra la difficoltà maggiore
a scegliere un percorso di studi; si innalzava
l'obbligo scolastico con forti possibilità
di integrazione fra l'istruzione e la formazione
professionale; ed infine l'autonomia che si basava
sulla centralità dell'apprendere, capace
di rispondere ai bisogni e ai desideri propri
di ogni studente, comunità educante che
si apriva al territorio e che di esso faceva ricchezza
in un rinnovato rapporto fra il sapere ed il saper
fare.
Oggi, a cominciare dai finanziamenti, assistiamo
ad un'azione di governo tesa a destrutturate giorno
dopo giorno la scuola pubblica.
Per l'attuazione della "riforma" della
scuola il Ministro aveva promesso che il governo
avrebbe stanziato ben otto miliardi di euro in
cinque anni.
Fino ad oggi si sono visti pochi spiccioli di
euro se confrontati alle promesse in odore, ormai,
di vere e proprie bugie.
Inoltre se il creativo Tremonti se ne è
tornato a casa, la Moratti non è certo
da meno. Gli investimenti che il governo pubblicizza
vengono dai tagli che il governo fa alla scuola
stessa. I soldi sono gli stessi, pochi, ma si
trasformano da tagli a fondi per la scuola.
Il taglio agli organici - circa 33.000 in tre
anni - con il risultato che nel momento in cui
aumentano gli studenti, diminuiscono gli insegnanti;
il taglio dei fondi per lo studio delle lingue
straniere; l'inglese come l'informatica, altro
obiettivo declamato, che sparisce dai programmi
reali di studio.
Gli edifici cadono a pezzi, non sono a norma di
sicurezza, non possiedono le strutture adeguate
per accogliere i portatori di handicap.
Si diminuisce il fondo per l'offerta formativa
e si tagliano gli investimenti nella scuola dell'autonomia.
Questo governo anziché finanziare la "riforma"
taglia addirittura sull'ordinario, con il risultato
di minare gravemente il futuro della scuola.
La finanziaria 2004 prevederà solo 220
milioni di investimenti.
Credevamo che avremmo visto il decreto sul secondo
ciclo della scuola, ma abbiamo scoperto che tutto
è stato rimandato all'ottobre 2005. Chiaro
segnale di un Ministro e di una maggioranza in
crisi di idee e di consenso.
La Moratti ha intenzione di creare ben 20 licei
che rimangono sotto la giurisdizione statale,
di ridurre l'autonomia della scuola e abbandonare
totalmente gli istituti professionali alle Regioni
senza nessun impegno nazionale. Una "riforma"
in contrasto con la riforma del titolo V della
Costituzione.
Un'idea sbagliata di devolution che affida alle
Regioni la competenza della gestione del personale
e dell'organizzazione scolastica, in particolare
per i percorsi tecnico-professionali, e che intende
lo Stato totalmente indifferente della sorte di
esperienze molto importanti.
Una liceizzazione strisciante per non rientrare
nelle competenze delle Regioni e quindi mantenendosi
le mani libere per decidere, centralmente, su
tutti i percorsi liceali.
Ennesimo esempio del carattere centralistico di
questo Ministro, che provocherà un impoverimento
dell'esperienza più importante del processo
riformatore, ovvero l'autonomia scolastica, che
dava agli insegnanti e agli studenti la possibilità
di poter incidere sui propri percorsi di studio
e quindi di pensare e praticare una scuola che
rispondesse alle reali esigenze di ogni singolo
studente.
Vediamo che anche soggetti - come Confindustria
- non certo riconducibili alla forze progressiste
sono contrari a questa riforma.
L'abolizione dei cicli della riforma Berlinguer
e l'abbassamento dell'obbligo scolastico sono
stati i prodromi per quella canalizzazione precoce
che tanto male farà al futuro delle giovani
generazioni. Una canalizzazione precoce che crea
una scuola divisa fra l'istruzione, quella dei
licei - della teoria direbbe Bertagna - e la formazione
professionale, degli istituti tecnici o della
techné. Un'idea conservatrice del sapere
che porta con sé il tentativo di schiacciare
la formazione professionale e di considerarla
come un percorso di seconda serie. Una divisione
che non tiene conto prima di tutto di come la
scuola dovrebbe essere luogo di cittadinanza,
in cui si apprende quella criticità che
consente di poter affrontare al meglio il mondo
del lavoro e la propria vita.
La canalizzazione precoce e il cosiddetto diritto-dovere
sono una sommatoria di esclusione e di immobilismo
sociale che non ci esimiamo dal definire neo-classista.
Il Ministro ci parla dell'importanza della famiglia
nella scelta dello studente, ma noi sappiamo che
proprio le condizioni d'origine sono determinanti,
soprattutto alla fine del percorso della scuola
dell'obbligo.
Finirà che il figlio di laureati avrà
maggiori possibilità di portare in fondo
il proprio percorso formativo e il figlio di una
famiglia di operai o di artigiani affronterà
difficoltà maggiori per giungere con successo
alla fine del proprio iter formativo.
Questo governo si immagina un Paese diviso in
due, fra chi avrà gli strumenti culturali
ed aspirerà a occupare posizioni socialmente
e culturalmente più elevate, e chi dovrà
restare al suo posto, relegato in una posizione
sociale predefinita, senza nessuna opportunità
reale di emanciparsi.
Un progetto che abbassa l'obbligo scolastico a
13 anni e mezzo per chi anticipa e a 14 anni per
tutti gli altri proponendo in alternativa un generico
diritto-dovere, formula suggestiva per sottrarre
alla Repubblica una delle sue funzioni fondamentali,
cioè garantire il servizio pubblico all'istruzione,
venendo meno al dettato degli articoli della Costituzione
italiana. Una scuola pubblica in cui non dovrebbero
essere permesso che le differenze sociali continuino
a perpetuarsi; un luogo in cui si dovrebbe lavorare
per superarle; una scuola in cui ci sia l'occasione,
"l'occasione" per praticare l'uguaglianza
sociale e dare a tutti pari opportunità
di partenza.
Don Milani ci parlava del principio della discriminazione
positiva, ovvero che non partiamo tutti in ugual
modo e per questo si deve pretendere di dare di
più a chi ha meno, dare cose diverse per
persone diverse perché "non vi è
peggiore ingiustizia di quella di dare cose uguali
a persone che non vivono condizioni uguali".
Una contro-riforma della scuola che crea nuove
divisioni sociali e fa sì che nella fascia
di età che va dai 13 ai 15 anni si condensi
una tale sommatoria di disuguaglianze che ci permette
di dire che questa è una riforma contro
la libertà al sapere delle giovani generazioni
e che intacca il diritto alla libera scelta come
realtà.
Tesi
15 - La scuola che vogliamo: il nostro progetto
di scuola.
La scuola in cui viviamo
La
partecipazione al governo della scuola dovrebbe
essere una pratica da far vivere quotidianamente.
Invece questo governo ha svilito le rappresentanze
studentesche e considera lo Statuto dei diritti
e dei doveri delle studentesse e degli studenti
come carta straccia.
Rendere effettivo lo Statuto significa dare spazi
di libertà e di responsabilità perché
è attraverso questo patto fra la scuola
e gli studenti che si definisce uno status per
la cittadinanza studentesca, perché ogni
ragazzo non è semplice utente del proprio
istituto, ma vero e proprio cittadino a tutti
gli effetti, chiamato ad assumersi delle responsabilità
riguardo alle decisioni che vengono prese per
il suo percorso formativo.
Inoltre lo Statuto permette di organizzare associazioni
ed avere luoghi di discussione e di rappresentanza
reale dei bisogni delle giovani generazioni dentro
il processo formativo.
Il protagonismo e la rappresentanza studentesca
sono elementi fondamentali per dare vita alla
scuola dell'autonomia per cui continuiamo a batterci.
Un protagonismo che è stato la scintilla
per il movimento studentesco degli ultimi quattro
anni sia per la rappresentanza studentesca istituzionale
che associativa. Le Consulte provinciali degli
studenti permettono un ruolo maturo e consapevole
di progettualità, ma è necessario
che oggi si pensi ad un ruolo innovativo nella
gestione quotidiana per farne un reale luogo in
cui la discussione porti innovazione e siano un
luogo di una sana discussione democratica.
Vogliamo ridurre l'abbandono scolastico attraverso
politiche di inclusione. Ci dobbiamo domandare
come intercettare tutti quei ragazzi che oggi
vanno a scuola pochi giorni l'anno e che si perdono
lungo la strada della formazione; ragazzi che
molte volte lavorano a nero e che non possiedono
nemmeno gli strumenti per poter sognare una vita
diversa e più dignitosa. Dobbiamo pensare
una scuola pubblica che possa essere anche una
seconda occasione e che riesca a riconoscere le
competenze che ognuno ha acquisito con la propria
esperienza personale e che può diventare
un sapere minimo di cittadinanza. Per questo è
necessario riaprire i canali dell'orientamento
e della formazione attraverso un sistema nazionale
di borse di studio che siano capaci di sostenere
nel percorso formativo chi non possiede una condizione
familiare dignitosa.
Tesi
16 - La nostra idea di scuola
I temi
del sapere e della formazione devono essere il
primo punto della nostra agenda politica.
L'investimento sul sapere e sulla formazione è
il cuore di un nuovo patto generazionale con i
nostri padri.
Se i fondi dello Stato sono limitati - e lo saranno
ancor di più dopo gli anni di governo del
centro-destra che lasceranno ancora più
disastrati i conti pubblici del nostro Paese -
crediamo che si debbano operare delle scelte precise
che vadano a salvaguardare innanzitutto il diritto
al sapere per ogni studente.
Tenere ferma la nostra opposizione alla legge
Moratti e ricercare tutte le strade possibili
per portare avanti il processo di cambiamento
della scuola.
Oggi non possiamo soltanto dire cosa non va bene
della "riforma" Moratti, oggi abbiamo
il dovere di proporre un'alternativa credibile
e un progetto di cambiamento reale della scuola
italiana. Proposte che sappiano intercettare le
esperienze migliori maturate nelle scuole e che
interpretino le reali esigenze degli studenti
italiani.
Occorre dare al Paese una scuola pubblica per
tutti e di tutti, che sappia riunire il sapere
ed il saper fare e che crei i cittadini del domani
e figure professionali che sappiano affrontare
con sicurezza i continui cambiamenti dell'economia
e dell'organizzazione della produzione e del lavoro.
L'annullamento dei provvedimenti del ministro
Moratti è una necessità che deve
portare all'azzeramento dei singoli provvedimenti
legislativi e all'azzeramento complessivo della
contro-riforma del Ministro.
Fondamentale è tessere relazioni complessive
con tutti i soggetti vivi della scuola, dagli
insegnanti agli studenti, dalle associazioni dei
genitori ai sindacati perché significa
far crescere e vivere la riforma di tutti non
come un'imposizione ma come un progetto comune.
Non si deve pensare più di impostare una
riforma complessiva dall'alto, ma definire gli
obiettivi generali e poi dare alle scuole dell'autonomia
la libertà di decidere quale debba essere
il percorso migliore per creare una scuola migliore.
Investire nella scuola pubblica significa pensarla
come il luogo fondamentale della democrazia e
opporsi al progetto di descolarizzazione che il
governo sta portando avanti.
La scuola che vogliamo è quella al cui
interno crescano e maturino le capacità
critiche di cittadini responsabili, liberi per
davvero, e consapevoli delle proprie scelte.
Rilanciare sui finanziamenti significa riprendere
le fila di quel processo riformatore che Luigi
Berlinguer aveva cominciato e che il centro-destra
ha bruscamente interrotto.
Molte scuole non riescono a soddisfare le condizioni
della messa in sicurezza degli edifici per dare
la piena agibilità soprattutto per chi
possiede handicap, perciò abbattere le
barriere architettoniche è una priorità.
Troppe scuole non possiedono aule per l'informatica
e per le lingue estere. Per questo è necessario
investire in un piano nazionale per l'edilizia
scolastica come realizzazione pratica del diritto
allo studio.
La scuola che vogliamo deve essere prima di tutto
libera ed autonoma. Una scuola basata sulla centralità
dell'apprendere che sappia rispondere ai bisogni
diversi degli studenti e del territorio e che
intrecci sapere e saper fare.
L'autonomia come comunità democratica degli
insegnanti e degli studenti, all'interno della
quale si determina il percorso più giusto
per ogni singolo ragazzo e ragazza. Una scuola
per tutti e per ciascuno, in cui vige la partecipazione
attiva al rapporto insegnamento/apprendimento.
La scuola dell'autonomia è la libertà
di scelta sul proprio destino personale, è
spinta all'autodeterminazione e all'emancipazione
sociale e culturale.
Tesi
17 - L'accesso ed il successo: la libera scelta
L'accesso
al sapere non basta più, oggi è
necessario tenere insieme il successo formativo
più che in passato, come primo elemento
di un nuovo diritto allo studio.
Il diritto al sapere è il diritto allo
studio, il diritto allo studio è il diritto
all'apprendimento, il diritto all'apprendimento
è il diritto al libero e consapevole accesso
al proprio futuro.
Per questo le due proposte che seguono vogliono
rompere con la condensazione di un determinismo
che la "riforma" sta attuando nella
fase più delicata, fra i 14 ed i 16 anni,
del percorso formativo di ogni singolo studente.
La scuola dell'obbligo della Moratti finisce fra
i 13 ed 14 anni (a seconda dell'anticipo delle
scuole elementari), là dove è più
forte l'influenza delle condizioni di origine.
La stessa fase in cui l'abbandono scolastico torna
a crescere sia come abbandono precoce della formazione,
sia come fallimento formativo durante il primo
anno delle superiori.
Vogliamo riportare l'obbligo scolastico almeno
a 16 anni, ovvero ai primi due anni della scuola
superiore - mantenendo saldo l'obbligo formativo
a 18 anni che il governo di centro-destra non
ha ancora toccato - con l'obiettivo di estendere
anche l'obbligo scolastico fino a 18 anni.
Riaffermare il valore dell'obbligo scolastico
significa dare più tempo ad ognuno per
poter maturare una migliore consapevolezza del
proprio futuro e spostare la scelta ad un momento
in cui si avranno maggiori e reali capacità
di scegliere in piena libertà.
Ciò è necessario per attenuare l'influenza
della famiglia di appartenenza e farlo all'interno
di un primo biennio delle scuole superiori che
tenga insieme l'istruzione e la formazione professionale.
L'esatto opposto di quello che ha intenzione di
fare la Moratti con una divisione netta fra i
licei, che diventeranno 20 e saranno considerati
la scuola dell'elite, mentre la formazione professionale
viene abbandonata a se stessa, intesa come luogo
in cui fare il semplice avviamento al lavoro.
Un lavoro che si pensa dequalificato e senza una
sua anima. Un errore e una volontà politica
chiara: un errore perché il mondo del lavoro
di oggi richiede figure professionali in continua
evoluzione che sappiano adattarsi ai mutamenti;
una chiara volontà perché si cerca
di definire una divisione del Paese fra chi possiederà
il sapere e potrà scegliere e fra chi avrà
solo una qualifica professionale che lo legherà
per sempre ad una stessa condizione sociale.
L'integrazione dei canali di istruzione e formazione
professionale del primo biennio delle superiori
è una priorità per dare ad ogni
studente la possibilità di possedere gli
strumenti per intrecciare il sapere con il saper
fare.
Legare la prosecuzione dell'obbligo scolastico
nel primo biennio della secondaria superiore insieme
all'integrazione dei due canali di istruzione
e di formazione professionale - e quindi contrastando
la logica duale della "riforma" Moratti
- rappresenta uno dei fondamentali motori di democrazia
che si oppone al processo di sotterranea e pericolosa
descolarizzazione che questo governo sta portando
avanti. Istruzione e formazione professionale
diventerebbero due sottosistemi integrati della
formazione.
Le competenze culturali, fondamentali per permettere
ad ogni studente di diventare soggetto attivo
cioè cittadino a tutto tondo, si legano
alle competenze professionali.
Pensare separate la scuola dell'astrazione da
quella dell'esperienza, ovvero i licei dagli istituti
professionali, è un errore storico che
non tiene conto dei cambiamenti del mondo dei
lavori e dei bisogni delle giovani generazioni.
Oggi le fondamentali basi culturali delle professioni
sono costruite proprio all'interno del percorso
di istruzione e dividerle significherebbe rendere
la scuola più rigida, il mondo del lavoro
più dequalificato, la società più
fragile.
Una proposta che si propone di contrastare l'obsolescenza
precoce delle professioni ed i fenomeni dell'analfabetismo
di ritorno. E l'integrazione deve andare di pari
passo con la formazione durante tutta la vita,
che non è pensabile come un ammortizzatore
sociale ma come un elemento di aggiornamento continuo.
In una società ed in un'economia che creano
continui cambiamenti nel lavoro, pensare che si
possano costruire professionalità che durano
tutta la vita è anacronistico.
Noi crediamo che si debba investire su di un sistema
di formazione permanente, strutturato, innanzitutto
a base regionale e territoriale.
Tesi
18 - Didattica e nuovi saperi
Si
deve pensare ad una nuova didattica e a dei nuovi
saperi perché ogni studente possieda un
pensiero complesso e quindi capace di comprendere
la realtà che lo circonda e di esserne
protagonista attivo.
Oggi la didattica è ancora legata - se
si eccettuano le seppur tante sperimentazioni
della scuola dell'autonomia - ad uno schema verticale
e rigido, figlio di un'epoca, quella fordista,
ormai tramontata.
Un'impostazione basata sul passaggio del sapere
verso uno studente che lo subisce passivamente,
con poche possibilità di rielaborazione,
ma soprattutto con una scarsa attenzione alla
predisposizione personale. Si deve pensare una
nuova didattica basata sulle intelligenze molteplici
come capacità di dialogo con la predisposizione
di ogni studente e come rete per non lasciare
nessuno fuori dal processo dell'apprendimento.
Il nostro obiettivo è di far emergere le
competenze personali, valorizzare i talenti e
le intelligenze e renderli patrimonio comune di
tutti.
La nuova didattica prepara ogni studente a diventare
cittadino della società della conoscenza
attraverso un'impostazione mentale pronta all'apprendimento
e alla rielaborazione critica della complessa
realtà che li circonda. Una scuola che
valorizzi le differenze ed educhi alla criticità,
al confronto ed alla contaminazione dei saperi
per comprendere il mondo e per poterlo cambiare.
È necessario che si superi il modello iper-storicista
e si ponga maggiore attenzione alle conoscenze
necessarie per comprendere ed affrontare il presente.
Per questo riteniamo fondamentale che si studi
la storia contemporanea, la storia delle religioni,
la geografia, sia economica che politica. Materie
che danno strumenti di lettura in modo da poter
interpretare i media come i giornali, la televisione
ed internet.
Una nuova didattica insieme a nuovi saperi per
fare di ogni studente un cittadino globale.
Tesi
19 - La nostra strategia nella scuola
Il
nostro scopo è creare un vasto fronte unitario
di tutti i soggetti vivi e democratici che hanno
a cuore il futuro dell'istruzione come luogo di
emancipazione e di cittadinanza.
Gli ultimi tre anni di mobilitazione contro il
progetto della Moratti ci parlano dell'esistenza
di un tratto innovativo nelle forme della partecipazione,
che va al di là delle tradizionali rivendicazioni
studentesche e che si lega a grandi temi come
la pace, la giustizia sociale, i diritti, il futuro
delle giovani generazioni.
