SOGNATORI SI DIVENTA


Il Manifesto dell'Italia che vuole cambiare


Premessa

Il congresso nazionale della Sinistra giovanile è il momento di massima partecipazione politica e democratica della nostra organizzazione, è qui che ci prepariamo alle straordinarie sfide che il nostro tempo ci pone di fronte.
Dopo tre anni tumultuosi e straordinari di partecipazione e battaglia politica, nel vivo della più lunga campagna elettorale che la storia del nostro Paese ricordi, noi siamo chiamati a definire le proposte, il progetto politico e a costruire il radicamento nella società italiana della nostra alternativa di Governo.
Non si tratta solo di denunciare i guasti della Destra, né solamente di analizzare, come pure in profondità faremo, i rischi della spirale di invecchiamento e declino della società italiana.
Oggi la nostra funzione è in primo luogo quella di definire il programma e il progetto politico capace di porre al centro della nostra idea di società la questione generazionale.
La questione generazionale è per noi la chiave di lettura, è la priorità rispondendo alla quale si indica la strada per il futuro del nostro Paese, un futuro di benessere e giustizia sociale, di opportunità e sviluppo, di partecipazione e libertà attiva per il nostro Paese.
Di fronte ad una società più povera e smarrita, più incerta e insicura, dove la nostra generazione pare essere ineluttabilmente condannata a vivere il triste primato della prima generazione con minori opportunità e meno capace di futuro rispetto a quelle precedenti, noi dobbiamo immaginare e costruire un radicale e ambizioso programma di trasformazione del nostro Paese, riforme vere, concrete, profonde, diritti nuovi, esigibili, universali, libertà di scelta e autonomia, pari opportunità e un nuovo welfare, un nuovo patto tra le generazioni.
Come diremo in queste nostre tesi per vincere le elezioni e per cambiare l'Italia non basta solo un elenco di cose da fare, ci occorre un pensiero nuovo e condiviso, un'idea di società e di politica, ci occorrono tutta la passione, la fantasia e la voglia di fare di una generazione che ha scelto di costruire, nella società degli individui, le nuove forme di un'azione politica collettiva.
Per questo quale premessa alle nostre tesi abbiamo inserito la nostra proposta di manifesto generazionale, perché questo nostro congresso segni l'apertura di una nuova stagione nella vita della Sinistra giovanile, per superare i confini tradizionali del nostro essere giovanile di partito, una stagione in cui la nostra organizzazione si candida ad essere compiutamente il soggetto generazionale della sinistra riformista.

Sognatori si diventa
Il Manifesto dell'Italia che vuole cambiare

Sognatori si nasce o si diventa?
Questa è la domanda che segna il nuovo confine tra la destra e la sinistra, tra il passato e il futuro, tra il declino e la rinascita del nostro Paese, tra il fallimento dell'attuale Governo e la nostra credibile alternativa, tra il populismo eversivo e una nuova stagione di passione e partecipazione politica.
Oggi in Italia sognatori si nasce.
Perché è la condizione economica e culturale della famiglia o del quartiere da cui provieni che decide quale sarà il tuo percorso di studi, il tuo lavoro, le opportunità che potrai avere nella vita.
Perché una parte largamente maggioritaria delle nuove generazioni vive la pericolosa paura di avere meno speranze di futuro delle generazioni che l'hanno preceduta.
Perché la stessa parola futuro, e con essa il diritto a sognare liberamente, è scomparsa dall'orizzonte di troppe ragazze e ragazzi.
La nostra è una generazione di sognatori materiali.
Le nostre utopie nascono da una nuova dimensione dell'identità e della cittadinanza europee e globali, sono utopie concrete: la pace, l'umanizzazione del capitalismo globale, un nuovo modello di sviluppo, il ritorno dell'economia al servizio dell'uomo, la politica che risolve i conflitti e espande la democrazia, i diritti sociali e dei lavoratori come nuovo principio regolatore del mercato globale, un nuovo ordine mondiale fatto di istituzioni democratiche e di cooperazione, il sapere come chiave universale della cittadinanza accessibile a tutti, l'aria, l'acqua, la terra, il cibo, la vita come beni pubblici non commerciabili.
Utopie concrete, cioè sogni con le gambe, quelle di milioni di uomini e donne che si sono mobilitati per questo e che hanno affermato la nascita di una nuova consapevolezza del loro essere comunità globale, la necessità di una politica nuova che superi i confini degli stati nazione e si misuri con il governo del mondo.
Nelle nostre vite i bisogni materiali e i diritti fondamentali sono divenuti dei sogni così difficili da realizzare da costringere molti ad una silenziosa e disperata rinuncia: l'accesso al sapere, i diritti e le tutele del lavoro, la casa, l'accesso al credito, avere un figlio, mettere a frutto il proprio talento, la possibilità di realizzare se stessi, di scegliere liberamente il proprio progetto di vita.
Questi sogni sono dannatamente concreti, tangibili, reali: sono diritti e opportunità, garanzie e tutele, la dimensione materiale e esigibile del nostro diritto al futuro.
Per questo noi vogliamo un Paese in cui sognatori si diventa.
La nostra è un'idea dell'Italia nella quale ognuno sia libero di coltivare i propri sogni e di costruirli realmente, in cui non ci siano privilegi ereditari e di casta, chiusure corporative e discriminazioni di ogni sorta, in cui non ci sia una barriera insormontabile e irremovibile fra la cittadinanza e l'esclusione in ogni sua forma.
Noi vogliamo cambiare l'Italia con riforme radicali, con tutta la nostra fantasia e creatività, costruendo un Paese a misura dei nostri bisogni e dei nostri meriti, delle nostre capacità, un Paese che offra a tutti il diritto di mettersi in gioco, l'opportunità di superare i propri limiti, di rimuovere gli ostacoli che ci separano dai nostri sogni.
Alla nostra generazione la società degli individui non fa alcuna paura, a patto che nessuno sia lasciato solo.
Il nostro individualismo è altruista.
Il bene che ognuno ricerca per sé si incontra con il bene che ognuno desidera per gli altri.
I sogni di ciascuno si incontrano e si uniscono e da questo incontro nascono sogni collettivi, che diventano ideali, idee, progetti, valori, per cui battersi, con cui costruire una nuova società.