Ciò segna, da un lato, il superamento del
vertenzialismo studentesco tradizionalmente inteso,
dall'altro, la ricerca di nuovi e più originali
strumenti di protesta e di confronto.
Esprimerci radicalmente contro il disegno della
destra che tende a destrutturare la scuola pubblica
non ci basta più, oggi vogliamo e dobbiamo
affermare quale idea di sapere possediamo.
Il movimento studentesco ha bisogno di ritrovarsi
nella discussione e nella costituzione di una
proposta alternativa alla Moratti.
È necessario per intercettare tutte le
domande ed i bisogni degli studenti italiani che
vivono una situazione sempre più drammatica.
Per questo abbiamo sentito l'esigenza di sostenere,
insieme alla nuova associazione Studenti di Sinistra,
una nuova idea di partecipazione e di protagonismo
studentesco.
Gli studenti possiedono una funzione fondamentale
all'interno del processo di rinnovamento del mondo
della scuola inteso come protagonismo praticato
giorno dopo giorno.
Siamo consapevoli che dobbiamo lanciare una sfida
nuova, senza nessuna intenzione di strumentalizzare
il movimento studentesco, che faccia delle scuole
il luogo in cui il conflitto diventa parte integrante
dell'innovazione.
Proprio dagli studenti riparte l'affermazione
dei diritti di rappresentanza in funzione di un
disegno più ampio che li faccia diventare
i protagonisti di una scuola che valorizzi i rapporti
con il territorio e che metta al centro il sapere
e la creatività come fonti di un nuovo
modello di sviluppo.
Per innescare una dinamica di conflitto nei confronti
delle politiche del centro-destra che tentano
di affermare un nuovo centralismo in cui le rappresentanze
studentesche sono escluse da qualsiasi reale cittadinanza.
Siamo sicuri che si deve ripartire dal mondo dell'associazionismo
più diffuso a base territoriale, la ricchezza
più importante, fino ad arrivare alla rappresentanza
istituzionale, con le consulte provinciali degli
studenti, strumento su cui è necessario
ricostruire un profilo adatto alla nuova situazione
di governo di destra.
Il processo di rinnovamento del settore scuola
della Sinistra giovanile, iniziato a Chiusi, ha
visto nella nascita del nuovo network nazionale
Studenti di Sinistra, un momento molto importante.
Dopo Chiusi sapevamo che si doveva arrivare fino
in fondo nel processo di riforma e il congresso
di Siena ne è stata la prova.
I risultati ci danno la ragione di chi è
consapevole che siamo ancora all'inizio di un
cammino che si prospetta intenso ed affascinante.
Abbiamo costruito un rapporto di natura politica,
rispettoso delle reciproche autonomie, ma basato
su di una collaborazione quotidiana che parte
dalla condivisione di una piattaforma comune.
Abbiamo sostenuto l'idea di una nuova associazione
che vivesse l'autonomia nei confronti della Sinistra
giovanile non nei termini di semplice separatezza
dalla politica e nemmeno come una delega in bianco,
ma come capacità di creare un equilibrio
sui compiti e sulle funzioni che i soggetti politici
tradizionali e le associazioni studentesche possiedono.
Non volevamo una realtà studentesca che
fosse il paravento della Sinistra giovanile, ma
che fosse un luogo aperto in cui tutte le studentesse
e gli studenti potevano confluire per costruire
un dialogo, un lavoro comune, un progetto di cambiamento.
Un rapporto di autonomia innovativo che si basasse
sulla politica, perché proprio la politica
e l'interesse per gli altri sono stati al centro
delle straordinarie giornate di mobilitazione
che hanno attraversato il nostro Paese e che hanno
visto gli studenti in prima fila.
Abbiamo costruito un intreccio positivo fra la
verticalità della politica e l'orizzontalità
delle associazioni ed entrambi ne abbiamo vissuto
gli influssi positivi.
Le associazioni si sono dotate di un nuovo network
nazionale che si chiama Studenti di Sinistra,
che è l'evoluzione della precedente associazione
Studenti.net.
Studenti di Sinistra è un rinnovato network
di associazioni territoriali che si pone come
obiettivo principale la partecipazione e il cambiamento
del mondo della scuola partendo dai reali bisogni
degli studenti, ma aprendoli alle domande di senso
che hanno attraversato le giovani generazioni
con un recupero dell'interesse per la politica.
Abbiamo pensato un soggetto nuovo che avesse un'anima
profondamente attenta alle dinamiche del diritto
allo studio, della rappresentanza studentesca,
delle grandi tematiche internazionali. Un nuovo
soggetto della partecipazione studentesca.
Un'associazione che fosse politica, ovvero i cui
temi e le cui prospettive fossero vissute come
qualcosa di proprio, dalla lotta al progetto contro-riformatore
del governo, fino alla proposizione di un'idea
alternativa di scuola e di partecipazione attiva
al suo governo.
Un'associazione che fosse culturale, ovvero in
grado di raccogliere e mettere in circuito tutta
la enorme creatività studentesca e giovanile
presente nel territorio.
Un'associazione che fosse solidale, ovvero che
realizzi un sano mutualismo studentesco che possa
sostenere le famiglie e gli studenti che possiedono
minori possibilità economiche.
Crediamo che questo processo di rinnovamento sia
stato necessario perché in armonia con
una nuova stagione della politica e della partecipazione.
Studenti.net nasceva come punto di riferimento
per gli studenti che avevano scelto di sostenere,
sia pur criticamente, la riforma Berlinguer. A
partire dall'autonomia scolastica, dalle rappresentanze
studentesche, dalla riforma dei cicli.
Dopo tre anni di contestazioni si è aperta
una fase nuova e abbiamo sentito l'esigenza di
dare slancio propositivo al movimento studentesco.
Questa risposta, oltre alle campagne tematiche
ed alle mobilitazioni, ha trovato la realizzazione
nella nuova associazione Studenti di Sinistra.
Con la nuova associazione abbiamo stipulato un
patto di lavoro comune che ci condurrà
ad affrontare insieme le nuove battaglie in difesa
della scuola pubblica.
Il rapporto con Studenti di Sinistra è
possibile innanzitutto perché si parte
da una grande collaborazione a livello territoriale
e nel progetto di cambiamento della scuola pubblica.
Con gli altri soggetti associativi nazionali,
quali Unione degli Studenti, crediamo si debba
intrecciare un dialogo che ci porti ad una contaminazione
reciproca a partire dal livello territoriale.
Siamo consapevoli della ricchezza di pluralità
al suo interno, come in tutte le altre associazioni
studentesche territoriali e nazionali ed è
per questo che chiediamo all'Uds che si affronti
con chiarezza il nodo della partecipazione politica
degli studenti alle scelte della scuola. Chiediamo
di poter sperimentare forme di collaborazione
e di lavoro comune che provino prima di tutto
a costruire una comune cultura del progetto di
riforma della scuola.
E inoltre non ci dimentichiamo che esiste un nuovo
rapporto da tessere con le altre giovanili di
partito, dai giovani comunisti fino ai giovani
socialisti, perché attraverso il confronto
completo passa un nuovo e più forte fronte
unitario in difesa della scuola pubblica, ma soprattutto
per cambiare e migliorare la scuola che viviamo.
Tesi
20 - L'Università perduta
L'istruzione,
la ricerca, l'università, un sistema formativo
aperto, pubblico e laico in grado di garantire
possibilità di successo a chiunque, indipendentemente
dalle condizioni di partenza dal punto di vista
economico e sociale sono le condizioni necessarie
e indispensabili per lo sviluppo di un sistema
sociale nel quale ad ognuno siano garantite le
chances di perseguire un proprio autonomo progetto
di vita, sono gli strumenti attraverso i quali
si comincia a sostanziare un investimento reale
sulle capacità e i talenti degli individui.
Se questo non bastasse è evidente come
la sfida per la modernizzazione del Paese passi
dalla valorizzazione e dal rilancio del nostro
sistema formativo e dall'investimento pubblico
sulla ricerca di base e applicata. La risposta
alle politiche di taglio dei costi sociali sulle
spalle dei lavoratori perseguita dal governo di
centrodestra risiede nella scelta strategica per
il nostro Paese di competere sul mercato globale
con prodotti ad alto valore tecnologico e ad alto
contenuto intellettuale, nel rilancio del Made
in Italy e nella valorizzazione dei prodotti tipici
e di qualità.
In sintesi l'investimento sull'istruzione e la
ricerca è da una parte lo strumento attraverso
il quale perseguire un progetto di uguaglianza
nelle opportunità e di emancipazione degli
individui dall'altra la chiave attraverso la quale
aprire la porta verso il futuro dell'Italia.
Alla luce di questo si piega il giudizio impietoso
che non solo il centrosinistra, ma in maniera
unanime le parti sociali e tutti i soggetti protagonisti
del mondo della formazione, dell'istruzione e
della ricerca hanno fatto cadere sulla politica
universitaria del centrodestra.
La nostra generazione vede nell'Europa il proprio
spazio di cittadinanza privilegiato, lo spazio
comune della conoscenza, dello studio, del lavoro
ed è proprio nel confronto degli investimenti
fatti e che ancora si fanno in formazione e ricerca
che vediamo l'Italia allontanarsi dall'Europa.
L'Italia è dopo la Grecia, il paese europeo
che meno investe nella ricerca: appena l'1% del
Pil. L'Italia è cenerentola in Europa anche
rispetto alla "spesa per ogni studente universitario".
Nell'anno 2003 l'aumento del FFO - fondo di finanziamento
ordinario - si è attestato ad uno 0,2%,
inadeguato a coprire gli effetti dell'inflazione
e dell'incremento complessivo per gli assegni
fissi del personale di ruolo dell'università
(aumento del 4%).
Sulla base dell'attuale andamento della spesa
per il sistema universitario, la Crui ha realizzato
una simulazione che illustra come, nei prossimi
anni, si rischia di raggiungere una situazione
esplosiva e non controllabile: infatti, a fronte
dell'aumento del numero di studenti, è
inimmaginabile ridurre il numero dei docenti,
che pur rappresenta l'unica strada per contenere
i costi degli assegni entro il vincolo del 90%
del FFO fissato per legge.
In altri termini non è serio l'approccio
politico alle dinamiche universitarie privo di
una reale disponibilità all'investimento
economico.
Prima che pensare a riforme dannose per la tenuta
del nostro sistema formativo come il ddl Moratti
sullo stato giuridico dei docenti, l'università
ha bisogno di finanziamenti.
Secondo l'Istat solo il 9,8% della popolazione
italiana tra i 25 e i 64 anni ha una laurea a
fronte del 22% che possiede al più la licenza
elementare. La percentuale dei laureati cresce
all'11,4% se si considera la classe d'età
tra i 25 e i 34 anni. Complessivamente sono dati
che vedono l'Italia distante dal resto dei Paesi
europei. In Francia infatti è laureato
complessivamente il 39,5% dei giovani, nel Regno
Unito il 48,3%, in Spagna il 27,9%.
L'obiettivo del governo di centrosinistra con
la riforma universitaria proposta dal ministro
Berlinguer negli scopi andava esattamente nella
direzione di portare a "percentuali europee"
il numero di laureati in Italia, da una parte
facendo leva sulla differenziazione dell'offerta
formativa di livello universitario, dall'altra
tentando di introdurre certezza nei tempi di perseguimento
del titolo (i giovani italiani vecchio ordinamento
si laureavano in media 5 - 6 anni dopo i loro
colleghi europei).
Nell'anno accademico 2000 -2001, il primo di sperimentazione
della riforma Berlinguer con la relativa introduzione
del 3 + 2, le immatricolazioni sono aumentate
del 5,1% rispetto all'anno precedente in controtendenza
rispetto alla flessione negativa in atto dal 1994/95.
All'anno accademico 2001 - 2002 si sono iscritti
per la prima volta all'Università 330 mila
studenti il 12% in più rispetto all'anno
precedente. Nel contempo la percentuale di abbandoni
(cioè dei laureati sugli immatricolati)
ha cominciato a diminuire e si è ridotta
dal 62% al 39% mentre il numero di laureati è
aumentato del 15% nell'ultimo anno assieme al
numero di laureati in corso.
Non si tratta qua di fare l'apologia della riforma
del centrosinistra perché questa nella
sua fase di sperimentazione e di prima attuazione
ha evidentemente e inevitabilmente determinato
dei problemi molti dei quali si sono riverberati
sulle spalle degli studenti. Dalla proliferazione
di corsi di laurea troppo legati a singole esperienze
territoriali e quindi difficilmente spendibili
in maniera universale ai numeri chiusi di fatto
tra laurea triennale e biennale determinato da
tasse universitarie troppe alte o da un sistema
non omogeneo di riconoscimento dei crediti tra
università e università si poneva
in maniera stringente la necessità di porre
correttivi all'applicazione della riforma.
Un'ulteriore riforma dell'Università, indipendentemente
dal giudizio che si può dare della sua
efficacia, non può essere considerata in
alcun modo una soluzione ma è anzi un'ulteriore
complicazione che inciderà in maniera negativa
sugli studenti. Tra poco infatti nelle Università
italiane conviveranno ben tre ordinamenti contribuendo
solo ad aumentare la confusione senza dare alcun
contributo al miglioramento della didattica.
Peraltro la riforma Moratti è figlia, oltre
che di una visione ideologica e profondamente
ingiusta della società, di una realtà
economica e produttiva che guarda al passato e
al sistema di produzione fordista più che
all'economia della conoscenza.
La riforma dell'Università del governo
del centrodestra si presenta come la degna conclusione
di un disegno complessivo di dequalificazione
dell'istruzione pubblica in Italia, che risponde
a un'idea classista e profondamente iniqua della
società, che non riconosce le intelligenze
multiple come un valore, che non vuole investire
sulle capacità, i talenti, i meriti e su
un Paese finalmente mobile da un punto di vista
sociale.
L'attacco all'autonomia delle università
- da un punto di vista finanziario e giuridico
- il processo di centralizzazione avviato anche
dalla riforma dello stato giuridico dei docenti
sono parte del disegno di indebolimento dell'Università
in Italia. L'autonomia così vituperata
anche negli anni di governo del centrosinistra
è parte fondante di un'idea del sistema
universitario che sa autoriformandosi dall'interno
vincere la sfida col futuro. Perché questo
funzioni è necessaria la partecipazione
di tutti gli attori che si muovono all'interno
degli atenei italiani, dando forza agli organismi
di auto governo anche attraverso un rafforzamento
della rappresentanza studentesca. Ma è
evidente che in un sistema più autonomo
il rapporto tra diritti e doveri di ognuno è
l'unica garanzia rispetto al perseguimento degli
scopi sociali più autentici del sistema
formativo in Italia. Per questo siamo convinti
della necessità di dotarsi di sistemi efficaci
di valutazione della didattica e dei docenti e
di una carta dei diritti e dei doveri delle studentesse
e degli studenti italiani. Solo attraverso la
definizione stringente di standard di qualità
di tipo didattico e di una serie di diritti riconosciuti
ai veri protagonisti delle nostre università
cioè studenti si può evitare da
una parte una deriva verso una privatizzazione
"di fatto" e dall'altra di una divaricazione
della qualità tra ateneo e ateneo.
Tesi
21 - Il modello a Y
Negli
ultimi anni l'Università italiana è
profondamente cambiata e alla base di questo cambiamento
c'è sicuramente la rivoluzione dell'organizzazione
didattica causata dall'introduzione del cosiddetto
3+2.
Oggi è non è ancora possibile fare
un bilancio completo dell'applicazione della riforma
Berlinguer - Zecchino, dato che questa è
ancora in fase di parziale attuazione poiché
si è appena concluso il primo ciclo delle
lauree triennali e, nell'anno accademico 2004/2005,
è cominciato quello delle lauree specialistiche.
Occorre però dire che, seppur incompleto,
questo bilancio è fatto di luci ed ombre,
perché nel sottolineare gli innegabili
aspetti positivi dell'impianto generale si deve
evidenziare la necessità di apportare,
allo stesso, delle correzioni.
Il punto di partenza di ogni valutazione deve
essere la disastrosa condizione finanziaria nella
quale versano gli atenei italiani. Il Governo
Berlusconi ha chiaramente scelto di non "far
vivere" la riforma operando tagli pesantissimi
al mondo dell'Università e della ricerca.
Nonostante questo, tra gli aspetti positivi, va
sicuramente inserito il fatto che la riforma introdotta
con il decreto 509/99 ha già raggiunto
alcuni dei suoi principali obiettivi: la percentuale
degli abbandoni è oggi al 39% rispetto
al 70% di tre anni fa, è aumentato il numero
dei laureati in corso, i laureati sono aumentati
del 15%, sono aumentate le percentuali degli immatricolati
diciannovenni, degli studenti stranieri e degli
stage (fonte CRUI).
Risultati contrastanti si hanno invece per quanto
riguarda l'organizzazione e la qualità
della didattica: se nelle facoltà a indirizzo
tecnico - scientifico il 3+2 ha consentito, in
parte, di superare la rigidità dei vecchi
corsi di studio e di adeguare i contenuti all'evolversi
delle conoscenze e delle tecniche, la stessa cosa
non può dirsi per i corsi di studio a indirizzo
umanistico, per loro natura meno legati a specifici
sbocchi professionali.
Alla luce di queste considerazioni risulta incomprensibile
il varo, da parte del Ministro Moratti, di quella
che può essere definita la "riforma
della riforma": dal prossimo anno accademico,
infatti, il 3+2 sarà sostituito dal cosiddetto
"modello a Y", un 1+2+2, nel quale dopo
un primo anno comune a tutti i corsi di laurea
si dovranno proseguire gli studi scegliendo tra
un biennio più "professionalizzante"
ed uno "metodologico-formativo", con
quest'ultimo "consigliato" a chi intende
conseguire la Laurea Magistrale (nuova denominazione
della "Specialistica").
Questa ulteriore modifica dell'ordinamento didattico
avrà conseguenze disastrose per l'intero
sistema universitario italiano: la simultanea
presenza di 3 ordinamenti farà aumentare
le difficoltà all'interno degli Atenei
del nostro paese, proprio mentre questi stanno
metabolizzando i cambiamenti introdotti dalla
riforma Berlinguer - Zecchino; senza dimenticare
i gravissimi costi sociali per i nostri coetanei,
il cui titolo di studio in corso di conseguimento
rischia una notevole perdita di valore poiché
"schiacciato" tra quello del vecchio
ordinamento e quello del "nuovissimo".
Pesanti critiche devono essere mosse anche per
quanto riguarda il merito del provvedimento del
ministro Moratti, dato che esso irrigidisce notevolmente
l'organizzazione didattica con l'introduzione,
come detto in precedenza, sia di un anno comune
tra i corsi di laurea della stessa classe, che
della struttura "a Y"; il tutto senza
alcuna chiarezza né sulle possibilità
di chi consegua il titolo di studio sul percorso
più professionalizzante di proseguire gli
studi in un corso di laurea magistrale, né
sulle condizioni per la realizzazione di un tale
percorso.
Tesi
22 - Diritto allo studio: verso un nuovo welfare
studentesco
L'accostamento,
oggi, dei termini diritto e studio è uno
dei grandi paradossi della modernità nel
nostro paese:una truffa delle etichette, alimentata
giornalmente dal sordido silenzio di chi governa
e, purtroppo dall'apparente opulenza di una società,
come la nostra, che solo quando si sente più
povera, come oggi avviene, rivendica diritti che
dovrebbero costituire sostrato implicito e strutturale
del sistema.Ci viene infatti difficile cogliere
sostanzialmente la portata del termine diritto
rapportata ad un fenomeno che sconosce le caratteristiche
universalistiche tipiche del diritto stesso.
Una premessa urge, quando si parla di Diritto
allo studio. Immaginare un sistema diverso è
possibile, ma è condizione propedeutica
a qualunque ragionamento la crescita degli investimenti
nel settore:uno Stato che compete in un mondo
governato dai saperi globalizzati deve investire
fortemente sull'accesso agli stessi saperi. Senza
investimenti economici adeguati il sistema del
diritto allo studio diventa non il volano di crescita
di opportunità cui aspiriamo, ma il paracadute
che una società che non cresce predispone
per evitare il disastro.
Ogni ragionamento improntato sulla logica di riduzione
del danno non ci appartiene:Investire sul diritto
allo studio è quindi esigenza improcrastinabile.
Prioritario è, dunque, restituire credibilità
allo strumento principe del diritto allo studio,le
borse di studio: queste devono essere garantite
a tutti gli idonei.
Solo allora, sarà possibile iniziare a
pensare a forme di sostegno del diritto allo studio
diverse dalle borse di studio.
Qui urge un chiarimento:Non siamo contrari al
prestito d'onore in quanto tale.
Questo si configura, infatti come una grande opportunità
in prospettiva per allargare la fascia di studenti
che possano usufruire di forme di sostegno per
il proprio percorso di studi. Inoltre la stessa
natura del prestito d'onore ci sembra possa favorirne
la diffusione nell'ambito delle forme di sostegno
agli studi di formazione alta (master, scuole
di specializzazione).
Tuttavia il ricorso ai prestiti d'onore deve configurarsi
come un'opportunità e non un cavallo di
troia introdotto per scardinare il sistema delle
borse di studio. E', dunque necessario, prima
di procedere al reperimento di fondi per i prestiti
d'onore garantire la copertura delle borse di
studio per tutti gli idonei.
Ma sarebbe miope lo sguardo sul diritto allo studio
che si soffermasse esclusivamente sulle forme
di finanziamento diretto (borse, prestiti d'onore).
Un'organizzazione che guarda al futuro con la
forza di idee nuove ha il dovere di ripensare
l'intero sistema del diritto allo studio immaginandolo
come un innovativo sistema di Welfare studentesco.
Diritto allo studio vuol dire dunque diritto alla
casa. E' necessario, a riguardo impegnare chi
ci governa ad investire sull'edilizia studentesca,
ma non solo. E' non più rinviabile l'esigenza
di porre fine alle immorali speculazioni sugli
affitti delle abitazioni agli studenti (in particolare
gli universitari fuori sede). A riguardo bisogna
potenziare il ricorso ai contratti a canone concordato,
combattere gli affitti in nero e disincentivare
il possesso di abitazioni non abitate.
Diritto allo studio vuol dire diritto alla mobilità
interna e internazionale. E' necessario, a riguardo
concertare politiche di sostegno a favore degli
studenti rispetto al trasporto cittadino.
In un mondo che non consce più il confine
della nazionalità è, inoltre indispensabile,
predisporre strumenti per abbattere i costi di
un periodo di studio all'estero. Non è
un'eresia dire che il diritto allo studio (costruito
su un'idea nazionale di sapere) oggi va ripensato
come diritto agli studi (in chiave internazionale).
Inoltre diritto allo studio è diritto agli
spazi:spazi necessari,come le mense e le aule
studio, ma anche spazi di aggregazione nuovi dettati
da un mondo che cambia(centri multimediali, etc).
Si tratta insomma di costruire un'idea di cittadinanza
studentesca nuova che passa inevitabilmente attraverso
la predisposizione di uno statuto nazionale dei
diritti degli studenti.
Ma si tratta anche di iniziare a pensare il sistema
dei diritti come il risultato di un impegno serio,
giornaliero e intransigente di tutti gli studenti
oltre che delle organizzazione che li rappresentano.
L'idea del diritto è, infatti, tanto più
compiuta quanto più condivisa e percepita
come inderogabile.
Tesi
23 - Da Sinistra giovanile a Sinistra universitaria
La
Sinistra giovanile negli ultimi anni ha saputo
essere soggetto attivo nella politica universitaria
in ogni realtà territoriale. Abbiamo saputo
conciliare il nostro impegno di rappresentanza
attraverso le associazioni studentesche con un'attività
politica serrata fatta di iniziative in ogni facoltà
dei nostri atenei. Siamo stati in grado di accompagnare
l'impegno che da sempre ci muove in difesa e in
promozione del diritto allo studio con il protagonismo
all'interno dei diversi organi di governo e in
particolare all'interno delle commissioni paritetiche
in favore di una corretta e trasparente applicazione
della riforma Berlinguer - Zecchino.
Nelle tesi di Chiusi scrivevamo che "la capacità
di rappresentare bisogni e diritti è e
continua ad essere il motore della nostra azione
sul terreno dell'Università, nella piena
consapevolezza che il nuovo quadro politico-istituzionale
delineato dalla vittoria del centrodestra non
cambia le nostre idee, il modo in cui immaginiamo
e vogliamo l'Università di domani, ma rende
indispensabile una ridefinizione netta del nostro
ruolo.". E così in effetti siamo stati
in grado di fare. Se da una parte il nostro ruolo
non è certo stato quello dei chierici della
riforma Berlinguer - Zecchino e siamo stati in
grado di valutare passo passo le criticità
esistenti della riforma, arrivando anche noi per
primi a proporre i necessari correttivi, dall'altra
la politica di distruzione del sistema universitario
del centrodestra ci ha costretti a riutilizzare
strumenti di azione politica propri di una lunga
stagione di opposizione. E in questo senso va
inquadrato anche un tipo di rapporto tra le diverse
componenti del mondo universitario sostanzialmente
inusitato per la realtà italiana. Di fronte
al rischio - che abbiamo definito più che
concreto - di una dequalificazione estrema e sostanziale
del nostro sistema formativo, studenti, ricercatori,
docenti e rettori hanno cominciato a parlare una
medesima lingua. Questo non significa che le differenze
siano improvvisamente scomparse, ancora oggi riteniamo
che il sistema della docenza universitaria sia
un sistema chiuso, castale e baronale, ma di fronte
a un rischio di carattere superiore come l'università
in Italia non aveva mai affrontato, le parole
d'ordine sono improvvisamente diventate le stesse
e si è avuta una minima, ma importante,
convergenza degli obiettivi.
Già durante l'importante movimento di protesta
dei ricercatori contro il ddl Moratti sullo stato
giuridico dei docenti, abbiamo lanciato un appello,
che qua vogliamo rinnovare, volto a trovare un
più vasto accordo tra le varie componenti
del sistema universitario. Un accordo che possa
portare non solo a condividere la battaglie specifiche
di ogni soggetto, ma ad elaborare assieme un progetto
per salvare l'università italiana e al
contempo rilanciarla verso il futuro, la modernità
e nuovi standard di qualità sia per quanto
riguarda l'offerta didattica e la ricerca sia
per quanto riguarda il diritto allo studio.
Dal congresso di Chiusi in poi l'investimento
che la nostra organizzazione ha saputo fare in
ogni città sede di ateneo sulle politiche
universitarie è stato ampio e intenso.
La nostra rete si è significativamente
allargata e anche il numero di rappresentanti
che fanno riferimento alla Sinistra giovanile
nei tanti organi elettivi è andato aumentando
costantemente.
L'impegno all'interno delle università
si è realizzato con formule diverse da
territorio a territorio pur essendo tutte accomunate
da un chiaro profilo di investimento sulla formula
associazionistica capace di qualificare il lavoro
dei militanti della nostra organizzazione e allo
stesso tempo di allargare il consenso e il contributo
anche a compagne e compagni che preferiscono un'esperienza
di scopo e di carattere associazionistico all'impegno
diretto all'interno di un partito politico.
Sostanzialmente le formule adottate nei territori
si possono raggruppare in tre grandi filoni:
investimento su associazioni universitarie già
presenti sul territorio e costruzione di un rapporto
privilegiato con queste;
promozione diretta di associazioni studentesche;
militanza dei compagni della Sinistra giovanile
all'interno dell'Unione degli Universitari
Se da una parte la grande varietà di esperienze
sul territorio si presentano come un grande ricchezza
per la nostra organizzazione, dall'altra abbiamo
iniziato a sentire in maniera sempre più
stringente la necessità di dotare le esperienze
politiche universitarie che fanno riferimento
alla Sinistra giovanile di un luogo di coordinamento
nazionale.
In particolare le tante esperienze di Sinistra
universitaria nate in alcuni dei maggiori atenei
italiani negli ultimi anni si presentano alla
nostra organizzazione e al dibattito che stiamo
affrontando come modelli per l'azione politica
sul territorio. Queste esperienze in particolare
(ma non solo queste) sono quelle che promosse
in maniera diretta dalla nostra organizzazione
hanno saputo mettere a sistema una serie di esperienze
e scopi che siamo convinti siano alla base di
un moderno modello di associazionismo universitario.
Le esperienze sulle quali stiamo investendo con
forza in questi anni e su cui vogliamo continuare
a investire con ancor maggior insistenza in futuro
sono quelle capaci di tenere assieme gli aspetti
della rappresentanza, dell'iniziativa politica,
della difesa dei diritti e della promozione dei
servizi a favore degli studenti.
Naturalmente questo non basta a sciogliere il
nodo del coordinamento nazionale delle tante esperienze
territoriali.
Come si diceva la Sinistra giovanile ritiene le
diverse esperienze che convivono sul territorio
una grandissima ricchezza da mettere a sistema
- in maniera non intrusiva - per poter maturare
in maniera piena un profilo nazionale più
marcato. Nei prossimi mesi perseguiremo quindi
il progetto di creazione di Sinistra universitaria
a livello nazionale.
Sinistra universitaria dovrà essere il
tavolo di confronto permanente di tutte le associazioni
che fanno riferimento alla nostra organizzazione
o che collaborano con noi sul territorio in maniera
costante. Sinistra universitaria non vuole essere
un modello che dal centro si diffonde in periferia
ma una forma federale o confederale per mettere
assieme tutte le diverse forme di energie che
si esprimono sul territorio. Siamo convinti che
Sinistra universitaria si debba dare una forma
organizzativa seria ma aperta, prevedendo la possibilità
di varie forme di adesione distinguendo ad esempio
tra soci, associati e osservatori. Sinistra universitaria
sarà mossa dalla voglia di includere, dovrà
essere luogo che fa sintesi tra i vari modelli
che oggi esistono e dovranno continuare ad esistere,
dovrà essere la casa comune e non necessariamente
esclusiva di tutte le nostre associazioni sul
territorio dalle Sinistre universitarie alle Udu.
In questo senso Sinistra universitaria non nasce
in competizione con l'Unione degli Universitari,
ma per affiancarsi a questa importante e fondamentale
esperienza sindacale e contribuire alla battaglia
per i diritti degli studenti.
Le scorse elezioni del Cnsu non solo hanno segnato
una vittoria storica per la sinistra in generale
e per la nostra organizzazione, ma hanno dimostrato
come solo l'unione delle forze tra le varie anime
della sinistra possono portare alle vittoria sulle
destre e Comunione e Liberazione.
Per noi la lista unitaria al Cnsu ha segnato un
punto di svolta dal quale non vogliamo e non possiamo
arretrare. Il rapporto di collaborazione rafforzata
con l'Udu è per noi di carattere strategico
e strutturale, nel rispetto delle reciproche autonomie,
ed è per questo che gli 11 rappresentati
della lista Unione degli Universitari - Sinistra
studentesca hanno dato vita a un gruppo unico
al Cnsu come timone fondamentale dell'alleanza
di centrosinistra che abbiamo costruito con impegno
e ci ha permesso di poter esprimere un presidente
iscritto alla nostra organizzazione.
Sinistra universitaria è in questo senso
non solo un'associazione di scopo politico ma
lo strumento attraverso il quale raccogliere le
nostre forze per contribuire a quella ricomposizione
unitaria della rappresentanza politica, sindacale
e associativa degli studenti universitari di sinistra
in Italia.
Questa ricomposizione certamente non è
dietro l'angolo, ma siamo convinti che il processo
che assieme all'Udu abbiamo avviato vada continuamente
rafforzato e tenuto vivo perché nel breve
periodo si possa raggiungere questo obiettivo.
La
quadratura del cerchio tra sviluppo economico
e coesione sociale
Tesi
24 - Il declino del paese Italia: dal welfare
al microwelfare
Questi
ultimi anni, caratterizzati da enormi mutamenti
economici, politici, ideologici, sociali e culturali,
hanno visto cambiare la forma e il significato
di molti assetti tradizionali del nostro paese.
Certamente la globalizzazione dei mercati, la
terziarizzazione del lavoro, l'implementazione
costante delle nuove tecnologie nei processi produttivi,
hanno trasformato il "lavoro", per come
lo intendevamo fino a due decenni fa. La flessibilità
ha preso il posto della stabilità, i contratti
a tempo determinato hanno sostituito il posto
fisso; l'aumento della longevità, unito
al declino della fecondità e delle nascite,
ha innescato il processo di invecchiamento del
nostro paese; la partecipazione alla vita attiva
delle donne ha aumentato la produzione e modificato
il tradizionale assetto della donna a casa e dell'uomo
al lavoro. Diminuita fortemente la nuzialità,
la famiglia si è modificata profondamente.
I figli si allontanano tardi dal nucleo di provenienza
per ragioni soprattutto legate all'instabilità
economica; sempre più spesso convivono
insieme persone che non hanno tra loro nessuna
unione di parentela o sentimentale; aumentano
i matrimoni misti e le coppie di fatto.
È difficile quindi dare una definizione
esaustiva del concetto di famiglia nella società
attuale.
Il problema è che oggi, a fronte di questi
palesi ed oramai radicati mutamenti nel tessuto
sociale, il welfare esistente appare completamente
inadatto a rispondere ai bisogni emergenti, ai
nuovi rischi tutelari. In particolare, rimangono
disattese le aspettative dei soggetti più
deboli, in primis i giovani che hanno difficoltà
sempre maggiori nella costruzione del proprio
futuro.
Ad esempio, è emblematico che i giovani
avvertano una profonda estraneità al sistema
previdenziale, anche in materia di previdenza
complementare. Questo significa evidentemente
che all'idea tradizionale di stato sociale si
va configurando un modello "fai da te",
ovvero un microwelfare che risolve i bisogni all'interno
del nucleo familiare, facendo cioè affidamento
alle risorse della famiglia allargata.
Certamente, gli anni del governo Berlusconi hanno
contribuito ad allargare questa problematica:
il distacco evidente della politica del centrodestra
dai bisogni reali ed emergenti delle giovani generazioni
è diventato drammatico in tutti i suoi
diversi aspetti, dalla formazione all'investimento
sulla ricerca, dal tempo libero alle droghe leggere.
Tesi
25 - Domanda galleggiante e crisi dei distretti
industriali: l'Italia che non respira
L'Italia
vive in questi anni un profondo declino economico
che si manifesta nella perdita del potere d'acquisto
dei salari e nella difficoltà delle imprese
di coniugare costi di produzione, investimenti
ed innovazione.
La perdita del potere d'acquisto dei salari, che
ha portato progressivamente a disfunzioni della
bilancia commerciale, rappresenta una delle problematiche
che più attanaglia le famiglie italiane.
La crisi dei consumi che il Paese sta vivendo
da più di due anni è il segnale
di uno scollamento tra famiglie e mercati. La
netta contrazione del potere d'acquisto dei salari
fa crescere la sfiducia e cristallizza le spese
delle famiglie. Il governo delle destre, dopo
aver annunciato numerosi provvedimenti per il
rilancio dei consumi, non ha trovato le giuste
soluzioni per fronteggiare le problematiche legati
all'aumento dei prezzi.
La voglia reale di consumo si è trasformato
in questi anni in voglia astratta e ad un aumento
dell'offerta di beni si è assistito ad
un galleggiamento della domanda.
Negli ultimi anni la ripresa dei consumi è
stata molto lieve: + 0.5 % fra 2001 e 2002, +
1.3 % fra 2002 e 2003.
Il galleggiamento dei consumi, si protrae anche
nel 2004 è il dato rischia di diventare
pressoché costante.
Il momento di disorientamento economico ha portato
le famiglie italiane a spendere di più
per i beni necessari o beni opzionali e ad evitare
i beni superflui
Questa tendenza ha portato ad contrazione della
domanda di specifiche produzioni industriali e
servizi. Consideriamo, ad esempio, la variazione
di domanda 2002/2003 di alcuni beni : vestiario
-1.8 ; calzature - 2.9 ; acquisto di mezzi di
trasporto - 2,9; ristoranti - 0.1; assicurazioni
- 4.8; alberghi - 1.7.
La variazione di domanda positiva ( 2002 / 2003
) riguarda beni considerati come beni necessari
o opzionali: energia elettrica, gas ed altri carburanti
+ 6.8 ; elettrodomestici e riparazioni + 9.6 ;
prodotti medicinali e farmaceutici + 5.7 ; servizi
di trasporto + 5.4.
La contrazione della domanda ha caratterizzato
gli anni di governo delle destre portando una
serie di crisi cicliche del nostro sistema Paese.
Siamo di fronte ad una crisi economica allarmante.
Una lampante conseguenza è il calo dei
consumi, ovvero il calo della domanda interna,
mentre le esportazioni raggiungono comunque un
risultato positivo. Certamente gli italiani investono
sempre più in beni durevoli, non a caso
il sistema immobiliare ha visto i prezzi di acquisto
e locazione triplicare in pochi anni.
Siamo di fronte ad un'estesa redistribuzione del
reddito a favore dei ceti più ricchi, parallela
ad una massiccia perdita di potere d'acquisto
dei ceti medi e ad un progressivo impoverimento
dei ceti più bisognosi, mentre l'inflazione
reale erode giorno dopo giorno il salario.
Il blocco dei prezzi della grande distribuzione
rappresenta l'ennesima falsa promessa, dato che
a fine anno il risparmio pro capite ammonterà
a 10 centesimi ogni 1.000 euro di spesa (ricerca
Eurispes, settembre 2004).
Per le giovani generazioni alla ricerca di un
lavoro e di una casa, la situazione si fa ancora
più grave.
Quando si esce dal sistema educativo si fa fatica
a trovare lavoro, soprattutto nel Sud: hanno un
contratto a tempo indeterminato, infatti il 54%
dei giovani del Nord - Ovest, il 44% nel Nord
- Est, il 35% nell'Italia Centrale e il 24% nel
Sud e solo il 17% dei 18/20enni e il 36% del 21/24enni
(Adecco, Istituto Iard, 14 aprile 2004).
La legge 30, un'ulteriore accelerazione della
precarizzazione dei rapporti lavorativi, colpisce
soprattutto le giovani generazioni che più
di ogni altro possiedono contratti a progetto:
sommata allo sblocco delle imposte locali conseguenti
ai tagli dei finanziamenti a Regioni e Comuni
significa un ulteriore inasprimento fiscale soprattutto
sulla casa.
Rimangono senza risposta i gravi problemi del
Paese rispetto al blocco dei consumi, alla crisi
del Made in Italy, ai problemi del Mezzogiorno
e alla mancanza di risorse per nuovi investimenti
capaci di ricollocare il nostro sistema economico
nei contesti della finanza internazionale.