La generazione glocale

Veniamo da anni di esagerato ottimismo e fiducia nei confronti dell'economia, quasi che questa da sola fosse capace di sciogliere e risolvere le contraddizioni di questo sempre più complesso e articolato mondo nell'idea che il progresso materiale è illimitato, lineare e irreversibile e per questo prima o poi avrebbe inciso in maniera positiva su tutti gli individui.
Veniamo da anni in cui a un vecchio ordine mondiale si è sostituito solo un gran disordine, dove dalla scomparsa dell'equilibrio tra i blocchi non è emerso un multilateralismo che trovasse la propria sede ufficiale di rappresentanza negli organismi internazionali e fosse guidato dal diritto internazionale e non dalla logica della minaccia incrociata o peggio da quella del più forte.
Veniamo da anni che hanno cambiato la produzione, in cui il fordismo è stato messo in soffitta così come i libri vecchi di economia, ed è stato sostituito dal "just in time", che proprio come le teorie di Ford e di Taylor stanno influenzando progressivamente non solo il nostro modo di produrre ma anche le nostre vite.
Veniamo da un'era che qualcuno vedeva alla "fine della storia" e come una nuova età dell'oro ed invece ha fatto emergere nuove contraddizioni, nuovi problemi, nuove domande e soprattutto non è riuscita a porre soluzione al gap di opportunità, diritti, condizioni materiali di vita che esistono tra diversi paesi e spesso, molto spesso anche all'interno di ogni singola comunità.
Ci è stato detto che non siamo mai stati così bene e per tanti versi è vero. Gli ultimi quindici anni sono stati anni di grandi rivoluzioni, che spesso hanno corrisposto a vere e proprie evoluzioni ma, qualsiasi cosa se ne possa pensare, una cosa è certa, che un'era di trasformazione quale noi stiamo vivendo è sempre anche un'era di disgregazione. E quando arriva il nuovo e il vecchio se ne va, noi sacrifichiamo il certo per l'incerto.
Viviamo in un mondo senza stabilità, in "a runaway world" nel quale una generazione è stata definita indifferente, egoista, individualista. O peggio, invisibile, per l'incapacità di vederla. Una generazione che solo perché figlia di un mondo senza certezza non può a sua volta essere definita come un'incognita.
Le generazioni si definiscono sulla base delle esperienze collettive e delle sfide comuni. Le nostre esperienze collettive sono fatte del crollo del Muro, dell'11 settembre, della guerra in Iraq, di tutti quegli eventi che avvengono nello stesso tempo in casa nostra, nei nostri uffici e a Berlino, New York, Baghdad. Quando il World Trade Center è crollato ognuno di noi era là, un nuovo tipo di esperienza collettiva - allo stesso tempo di gruppo e individuale - è l'eredità più duratura della new economy e dell'influenza che le nuove tecnologie hanno sullo spazio e sul tempo.
La nostra storia comune è fatta di percorsi, di studi lunghi e per molti nostri coetanei inarrivabili, di un mondo del lavoro che ci costringe alla precarietà, di una società nella quale la famiglia e le conoscenze contano ancora troppo, di un'Italia nella quale la mafia e l'illegalità non possono essere considerate malattie croniche, di una natura sfruttata, compromessa, violentata senza alcun rispetto per le generazioni che verranno e per il futuro.
Il futuro è la fonte delle nostre insicurezze e la paura, il timore, l'indignazione le chiavi di lettura delle nostra rinata partecipazione tra Roma e Firenze, tra Perugia e Assisi e di un rinnovato impegno pubblico nelle associazioni, nelle parrocchie, nei sindacati, nel volontariato, nei partiti.
La nostra generazione è la prima che può sostenere che in termini di opportunità ha meno dei propri genitori e diventa così dimostrazione diretta e tangibile che lo sviluppo e il progresso materiale non sono lineari, irreversibili e illimitati.
I nostri genitori hanno inventato per noi il welfare familiare, sostenuto a suon di sacrifici quotidiani e nei casi in cui i sacrifici non siano sufficienti ci troviamo soli, acrobati senza rete di un Paese il cui stato sociale è ancora troppo legato alle forme di organizzazione e di produzione del Novecento.
Noi siamo la nuova generazione che si è messa in movimento spinta da una nuova tensione etica per tutto quanto accadeva nel mondo attorno a sé, per le troppe ingiustizie, per le troppe differenze, per le troppe sofferenze e dall'esigenza di avere risposte ai propri bisogni emergenti, alle proprie istanze, di veder rappresentati in qualche modo, in qualche forma i propri problemi.
Noi non siamo la generazione che rifiuta la politica ma abbiamo bisogno dalla politica di risposte e di un disegno più ampio di trasformazione e di riforma della società. La politica di cui si è disinnamorata la nostra generazione è la politica "on demand", questa sì conseguenza diretta della politica del "just in time", una politica senz'anima, la politica di gestione delle emergenze incapace di offrirci una soluzione o un sogno, un'utopia concreta capace di mostrarci il futuro con più certezza e più sicurezza.
La nostra è la generazione dei costruttori di pace e dei sognatori materiali: la generazione glocale.
La nostra è la generazione delle bandiere arcobaleno e del consumo critico, della pace preventiva e dell'impegno per un mondo senza più guerre, terrorismo, fondamentalismo e schiavitù.
La nostra è la generazione dei nuovi diritti e delle nuove tutele da inventare, delle nuove esclusioni da contrastare, della dignità di ogni donna e di ogni uomo da rispettare, del diritto alla casa e del diritto allo studio, della partecipazione, della giustizia sociale, delle pari opportunità, della solidarietà.