Nel 2003 le spese mensili delle famiglie italiane
sono aumentate ed in tutto il 2003 la spesa media
di una famiglia italiana è stata di circa
2.313 euro. Un aumento deludente che fotografa
la situazione di estrema difficoltà che
le famiglie vivono con la conseguente contrazione
dei consumi interni e la stagnazione dell'economia.
L'andamento della spesa delle famiglie ha risentito
della diminuzione del potere d'acquisto legata
alla crescita inflativa. Nel 2004 gli acquisti
di beni e servizi sono quasi fermi (+ 0,8 % la
spesa delle famiglie residenti) - nota Nens -
e le vendite al dettaglio hanno registrato un
decremento di due punti percentuali.
Analogamente, l'intervento sull'Irpef sulla base
di tre aliquote, del 23% fino a 26.000 euro di
reddito imponibile annuo, del 33% fino a 33.000
euro e del 39% da 33.000 in su, con "no tax
area" fino a 7.500 euro per i dipendenti,
fino a 7.000 euro per i pensionati, fino a 4.500
euro per i lavoratori autonomi avrà effetti
nefasti.
Sempre secondo Nens: il costo dell'intervento
sull'Irpef ammonterebbe a 6,5 miliardi di euro
e non ai 5,5 miliardi dichiarati dal governo;
oltre il 50% del beneficio (3,3 miliardi di euro)
è riservato al 10% delle famiglie più
abbienti, al 10% delle famiglie più povere
tocca spartirsi lo 0,1% del beneficio (6 milioni
di euro), con una sperequazione sempre più
evidente ed una differenza drammatica fra il nord
ed il sud del Paese.
Secondo un recente sondaggio Eurispes, sempre
più nel nostro paese l'aticipicità
si cristallizza. Per il 67,8% delle persone tra
i 33 e i 39 anni l'atipicità ha assunto
un carattere permanente. Per pochi fortunati il
lavoro flessibile si limita ad essere un'opportunità
di primo inserimento lavorativo: il 56,6 per cento
degli intervistati ha lavorato sempre da atipico
per un periodo compreso tra i tre i cinque anni,
il 67,4 per cento per oltre un quinquennio e il
51,4% da oltre 10 anni.
Sempre secondo l'indagine Eurispes, gli stipendi
sono bassi, soprattutto per le donne : oltre i
tre quarti dei lavoratori atipici percepisce una
retribuzione mensile che non supera i 1.000 euro
netti (la percentuale cambia a seconda del sesso:
si tratta dell'82,9 per cento delle donne e del
67,9% degli uomini). In effetti però il
30 per cento delle donne non va oltre i 400 euro
mensili, contro il 20,2% degli uomini. Solo il
17,1 per cento degli uomini e il 15 per cento
delle donne percepisce tra i 1000 e i 1400 euro
al mese.
Per non parlare poi delle tutele: il 76.3% delle
donne denuncia che non può effettuare per
questo motivo scelte importanti. Il 90,5% delle
donne e l'83,9% degli uomini ritiene che il diritto
alla maternità sia poco o per niente garantito.
Non ci si stupisce dunque che la stragrande maggioranza
del campione (l'89,7 per cento) sia celibe o nubile:
solo il 6,5 per cento degli intervistati ha uno
(3,4 per cento) o più figli (3,1 per cento).
Anche i distretti industriali, punta di eccellenza
del nostro sistema imprenditoriale stanno vivendo
un momento particolare. Quando si parla di distretti
industriali ci si riferisce a circa duecento punti
di eccellenza che rappresentano il 40 % del PIL
e circa il tre milioni di piccoli e medi imprenditori.
E' questo il core del Made in Italy che caratterizza
l'eccellenza dei prodotti italiani e costituisce
il 50 % circa delle esportazioni del nostro Paese.
L'industria alimentare, manifatturiera l'abbigliamento
vive oggi una profonda crisi a causa della contrazione
della domanda interna ed alla diminuzione progressiva
dell'export italiano.
Negli ultimi tre anni le esportazioni del nostro
paese sono diminuite di sei miliardi di euro e
quelle piccole e medie realtà che costituiscono
il cuore del nostro sistema imprenditoriale vivono
una crisi che rischia di diventare irreversibile.
La crisi dell'industria è essenzialmente
legata alla perdita di competitività del
nostro sistema industriale : un dato in controtendenza
rispetto a quando il modello dei distretti industriali
italiani affascinava le pizze economiche nazionali
ed internazionali. Nell'ultimo biennio le esportazioni
italiane sono diminuite del 7,3% portando la quota
di mercato internazionale dal 4.6% al 3%.
Questo è la fotografia a tinte fosche dell'Italia.
Non a casa prolificano le malattie da ansia e
quelle psicosomatiche da stress. Per non parlare
della percezione del futuro. Il 52,2% delle donne
immagina il proprio futuro economico mediocre
o pessimo. E le percentuali sono analoghe per
gli uomini.
Certamente anni di governo Berlusconi hanno precarizzato
la vita delle donne e degli uomini che vivono
in questo paese, fatto annaspare l'economia. L'esempio
più lampante è quello della legge
30, una legge che annichilisce la dignità
del lavoro e del lavoratore e che, soprattutto,
trasforma il lavoro da spazio sociale in cui l'individuo
cresce e matura la sua vita a motivo di insicurezza
e precarietà. Crediamo che quella legge
vada cambiata. Ma crediamo soprattutto che vada
data una nuova dignità al lavoro.
La legge Biagi e il suo decreto attuativo (dlgs
276/2003) hanno aggiunto figure nuove attingendo
alle esperienze multiformi compiute negli altri
paesi europei. Basti pensare all'Olanda, apripista
in questo ambito, ma anche la Spagna, la Germania.
Siamo consapevoli che la flessibilità di
per sé abbia contribuito a sbloccare il
mercato del lavoro, ma certamente in questo paese
ha vinto l'antico vizio del dualismo del mercato
del lavoro: la burocrazia e le corporazioni resistono
mentre di flessibilità ce n'è tanta,
soprattutto a carico dei nuovi occupati, delle
giovani generazioni, quelle che pagano il prezzo
più alto.
A tale situazione si rimedia riformando il sistema
dei diritti sociali, in maniera redistributiva,
ovviando al paradosso che un mercato ufficialmente
ben custodito sia tale solo per gli insider mentre
rimanga precario, difficile e discriminante per
gli outsider, ovvero, i giovani.
Tesi
26 - Il tempo delle riforme necessarie
È
arrivata l'ora di rilanciare l'economia che annaspa.
Va operata una riforma del Patto di stabilità
e di crescita europeo - d'accordo con gli altri
governi europei e con la Commissione europea -
per armonizzarlo con gli obiettivi della conferenza
intergovernativa di Lisbona del 2000.
È necessario stabilizzare la finanza pubblica
senza ridurre il volume della spesa sociale in
rapporto al PIL, in vista di una sua ripresa finanziata
dalla riduzione della spesa per il servizio del
debito.
Va realizzata una manovra di correzione dell'indebitamento
netto tendenziale a legislazione vigente pari
all1,7% del PIL.
È necessaria una riduzione della pressione
fiscale - e non generalizzarla come vuole il governo
- per promuovere lo sviluppo, per avere maggiore
equità sociale del sistema di prelievo.
Dovrebbero essere utilizzate al meglio tutte le
risorse disponibili per conseguire gli obiettivi
prefissati nella conferenza intergovernativa di
Lisbona del 2000: formazione continua lungo tutto
l'arco della vita, infrastrutture pubbliche, investimenti
in ricerca ed innovazione.
Sono necessarie maggiori garanzie previdenziali
ai lavoratori più precari e la costruzione
di un sistema universale di ammortizzatori sociali,
capaci di proteggere l'insieme dei lavoratori
nelle fasi di difficoltà; delineare un
intervento selettivo di sostegno alle famiglie
più povere con figli minori e anziani non
autosufficienti attraverso il ripristino dell'imposta
di successione; ripristinare i crediti automatici
di imposta per la nuova occupazione e per gli
investimenti nel sud del Paese.
Si dovrebbe concertare con le parti sociali un
credibile livello di inflazione programmata e
a trovare risorse adeguate per il rinnovo dei
contratti, soprattutto per il pubblico impiego.
La Finanziaria va in direzione totalmente opposta:
per questo è una manovra che consideriamo
sbagliata e pericolosa per il Paese e per il futuro
delle giovani generazioni.
È
arrivata l'ora di costruire un modello di welfare
sostenibile, ovvero una nuova piattaforma di contratto
sociale che, in primo luogo, consenta ad un giovane
di scegliere un suo percorso di studio - lavoro
- formazione contando su un capitale di rischio
da spendere e su un sistema di regole codificate
e condivise che lo sostengano e che lo accompagnino
nel corso della sua storia.
I tagli punitivi nella finanziaria sui bilanci
per gli Enti territoriali hanno fatto registrare
un rallentamento nella dotazione dei servizi sociali,
negli investimenti infrastrutturali e nell'attivazione
dei Patti territoriali. Non c'è traccia
di programmi per la ripresa mentre è certo
che continuerà ad aumentare la pressione
fiscale , costringendo gli enti locali ad aumentare
imposte, tasse e tariffe per fronteggiare la riduzione
dei trasferimenti.
Cioè mentre il Governo promette una riduzione
dell'IRE saranno gli enti locali e le Regioni
a stangare il contribuente con una maggiorazione
di aliquote e tasse!
È
arrivata l'ora di dare slancio al nostro paese,
investendo in ricerca e sviluppo: è drammatico
che tra le prime 500 aziende dell'Unione Europea
che investono in R&S, l'Italia ne annoveri
solo 17 e neanche una tra le top ten.
Bisogna costruire in questo senso un nuovo rapporto
tra sistema formativo e distretti industriali:
non si tratta di piegare la formazione alle necessità
del lavoro ma costruire un sistema capace di fare
innovazione.
L'apertura della Cina, lo stesso slancio economico
della Turchia, e sempre più di altre parti
del mondo, portano con sé il rischio reale
che l'Europa rimanga a guardare: per questo la
chiave è l'innovazione, la capacità
di individuare un mix di settori vecchi e nuovi
in cui creare eccellenza.
Non è pensabile che i dottorati di ricerca
scientifici aumentino nella Ue dello 0.6% l'anno,
mentre aumentano dello 0.2% in Italia. 0,1% è
invece l'incremento delle spese governative sulla
ricerca, non comparabile con il 6.3% del Giappone.
Purtroppo, nell'internazionalizzazione dei mercati,
l'Italia ha perso qualsiasi competizione nei settori
che si collocano sulla frontiera tecnologica.
Inoltre, ha pagato l'inadeguatezza della struttura
formativa e di ricerca in seguito ad una mentalità
manageriale e imprenditoriale non sempre all'altezza,
più capace di avventure a corto respiro
e a struttura familistica che di competere sul
piano internazionale.
Dove l'industria italiana riesce a tenere sono
i settori a basso utilizzo tecnologico, dove il
costo del lavoro è minimo.
Inoltre, la strategia della delocalizzazione produttiva
che insegue il costo minore mette in luce tutta
la sua limitatezza, soprattutto alla luce della
fase di internazionalizzazione selettiva che stiamo
vivendo.
Per questo è necessario riavviare un rapporto
sano tra politica ed economia, in grado di individuare
strategie di lungo periodo e preparare una classe
manageriale attenta e formata.
Tesi
27 - Software libero e innovazione tecnologica
La
globalizzazione ha trovato uno spazio privilegiato
in cui vivere, ovvero la rete. È nota a
tutti la crescita esponenziale della comunità
di utenti di internet, un luogo di incontro virtuale
tra una moltitudine di soggetti e culture che
ha scavalcato le barriere geografiche e linguistiche
per sperimentare collaborazione e condivisione
di contenuti.
Se da un lato questo fenomeno ha sollevato interrogativi
e problemi - dalla sicurezza informatica, alla
privacy e alla inadeguatezza degli spazi giuridici
nazionali e delle forme tradizionali di tutela
del diritto di autore - ha creato masse critiche
di utenti e nuovi modelli di elaborazione collettiva
di contenuti.
Tali modalità innovative hanno prodotto
risultati di portata imprevedibile: basti pensare
alle nuove forme di fruizione dei contenuti digitali
(audio, musica, video..) ma soprattutto alle punte
di eccellenza tecnologica raggiunte dal software
libero e open source.
Stabilità, sicurezza e trasparenza fanno
si che il software libero rappresenti un elemento
di forza del sistema paese nel confronto internazionale,
in grado di facilitare la formazione di distretti
economici ed industriali ad alto livello tecnologico
e di incentivare la crescita di una industria
locale del software.
La diffusione dei soluzioni "Open Source"
nella pubblica amministrazione è un processo
che, per ora, si è sviluppato principalmente
"dal basso", come evidenziato dal Rapporto
Annuale del Censis.
Un salto di qualità che vada nell'ottica
di garantire efficienza e trasparenza sia per
la PA che per le PMI può partire proprio
da un investimento di carattere nazionale che
riconosca nel software libero e open source un
elemento strategico di innovazione.
È necessario un indirizzo governativo che,
rispettando la concorrenzialità in materia
di istruzione e l'autonomia dei singoli istituti,
incentivi le scuole, anche in un rapporto con
il tessuto socio economico circostante a promuovere
una corretta alfabetizzazione informatica.
Siamo perfettamente consapevoli che una corretta
alfabetizzazione informatica debba creare cittadini,
lavoratori, amministrazioni e aziende preparati:
non di facili soluzioni ideologiche si tratta
bensì di un rinnovato rapporto tra politica
ed economia che al centro metta l'efficienza e
la capacità di vivere le complessità
di un mondo sempre più interdipendente.
Tesi
28 - Giovani fuori strada, è ora di cambiare
rotta
Soprattutto,
è arrivata l'ora di dare una iniezione
di fiducia alle ragazze e ai ragazzi italiani.
Il nostro è ancora un paese troppo immobile,
dove i percorsi di crescita delle ragazze e dei
ragazzi italiani sono definiti dai percorsi dei
propri genitori. Un paese ancora con caste chiuse,
dove i notai sono i figli dei notai e i medici
quelli dei medici.
È necessario costruire pari opportunità
di accesso ai sistemi formativi e al mercato del
lavoro, ma più di tutto dobbiamo costruire
un "new deal complessivo" che metta
al centro proprio le giovani generazioni: in primo
luogo bisogna pensare ad un reddito di cittadinanza
per le ragazze ed i ragazzi italiani, corredato
da una contribuzione figurativa valida ai fini
del diritto e della misura della pensione. Un
reddito di cittadinanza utile da percepire a partire
dall'espletamento dell'obbligo formativo per poter
studiare e non lavorare, andare all'estero per
apprendere le lingue straniere. Così si
potrebbe sostituire, in modo assolutamente non
assistenzialista, la strumentazione esistente
attualmente in materia di sostegno al reddito
per la disoccupazione.
Non si può prescindere oggi da un costante
aggiornamento professionale, capace di aumentare
sia le conoscenze specifiche, sia le capacità
trasversali, come la comunicazione, l'organizzazione
e il lavoro di squadra.
Da un lato quindi è necessario dotare i
giovani degli strumenti reali e concreti per l'apprendimento
delle lingue e delle nuove tecnologie. Per questo
è indispensabile introdurre la carta di
credito formativa per le ragazze e i ragazzi italiani,
da spendere per l'alfabetizzazione informativa,
soprattutto nell'ambito dell'open source e dei
contenuti liberi, la connessione alla rete, la
formazione online, l'acquisto di PC e di programmi.
La proposta di una carta di credito formativa
è inserita nel nostro PDL-PDLIP "Accesso
al Futuro" sulla questione generazionale
Dall'altro lato è necessario investire
fortemente sull'orientamento e sulla "biografia"
di ognuno: sono da incentivare gli scambi tra
giovani che operano in aziende italiane e giovani
che operano in aziende estere, tramite i programmi
della comunità europea.
La flessibilità deve divenire uno strumento
di crescita che consenta, si di cambiare lavoro,
ma non come minaccia bensì come opportunità
di inserire un tassello nel proprio percorso professionale.
È inoltre necessario prevedere incentivi
per le imprese che trasformino i contratti di
apprendistato e tutti i contratti parasubordinati
in contratti a tempo indeterminato.
Tesi
29 - La rappresentanza delle giovani generazioni
A partire
dagli anni '70, in molti Paesi europei, le giovani
generazioni diventano destinatari di specifici
interventi volti a ridurre la loro marginalità
sociale e politica.
Al centro dell'approccio delle tante esperienze
europee la valorizzazione della rappresentanza
delle forme di associazionismo democratico e il
conseguente radicamento di forme di consultazioni
permanenti sulle questioni che riguardano direttamente
ed indirettamente le giovani generazioni.
E' sempre più forte l'esigenza da parte
dei giovani di essere presente sulle questioni
sostanziali che caratterizzeranno la vita politica
del paese nei prossimi anni, e che disegneranno
gli scenari dell'Europa.
Nel nostro Paese i ritardi sono gravi e non più
accettabili. L'Italia è l'unico Paese in
Europa a non essersi ancora dotato di una struttura
di rappresentanza delle giovani generazioni. Si
tratta di un fatto grave, che denota l'incapacità
di mettere al centro dell'agenda politica la questione
generazionale, una questione oramai generale dal
momento che il declino del Paese si riversa in
primo luogo sulle ragazze e sui ragazzi, che vivono
con ansia il futuro, costretti a dilazionare i
tempi di vita e a ritardare sempre più
l'ingresso nella vita adulta.
Se a questo aggiungiamo le leggi proibitive varate
in questi ultimi anni da una classe politica totalmente
estranea a quello che succede realmente nella
società - come è stato dimostrato
dalla chiusura anticipata delle discoteche - ci
rendiamo palesemente conto della necessità
di dare spazio ad un approccio generazionale capace
di riavvicinare i giovani alla politica attraverso
una nuova rappresentanza negli organismi istituzionali.
Per questo motivo proponiamo la nascita del Consiglio
Nazionale dei Giovani: un organismo di rappresentanza
delle giovani generazioni che colmi le distanze
sulle tematiche delle giovani generazioni a livello
europeo.
Un organismo propositivo e consultivo del governo
che affronti le politiche sulle giovani generazioni
per troppo tempo ai margini delle discussione
politica. Il CNG propone in concerto con associazioni,
organizzazioni politiche giovanili, la comunità
europea ed enti locali e territoriali politiche
per le giovani generazioni.
L'organismo, dovrà nello specifico affrontare
il problema dell'accesso all'età adulta
che rappresenta uno dei punti di maggior ritardo
del nostro Paese rispetto ad altre nazioni europee.
Il CNG dovrà affrontare queste tematiche
e proporre al governo soluzione capaci di migliorare
le condizioni di vita delle ragazze e dei ragazzi
italiani. Per questo motivo abbiamo avanzato la
proposta di istituzione del CNG nel nostro PDL-
PDLIP quadro sulla questione generazionale.
Oltre alla nascita del CNG, la Sinistra giovanile
dovrà valorizzare sempre di più
la rete degli eletti, partendo dal presupposto
che sono ancora pochi i giovani presenti nelle
istituzioni. E' per questo motivo che intendiamo
istituire la Consulta degli amministratori della
Sinistra giovanile. Un organismo permanente come
strumento di formazione, confronto e consultazione
dei giovani amministratori.