La sfida della nostra generazione: l'epoca delle opportunità

Ci sono luoghi sulla terra in cui la speranza non abita più da molto tempo.
Ci sono nostri coetanei cresciuti fra immensi cumuli di immondizia che sono nello stesso tempo la loro condanna a morte e il loro cibo, la loro casa e il loro lavoro, i rifiuti di una società di cui conoscono la ricchezza ma che a loro riserva solo miseria.
Ci sono nostri coetanei cresciuti in enormi baraccopoli, favelas, da milioni di persone, fra criminali e ignoranza, dove l'acqua potabile e la luce elettrica sono conquiste straordinarie.
Ci sono nostri coetanei che guardano il mondo degli altri, dei ricchi e fortunati, tramite milioni di antenne satellitari, ma quando si specchiano fuori dalla finestra scoprono che a loro la lotteria delle nascite ha giocato un brutto scherzo.
Ci sono ragazze e ragazzi che fuggono dalla guerra e vivono nei mille e mille campi profughi, senza cittadinanza, senza identità, documenti, spesso i loro genitori sono a loro volta nati e cresciuti all'interno di quel campo.
Altri ragazzi invece nella guerra ci vivono, e di guerra muoiono, per errore o con un arma in mano, nella pulizia etnica o negli eserciti, ancora bambini.
Per noi, giovani italiani del primo mondo, la parola futuro evoca altre parole: incertezza, dubbio, timore. Per questi giovani la parola futuro semplicemente non ha senso e con esso la parola speranza perde qualsiasi significato.
Questo di certo non ci porta a giustificarli quando troppo spesso vediamo questi nostri coetanei sacrificare la propria vita nel nome di un terrorismo barbaro e sanguinario, che si presenta suadente come la scorciatoia per arrivare alla libertà e all'emancipazione. Ma ci aiuta a capire. A capire come la morte, la violenza e la guerra covino nel nido dell'oppressione, dell'ineguaglianza, della disperazione e sino a che il mondo non sarà libero da queste piaghe non potrà essere un mondo di pace.
Se un mondo più giusto è un mondo più libero, la libertà non può essere privilegio e per questo ruolo della politica anche attraverso gli organismi sovranazionali è diffondere i diritti e le libertà nel mondo.
Si tratta però di non intendere la libertà come una situazione, un momento statico ma piuttosto come libertà che realizza chances di vita, una libertà attiva capace di manifestarsi in termini di opportunità, di opzioni, di diritti alla partecipazione per tutti gli individui e le persone.
Il mondo che immaginiamo è quello in cui sia garantita una dose minima ed elementare di chances, in cui la dignità umana riacquisti significato e con essa la parola futuro.
Per troppo tempo lo sviluppo economico e il successo, l'agenda delle grandi multinazionali, l'interesse a breve termine di qualche Stato hanno condizionato in maniera determinante l'agenda della politica in campo internazionale e la vita dei popoli di ogni singolo stato, per troppo tempo il progresso materiale non è stato conciliato all'interesse generale dell'umanità.
Allargare le chances, le possibilità, le opportunità di veder realizzato un progetto di vita non solo risponde ai bisogni individuali di ognuno di noi ma si inquadra nella consapevolezza dell'interdipendenza del mondo e di ogni singola vita umana.
La costruzione di una nuova era di possibilità e di opportunità, l'epoca delle opportunità, è la sfida comune alla nostra generazione. Un'era che tenendo assieme responsabilità individuale e consapevolezza globale, responsabilità collettiva e sviluppo sappia porre l'accento sulle relazioni comunitarie, sulla diversità culturale, sulla qualità della vita, sulla sostenibilità ambientale, sui diritti umani universali, sulla cooperazione globale.
Per la nostra generazione la costruzione di questa nuova era sarà possibile solo se la politica saprà riacquistare quel ruolo sovraordinato all'economia che legittimamente le spetta, se questa facendo leva su un ruolo rinnovato degli organismi internazionali saprà svolgere una funzione regolatrice delle relazioni internazionali e di strumento di dialogo tra i popoli attraverso il quale adottare obiettivi comuni e condivisi, se anche in campo nazionale sarà in grado di promuovere un nuovo welfare mix capace di tenere assieme la promozione e l'assistenza.
In questo senso per noi l'Europa è un sogno e un progetto. L'Europa può essere l'avamposto della nuova età delle chances, un soggetto di pace e tolleranza, un laboratorio di interazione tra culture diverse, che condividono, convivendo nel medesimo spazio, storie, passati e religioni diverse. Aspiriamo a un'Europa laica che sappia crescere delle diversità tra le donne e gli uomini, facendone risorse preziose per la crescita di ognuno, un'Europa che non sia una fortezza, ma un esempio di democrazia. Un' Europa che divenga opportunità per tutti.

L'Italia che vogliamo

L'Italia è un Paese a bassissima mobilità sociale in cui il 70% dei figli di operai a loro volta sono operai, in cui le condizioni materiali dei genitori incidono in maniera determinante sul futuro dei figli, in cui a fare la differenza sono ancora il reddito e l'eredità familiare e non la capacità e il merito. Dopo la lunga stagione di promozione dei diritti degli anni Sessanta, l'apertura del sistema universitario seguita ai movimenti studenteschi la nostra società ha ricominciato a chiudersi sul lato delle chances e delle opportunità.
La libertà, quella attiva, quella capace di valorizzare le capacità, i talenti, di generare percorsi di vita autonomi per ogni individuo, quella che è unica premessa logica alla felicità, è ancora oggi variabile dipendente dal reddito e dalle capacità economiche.
Anche e soprattutto per questo l'Italia è un Paese che sta invecchiando, non solo anagraficamente, ma nelle sue classi dirigenti, nella sua capacità di rinnovarsi e di vincere la sfida con la modernità.
Il nostro welfare ancora oggi risponde a logiche ed è funzionale a un sistema economico, sociale e di produzione legato al secolo scorso. E' un welfare che si dedica in maniera preponderante all'assistenza e poco investe sulla promozione. E' un welfare sostanzialmente unidirezionale sia in termini di investimenti monetari, sia in termini di capacità di risposta alle esigenze e alle domande.
Cogliere la sfida della modernizzazione del Paese e dell'economia della conoscenza significa investire su tecnologia e talento, quindi su formazione, università, ricerca. Recuperare la competitività del nostro sistema industriale vuol dire investire su innovazione e sviluppo di prodotti ad alto contenuto tecnologico e intellettuale. Significa valorizzare le esperienze di qualità e il Made in Italy e non rincorrere il miraggio dell'abbattimento dei costi attraverso la precarizzazione del mercato del lavoro per competere al ribasso in un'inutile sfida coi mercati emergenti.
Interesse dell'Italia è investire sul proprio patrimonio umano di capacità e di talenti, valorizzare le idee, promuovere la volontà di intraprendere.
In questo quadro la questione generazionale diventa questione generale del Paese e la leva da azionare per produrre una trasformazione profonda della nostra società, per riformarla in modo tale da essere attrezzata a vincere nel suo complesso la sfida con il futuro.
Parlare di giovani in passato ha spesso significato ragionare di disagio sociale, limitandosi ad affrontare i nuovi problemi solo in termini di emergenza, agendo sugli effetti senza indagarne le cause più profonde. Se è vero, come è vero, che esistono due tipi di disagio, l'uno causato da patologie reali e l'altro - risolvibile - determinato dal passaggio all'età adulta, sinora la politica e i governi si sono dedicati in maniera preponderante al primo mettendo in campo politiche di assistenza e sanitarie, omettendo l'attivazione di politiche di promozione necessarie a garantire quell'uguaglianza nelle opportunità, premessa necessaria ad un'autonomia reale delle giovani generazioni.
Un nuovo patto tra le generazioni di questo Paese che, senza nulla togliere a quelle più anziane, produca serie e forti politiche di investimento sul futuro delle generazioni più giovani è condizione necessaria per la costruzione di un'idea nuova di cittadinanza che liberi le tante energie ancora inespresse a causa dei tanti lacci e dei tanti ostacoli ancora presenti nella nostra società.
Senza la promozione di un welfare rinnovato il nostro Paese continuerà inevitabilmente e drammaticamente a rispecchiarsi in quei versi di Fabrizio De André che definiscono la nostra società "costruita per anziani ricchi" e non per "giovani volenterosi". Un welfare capace di tenere assieme allo stesso tempo assistenza e promozione, consapevoli del fatto che senza un chiaro e forte investimento in promozione si metterà inevitabilmente a rischio nel prossimo futuro anche l'assistenza. Un welfare multidirezionale capace di rispondere alle trasformazioni in atto nella società. Un nuovo welfare mix che punti in primo luogo all'emancipazione degli individui, a renderne possibile il perseguimento di un progetto di vita autonomo e soddisfacente, che li accompagni, li sostenga, questo sì, nei momenti di difficoltà ma li aiuti immediatamente dopo a rilanciare la propria vita verso nuovi traguardi.
Viviamo in un'epoca di grandi trasformazioni, ma non è questo che ci spaventa. E' trovarci troppe volte soli davanti a cambiamenti continui che ci rende incerti e insicuri.
Se infatti la chiave di lettura del nostro futuro dell'Italia passa necessariamente dalla formazione, una società ancora impregnata di corporativismi e da una cultura della conservazione che dilaga anche nelle aree più avanzate della società può potenzialmente annullare alcuni dei vantaggi determinati dall'istruzione.
Negli Stati Uniti la parte più dinamica della società, quella che Richard Florida chiama la nuova classe creativa - composta da scienziati, ingegneri, architetti, designer, scrittori, artisti, musicisti, professionisti, medici, avvocati, insegnanti - con i suoi 38 milioni di membri rappresenta il 30% della forza lavoro. In Italia, benché questa abbia raggiunto il livello numerico dei "colletti blu" non riesce tuttavia a superarlo e ad andare oltre il 13% sul totale della forza lavoro. Le chiusura in accesso agli ordini professionali, l'estrema difficoltà di accesso ai mutui bancari, il costo degli affitti e degli immobili, l'assenza di incentivi alle start up, la povertà degli investimenti in ricerca, la difficoltà con la quale si promuove la cultura e gli errori che si commettono nei pochi casi in cui lo si fa sono concause dell'immobilità sociale.
Noi "giovani volenterosi" possiamo dare un contributo decisivo nella costruzione della nuova classe creativa, motore dell'Italia che verrà. Per far questo sono necessarie iniziative coraggiose, nuove e di ampio respiro che spostino l'attenzione sul futuro del nostro Paese, su come da oggi si inizino ad abbattere barriere ed ostacoli e si cominci ad investire sui talenti, le intelligenze multiple, le diversità da intendere come ricchezza, la tolleranza. Perché l'Italia possa finalmente essere il Paese in cui non ti si chiede "se sei di qui" o "con chi stai", ma "che cosa sogni di fare".

Tesi

Tesi 1 - La nuova Sinistra giovanile

Tre anni fa eravamo frastornati e sconfitti, delusi e spaventati.
Dopo la sconfitta alle politiche, dopo una campagna elettorale in cui ci eravamo sentiti troppe volte soli, poco entusiasmo intorno a noi, troppa aria di sconfitta, ci eravamo immersi nella straordinaria esperienza delle giornate del contro vertice e di contestazione del G8 di Genova.
Per noi si trattava del primo vero incontro ravvicinato con il popolo di Seattle, con il nuovo movimento globale di critica della Globalizzazione neo liberista, verso cui nutrivamo forti aspettative e curiosità.
La stupenda esperienza dei giorni di discussione e di incontro, il corteo dei migranti e poi…. Una violenza inimmaginabile, un salto indietro o forse un salto nel buio, cui non eravamo preparati.
Da quelle ore drammatiche e stupende nel contempo è nata la nuova Sinistra giovanile che abbiamo poi definito nella discussione del nostro appassionante e ricco Congresso di Chiusi.
La nostra scommessa era comprendere le ragioni della sconfitta, declinare nel mondo delle giovani generazioni le conseguenze dei limiti della nostra azione di Governo, di quel riformismo senza popolo, che insieme all'instabilità endemica aveva logorato e condotto alla sconfitta quella che ancora consideriamo, a ragione, la migliore esperienza di Governo che l'Italia abbia mai conosciuto dal 1945 ad oggi.
Non solo, dovevamo immaginare e costruire in ogni forma possibile l'opposizione politica, sociale e culturale ad un Governo che si annunciava come l'espressione provinciale, xenofoba e razzista, marcatamente populista, del peggior neoliberismo in circolazione.
Alla costruzione di una credibile opposizione ci siamo dedicati con tutte le nostre energie, cortei, assemblee, interminabile discussioni, migliaia di iniziative, la nostra presenza, convinta e visibile, sempre autonoma e originale, nel sostegno all'opposizione sociale e dei lavoratori, nelle mobilitazioni della società civile, nel grande movimento dei movimenti prima e nell'ancor più ampio movimento per la pace poi, contro la guerra in Iraq.
E ancora la rinascita del movimento per la legalità e la lotta alle mafie, il movimento degli studenti, le elezioni universitarie, con la straordinaria vittoria del CNSU.
Noi abbiamo scelto la partecipazione, abbiamo scelto di misurarci con le nuove domande emergenti da una generazione affamata di politica, tanto quanto critica con le espressioni e le forme della politica tradizionale.
A chi ci ammoniva sull'impossibilità per una giovanile di partito di essere parte di un grande movimento di giovani, abbiamo sempre risposto che noi non siamo solo un articolazione generazionale dei DS, noi siamo in primo luogo parte attiva e consapevole di quel grande movimento.
Ma non ci siamo limitati a questo.
Consapevoli del nostro ruolo e della nostre identità abbiamo sperimentato, con la contaminazione e la ricerca aperta, le strade con cui declinare nel concreto della nostra azione politica quelle domande di senso e di nuovi diritti che dalla nostra generazione emergono.
Abbiamo ricominciato a misurarci con i luoghi in cui si incarnano le questioni materiali del tempo della precarietà del lavoro e della società degli individui e dei consumatori, i call-center, i mille rivoli del lavoro atipico, i centri commerciali, le periferie urbane degradate, i piccoli centri a rischio di spopolamento, il profondo nord delle piccole imprese ma anche della mancata integrazione dei migranti, i tanti sud in cui convivono clientele e ingiustizie con la voglia di riscatto delle nuove generazioni.
Abbiamo sedimentato questi saperi e questi bisogni nelle proposte che hanno caratterizzato tre anni di elezioni amministrative, con un numero straordinario di giovani eletti, non solo provenienti dalle nostre fila, tutti portatori e rappresentanti di nuove domande, di nuovi bisogni.
Quindi abbiamo dato un forte contributo a definire il programma e la credibilità della nostra opposizione che si fa alternativa di Governo, a partire dalla fondamentale sfida del Governo locale, in questi anni di vittorie elettorali.
Ci siamo impegnati con generosità nella campagna elettorale europea, con il progetto della lista unitaria, innanzi tutto perché siamo portatori dell'identità profonda e diffusa di una generazione che è la prima di cittadini europei e globali.
Abbiamo fatto crescere la nostra consapevolezza e la nostra maturità politica vivendo la dimensione europea come il nostro tempo e il nostro spazio.
Per noi l'Europa è sogno e progetto, ma ancora di più è identità.
Possiamo con convinzione sostenere di aver vinto la sfida di Chiusi, non perché la Sinistra giovanile sia giunta all'approdo di quel percorso di cambiamento e di innovazione che ci eravamo prefissi di compiere, di più: perché abbiamo esercitato la nostra funzione facendola evolvere come avanguardia di massa, soggetto generazionale della sinistra riformista.
Emblematico in tal senso è il nostro rapporto con il partito, cui abbiamo più volte indicato la strada del rapporto con le nuove generazioni, la strada dell'innovazione e del nuovo pensiero critico di cui siamo portatori, la strada del rinnovamento politico e generazionale.
Una nuove generazione di militanti e dirigenti segna l'apertura di una nuova fase nella vita dei DS, la gran parte di loro proviene dal nostro lavoro, perché lo ha condiviso e interpretato, come nostro dirigente o iscritto o perché grazie a noi ha trovato un partito più aperto e attento alle nuove generazioni.
Oggi il nostro impegno è far sì che a queste nuove energie se ne sommino altre, ed altre ancora, perché una nuova classe dirigente nasca dal maturare di una nuova cultura politica, di un nuovo progetto, di una nuova funzione storica del nostro partito.
Abbiamo aperto molti cantieri della nostra nuova progettualità: oggi la nostra sfida è quella di fare della Sinistra giovanile un soggetto politico capace di continua innovazione.
Nuove forme della politica, nuova proposta di programma, nuova rete organizzata, un profondo e radicale rinnovamento di noi stessi.
È aperta una sfida per l'egemonia sui sogni e le speranze della nostra generazione, sullo sbocco della rapida e inarrestabile crescita della società degli individui: è venuto il tempo in cui la sinistra deve tornare a fare e a farsi società.
Fare società significa per noi declinare in contenuti nuovi il progetto politico del soggetto generazionale della sinistra riformista, mettendoci al servizio della costruzione dell'Alleanza di Romano Prodi, del suo programma, del suo radicamento nella società italiana.
Fare società significa misurarci con il progetto della federazione dell'Ulivo, senza i vincoli e le rigidità della discussione del partito, in cui pure ognuno di noi si è speso e pronunciato, perché l'essenza del nostro rapporto con la federazione sta nella necessità oggettiva che noi viviamo di superare i limiti dell'esperienza storica della sinistra del 900, in una ricerca libera da ortodossie e semplificazioni, in cui portare tutto il carico della nostra identità di generazione non pacificata, Il nostro pensiero critico.
Questo congresso non segna una cesura con i tre anni che abbiamo alle spalle: forti e ricchi del cammino percorso dobbiamo oggi prepararci alla sfida del Governo.
Al contrario noi dobbiamo ricercare la sintesi avanzata e sempre capace di rinnovarsi, con cui il movimento si fa azione di governo, le domande di senso azioni politiche, le questioni materiali e i bisogni politiche concrete, il consenso e la partecipazione pratiche diffuse: marcare il passo serrato con cui si segue l'orizzonte dell'utopia, per continuare sempre a camminare domandando.
Vincere le elezioni e cambiare la società italiana, la sua cultura, le sue infrastrutture sociali, mutare i rapporti di forza tra rendita e privilegio in favore dell'apertura e delle opportunità, dare concretezza, materialità, radicalità, fantasia e passione alla nostra idea di riformismo, alla nostra identità socialista.
Dare le gambe e le braccia, le menti e i cuori alle leggi e ai decreti, alle scelte difficili e spesso complicate ma necessarie per cambiare la realtà.
Il nostro non sarà un congresso centrato esclusivamente su di noi, ma al contrario una discussione su come attraverso noi preparare e far vivere una nuova idea di Paese, una nuova idea di politica, un altro Governo e un'altra Italia finalmente possibili.