La consulta dovrà offrire una rete di servizi
e costruire momenti di formazione. L'esecutivo
nazionale della Sinistra giovanile dovrà
delegare alla consulta degli amministratori la
realizzazione dei programmi dell'organizzazione
per le elezioni amministrative.
La consulta rappresenta una nuova occasione per
mettere in rete le diverse esperienze amministrative
ed avviare nuove sinergie capaci di sviluppare
una nuova progettualità locale. Infatti,
con l'introduzione del Titolo V della costituzione,
sono gli enti locali i preposti a individuare
risposte specifiche alle esigenze delle ragazze
e dei ragazzi a livello locale, come avviene in
molti paesi europei.
Tesi
30 - I giovani per il rilancio del Paese
Il
quadro che emerge del nostro Paese è quello
di un paese vecchio, decisamente "low tech".
Per fare innovazione sono necessari investimenti
e trasferimenti sul mercato, perché non
accada quando successo alla Sigma Tau, i cui ricercatori
hanno messo a punto l'estate scorsa un farmaco
importante e strategico per la cura del cancro.
Per essere messo in commercio si rendeva però
necessaria una sperimentazione su migliaia di
pazienti dal costo di centinaia di milioni di
euro. Perciò i diritti per lo sviluppo
e la commercializzazione sono stati ceduti alla
multinazionale Novartis, che godrà così
il ritorno economico della scoperta e tutte le
sue consequenzialità.
È necessario, come già affermato
fare squadra, sviluppando legami stretti tra le
imprese e le reti della consulenza nella convinzione
che solo il mantenimento di un margine competitivo
fondato sull'innovazione può frenare l'Italia
dalla continua perdita di quote di mercato.
Per questo crediamo necessario affermare il valore
della scelta imprenditoriale: non si tratta solo
di una scelta funzionale ma svolge principalmente
un ruolo sociale per il quale c'è bisogno
innanzitutto di una seria formazione imprenditoriale
e della capacità di assumersi il rischio
di impresa.
L'Italia deve creare una seria formazione imprenditoriale
perché i giovani arrivino preparati a quel
momento.
Oggi il giovane che ne abbia voglia deve "sentirsi
imprenditore": solo in questo modo l'impresa
diviene etica e uno strumento reale di crescita.
Il riassetto del sistema impresa deve prevedere
una nuova relazione con il sistema formativo ma
soprattutto deve prevedere una serie di passaggi,
dal know how, alla regolamentazione e alla trasparenza,
in cui i giovani hanno un ruolo fondamentale.
È necessario costruire un nuovo patto sociale
che concili la tutela dei lavoratori con le esigenze
di flessibilità delle imprese, mettendo
fine all'attuale doppio mercato del lavoro tra
garantiti e precari, profondamente disincentivante
per i giovani e disastroso per lo sviluppo sociale
e demografico del Paese.
Una giovane classe imprenditoriale italiana va
creata, capace di affermare la funzione sociale
dell'impresa, che non è solo quella di
produrre ricchezza ed opportunità per pochi,
bensì di creare una ricchezza diffusa ed
opportunità di sviluppo per tutti. In questo
senso, anche i paesi emergenti devono adottare
quelle regole di responsabilità sociale
raggiungendo il doppio scopo di ridurne la concorrenza
sleale e creare la salvaguardia dei diritti fondamentali
dei loro lavoratori.
Sono tanti i giovani che vogliono fare impresa
oggi: è necessario costruire percorsi seri
che garantiscano la trasformazione in progetto
concreto dell'idea imprenditoriale; rifinanziare
il prestito d'onore; incentivare i giovani nello
start - up di impresa e ovviare al problema della
sopravvivenza oltre il secondo anno di età,
la questione più complessa per una impresa
di giovani. Si può costruire un Fondo per
l'investimento sulle imprese di giovani che operino
nei settori strategici del Made in Italy innovando
i prodotti e i processi produttivi.
Il sostegno evidentemente più cospicuo
deve essere rivolto all'individuazione dell'idoneo
spazio di mercato in cui l'impresa può
operare.
Tesi
31 - Mezzogiorno: strategia per l'Italia.
Il
rilancio complessivo del Paese passa attraverso
una nuova strategia politica che ponga le regioni
meridionali al centro di un programma economico
complessivo di ripresa dell'Italia. Alla sfida
dei grandi mutamenti della società post-fordista
il Mezzogiorno d'Italia arriva con un pesante
deficit infrastrutturale, economico e sociale.
Occorre dunque produrre una nuova politica di
integrazione economica e sociale: una nuova governance
capace di stimolare la crescita dell'economia
delle aree sottosviluppate.
Competitività, creatività, solidarietà
e autogoverno dovranno rappresentare concetti
fondamentali del programma dell'Alleanza per il
rilancio del Mezzogiorno.
Una nuova strategia di investimenti a sostegno
della debole economia meridionale che liberi le
energie, crei opportunità di crescita e
rilanci la competitività del Mezzogiorno.
Bisognerà consolidare il tessuto imprenditoriale
(soprattutto microimpresa), attrarre nuovi investimenti
e valorizzare le risorse del Mezzogiorno.
Occorre sostenere sempre di più il federalismo
fiscale e creare un sistema di incentivazione
fortemente orientato a sostenere obiettivi di
innovazione e ricerca allo scopo di riposizionare
a livello nazionale ed internazionale il sistema
produttivo del Sud.
La scelta del governo di procedere a compi di
maggioranza con l'introduzione della devolution
precisa maggiormente la vocazione antimeridionale
di alcuni settori della maggioranza, che considerano
il tema del trasferimento delle risorse nazionali
verso la parte più debole del Paese un
impaccio economico oltre che un punto di discrimine
politico. Con l'accelerazione della riforma costituzionale
che devolve poteri dallo Stato alle Regioni rischia
di essere messa seriamente sotto attacco l'unità
del sistema paese nel suo complesso: pensiamo
al rischio concreto che il servizio sanitario
nazionale venga frammentato e fortemente compromesso
con una differente qualità delle prestazioni
sociali tra una regione e l'altra. Non possono
coesistere differenti livelli sanitari, scolastici
e fiscali: ne perderebbe la capacità di
sviluppo e di crescita del Paese e si aprirebbe
ulteriormente una frattura tra Nord e Sud. La
devolution rappresenta l'obolo che Berlusconi
ha dovuto versare a Bossi per conservare l'accordo
di governo siglato nel 2001: ne pagheranno le
spese le giovani generazioni meridionali che vedranno
accentuate le disparità sociali ed economiche
rispetto ai propri coetanei di altre parti dell'Italia.
Fiscalità di vantaggio, semplificazione
amministrativa per le imprese e ricerca dovranno
rappresentare i punti fondamentali della strategia
del centrosinistra per il Mezzogiorno.
Questi temi dovranno ruotare intorno ad assi strategici
fondamentali: riduzione dell'IRAP per chi intende
sviluppare nuovi investimenti nel Sud; semplificazione
delle procedure amministrative della 488/92; ricerca
ed innovazioni dei processi produttivi.
E' necessario un nuovo sistema di accesso al credito.
A tal proposito bisognerà creare una nuova
strategia di connessione tra banche ed imprese
sia per la realizzazione di nuovi servizi che
per l'incentivazione alle imprese.
La razionalizzazione degli incentivi pubblici
alle imprese è stata trasformata negli
anni di governo delle destre in sottrazione di
risorse per gli investimenti nel Mezzogiorno.
Sono mancate in questi ultimi anni strategie complessive
e piani di investimenti mirati capaci di sollevare
le regioni meridionali dal tracollo economico.
In questo quadro, le giovani generazioni del Sud,
sono costrette a vivere nella precarietà
del presente e nella mancanza di prospettive future.
Per questo motivo l'idea di un diverso Mezzogiorno
rappresenterà una delle priorità
della Sinistra giovanile.
Bisogna rilanciare una specifica programmazione
negoziata per il Mezzogiorno e mettere in campo
una strategia che coinvolga soggetti pubblici
e privati in grado di favorire lo sviluppo delle
aree a basso reddito. Gli strumenti specifici
sono i patti territoriali, gli accordi di programma
e le intese istituzionali. Vanno costruiti strumenti
di welfare generazionali capaci di accompagnare
l'inserimento delle ragazze e dei ragazzi del
Sud nel mondo del lavoro. Sotto questo punto di
vista la proposta di legge di iniziativa popolare
per l'occupabilità dei giovani meridionali,
rappresenta un esempio di come costruire un nuovo
sistema di ammortizzatori sociali capaci di migliorare
le condizioni di vita delle giovani generazioni.
Bisogna, inoltre, intraprendere una nuova strategia
di investimenti delle risorse della comunità
Europea. La conclusione del processo di allargamento
crea nuove opportunità ma anche nuovi rischi
per le regioni Meridionali . Il 1 ° maggio
2004 doveva rappresentare , per le regioni del
Sud, la data di avvio di una nuova politica di
coesione italiana ed europea. L'entrata di altri
Paesi a basso reddito in Europa doveva comportare
un mutamento di prospettiva. In tale contesto,
si prospetta una diminuzione delle risorse comunitarie
per il mezzogiorno. Ecco perché oggi più
di ieri c'è bisogno, alla luce di questi
nuovi avvenimenti , di una nuova strategia complessiva
per affrontare i problemi di un mezzogiorno ricco
di capacità, spazi fisici ed economici
capaci rilanciare la competitività dell'Italia.
La sfida dei prossimi anni è quella di
europeizzare il mezzogiorno: rendere le regioni
del Sud protagoniste di una nuova stagione sviluppo
che colga la sfida dell'integrazione e della competitività.
La programmazione dei fondi strutturali europei
2007-2013 dovrà migliorare la qualità
degli interventi.
Bisognerà chiedere nuove politiche europee
e nazionali capaci di affrontare i fattori della
coesione interna del nostro Paese ed emarginare
i dualismi esistenti.
Il Mediterraneo, allo stesso tempo, rappresenta
un altro snodo fondamentale del futuro del sistema
economico meridionale: un'opportunità per
incrementare relazioni, culture, esperienze.
L'Europa, dopo la scommessa dell'allargamento
ad est, deve avere la capacità di puntare
sulla risorsa Mediterraneo: non solo un'area di
libero scambio da costruire entro il 2010, come
emerge dal Programma EuroMed, ma uno spazio di
iniziativa economica e politica, dove le relazioni
e gli scambi costituiscano volano di sviluppo
e di crescita di una parte del sud del mondo ancora
fortemente condizionata dalla povertà e
dalle guerre.
In sostanza è opportuno e necessario promuovere
la comprensione tra le culture e il riavvicinamento
tra i popoli, a maggior ragione per via della
presenza dei paesi del Magrheb e della Palestina
dentro il programma.
Mediterraneo come mare di pace e il sud del Paese
soggetto principale di un'interlocuzione destinata
a divenire sempre di più progetto di integrazione
e di sostegno.
Siamo convinti che la realizzazione di un nuovo
sistema di sviluppo del Sud passa attraverso una
nuova politica di coesione nazionale. Il Mezzogiorno
non come emergenza nazionale ma come grande opportunità
per il Paese. Non politiche speciali per ma politiche
nazionali in grado di tener conto le diversità
delle aree del nostro Paese. Non nuovi interventi
straordinari ma politiche ordinarie capaci di
rilanciare il sistema economico del nostro Paese.
Tesi
32 - Flessibilità, non precarietà:
i diritti
La
metamorfosi subita in questi anni dal mercato
del lavoro si è tradotta per le ragazze
ed i ragazzi italiani in precarizzazione della
propria esistenza, dilazione continua dei propri
tempi di vita, impossibilità di tradurre
le aspirazioni in risultati concreti.
Scrive l'Eurispes, nel rapporto Italia 2005: "la
flessibilità purtroppo in Italia è
stata interpretata come possibilità per
l'imprenditore di modificare in qualsiasi momento
le condizioni del rapporto di lavoro (e quindi
anche le modalità di cessazione dello stesso)
con il proprio dipendente e non come strumento
in grado di rendere flessibile l'organizzazione
stessa del lavoro".
Nel corso degli ultimi anni la classe dirigente
politica ed imprenditoriale italiana ha puntato
tutto sulla riduzione del costo del lavoro, immaginando
che questo automaticamente producesse crescita,
aumento dell'occupazione e competitività
dell'economia.
Così non è stato: al contrario,
nonostante i carichi fiscali sul lavoro in Italia
siano tra i più bassi di Europa, larga
parte del sistema-impresa italiano è tutt'altro
che capace di accogliere le sfide del mercato
globale, in quanto ha rinunciato da tempo a scommettere
su ricerca ed innovazione tecnologica.
Ormai i contratti flessibili sono diventati la
regola e non investono nemmeno più soltanto
i giovani al di sotto dei 25 anni, ma monopolizzano
la condizione professionale di un'altissima percentuale
di quarantenni.
In sostanza, l'atipicità del lavoro tende
a "cristallizzarsi", a diventare una
regola che diviene intergenerazionale e che inserisce
nella vita quotidiana elementi di incertezza enormi
ed, a volte, psicologicamente insormontabili.
Ne conseguono stati d'ansia, depressione, malattie
psicosomatiche, che, secondo l'Eurispes, sono
diventati un tratto permanente dello status dell'idealtipo
del lavoratore flessibile.
Ciò non è evidentemente colpa della
flessibilizzazione del mercato del lavoro in sé,
ma delle aberrazioni che sono state effettuate.
Ne è un esempio la legge 30, che fa dello
svilimento del lavoro e della precarietà
il proprio filo conduttore.
Per questo è necessario "dare un volto
umano alla flessibilità": precondizione
necessaria per questa svolta resta la cancellazione
della stessa legge 30, una vera e propria ipoteca
sul futuro delle giovani generazioni.
Evidentemente, è necessario garantire a
tutti i lavoratori, dipendenti o a collaborazione,
a tempo pieno o parziale, le stesse norme e le
stesse regole relative ai diritti, alla previdenza,
alla sanità e alla sicurezza.
Ciò significa estendere il diritto alla
contribuzione anche ai lavoratori parasubordinati,
nonché il diritto e il sostegno al congedo
parentale nel lavoro autonomo, parasubordinato,
atipico e discontinuo nonché nelle libere
professioni.
È necessario estendere il diritto all'accesso
al credito anche per queste categorie di lavoro,
per poter permettere a tutti i lavoratori di poter
accedere all'acquisto di un immobile e agevolare
l'uscita dal nucleo familiare.
Se la flessibilità che si traduce in precarietà
è un problema per tutti, lo è in
particolare per le giovani donne, costrette in
un mondo del lavoro che non permette di conciliare
vita familiare e carriera professionale e che
soprattutto non riconosce nella maternità
un valore aggiunto per la società e anche,
perché no, per le aziende stesse, come
avviene attraverso progetti aziendali negli Stati
Uniti e nei paesi del Nord-Europa.
Stipendi bassi, servizi sociali inesistenti fanno
sì che anche nelle zone più ricche
del Paese si creino processi di femminilizzazione
della povertà, ovvero donne che abbandonano
il lavoro per farsi carico della famiglia e che
impoveriscono l'intero Paese.
In quest'ottica, non è di certo di politiche
assistenzialiste che abbiamo bisogno: in primo
luogo va esteso l'obbligo all'astensione dal lavoro
in mesi di congedo per la maternità e la
garanzia del versamento dello stipendio pari all'80%.
Poi, è necessario costruire un sistema
di servizi, dagli asili nido alla rimodulazione
dei tempi di vita, alla codificazione di regole
certe e chiare per le pari opportunità
che permettano alle donne di costruire una flessibilità
a loro misura, in grado di conciliare la maternità
con la carriera. Questo è un paese dove
il "microwelfare" di cui si trattava
prima è più drammatico ed evidenzia
le mancanze del sistema centrale: spesso dietro
una madre che lavora c'è la parentela,
la solidarietà familiare che attutisce
l'inefficienza del sistema di stato sociale. Questo
si traduce in un binomio tra precarietà
e mancanza di tempo che non consente alla donna
di specializzarsi professionalmente o di cercare
un lavoro in un altro luogo.
Nel corso degli ultimi anni, il sindacato, la
Cgil in particolare, ha cominciato ad attivare
vertenze sui luoghi di lavoro per invertire la
tendenza di una progressiva destabilizzazione
del quadro di garanzie e di diritti.
Le lotte dei precari, dall'industria manifatturiera
ai call-center, dalle aziende informatiche alle
università, hanno fatto "rete"
e sono entrate stabilmente a far parte dell'agenda
sociale del Paese: tanti sono i giovani che le
animano, ma anche molti lavoratori ultraquarantenni
espulsi dal ciclo produttivo tradizionale che
sono stati costretti ad accettare un lavoro flessibile
e precario.
E' del tutto evidente che la legge 30 si configura
anche come un tentativo di indebolimento del sindacato
e della sua funzione di rappresentanza: il rischio
concreto che si corre è che la democrazia
sui luoghi di lavoro venga seriamente messa in
discussione, a cominciare dall'obiettivo di smantellare
definitivamente il contratto nazionale di lavoro.
La sinistra giovanile si oppone a questo tentativo,
perché il sindacato, con la sua funzione
storica di rappresentanza generale, resta uno
dei pilastri fondamentali di una democrazia moderna.
Tesi
33 - "La quadratura del cerchio tra sviluppo
economico e coesione sociale" (R. Dahrendorf)
È
questo oggi il compito della politica: non può
esservi quadratura del cerchio se non attraverso
una politica dello sviluppo che investa sulle
giovani generazioni, abolendo i corporativismi,
uniformando le condizioni di partenza, di accesso
e di successo per tutti nel percorso formativo
e professionale.
Alla politica spetta la costruzione di un'alleanza
tra le generazioni, tra coloro che hanno vissuto
un mondo del lavoro più stabile e coloro
che hanno l'incertezza come pane quotidiano, che
non si preoccupano della propria pensione, perché
la vedono come un diritto non più acquisito.
Non deve esistere più conflitto tra insider
protetti e outsider allo sbando: è necessario
ripensare ad un welfare diverso che unisca le
generazioni, attraverso uno sforzo comune per
identificare nuove tutele.
Vogliamo difendere lo statuto dei lavoratori,
una grande conquista democratica per il nostro
Paese, più volte messo in discussione dall'attacco
operato dalla destra italiana, a cominciare dal
tentativo di abolire l'art. 18.
Tentativo respinto dalla mobilitazione della Cgil
e di milioni di cittadini italiani, che chiaramente
si sono espressi per la difesa del diritto a non
essere licenziati senza "giusta causa".
La battaglia per i diritti, condotta nel corso
degli ultimi anni dalla sinistra e dal sindacato,
ha coinvolto più generazioni, ponendo fine
ad un dibattito falso fondato sul conflitto tra
padri e figli.
Allo stesso tempo, occorre mettere in campo uno
statuto dei nuovi lavori che introduca diritti
chiari ed esigibili per le nuove tipologie professionali
che affollano il mercato del lavoro: non è
più pensabile che le generazioni vivano
in due mondi diversi, che abbiano prospettive
e agi realmente differenti.
È necessario un welfare più efficiente,
più vicino ai bisogni reali delle donne
e degli uomini italiani, che abolisca il divario
tra l'innovazione dell'economia e il conservatorismo
delle istituzioni.
Per le donne poi, si tratta di una sfida ancora
maggiore: il nostro Paese continua a rimanere
un fanalino di coda: nelle imprese, negli atenei
e nel mondo della politica.