Un altro mondo è possibile

Tesi 2 - Il gigante americano e l'11 settembre

Con l'11 settembre la politica estera americana rompe verticalmente con l'approccio degli anni '90 sulla gestione delle grandi questioni globali.
La fine della Guerra Fredda si era aperta con l'intervento nel Golfo ad opera di Bush padre e con la definitiva affermazione di un solo protagonista capace di regolare i conflitti mondiali.
In quegli anni si ribadiva l'egemonia sugli alleati essenziali (Europa, Giappone, Israele), mentre si spingeva sul processo di democratizzazione di quei paesi ex comunisti che affrontavano la transizione dall'economia socialista all'approdo al mercato.
La stessa Nato cambiava la sua natura: non più soggetto inclusivo di quelle nazioni avverse al Patto di Varsavia, ma fattore di allargamento del gigante americano in altre aree, soprattutto ad est, del continente europeo.
La Nato superava la sua vocazione puramente difensiva, ponendosi come "supplente" dinnanzi al precipitare di conflitti etnici ed economici (ex Jugoslavia ed Albania), dove l'Europa, autonomamente, era stata incapace di sferrare un'offensiva diplomatica in grado di contenere spinte centrifughe e disgreganti.
L'interventismo americano degli anni '90 assume le sembianze del "gendarme buono", talvolta capace di teorizzare persino la guerra umanitaria, talaltra costruendo la sua strategia egemonica sulla base dell'illusione di un modello di benessere esportabile a tutti attraverso le "magnifiche sorti e progressive" dell'economia di mercato e della creazioni di modelli di consumo di "tipo occidentale".
Con l'affermazione sempre più marcata della globalizzazione finanziaria e con la delocalizzazione delle produzioni, gli Usa scelgono un approccio multilaterale, dialogando con Cina e Russia ed intervenendo nelle decisioni di un Europa debole, tale da permettergli l'assunzione di una funzione di Leadership dentro vicende complesse e potenzialmente esplosive come il conflitto mediorientale.
Muovono, forti di un potenziale di crescita economica prodigioso, la sfida dell'apertura dei mercati a tutti i principali attori globali, valorizzando una visione ottimistica e duratura dei processi di interdipendenza e di mondializzazione.
In questa fase grandi organismi sovranazionali come la Banca Mondiale, L'Fmi ed il WTO assumono sempre più protagonismo: impongono programmi di forti sacrifici agli stati nazionali per uscire dal deficit accumulato in anni di politiche di forte intervento statale, promuovono privatizzazioni e liberalizzazioni nei servizi pubblici e nelle grandi aziende statali, favoriscono l'apertura dei mercati dei paesi in via di sviluppo ai prodotti statunitensi in cambio dell'installazione su quei territori delle produzioni delocalizzate delle grandi corporation.
Questa strategia è affiancata alla grande partita del controllo delle risorse energetiche, aperta in maniera chiara ed esplicita con la guerra in Iraq nel 1991.
Gli Usa rappresentano il 4,6 per cento della popolazione mondiale e hanno un fabbisogno energetico di oltre un quarto del pianeta, di cui più del 25 per cento di petrolio.
In un mondo che comincia ad essere "in riserva", con il progressivo esaurirsi delle risorse petrolifere planetarie, gli Usa scelgono di procrastinare ed intensificare la loro strategia di controllo di alcune aree decisive del pianeta, tra cui il Medioriente.
La dipendenza petrolifera degli Usa verso l'estero è praticamente raddoppiata dalla prima crisi petrolifera del '73 ad oggi e non sembra emergere nessuna volontà di riduzione di politiche di produzione tutte incentrate sullo sfruttamento dell'oro nero.
Di qui, la scelta di puntare su un rapporto "speciale" con l'Arabia Saudita, nonostante il carattere dittatoriale di quel Paese, e l'aumento di tensione e di conflittualità con altri paesi non allineati, l'Iraq ed il Venezuela.
Naturalmente il Golfo Persico resta l'epicentro della politica energetica degli Usa, con l'affermazione di una strategia di ingerenza in quell'area, dove anche nei prossimi anni si alterneranno politiche di cooperazione e di coercizione a seconda del livello di disponibilità degli interlocutori arabi.
Con l'arrivo di George W. Bush al potere questa impostazione della politica estera degli Usa è entrata parzialmente in crisi.
Le scelte dell'Amministrazione americana prima dell'11 settembre erano state essenzialmente caratterizzate da una visione isolazionista e non interventista sul piano geopolitico.
A differenza di Clinton, i repubblicani apparivano poco propensi a riaprire i canali diplomatici tra Israele e Palestina, nonché sembravano mostrare un forte disinteresse nei confronti del processo di integrazione dell'Ue con l'ingresso della Moneta unica.
Bush doveva fare i conti con il manifestarsi di una crisi economica strisciante e con un deficit di consenso interno scaturito dalla discussa vittoria elettorale da lui conseguita nel novembre 2000 ai danni dei Democratici.
Quando Al-Qaeda comparve, con l'attentato alle Twin Towers ed al Pentagono, il feeling dell'amministrazione Bush con l'elettorato era ai minimi storici e il rimpianto per gli anni dell'ottimismo clintoniano sembrava riemergere con forza.
Improvvisamente l'unica potenza mondiale del dopo guerra fredda si scopriva indifesa e assediata.
Nonostante la solidarietà generale nei confronti del gigante ferito, la sensazione di paura e di debolezza ha attraversato, e continua ad attraversare, la società americana, influenzando l'intera opinione pubblica del mondo democratico.
Al di là del salto di qualità enorme che compie il terrorismo mondiale con la pianificazione di un attentato terribile - ed allo stesso tempo perfetto dal punto di vista propagandistico e militare - viene squadernata davanti a tutti la grande questione che attraverserà il mondo nei prossimi anni: il nodo del rapporto tra "globalizzati" e "globalizzanti".

Tesi 3 - La dottrina neocons, il terrorismo e la guerra preventiva

La risposta alla crisi aperta dopo l'11 settembre è un appello al mondo a stringersi attorno all'America e a sostenere la guerra al terrorismo, assecondandone i mezzi e le strategie.
La via militare appare l'unica che i falchi dell'amministrazione americana intendono esplorare, anche a costo di rompere relazioni internazionali consolidate e di mettere in discussione le basi del diritto internazionale.
Da questo punto di vista, le guerre in Afganistan ed in Iraq rappresentano un nodo ineludibile per comprendere la fase nuova che si è aperta.
Il terrorismo si combatte su due fronti, quello interno e quello esterno e spesso i confini diventano labili e indistinguibili.
Se la guerra alle centrali del terrore è asimmetrica, perchè non è definita semplicemente sulla base novecentesca dei rapporti di forza tra gli stati, ogni luogo può essere colpito in nome della sicurezza e della stabilità dell'America e dei suoi alleati.
Contemporaneamente, una politica di sicurezza significa anche compressione dei diritti in loco, negli stati potenzialmente sotto attacco.
Si verifica una suggestione che, nei momenti peggiori della storia del pianeta, ha alimentato l'autoritarismo ed il populismo: la scelta di barattare le libertà civili con l'ordine pubblico.
Così l'Amministrazione americana vara il Patriot Act, che limita la libertà di circolazione e la tutela della privacy dei cittadini sul territorio e, allo stesso tempo, impiega enormi risorse economiche per rafforzare il controllo di polizia ed aumentare le spese militari.
Ma il fronte interno diviene anche lo spazio dove si consuma progressivamente la restrizione dei diritti civili per gli immigrati, soprattutto arabi, dove si combatte la guerra culturale contro il diverso, dove si fa riemergere la propaganda sulla difesa dei valori tradizionali di fronte al rischio di "contaminazione".
La guerra al terrorismo finisce per giustificare politiche repressive e la chiusura nei confronti dell'immigrazione, producendo paura e tensione soprattutto negli strati più deboli della popolazione, trasformando nella quotidianità timori e diffidenze in pregiudizi radicati.
Sul fronte esterno, invece, avanza la dottrina dell'esportazione della democrazia occidentale in quei paesi che producono e finanziano il terrorismo.
Alla base dell'impostazione teorica dei neoconservatori americani c'è la constatazione che per difendere un modello di sviluppo e di benessere l'unica carta che resta da giocare è quella di innalzare barriere di protezione e neutralizzare chi non è disposto ad adeguarsi.
Con un'abile manovra propagandistica questo messaggio di guerra si impadronisce della parola democrazia e si propone l'obiettivo di esportarla e di espanderla. Di radicarla in ogni angolo del globo.
Così all'indomani dell'11 settembre viene redatta una lista nera di quei paesi che fanno parte del cosiddetto "asse del male" (Afghanistan, Iraq, Iran, Siria, Corea del Nord, Cuba ed altri ancora) in cui si annidano, con il consenso dei governi, i germi del terrorismo mondiale.
Ovviamente, la guerra contro questi paesi "impone" una condotta senza esitazioni e senza limiti giuridici.
Si affaccia da questo punto di vista una tendenza a negare qualsiasi ruolo e funzione a quegli organismi sovranazionali preposti alla regolazione dei conflitti, le Nazioni Unite in particolare, nonché una riscrittura nei fatti dei principi regolatori del diritto internazionale con l'affermazione della dottrina della guerra preventiva.
Questa strategia è di per sé flessibile ed arbitraria, perchè fondata sulla facoltà di tacciare di connivenza con le "centrali del terrore" qualsiasi Stato a seconda dei propri interessi.
E' asimmetrica, perchè non ha un campo di intervento definito.
E' relativista, perchè utilizza mezzi non convenzionali e talvolta al di fuori dei trattati internazionali come il rispetto dei diritti umani per i prigionieri e dei civili coinvolti nelle guerre.
La ferita più grave, da questo punto di vista, resta quella aperta con la guerra in Iraq.
Non si tratta soltanto di una guerra illegale perchè fatta nonostante la contrarietà delle Nazioni Unite, ma di un vero e proprio colpo inferto a quella cultura del limite che si era affermata, benché talvolta accantonata, nelle grandi potenze mondiali all'indomani della Seconda guerra mondiale.
Una guerra senza prove, senza fondatezza giuridica, senza nessun rispetto dei diritti umani e che allo stato attuale ha già consumato oltre centomila vittime civili ed ulteriormente contribuito ad alimentare tensione ed instabilità nell'area mediorientale.
La guerra in Iraq rappresenta il biglietto da visita del mondo che potrebbe presentarsi dinnanzi a noi in questo inizio secolo: una sola potenza che decide quale sia il bene e quale sia il male, che ignora i limiti dei trattati internazionali e l'opposizione dell'opinione pubblica, che fornisce ulteriori alibi al terrorismo (e alla grande operazione di consenso che sta compiendo negli stati più poveri e disperati dei paesi arabi ed in via di sviluppo) anteponendo alla politica la risposta militare unilaterale.