Le giovani donne si sentono ancora discriminate
a partire dal primo giorno di lavoro: si tratta
delle dimissioni in bianco in caso di maternità;
si tratta di tempi maschili per carriere maschili.
Troppe donne, più scolarizzate e preparate
dei loro colleghi maschi, vivono nei livelli intermedi
delle società e delle aziende senza poter
assumere ruoli realmente manageriali, se non a
patto di svilire e abbandonare la propria femminilità.
Servono servizi e tutele, servono enti locali
a servizio dell'empowerment delle donne. I nidi
non sono una prerogativa delle aziende: è
la società tutta che deve consentire ad
una donna di poter conciliare carriera e vita
privata.
Tesi
34 - Accelerare il cammino verso l'autonomia
Le
ragazze ed i ragazzi italiani restano in casa
sempre più a lungo: si tratta soprattutto
di una motivazione economica, legata alla precarietà
dei primi lavori, al basso livello salariale.
È necessario dare avvio ad una politica
seria in materia di locazioni che cominci fino
dagli anni universitari. Gli affitti sono costosissimi
in tutte le città universitarie: bisogna
che l'investimento sul diritto allo studio si
configuri anche come investimento sui beni ad
esso connessi, ovvero le locazioni e l'implementazione
delle case dello studente.
Inoltre, la domanda di abitazioni in affitto proveniente
dai ceti più deboli, oggi rappresentati
in particolare dai nuclei familiari di anziani,
immigrati, giovani, giovani coppie, famiglie monoreddito
che non riescono ad accedere alla proprietà,
e la crescente mobilità per motivi di studio
e di lavoro, si scontrano con un'offerta esigua
che peraltro si attesta su redditi molto elevati.
Oggi è necessario aumentare la quantità
degli alloggi in affitto, attraverso un'offerta
aggiuntiva a canoni moderati ed a canoni sociali,
collocata nelle aree territoriali a maggiore tensione
abitativa.
Va cioè superata una visione assistenzialistica
considerando invece la politica abitativa come
un aspetto delle politiche per lo sviluppo e l'occupazione
e la competitività dei sistemi economici.
È necessario che possano accedere al credito
per l'acquisto di immobili anche i lavoratori
parasubordinati, senza dover ricorrere alle garanzie
dei genitori.
Crediamo che sia utile istituire un Fondo nazionale
per la casa e la riqualificazione urbana: un fondo
per finanziare la realizzazione di programmi per
aumentare la dotazione di abitazioni sociali e
agevolati in affitto. Inoltre, per aumentare il
Fondo sociale di sostegno all'affitto per le famiglie
a basso reddito; rilanciare il mercato dell'affitto
puntando in particolare sui programmi di recupero
del patrimonio degradato; modulare l'intervento
pubblico, sia sottoforma di contributi a fondo
perduto agli operatore del settore sia di incentivi
e disincentivi fiscali. Per questo motivo, il
tema del diritto alla casa è uno dei punti
del nostro progetto di legge di iniziativa popolare
e parlamentare "Accesso al Futuro".
Tesi
35 - La libertà di essere e di amare
"E'
giunto finalmente il momento di porre fine, una
volta per tutte, all'intollerabile discriminazione
che molti spagnoli soffrono a causa delle loro
preferenze sessuali", "Omosessuali e
transessuali meritano la stessa considerazione
pubblica degli eterosessuali e hanno il diritto
di vivere liberamente la vita che hanno scelto";
per questo motivo intendiamo "modificare
il codice civile per riconoscere loro, in segno
di uguaglianza, il diritto al matrimonio, con
le conseguenze in materia di successione, diritto
del lavoro e della sicurezza sociale". Con
queste parole Luis Zapatero si è rivolto
alle corti spagnole nel discorso di insediamento
del suo Governo.
In Europa la stagione delle Risoluzioni ha ceduto
il passo ad atti più concreti, come l'inserimento
nel Trattato Costituzionale Europeo del divieto
di discriminazione sulla base dell'orientamento
sessuale e del diritto a costituire una famiglia
fuori dal matrimonio o la Direttiva 78/2000 sulle
discriminazioni sul lavoro.
Dodici paesi europei (Olanda, Belgio, Danimarca,
Norvegia, Svezia, Finlandia, Francia, Germania,
Islanda, Portogallo, Ungheria, Lussemburgo) riconoscono,
in varie forme, i diritti delle coppie gay e lesbiche
ed altri cinque (Spagna, Gran Bretagna, Svizzera,
Croazia, Repubblica Ceca) si stanno apprestando
a farlo.
La battaglia per il riconoscimento dei diritti
civili e delle libertà individuali di tutti
gli uomini e le donne e la battaglia contro le
discriminazioni sessuali, contro i pregiudizi
che colpiscono la comunità glbt segnano
in Europa e nel mondo dei significativi successi.
Nel nostro Paese, al contrario, una destra oscurantista
e omofoba, rallenta il percorso di piena integrazione
europea dell'Italia sui temi legati al riconoscimento
dei diritti delle persone omosessuali.
Un esempio concreto è la normativa italiana
derivata dalla direttiva europea sulle discriminazioni
sul lavoro, che anziché affermare il diritto
alla non discriminazione ha rappresentato una
vera e propria legittimazione dei comportamenti
vessatori e discriminatori.
Non a caso il volto europeo del Governo Berlusconi
coincide con la bruciante sconfitta di Rocco Bottiglione,
il simbolo di una destra provinciale e estranea
alla cultura dei diritti propria della società
europea.
La Sinistra giovanile è da sempre al fianco
del movimento omosessuale italiano e di tutta
la comunità glbt nella sua battaglia politica
e culturale per affermare e estendere i diritti
delle persone omosessuali, perché siamo
convinti del valore generale delle rivendicazioni
che abbiamo sostenuto nei tanti Pride in giro
per l'Italia, contribuendo al lavoro del CODS
e collaborando attivante con l'ArciGay, da ultimo
nella grande campagna a sostengo della proposta
di istituzione del Pacs, il patto civile di solidarietà.
La libertà è un valore che si afferma
riconoscendo ad ogni essere umano il pieno diritto
di vivere la propria sessualità, i propri
affetti, di declinare come sente il significato
delle parole amore, famiglia, di vivere liberamente
la propria vita.
Siamo particolarmente soddisfatti della scelta
coraggiosa e nitida con cui il nostro Partito
ha deciso di fare propria la proposta di legge
di istituzione del Pacs, presentata da Franco
Grillini, e di renderla parte fondamentale del
nostro programma politico e di Governo.
Oggi riteniamo che le priorità della nostra
iniziativa debbano concentrarsi da un lato nella
rivendicazione di maggiori diritti, a partire
da una vera e efficace normativa anti discriminatoria,
oltre che ovviamente per l'introduzione del Pacs
come proposta qualificante di tutto il programma
di Governo della Federazione e dell'Alllenza prima
e per la sua trasformazione in legge nei primi
cento giorni del nostro futuro Governo, dall'altro
dobbiamo riprendere e dare maggiore impulso alla
nostra iniziativa politica su altri due temi:
la lotta contro l'AIDS e una seria attività
didattica di educazione alla sessualità.
Nel nostro Paese sono scomparse tutte le iniziative
di sensibilizzazione e di informazione contro
la diffusione dell'AIDS: occorre porre al centro
della nostra proposta programmatica la riduzione
del costo dei preservativi, l'introduzione di
distributori in tutte le scuole e i locali pubblici,
un'efficace campagna informativa che sia definita
di concerto con le associazioni impegnate nella
lotta alla diffusione di questa malattia.
Nelle scuole dovremo continuare e incrementare
il nostro impegno contro le discriminazioni ai
danni dei più giovani, contro un'idea di
scuola che demonizza la libera scoperta di sé,
la piena consapevolezza della propria identità
sessuale, lasciando troppo spesso le ragazze e
i ragazzi omosessuali in balia di violenze e discriminazioni
intollerabili.
Tesi
36 - Dall'attacco alla libertà delle donne,
l'attacco alla laicità
È
evidente che c'è da parte di questo governo
un tentativo di mettere seriamente in discussione
il principio della laicità dello stato.
Quello che è più subdolo è
le donne sono ancora un campo aperto da utilizzare
come avamposto per sferrare l'attacco alla libertà.
Ne è un esempio la legge sulla fecondazione
assistita , una vera e propria aberrazione scientifica,
che riduce le donne a pezzettini nella morale
che vuole i bambini nati in famiglia - possibilmente
la famiglia tradizionale di una volta. Si tratta
di una vera e propria aberrazione scientifica;
una legge fondata sulla base di un'etica che lo
Stato ha ritenuto di darsi, mutuandone i principi
dalla Chiesa di Roma.
Ma dove si vede, neanche nella cattolicissima
Spagna, neanche in paesi cristiani o addirittura
cattolici, un parlamento che espropria la donna
del diritto di disporre del proprio futuro e del
proprio corpo?
Perché deve toccare solo a noi questo tristissimo
privilegio?
Si tratta di una legge "burka", quando
la questione principale è garantire attraverso
lo strumento legislativo un'architettura coerente
ai bisogni delle donne e degli uomini che vivono
in questo Paese.
Crediamo che i punti fondamentali siano tre.
Il primo: quello di rispondere al problema della
sterilità di coppia. Un problema diventato
malattia dal momento che è in costante
aumento. Non è questa la sede per discutere
se questa sofferenza sia motivata o immotivata,
logica oppure illogica. C'è chi può
fare della mancanza dei figli anche un arricchimento,
e certamente la situazione varia da persona a
persona. Ma certamente, procreare è un
diritto, e l'adozione non rappresenta una risposta
al problema laddove avere figli è per uomini
e donne un elemento fondante e fondamentale della
vita stessa.
Il secondo punto è la salute della donna.
Non si tratta di stabilire se l'embrione sia semplicemente
nel ventre della madre o se sia cosa sua. Piuttosto,
ogni intervento sul feto è un intervento
sulla madre, e ogni intervento sulla madre è
un intervento sul feto.
Solo la donna potrà decidere se sottoporsi
o non sottoporsi a terapie o interventi per tutelare
il suo diritto alla vita e alla salute. È
aberrante quanto sancito all'articolo 14, laddove
si dice che le tecniche di produzione degli embrioni
non devono creare un numero di embrioni superiore
a quello strettamente necessario ad un unico e
contemporaneo impianto, e comunque non superiore
a tre.
È evidente la mostruosità di costringere
la donna a sottoporsi a cicli di stimolazione
ormonale e prelievo di ovociti senza prendere
assolutamente in considerazione il rischio che
ne consegue. Peraltro, la pretesa di voler eliminare
il controllo sugli embrioni allo scopo di verificare
la presenza di malattie genetiche e poter quindi
selezionare solo embrioni sani è un limite
per le coppie che si asterrebbero dal procreare
nel dubbio di trasmettere tali malattie.
Il terzo punto è rappresentato dalla necessità
di garantire il diritto alla maternità
e alla paternità per tutti. Non è
pensabile in un paese laico che ad accedere alla
fecondazione assistita siano escluse: la coppia
non convivente, la coppia omosessuale, la donna
sola, la donna in età non fertile, la vedova,
come sancito
all'articolo 5. Va detto che questo non rappresenta
di certo una scelta a favore della vita, anzi:
si sancisce un criterio arbitrario nella definizione
del principio di qualità della vita stessa.
Oltretutto, quale ipocrisia: chi può regolare
il fatto che una donna feconda decida di fare
un figlio con un rapporto occasionale o utilizzando
"un amico solidale" per raggiungere
il suo obiettivo?
Sempre su questo punto è gravissimo il
divieto alla fecondazione eterologa, poiché
esclude dall'aiuto medico tutte quelle forme di
impossibilità di procreare dovute alla
sterilità dell'uomo, determinando una discriminazione
radicale tra la coppia abbiente e quella meno
abbiente, tra quella che può permettersi
viaggi di speranza in quei paesi in cui tali tecniche
sono civilmente consentite.
A questo punto, è necessario che questa
legge si cancelli, ma è anche necessario
che si costruisca un assetto normativo legislativo
snello, degno di un paese laico, in cui convivono
religioni, storie e passati diversi, che considerano
la vita in maniera differente e ne sanciscono
l'inizio secondo le proprie tradizioni.
In questo paese l'integralismo aveva perso tutte
le sue battaglie. I movimenti femminili e i movimenti
di coscienza collettiva di donne e di uomini hanno
portato all'approvazione della legge sul divorzio
e poi quella sull'aborto.
Ma questa è l'ennesima testimonianza che
questo governo viaggia anni luce indietro rispetto
alle esigenze degli uomini e delle donne che rendono
grande questo Paese.
Un Paese in cui i matrimoni finiscono quando non
ci si ama più, in cui i giovani fanno uso
di contraccettivi anche durante il Giubileo papale,
in cui le ragazze - pur confidando in Gesù
- prendono la pillola e ricorrono, quando è
necessario, all'aborto.
Questo è un paese in cui credere a un Dio
è una questione privata.
Ma certamente nessuno crede più a un Dio
che costringe a vivere nei disagi e nella miseria
economica, culturale e umana; a un Dio che costringe
a vivere nell'ipocrisia che circonda le coppie
di fatto, che discrimina le donne e gli uomini
in base ai propri orientamenti sessuali.
Impedire poi il progresso della ricerca sulle
cellule staminali e sulla clonazione degli organi
è un'aberrante testimonianza dello strapotere
del clericalismo nella politica, della scienza
che si fonde con l'ideologia.
Per questo, la raccolta di firme per il referendum
ha raccolto così tante adesioni: adesioni
trasversali agli schieramenti politici, all'età
e al sesso. Coscienze libere, che sentono questo
problema sulla propria pelle, che non vogliono
certamente il Far West ma un'architettura legislativa
efficace che garantisca la donna, che sancisca
il diritto alla maternità e alla paternità
per tutti, che faccia innovazione nel campo della
ricerca.
Uno strumento legislativo che vada oltre il conflitto
tra i "distruttori della dignità umana"
da un lato e i "nemici oscurantisti di stampo
medievale" dall'altro, ma che sia veramente
coerente con i diritti delle donne e degli uomini
nel nostro Paese.
Il fatto che il Governo abbia deciso di costituirsi
di fronte alla Corte Costituzionale, e certamente
questo rappresenta un fatto grave.
Qualora, come è oramai probabilissimo,
dovessimo giungere al referendum senza aver trovato
nessuna soluzione legislativa, dobbiamo condurre
la campagna in modo serio, che faccia i conti
con il paese in cui viviamo, un paese in cui la
convivono religioni diverse, culture, storie e,
in una materia così delicata, sensibilità
contrastanti. Dobbiamo fare quadrato sulla necessità
di rispondere ad un problema, quello della sterilità
di coppia. Avere figli è un diritto delle
donne e degli uomini di questo paese. Ovviamente,
dobbiamo aprirci al tema della ricerca. In Inghilterra,
il paese su questo più avanzato, considera
un periodo pre-embrionale di 14 giorni, una finestra
di cui la ricerca di avvale. Non a caso si tratta
del paese più progredito in materia di
ricerca in questo campo.
Ma più di tutto, dobbiamo dare il senso
di una battaglia culturale, e non di una crociata,
che faccia capire al paese che questo governo
per attaccare le libertà di ognuno, la
laicità, sta partendo proprio dalle donne
Tesi
37 - Da immigrati a cittadini
Gli
immigrati in Italia rappresentano ormai il 5 per
cento della popolazione: un numero destinato a
crescere ulteriormente dinnanzi al declino demografico
del paese, con un processo di invecchiamento della
popolazione che porterà entro il 2025 le
persone over 65 ad essere quasi 16 milioni a fronte
di un ridimensionamento secco delle persone in
età lavorativa.
Il sistema-paese, la sua economia, il suo ciclo
produttivo ha bisogno, dunque, di immigrati, checché
ne dica la destra italiana che con la legge Bossi-Fini
ha introdotto enormi restrizioni all'ingresso
di nuovi cittadini dentro i nostri confini.
E' un processo che non si può fermare,
che non può essere considerato alla stregua
di un fenomeno congiunturale: nei prossimi anni
altri migranti busseranno alle porte dei nostri
paesi, di condividere un sistema di valori e di
benessere, di poter concorrere alla crescita ed
allo sviluppo della nuova Europa.
Non è immaginabile, come fa la destra italiana
ed europea, blindare le frontiere e costruire
reti di discriminazione dentro le nostre società.
Bisogna aprire le porte ad una nuova stagione
della cittadinanza, con al centro un bagaglio
di diritti e di opportunità di integrazione
per le tante persone che popolano le nostre città
e contribuiscono all'economia del nostro Paese.
Per questo respingiamo l'intero impianto della
legge Bossi-Fini che lega la concessione del permesso
di soggiorno per ciascun immigrato al possesso
esclusivo del contratto di lavoro: è una
norma ingiusta, perché non considera i
possibili periodi di disoccupazione e perché
indirettamente pone l'immigrato di fronte all'obbligo
di scelta tra la clandestinità e il reimpatrio.
Il reato di immigrazione clandestina e l'introduzione
dell'obbligo di impronte digitali per gli immigrati
extracomunitari che entrano nel nostro Paese contribuiscono,
inoltre, ad accrescere la venatura fortemente
ideologica e reazionaria di questa legge.
Una sorta di manifesto politico della destra xenofoba
e razzista che governa il nostro Paese, un prodotto
ideologico dell'11 settembre e dell'ossessione
securitaria ed identitaria, adeguatamente alimentata
da gran parte del sistema mediatico, che da quel
drammatico attentato terroristico ne è
conseguita.
Noi chiediamo che questa legge ingiusta venga
abrogata e si inizi a costruire una nuova politica
dell'immigrazione basata sull'accoglienza e sul
diritto di cittadinanza.
Da questo punto di vista, non si può non
prescindere dal tema della chiusura dei Centri
di Permanenza Temporanea, dove gli immigrati in
attesa di espulsione vengono reclusi, che rischiano
di assumere i contorni di vere e proprie carceri,
senza assistenza umanitaria e diritti civili.
Allo stesso tempo, occorrono scelte politiche
nette sul tema del diritto al voto agli immigrati,
come propone la Campagna "Fratelli d'Italia"
promossa dai Ds, oltre che interventi attivi sul
territorio, a partire dall'introduzione di "Patti
territoriali di sviluppo ed integrazione sociale"
che, con il contributo di enti locali, associazioni,
sindacati, soggetti imprenditoriali individui
nell'ambito delle politiche di sviluppo il fabbisogno
di lavoratori stranieri, politiche di cooperazione
decentrata con i paesi di provenienza dei migranti,
misure di integrazione sociale a partire dall'istruzione
e dall'assistenza sanitaria.
Ma un'altra frontiera di lavoro e di iniziativa
politica resta l'Europa: siamo d'accordo con chi,
ARCI e CGIL innanzitutto, ha posto il problema
di inserire dentro il Trattato costituzionale
europeo il principio della cittadinanza di residenza,
ovvero la possibilità per 15 milioni di
cittadini extracomunitari che vivono, lavorano
e producono nei paesi dell'Unione di poter essere
considerati cittadini europei a tutti gli effetti.
La Sinistra giovanile dovrà porsi l'obiettivo
di essere la prima organizzazione politica interetnica
e multiculturale del nostro Paese.
La cittadinanza politica è la sfida che
noi dobbiamo interpretare, offrendo spazi e opportunità
di protagonismo alle giovani generazioni di migranti
che vivono nel nostro Paese.