Tesi 4 - L'Iraq, l'occupazione statunitense e gli scenari possibili

A quasi due anni da quel 20 marzo in cui gli F16 cominciarono a solcare i cieli di Bagdad, la fine della guerra in Iraq, guidata dalla "Willing coalition" di Bush, sembra destinata a non cessare.
La scelta scellerata di attaccare la dittatura di Saddam Hussein, senza mandato delle Nazioni Unite e senza alcuna strategia di contenimento dei possibili conflitti che ne sarebbero derivati, ha favorito il disvelamento di un Vaso di Pandora i cui effetti sono ancora difficilmente calcolabili.
La società irakena è attraversata da contraddizioni enormi: l'integralismo religioso ha preso piede, Al Qaeda con una sequela spaventosa di attentati ha iniziato a colpire città, villaggi, presidi militari, destabilizzando così l'esile assetto statuale venutosi a creare all'indomani della caduta di Saddam Hussein.
In qualche modo, è venuto progressivamente saldandosi un fronte nazionalista avverso da sempre all'invasione americana e nostalgico del vecchio regime baathista con una sorta di internazionalismo fondamentalista, che ha fatto dell'Iraq una vera e propria calamita per le parti più sensibili del mondo arabo all'arruolamento nelle centrali del terrore.
Tant'è che, nonostante gli Usa premano per una legittimazione del governo provvisorio Allawi ed una rapida accelerazione del processo politico che dovrebbe condurre l'Iraq ad elezioni democratiche entro il 30 gennaio del 2005, i principali attori della società irachena stentano (Sciiti, Sunniti e Curdi) a trovare un'intesa capace di assicurare una transizione pacifica.
Il nodo è come restituire un equilibrio duraturo e stabile alle forze in campo.
Per almeno 30 anni i Sunniti hanno rappresentato l'élite politica, economica e militare del Paese, pur essendone una minoranza.
Da Baghdad a Mosul, fino a Bassora hanno dettato legge, spesso in modo spietato, sulle altre due etnie, quella Curda, nel nord (20 per cento della popolazione) e quella Sciita nel sud (60 per cento).
L'invasione americana, con la fine della dittatura di Saddam, ha posto fine anche al dominio incontrastato della etnia Sunnita.
I leaders politici e religiosi Sunniti sono stati progressivamente isolati perchè considerati complici del passato regime.
La Conferenza Internazionale di Sharm el-Sheik del 22 e 23 novembre ha dovuto fare i conti con questa frammentazione delle forze in campo e con l'annuncio di boicottaggio da parte della comunità Sunnita delle elezioni presidenziali del 30 gennaio, fissate sulla scorta della risoluzione Onu 1546 del giugno 2004. fino a quando non cesseranno l'occupazione americana e le repressioni militari sulla popolazione in rivolta.
Le spinte centrifughe e disgreganti sono molteplici - non sarebbe da escludere una possibile ed oggettivamente pericolosa balcanizzazione del Paese - e le zone sotto controllo delle truppe angloamericane diventano sempre di meno.
In Iraq regna un'anarchia strisciante, il numero di armi in circolazione possedute da civili è spaventoso così come emerge con chiarezza l'inefficacia del prolungamento dello stato di occupazione da parte delle truppe alleate.
Falluja ne è l'esempio emblematico: una città, secondo le fonti statunitensi interamente nelle mani di oltre 15000 fedayn sunniti supportati dalle milizie arabe del luogotenente di Al-Qaeda Al-Zarkawi, che è stata per mesi assediata e bombardata perché rapidamente sfuggita al controllo delle truppe d'occupazione.
Oggi, dopo la sua capitolazione, alla stampa è impossibile, se non per gli embedded (giornalisti al seguito dell'esercito americano), accedere ad informazioni sufficienti per conoscere l'entità dei morti e dei feriti in seguito agli scontri, mentre alla Mezza Luna Rossa è stato impedito di entrare in città per tamponare l'emergenza umanitaria.
E' calata la censura, in continuità con la tendenza di questi mesi: l'offuscamento delle notizie, il bavaglio all'informazione libera, il fenomeno dei giornalisti obbligati a ad attingere da fonti "esclusivamente" militari.
Le prigioni di Abu Grahib hanno rappresentato, per questo, uno squarcio terribile sulla realtà irachena sotto occupazione.
Le tecniche di coercizione e stress consistevano in uso di freddo e caldo estremi, privazione continuata del cibo, incappucciamento per giorni, isolamento nudi in celle fredde e buie per oltre 30 giorni e la minaccia da parte di cani.
Uno strumento che permetteva di assoggettare i detenuti a livelli di dolore crescente.
Quelle foto drammatiche delle torture inferte dai Marines americani ai danni dei prigionieri iracheni, in palese violazione della Convenzione di Ginevra, rappresentano una ferita aperta che resterà scolpita nella memoria di tutta l'opinione pubblica democratica.
Questi mesi, dunque, ci consegnano un quadro tutt'altro che tranquillizzante: accanto al rebus delle elezioni di gennaio - su cui ancora non c'è certezza nonostante siano sotto egida Onu - emergono prepotentemente i disastri di un'occupazione prolungata ed ingiustificata che ha trascinato la popolazione irachena in una condizione di miseria estreme dentro un Paese le cui le infrastrutture civili, sociali ed economiche insieme al controllo del territorio, stentano a stabilizzarsi.