Tesi
38 - Legalità
L'ottimismo
che, poco più di tre anni fa, ci faceva
prevedere la costruzione di una nuova stagione
della legalità, oggi sembra essere scomparso.
E non per la mancanza di entusiasmo, di passione,
di volontà. Semplicemente perché
gli scenari di questi anni inducono a pensare
che questa sia diventata una battaglia d'elite,
una questione riguardante pochi interessati, i
"soliti" relatori di un dibattito eterno
sulle colpe della politica, sulle responsabilità
dei mass media, sulle difficoltà del mezzogiorno.
La battaglia per la legalità, l'avvento
di una nuova "questione morale" non
riguarda esclusivamente la lotta alle mafie, ma,
in generale l'illegalità diffusa nelle
pratiche politiche ed economiche del nostro Paese.
La continua disputa tra garantisti e giustizialisti,
in questo Paese è viziata dai numerosi
provvedimenti giudiziari, arresti, processi, condanne
che riguardano esponenti di entrambi gli schieramenti,
ma che sono nettamente predominanti tra le fila
del centrodestra.
La sinistra italiana, si trova così tra
due fuochi: da un lato la propria, naturale propensione
garantista, ed i colpi di una destra priva di
un minimo senso dello stato, che da più
di un decennio, ormai calunnia, attacca, delegittima
la magistratura.
In un Paese imbambolato da un sottile regime mediatico,
la "spinta propulsiva" dei primi anni
'90, data dal crollo della prima repubblica sotto
i colpi della lotta alla corruzione, sembra esaurita
ormai da tempo.
Nella memoria collettiva è rimasto ben
poco, solo, forse, qualche immagine dei processi,
Di Pietro, D'Ambrosio, Forlani, Cusani, i volti,
sguardi
ma in pochi ricordano le accuse,
le condanne, le sentenze.
Tutto spazzato via da un'informazione troppo superficiale,
e da una classe politica che aveva solo voglia
di dimenticare e far dimenticare.
Ma, d'altra parte questo è un Paese dove
troppo spesso, la voglia di dimenticare, e l'abilità
di insabbiare, hanno fatto voltare pagina in fretta.
E senza scomodare stragi di stato, o, appunto,
il crollo dei partiti della prima repubblica,
solo negli ultimi 4 anni abbiamo visto sparire
dalle cronache una vicenda gravissima come quella
di Genova, e della morte di Carlo Giuliani, che
ancora grida giustizia, e abbiamo assistito alla
continua mistificazione da parte di tutti(meno
uno) i tg, e di tutti(meno un paio)i quotidiani
nazionali, delle sentenze dei processi(ad es.
quella che riconosce Andreotti colpevole di relazioni
con Cosa Nostra fino al 1980, o quella che riconosce
come corruttore Silvio Berlusconi, entrambi graziati
dalla prescrizione)contro uomini di potere.
E mentre si distrae l'opinione pubblica dai veri
risultati dei processi eccellenti, si lavora alla
demolizione del sistema giudiziario italiano.
Le cosiddette riforme della giustizia approvate
in parlamento, anziché affrontare i problemi
della giustizia italiana, ovvero la sua lentezza,
il suo classismo(ricordiamo che il censo e lo
status sono ancora, purtroppo, rilevanti in un
processo), le carenze di uomini e di mezzi(persino
della cancelleria minima per lavorare), tendono
esclusivamente a portare i pubblici ministeri
sotto il controllo politico, ed ad indirizzarne
le priorità dell'azione penale.
E se l'illegalità diffusa è tanto
cresciuta in questo Paese, riteniamo che grandi
siano le responsabilità dell'attuale governo.
I proclami, le prese di posizione, la delegittimazione
dei magistrati, le leggi ad hoc fatte dalla destra,
sono all'origine di un senso di generale impunità,
che hanno portato, tra le altre cose, al ritorno
in grande stile della corruzione, ed alla crescita
del dominio delle mafie.
L'emergenza criminalità si ritrova nell'agenda
politica solo per i sanguinosi fatti di Napoli,
mentre le mafie che da 10 anni, in silenzio, continuano
a fare affari, ad aggiudicarsi appalti, a controllare
il territorio, a riscuotere il pizzo, non sembrano
destare preoccupazione.
Anzi, in qualcuno(in troppi) destano persino interesse.
Pare(così suggerisce la seconda sezione
del tribunale di Palermo) che il fondatore di
Forza italia, nonché manager di pubblitalia,
nonché braccio destro di Berlusconi, Marcello
Dell'Utri, abbia gestito per trent'anni, per conto
di Cosa Nostra i rapporti con il mondo della politica
e degli affari, e negli ultimi anni con la principale
forza dell'attuale governo, dopo aver portato
ad arcore il boss mangano per difendere l'allora
imprenditore milanese,dai ricatti degli altri
boss.Questo spiega, forse, come mai in Sicilia
da tanto tempo non si uccide più, ma la
mafia è sempre più presente.
Infatti, in questo ultimo decennio, la criminalità
organizzata è tornata(se mai ne era uscita)
con forza nei palazzi del potere. A volte tramite
voto di scambio, a volte con una propria rappresentanza
diretta. D'altra parte, la principale differenza
tra l'associazione mafiosa e qualunque altra associazione
a delinquere sta proprio nel suo continuo intrecciarsi
col mondo degli affari e della politica.
Non esiste mafia senza collusione.Tutto questo
ci porta ad una conclusione.
Per una sentenza penale, che sia di condanna o
di assoluzione ci vogliono anni. Deve essere stato
commesso un reato. E la colpevolezza deve essere
provata, e le prove devono essere sufficienti.
Ma se un rappresentante delle istituzioni, incontra,
discute, intrattiene rapporti non occasionali
con un mafioso, o un camorrista, per esprimere
un giudizio politico, è forse necessario
attendere una sentenza?
O forse si può, se tutto questo è
provato, affermare che non occorre commettere
reati, perché un politico frequentatore
di mafiosi debba essere allontanato dalla propria
carica?
La responsabilità politica è diversa
dalla responsabilità penale. Può
precederla e può esserci anche in mancanza
di quest'ultima. E' per questo che crediamo che
tutte le forze politiche dovrebbero munirsi di
anticorpi per espellere chiunque si macchi di
comportamenti simili.
Ed è sempre compito della politica comunicare
ai cittadini un senso di rispetto della legalità,
delle sentenze, delle regole del vivere comune.
Ma
la politica deve anche sapersi aggiornare, perché
in questi anni le mafie sono cambiate, si sono
evolute, si sono internazionalizzate, sono entrate
in pieno nei meccanismi del mercato e della globalizzazione.
Riciclaggio di denaro, tratta degli esseri umani,
traffico di stupefacenti, di sostanze dopanti
e di rifiuti, le cosiddette ecomafie.
Ecco alcuni dei volti con cui si presentano oggi
le organizzazioni criminali.
Per quanto riguarda il riciclaggio di denaro,
oltre ai tristemente noti paradisi fiscali, dove
è possibile depositare denaro di provenienza
misteriosa, oggi bisogna stare attenti anche a
quel che accade in Europa.
La libera circolazione di merci, uomini e capitali,
è infatti un ghiotto terreno per le mafie,
che, infatti, si inseriscono tra le pieghe delle
differenti leggi nazionali, e, in mancanza di
efficaci normative comunitarie, riescono a far
sparire e quindi riciclare i guadagni illeciti.
A questo proposito è doveroso ricordare
che la legge italiana sul rientro dei capitali
dall'estero in forma anonima, alimenta non poco
questo sistema.
Considerando che il FMI ha stimato tra il 2% ed
il 5% del prodotto mondiale, l'ammontare dei proventi
del riciclaggio, riteniamo essenziale una politica
di contrasto europea che impedisca che alcuni
stati, con la propria legislazione, vanifichino
l'impegno degli altri.
E la costruzione di uno spazio giuridico europeo
forte, con possibilità di coordinamento
delle forze dell'ordine, di una più semplice
collaborazione tra le magistrature( ricordiamo
sempre la via del gambero intrapresa dall'Italia
con la legge sulle rogatorie internazionali),
con la costituzione di superprocure trasnazionali
che possano combattere sullo stesso piano delle
mafie è fondamentale.
Ed è questa la strada per impedire che
nelle nostre palestre i ragazzi vengano a contatto
con sostanze che, col pretesto di migliorarne
le prestazioni.
Se l'attenzione sul mondo del doping è
rivolta solo ai noti campioni sportivi, la vera
emergenza è senza dubbio lo spaccio, diffusissimo,
tra i giovani, che, non sufficientemente assistiti
ed informati, rischiano, spesso la propria vita
per inseguire modelli imposti dalla pubblicità.
E tanto, sempre a livello europeo, si dovrebbe
fare per combattere un traffico illecito di rifiuti,
che, oltre a minacciare la salute dei cittadini,
porta nelle tasche della criminalità circa
15 miliardi di euro ogni anno.
Ma, sicuramente, la più agghiacciante attività
internazionale delle mafie è il traffico
degli esseri umani.
Questo affare, garantisce ogni anno tra i 7 e
i 13 miliardi di euro l'anno.
Sfruttando le frontiere chiuse dell'Europa, i
trafficanti ingannano i migranti, che, disperati,
si affidano(spendendo normalmente tutto ciò
che hanno)a queste persone e, quando riescono
ad entrare illegalmente, si ritrovano nelle mani
delle mafie.
Alcuni, riescono, con anni di lavoro, a riscattarsi.
I meno fortunati diventano veri e propri schiavi,
e si ritrovano a lavorare(in nero), spacciare,
rubare, prostituirsi, a volte a dover vendere
i propri organi, sotto ordine del padrone.
Di fronte a questi orribili crimini, è
doveroso intervenire con politiche di sviluppo
ed autentica emancipazione dei paesi poveri, e
con politiche di informazione, accoglienza, protezione
ed assistenza nei confronti delle vittime.
Queste nuove mafie, dunque, privilegiano, all'omicidio
ed alle stragi, la tranquillità di fare
affari nel silenzio e nell'indifferenza.
Nel nostro Paese, questa situazione ci ha portato
ad un'emergenza di tipo economico, che bisogna
sapere analizzare ed affrontare: il controllo
dell'economia, soprattutto nel mezzogiorno, frena
il naturale sviluppo, e danneggia le popolazioni.
Le mafie controllano il territorio tramite le
estorsioni, si impongono come protettori, e finiscono
per controllare ed imporre le scelte economiche
a commerciante ed imprenditori, avvelenando l'anima
stessa del commercio.
Le ditte mafiose, da sempre, si aggiudicano gli
appalti e gestiscono le risorse idriche, costruiscono
strade, case, strutture di ogni tipo con materiali
scadenti, per poi gestirne la manutenzione. Costringono,
con il potere colluso, le popolazioni del mezzogiorno
ad un continuo bisogno di favori e protezione.
Questo enorme freno allo sviluppo è, innanzitutto,
un danno per i cittadini più giovani.
E' per questo che oggi più che mai, la
lotta per la legalità e l'emancipazione
dalle mafie si inserisce nella questione generazionale
che la sg vuole porre.
Come organizzazione dobbiamo continuare la nostra
battaglia fuori e dentro il partito perché
questa sia vissuta come una priorità nell'impegno
politico del centrosinistra.
Una nuova questione morale, la lotta al racket,
una politica europea di contrasto alla criminalità
organizzata, ma, soprattutto, un'idea pulita della
politica e della società, devono essere
non solo un punto della nostra agenda di governo,
ma lo spirito che ne permea il progetto, che caratterizza
la nostra proposta di governo del Paese.
Il ritorno del centrosinistra al governo dovrà
cancellare le leggi vergogna, dovrà ridare
dignità alla magistratura e a chi lotta
ogni giorno per una società libera dalla
corruzione e dalla connivenza.
Infine, la Sg si impegna ad intensificare i già
importanti rapporti con Libera, di cui, da sempre,
facciamo parte.
Fin da quando è nata Libera è stata
un grande contenitore di uomini, donne, idee,
associazioni, storie e vite.
Il suo lavoro nelle scuole(ostacolato dal ministro
Moratti), per l'educazione alla legalità
è stato, in questi anni essenziale.
Dobbiamo lavorare nella direzione di un maggior
coinvolgimento di Libera negli spazi frequentati
dai nostri compagni, nelle scuole superiori, nelle
università.
Inoltre, proprio grazie agli sforzi di Libera,
oggi è possibile il riutilizzo dei beni
confiscati ai mafiosi. Si tratta di beni sparsi
su tutto il territorio nazionale, terreni ed edifici
di cui la società si riappropria.Già
da alcuni anni, nascono imprese sociali, e cooperative,
che gestiscono questi beni( anche privilegiando
il coinvolgimento di soggetti sociali deboli,
come portatori di handicap o ex detenuti) portando
ad un risultato concreto, tangibile, la lotta
alle mafie.
Tramite l'affidamento di un bene, è dunque
possibile dare la possibilità
a tanti giovani di tentare di costruire una piccola
impresa, pulita, che coniughi, l'impegno per la
legalità, ad un'idea, sana, di sviluppo.
Tesi
39 - Ordine e disciplina: l'ideologia della destra
sulle droghe
Da
quando questo Governo ha avviato la propria campagna
ideologica sul tema delle droghe abbiamo assistito
alla criminalizzazione dei consumatori, in particolare
di quanti consumano droghe leggere, alla destrutturazione
di tutte le buone pratiche di recupero dei tosscidipendenti
e di riduzione del danno costruite in decenni
da associazioni e strutture sanitarie, abbiamo
assistito alla scomparsa della lotta contro le
droghe sintetiche e le nuove forma di dipendenza
che queste introducono.
Le droghe sono per la destra una battaglia identitaria
e ideologica, che viene condotta senza la minima
connessione con un quadro di analisi reale della
diffusione e dell'evoluzione del consumo e delle
dinamiche criminali che ad esso sono legate.
La legge Fini-Sirchia segna il punto più
alto di escalation ideologica e mediatica fin
qui raggiunto, insieme all'introduzione del nuovo
dipartimento per il coordinamento dell'azione
antidroga presso la Presidenza del Consiglio:
considerare cioè la tossicodipendenze e
il consumo saltuario come questione di pericolosità
sociale, di ordine pubblico, di semplice criminalità
o, in ogni modo, dalla prevalente componente penale,
e quindi di fatto posto sotto l'ombrello delle
politiche di sicurezza, non nell'alveo delle politiche
di inclusione sociale.
Oltre alla contrapposizione artificiosa fra pubblico
e privato, fra servizi pubblici e privato sociale
nell'ambito della prevenzione e del recupero,
il Governo si è scagliato contro i Sert,
tentando inutilmente una loro sostanziale delegittimazione.
I risalutati di questa politica proibizionista
e ideologica sono disastrosi.
Noi riteniamo che una seria politica di contrasto
delle dipendenze, non possa che partire da una
sostanziale depenalizzazione della figura del
consumatore.
Ribadiamo la necessità di una politica
antiproibizionista, di legalizzazione delle droghe
leggere, di inasprimento del contrasto al traffico
delle droghe pesanti e allo spaccio, per rompere
la contiguità e continuità del mercato.
Infine riteniamo necessario sottolineare, quale
priorità, la prevenzione e la sensibilizzazione
sulle droghe sintetiche, droghe sociali e a basso
costo che rappresentano, a nostro avviso, la più
grave minaccia oggi presente perché diffuse
e non circondate da un enorme allarme sociale
come le droghe pesanti.
È da questi tre temi: legalizzazione delle
droghe leggere, lotta alle droghe sintetiche e
alla criminalità che si arricchisce con
lo spaccio che occorrerà ripartire per
porre rimedio al disastro ideologico della destra.
Tesi 40 - Informazione
C'E'
UN'ARIA
E c'è un gusto morboso del mestiere d'informare,
uno sfoggio di pensieri senza mai l'ombra di un
dolore
e le miserie umane raccontate come film gialli
sono tragedie oscene che soddisfano la fame
di questi avidi sciacalli.
C'è un'aria, un'aria, ma un'aria che manca
l'aria,
C'è un'aria, un'aria, ma un'aria che manca
l'aria.
Lasciate almeno l'ignoranza
che è molto meglio della vostra idea di
conoscenza
che quasi fatalmente chi ama troppo l'informazione
oltre a non sapere niente è anche più
coglione.
Ah, ah, ah, ah, ah, ah.
Inviati speciali testimoniano gli eventi
con audaci primi piani, inquadrature emozionanti
di persone disperate che stanno per impazzire,
di bambini denutriti così ben fotografati
messi in posa per morire.
* Tratto da "Io non mi sento italiano"
- Giorgio Gaber
Lo sviluppo tecnologico del sistema comunicazionale
sta dettando nuove regole di accesso all'informazione.
Ognuno di noi ogni giorno è raggiunto da
una miriade di messaggi complessi provenienti
da diversi media che siano essi stampa, radio,
televisione o internet. Messaggi nell'apparenza
plurali, ma che nella sostanza non sfuggono al
filtro del potere mediale che, nella selezione
di ciò che è notiziabile e non,
creano un concetto parallelo di realtà.
Infatti, tutto ciò che non viene riprodotto
sulle colonne di un quotidiano o è sfuggito
all'occhio meccanico di una cinepresa, è
inevitabilmente escluso dalla percezione dell'opinione
pubblica. Così, i detentori delle chiavi
della comunicazione (uniti a quelli che gestiscono
l'economia) si apprestano a diventare i nuovi
"padroni" del mondo, avendo la possibilità
di tacere su ciò che ritenuto scomodo e
vendere per reale un format preconfezionato. La
stessa rete, miraggio della libera informazione,
non è stata in grado di rispondere alla
sfida del globale. Milioni di persone, per privazione
di mezzi o di conoscenze tecniche, ignorano quello
che la traversa, ivi incluse le voci alternative
che la abitano.
In Italia, come è noto, ad orchestrare
il sistema dei mass media sono le solite poche
persone, le stesse proprietarie (a volte indirettamente)
di agenzie assicurative, colossi industriali,
squadre di calcio e, non da ultimo, agenzie pubblicitarie:
la cartina tornasole della longevità degli
stessi mezzi. Precludere ad un media (indipendente)
gli introiti pubblicitari equivale, infatti, a
condannarlo a morte. Ma tra i giochi di potere
per il controllo dell'informazione sembra che
rientri anche il celato ricatto. E a volte qualcuno,
nel silenzio, scompare. Mentre godono di buona
salute le reti televisive dibattute in un inusuale
mono-duopolio tutto nazionale e in continua ascesa
(vedi legge Gasparri). Ed è proprio il
quinto potere a detenere il ruolo indiscusso di
leader. Entra prepotentemente nelle case degli
italiani e, con le sue immagini accompagnate da
voci fuoricampo, si offre come una finestra sul
mondo. Un mondo ovviamente parziale. Un mondo
mediato. Fatto di fotogrammi nuovi e vecchi che
si amalgamano. Fotogrammi selezionati dall'occhio
umano, secondo precise regole della comunicazione.
Fotogrammi vagliati dall'editore. Fotogrammi di
repertorio che si rispolverano all'occorrenza.
Fotogrammi sfuggiti di mano. Fotogrammi su misura,
cuciti ad hoc per ciò che deve apparire
come un grande evento.
Fotogrammi che inevitabilmente si fisseranno nella
memoria di ciascuno di noi costruendo una coscienza
critica addomesticata. Così per salvaguardare
i ricordi degli italiani, qualcuno ultimamente
ha provveduto a ripulire la nostra televisione,
epurandola da tutti quei personaggi e show men
non allineati come Enzo Biagi, Michele Santoro,
Daniele Luttazzi, Sabina Guzzanti, Massimo Fini,
Beppe Grillo, Paolo Rossi ecc. "Regime",
scrive Marco Travaglio nel suo ultimo libro.
Quindi, alle nuove generazioni non resta che crescere
all'ombra di programmi contenitori dove fanno
capolino Lecciso & Co. o reality che, a suon
di audience, inscenano il più basso braccio
di ferro tra (quello dovrebbe definirsi) il servizio
pubblico e Mediaset.
Anche l'informazione è a caccia di ascolti.
Scene sensazionali scorrono in sequenza nei nostri
Tg dove trovano spazio assieme alle proteste dei
cassaintegrati di Termini Imprese o i blocchi
dei lavoratori delle acciaierie di Terni, le sfilate
al Pitti o i mega concerti di Ramazzotti e Pausini.
Tutto offerto con la stessa enfasi, mitigata solo
dalla scansione temporale in scaletta. Non parliamo
poi dei tragici episodi come l'omicidio di Cogne,
il maremoto nel Sud Est asiatico o l'ultimo incidente
ferroviario di Crevalcore che, sfruttando l'onda
emotiva del pubblico, si accaparrano quasi l'intero
palinsesto. Per giorni, settimane finchè,
come si dice in gergo, "la notizia tiene".
Per giorni e settimane i cittadini sono bombardati
dalle stesse immagini. Dalle stesse voci che leggono
le stesse battute di agenzia. Travolti da un surplus
d'informazione che si frammenta e si polverizza.
Che si ripete oltre la soglia tollerabile, diventando
una sorta di anestetico. Ciò, è
visibile a livello microscopico analizzando l'andamento
mediatico di un singolo fatto, ma è percepibile
anche ad un livello macrodimensionale.
La quantità di informazione, seppur mediata,
che quotidianamente raggiunge una persona è
abnorme. Dall'sms al pc nessuno può sottrarsi
dal sapere come sta il mondo. Ma è proprio
da questa caduta a pioggia della notizia che subentra
l'indifferenza. Lo spettatore odierno, ipersollecitato,
è uno spettatore distratto e poco propenso
all'analisi. Scorre i titoli dei giornali in modo
innaturale a caccia di miserie umane e chiacchiere
stravaganti, soffermandosi nella lettura per poco
più dieci righe dalle quali si formerà
un'opinione utile per credere di essere "aggiornato"
su ciò che lo circonda. Non a caso un detto
popolare recitava "il troppo stroppia".
Infatti, anche avere troppa informazione, che
a volte non è neppure informazione, è
per lo più non sapere niente.
Così si spegne anche l'ultima utopia che
allo sviluppo tecnologico corrispondesse a uno
sguardo più libero sul mondo: ancora una
volta la "modernizzazione" comunicativa
è stata surclassata a strumento di controllo.
Tesi
41 - Il consumo critico
"Comprare
un pacchetto di spaghetti al supermercato può
voler dire finanziare l'industria degli armamenti
e acquistare un barattolo di pelati può
contribuire allo sfruttamento dei braccianti africani
da parte di una multinazionale: ogni acquisto
non consapevole può trasformare il consumatore
in complice di imprese che possiedono fabbriche
di armi, piantagioni o industrie dove si sfruttano
i più svantaggiati, aziende inquinanti,
oppure che evadono le tasse o maltrattano gli
animali. Scegliere un prodotto con la consapevolezza
che dal punto di vista sociale e ambientale non
sia condannabile significa chiedersi, ad esempio,
se la tecnologia impiegata per farlo sia ad alto
o basso consumo energetico, quanti e quali veleni
siano stati usati durante la sua fabbricazione,
quanti ne produrranno poi il suo utilizzo e il
suo smaltimento, in quali condizioni di lavoro
sia stato ottenuto e che prezzo sia stato pagato
alla manodopera.
Invece di farsi semplicemente condizionare dalla
pubblicità, i consumatori possono influenzare
il comportamento delle imprese. Con opportune
strategie (come l'attenzione al commercio equo
e solidale o ai marchi di garanzia, fino alle
pratiche di boicottaggio) possono riappropriarsi
del proprio potere decisionale ed esercitare un
consumo critico".
"Ecco l'importanza del consumo critico, che
consiste proprio nel fare la spesa scegliendo
i prodotti non solo in base alla qualità
e al prezzo, ma anche in base alla loro storia
e alle scelte effettuate dalle imprese produttrici.
Così facendo è come se andassimo
a votare ogni volta che facciamo la spesa. Votiamo
sul comportamento delle imprese, premiando quelle
che si comportano bene e punendo le altre. Alla
lunga le imprese capiscono quali sono i comportamenti
graditi e vi si adeguano, instaurando fra loro
una nuova forma di concorrenza, non più
basata sulle caratteristiche estetiche ed economiche
dei prodotti ma sulle scelte sociali e ambientali.
Per questo il consumo critico equivale a una rivoluzione
silenziosa".
(Dal Manuale per un consumo responsabile di Francesco
Gesualdi del Centro nuovo modello di sviluppo)
Abbiamo voluto citare il Manuale per un consumo
responsabile del Centro nuovo modello di sviluppo
perché riteniamo sia il testo fondamentale
per quanti intendano confrontarsi seriamente con
il tema del consumo critico.
In questi anni la Sinistra giovanile si è
impegnata a diffondere e praticare il consumo
responsabile, prima con il seminario di Rimini,
poi promuovendo a Bergamo il Forum nazionale sul
consumo responsabile, nel corso della Festa de
l'Unità nazionale sull'ambiente.
Nei prossimi anni dovremo continuare e rendere
più diffusa e sistematica la nostra azione
di sostengo alle botteghe del commercio equo e
solidale, alle associazioni che si occupano di
educazione al consumo, alle associazioni dei consumatori
sensibili a questo tema, alle aziende biologiche,
a tutti i soggetti che promuovono la cultura del
limite e della responsabilità nel consumo
e nel modo di produrre.
Non escludiamo, come già accaduto in singoli
casi, di utilizzare la pratica del boicottaggio,
sostenendo le campagne più serie e efficaci,
a patto che sempre prevedano un'azione di condivisione
e di incontro con le rappresentanze dei lavoratori
delle aziende boicottate.
Tesi
42 - Le energie alternative
Chiedere
che si utilizzino energie alternative al petrolio
(e al carbone) diventa sempre più una necessità.
Di più, un dovere politico. L'età
del petrolio si sta avviando ad un rapido declino.
Si può e si deve scegliere strade alternative
che salvaguardino la salute del mondo e, di conseguenza,
dell'umanità.
Le risorse (energia solare, idrogeno, biomassa,
per fare alcuni esempi) esistono, ma non si utilizzano
perché il sistema economico globale impone
l'uso del petrolio.
Insomma ci troviamo, nonostante innumerevoli resistenze,
di fronte ad una fase di transizione completa,
destinata a produrre effetti sul clima e sulla
qualità di vita di inter continenti.
Occorre per il nostro Paese una vera e propria
svolta nella politica energetica, calibrata su
criteri di sobrietà e contenimento dei
consumi.
L'Italia, nonostante il Protocollo di Kyoto imponga
entro il 2020 la riduzione delle emissioni del
5,4% dei gas, continua a non impegnarsi in questa
direzione.
Siamo il fanalino di coda dell'Europa e rischiamo
di ipotecare ulteriormente il futuro del nostro
Paese se non interveniamo nell'immediato.
Bisogna risparmiare di più sulle energie
basate sui combustibili fossili e scommettere
invece sullo sviluppo delle fonti rinnovabili,
incentivando quegli enti pubblici e quei privati
che scelgono di farne uso.
Condividiamo da questo punto di vista l'obiettivo
proposto da Sinistra ecologista, con cui va rinnovato
un patto di lavoro fondamentale: mettere al centro
del programma della Gad la riduzione del 25% dei
consumi energetici in dieci anni.
Allo stesso tempo entro il 2010 l'Italia deve
impegnarsi ad incrementare l'utilizzo delle fonti
rinnovabili per almeno il 30% dell'insieme della
produzione energetica.
E crediamo che non sia una svolta che possa nascere
solo a livello nazionale, ma di cui dobbiamo assolutamente
investire l'Europa, se di essa vogliamo fare una
dimensione dinamica di cambiamento, invece di
un nuovo gigante burocratico.
Chiediamo che i DS assumano un impegno autentico,
coerente, pieno, su questo tema.
Tesi
43 - L'acqua
Tra
i diritti umani maggiormente negati al mondo,
a causa degli effetti della globalizzazione neoliberista
c'è sicuramente il diritto all'accesso
all'acqua potabile.
Oggi più di 1,4 miliardi di persone non
ne hanno.
E si calcola che, entro 15 anni si arriverà
a più di 3 miliardi.
Mentre il mondo occidentale spreca acqua potabile
persino per gli scarichi, le grandi multinazionali
(tra cui Nestlè, Danone, Coca Cola, Pepsi
Cola) acquistano, una dopo l'altra, le sorgenti,
privando l'umanità di un bene primario
che dovrebbe essere pubblico.
Per l'acqua oggi, nel mondo, si scatenano guerre,
e, di questo passo, diventerà uno dei primi
motivi di conflitto tra il mondo ricco e d i Paesi
in via di sviluppo.
Crediamo sia necessaria una politica che torni
guardare ai beni primari dell'uomo come beni inalienabili
e non privatizzabili.
Sosteniamo per questo quelle forze che si sono
riunite attorno all'obiettivo di costruire un
nuovo Contratto mondiale dell'Acqua.
Che stabilisca che il diritto alla vita sia costituito
non solo dal diritto di respirare aria, ma di
avere acqua, sanità, istruzione, emancipazione.
Una svolta in tal senso, è una svolta di
sinistra. Riformista.
In molte realtà, Toscana e Abruzzo, per
fare due esempi, la nostra organizzazione si è
impegnata per promuovere un consumo responsabile
dell'acqua e per la tutele di questo bene fondamentale
di fronte ai percorsi di redifinizione della gestione
degli ambiti territoriali e della gestione delle
risorse idriche.
Riteniamo che ogni scelta di gestione degli acquedotti
e delle fonti di approvvigionamenti debba sempre
essere legata ad una seria e trasparente definizione
di regole e protocolli che escludano la privatizzazione
e la mercificazione dell'acqua.
Non è in causa la gestione più efficiente
e economica dei servizi pubblici legati all'acqua,
che riteniamo possibile e per certi versi doverosa,
quanto la garanzia che in nessun caso partner
privati o società miste possano impropriamente
appropriarsi di beni pubblici inalienabili, l'accesso
ai quali è un diritto dell'umanità,
come è appunto l'acqua.
Tesi
44 - Il governo Berlusconi e l'ambiente
Come
in tutti i campi in cui si è cimentato,
anche in quello ambientale la destra di governo
si è rivelata dannosa e fallimentare.
Anzi, è riuscita, con le sue politiche,
a mettere insieme cittadini di destra e di sinistra,
amministratori di ogni parte politica, a difesa
del proprio territorio.
La politica dei condoni, adottata ad ogni livello,
continua a minacciare la bellezza, la vivibilità
e la fruibilità del panorama e delle risorse
ambientali del Paese.
L'abusivismo edilizio ha ripreso in maniera imperiosa
a disseminare di ecomostri la nostra penisola.
Il Mezzogiorno d'Italia ha subito un ulteriore
colpo alla propria economia ed alla propria vocazione
turistica dopo l'introduzione del decreto Matteoli.
Intere coste continuano ad essere deturpate, mentre
le mafie hanno rialzato la testa nell'edilizia
come nel controllo del ciclo dei rifiuti.
Le scelte di deregulation urbanistica non hanno
né favorito lo sviluppo economico né
prodotto nuovi significativi investimenti in infrastrutture
e servizi.
La vulgata secondo cui il condono edilizio avrebbe
liberato risorse finanziarie e favorito l'emersione
dell'illegalità si è rivelata falsa.
Al contrario, ha ulteriormente segnato "il
costume" di una parte del Paese: ritorna
ad essere legittimato il cosiddetto "abusivismo
di necessità" che tanti disastri aveva
creato tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta.
Occorre, su questo terreno, un radicale cambio
di rotta: bisogna proteggere i beni naturali ed
artistici del nostro Paese, tutelare l'integrità
del paesaggio, reprimere il fenomeno dell'abusivismo
"senza se e senza ma".
D'altra parte, una politica di difesa del territorio
è necessaria dinnanzi ai rischi concreti
che il nostro assetto idrogeologico corre. Le
politiche di deregulation ambientale hanno prodotto
un ridimensionamento delle nostre foreste, una
difesa del suolo approssimativa, una manutenzione
scadente: tanta parte dei disastri ambientali
a cui stiamo assistendo in questa fase della storia
hanno origine nella voracità e nell'egoismo
dell'uomo.
La destra italiana ha assecondato questa tendenza,
incentivandola in nome della difesa di interessi
immediati e di corto respiro.
Una grande scelta di politica economica, che andrebbe
incontro anche alle esigenze di occupazione di
tanti giovani del nostro Paese, resta la creazione
di un Piano di investimenti pubblici per il riassetto
idrogeologico del nostro Paese.
Un grande intervento economico che metta in sicurezza
il territorio, valorizzi le risorse naturali del
Paese, assicuri la vivibilità delle città,
tuteli i beni artistici e culturali, monitorizzi
gli edifici non ancora in regola con le norme
antisismiche, assicuri che gli enti comunali portino
a termine i programmi di raccolta differenziata
per un ciclo alternativo e sostenibile dei rifiuti.
Davanti alle gravi scelte del governo è
nato un diffuso movimento, di cui la Sinistra
giovanile è parte attiva e consapevole,
che ha impedito il deposito delle scorie radioattive
a Scanzano, si è battuto contro la costruzione
del terzo traforo del Gran sasso e che continuerà
a battersi contro la costruzione del ponte di
Messina.
La mancanza del minimo senso di rispetto per l'ambiente
fa, della compagine governativa, un pericolo per
la salute dei cittadini italiani.
Abbiamo il dovere di opporci proponendo politiche
di sviluppo sostenibile ed ecocompatibile, che
diano il senso di un'alternativa possibile, che
non freni la crescita ma che la confini dentro
le regole del buonsenso e del rispetto della vita.
Queste politiche, che fino a qualche anno fa appartenevano
ancora solo alle associazioni ambientaliste, oggi
devono essere patrimonio complessivo di una sinistra
di governo, che, nelle proprie scelte, tenga conto
della fragilità e della delicatezza di
un ecosistema messo in crisi da decenni di noncuranza
ed indifferenza.
Tesi
45 - Bella Ciao
Il
nostro Paese è una Repubblica fondata sulla
lotta di Resistenza e di Liberazione nazionale.
Può apparire un'affermazione banale e scontata,
ma oggi come mai nel passato, le forze della destra
italiana stanno falsificando le radici della nostra
Costituzione.
Si cercano di nascondere le responsabilità
del regime fascista che fu una sanguinosa dittatura,
capace di partorire le leggi razziali, e che portò
il nostro Paese ad essere alleato della Germania
nazista e a condurre una guerra mondiale che causò
milioni di morti e lo sterminio del popolo ebraico,
delle minoranze slave, omosessuali e di chiunque
si opponesse al regime.
Si cerca di dimenticare quella che fu la storia
reale che allora significò il secrificio
e l'impegno di un'intera generazione di italiani
che scelsero la lotta di Liberazione nazionale
per ridare la libertà al nostro Paese e
per rendere la dignità ad un popolo intero.
"Se non ora, quando?" non è un
semplice motto che invitava alla lotta.
Esso rappresentava una scelta finalmente libera
e consapevole e ci parla di molti giovani partigiani
che lasciarono le loro case per combattere contro
la dittatura nazi-fascista.
Esso rappresenta ancora oggi la rinascita del
nostro Paese, ed anche se oggi una certa storiografia
qualunquista tenta di spacciare la Resistenza
come un fenomento isolato e marginale nella Liberazione
del nostro Paese, noi sappiamo che non fu così.
Un intero popolo, stanco della dittatura e lacerato
da una guerra sanguinosa, trovò il coraggio
e la forza per ribellarsi. Le giovani generazioni
di allora furono la spina dorsale delle brigate
partigiane. E quell'invito all'impegno, che significava
lottare contro l'indifferenza, rappresentò
la chiave per ridare la speranza all'Italia.
Da allora sono passati molti anni ed il 2005 è
l'anno dell'anniversario del sessantesimo della
Resistenza e della Liberazione del nostro Paese.
Il 25 del 1945 per le strade di Milano sfilò
il Clnai, finalmente a testa alta, con un'intera
città in festa, in rappresentanza di tutto
il comitato di Liberazione nazionale e in tutta
Italia l'insurrezione divampava vittoriosa.
Ben prima dell'arrivo - certo determinante per
la vittoria finale - degli alleati anglo americani.
Molte città si erano già ribellate
ed erano state liberate dal popolo insieme ai
partigiani. Segno di una nazione che trovava il
coraggio per liberarsi dalla dittatura.
Sappiamo che non avremmo vinto la guerra e liberato
il nostro Paese se non ci fosse stata una grande
alleanze che comprendeva tutte le forze democratiche
e progressiste, ma la dignità del nostro
Paese fu conquistata dai partigiani.
Oggi il governo di destra taglia i fondi per le
celebrazioni dell'anniversario del sessantesimo
della Resistenza ed imposta una campagna di becero
revisionismo storico che nient ha a che fare con
la storia e la tradizione democratica del nostro
Paese.
L'Anpi ha lanciato un appello che abbiamo fatto
nostro fin da subito: il dovere della memoria
ed il dovere di dire la verità. È
il " se non ora, quando ? " che ritorna
e che è monito per le giovani generazioni.
Il dovere di ricordare quello che è stato,
dagli eccidi delle popolazioni civili, ai campi
di sterminio, alla dittatura, fino alla lotta
di Liberazione nazionale, ci tocca da vicino e
ci parla della necessità di avere sempre
presente, nella nostra azione politica quotidiana,
quei valori ma soprattutto quell'imperativo etico
e morale.
Scegliere da che parte si sta, non essere indifferenti
alle sofferenze a all'ingiustizia, lottare per
un mondo migliore e per un Paese più libero
e più giusto.
Oggi la nostra lotta di Liberazione è non
violenta, tutta protesa allo studio e all'impgno
e prende le forme del dibattito libero, della
libera scelta dei propri rappresentanti, della
possibilità di poter incidere nelle scelte,
di vivere in una Democrazia compiuta. L'associazione
nazionale dei partigiani è il luogo naturale
insieme a cui portare avanti la memoria storica
dei fatti, ma ogni luogo di vita delle persone,
ed in particolar modo, delle giovani generazioni
è essenziale per far vivere quegli ideali
di libertà e di democrazia. Sono luoghi
le scuole e le università, dove è
necessario affrontare la deriva di uno studio
revisionista in una sola direzione, e promuovere
iniziative.
I valori della Resistenza sono i nostri valori
e l'impegno di quei ragazzi di allora è
il nostro impegno e i nostri valori si legano
a quel senso di libertà e di dignità
universale.
Lottare per la Resistenza oggi significa lottare
contro l'indifferenza e promuovere lo studio ed
il diritto allo studio per tutti, soprattutto
per i ragazzi che provengono da situazioni |