Tesi 5 - L'Italia in guerra contro l'Europa e contro la maggioranza del Paese

Il governo Berlusconi fin da subito ha scelto di schierarsi nella coalizione dei volenterosi che hanno aderito alla guerra preventiva di Bush.
Un'opzione che ha portato l'Italia a rompere in maniera clamorosa con i tradizionali alleati, innanzitutto Francia e Germania, che avevano sin da subito manifestato la loro contrarietà all'intervento iracheno.
Accanto agli Usa, in Europa si schierano l'Inghilterra di Blair, la Spagna di Aznar e la maggioranza dei paesi entrati nell'Ue con l'allargamento a 25.
Questa scelta ha costituito un precedente pericoloso: Berlusconi sceglie deliberatamente di accettare una guerra basata su prove infondate e di rompere con il dettato costituzionale, che prevede con l'Articolo 11 il ripudio della guerra, in particolar modo se essa ha caratteristiche offensive.
La destra italiana accetta il cuore della dottrina neocons: il terrorismo si combatte con la guerra preventiva, anche se questo ha un costo in termini di credibilità internazionale e di contrasto con l'opinione pubblica.
In Europa Berlusconi si presenta come l'alfiere del bushismo, non tenendo conto di quanto questa opzione strategica arrechi danno alla precaria stabilità dell'Ue e al progetto di integrazione politica che, dopo la fase della moneta unica, comincia timidamente a muovere i primi passi.
Il governo, per suffragare il suo filoatlantismo, decide di inviare un contingente di Carabinieri a supporto delle truppe occupanti, giustificando tale scelta nell'ambito delle varie missioni di pace italiane diffuse nei luoghi dove si svolgono conflitti.
Ma i nostri soldati non sono lì per ragioni umanitarie: fanno la guerra insieme agli alleati angloamericani e non esitano ad intervenire con la forza laddove si riaccendono focolai di resistenza e di terrorismo.
Tant'è vero che vengono percepiti dagli iracheni come occupanti
Non a caso sono sistematicamente colpiti, come nel novembre del 2003 con l'attentato di Nassiriya, dove hanno perso la vita 19 Carabinieri italiani.
Ma l'offensiva non si limita ai militari, bensì investe anche i civili attraverso la pratica consolidata dei sequestri da parte di organizzazioni fondamentaliste. Nelle mani dei rapitori sono passati il giornalista Baldoni, le guardie private Quattrocchi, Agliana, Cupertino e Stefio nonché le due operatrici di Un Ponte per…, Simona Pari e Simona Torretta.
Quattrocchi e Baldoni sono stati uccisi.
Il finanziamento della Missione di pace viene votato in Parlamento, senza che i rappresentanti del popolo italiano siano realmente messi nelle condizioni di comprendere i reali contorni e le finalità dell'intervento.
Si tratta di un vero e proprio inganno e di una palese violazione costituzionale.
Tutto questo mentre il popolo della pace manifesta in maniera poderosa la sua opposizione alla guerra in Iraq, coinvolgendo tutti gli strati della popolazione, soprattutto quelli giovanili.
Il movimento contro la guerra assume le caratteristiche di un vero e proprio soggetto politico, capace di condizionare l'agenda politica degli Stati attraverso una mobilitazione diffusa e capillare, democratica e trasversale, nonviolenta e pluralista.
Le bandiere arcobaleno esposte sui balconi di tutto il Paese restano uno dei simboli di questa lotta: il diritto alla pace diventa una sorta di bene materiale, una precondizione necessaria per liberare i cittadini dalla paura del futuro e dall'angoscia di un mondo attraversato da conflitti irrisolvibili.
Scendono in piazza milioni di cittadini, organizzati e non, militanti della sinistra in tutte le sue connotazioni ed attivisti del movimento new global, ragazzi delle parrocchie e studenti medi: rivendicano l'Italia fuori dalla guerra senza se e senza ma, rivendicano un continente che si faccia portatore di un'idea alternativa di ordine mondiale, rivendicano un ritorno dell'Onu come soggetto centrale nella regolazione dei conflitti.
Il movimento pacifista fa cultura, crea aggregazione, influenza le scelte dei partiti, incide nei luoghi del potere politico, a partire dalle migliaia di Municipi che costruiscono insieme alla Tavola della Pace gli appuntamenti della Perugia-Assisi, votano delibere contro l'intervento in Iraq, riprendono un lavoro costante ed intenso sulla cooperazione decentrata con le zone di guerra.
La Sinistra giovanile fa parte di questo grande movimento di contestazione alla guerra: è stata protagonista della grande mobilitazione del 15 febbraio del 2003 che ha visto 100 milioni di persone invadere le piazze di tutto il mondo, evento che ha fatto gridare il New York Times alla nascita della seconda superpotenza del pianeta.
Oggi, la questione del No alla guerra di fronte all'imbarbarirsi del teatro iracheno continua ad essere un tema dirimente, una pregiudiziale programmatica, forse quella decisiva, su cui il centrosinistra che si candida a governare dal 2006 deve misurarsi in rapporto con il sentimento più profondo dell'opinione pubblica.
Il primo punto resta il ritiro delle truppe italiane dall'Iraq.
In Spagna Zapatero, il primo ministro socialista arrivato al potere dopo il terribile attentato di Madrid l'11 marzo scorso ad opera di una cellula di Al-Qaeda, ha mantenuto la sua principale promessa elettorale.
Sulla scorta della grande mobilitazione di piazza degli spagnoli contro la scelta del governo di destra Aznar di supportare la guerra preventiva di Bush, i socialisti hanno ritirato le truppe dalla Mesopotamia, indicando quella decisione come un elemento identitario della nuova stagione della sinistra iberica.
Anche in Italia l'Alleanza democratica dovrà porsi questo obiettivo: non siamo più di fronte al dilemma o svolta o ritiro.
Il rientro immediato del contingente militare italiano diviene la precondizione essenziale per una svolta multilaterale nella gestione irachena, perché rappresenta un ulteriore elemento di pressione sugli Usa affinché cambino strategia e lascino il passo alle Nazioni Unite.
Il secondo aspetto decisivo attiene al necessario impegno dell'Italia per una grande Conferenza Internazionale sul dopoguerra iracheno e sul suo processo di ricostruzione democratica, civile ed economica.
A questo appuntamento dovranno partecipare: i Paesi europei contrari alla guerra, la Lega Araba, le ONG che con la loro azione quotidianamente garantiscono ai cittadini iracheni solidarietà concreta.
Infine, dovranno essere messi in campo tutti gli sforzi politici e diplomatici possibili per garantire la stabilizzazione dell'area mediorientale a partire dal conflitto israelo-palestinese.

Tesi 6 - Una pace giusta per il popolo palestinese, la strada degli accordi di Ginevra

La morte di Yasser Arafat, leader storico dell'Olp e primo presidente dell'Anp, chiude di fatto una stagione fondamentale della storia del Medioriente e pone interrogativi inquietanti sul futuro di quell'area.
Con lui scompare il principale protagonista, assieme a Itzaac Rabin, del Negoziato di Oslo del 1993, dove per la prima volta venne riconosciuta la necessità della creazione di un'Autorità nazionale palestinese, embrione di una futura entità statuale autonoma, che dovesse convivere in pace e in sicurezza con Israele dentro confini certi e nel rispetto delle risoluzioni internazionali.
Quel processo storico che, con il concorso dell'allora Presidente Clinton e di una parte importante degli stati arabi, primo fra tutti l'Egitto, aveva suscitato tante speranze in tutta l'opinione pubblica mondiale, è entrato quasi interamente in crisi.
La tragica morte di Rabin prima, l'ascesa al governo della destra israeliana poi, hanno messo sin dall'inizio in discussione i fragili equilibri su cui poggiavano gli accordi di pace del '93.
Le quattro questioni cruciali (status di Gerusalemme, rientro dei profughi, controllo delle risorse idriche, ritiro dei coloni) tardavano ad essere sciolte, mentre nella società palestinese, dinnanzi ad una condizione sociale insostenibile e ad una corruzione dilagante e pervasiva che investiva in pieno la burocrazia dell'Anp, crescevano i rischi di una radicalizzazione politica e religiosa.
L'ultimo sforzo compiuto da Clinton con gli incontri di Camp David nel 2000 e Taba agli inizi del 2001 si è arenato a causa delle difficoltà di Arafat a chiudere sulla divisione di Gerusalemme e sul riconoscimento al rimpatrio dei rifugiati (quasi due milioni) e delle esitazioni del premier laburista Barak, alla vigilia di elezioni politiche difficili, dove sarebbe stato pesantemente sconfitto dal Likud di Sharon.
Con la passeggiata di Sharon nella Spianata delle Moschee il 28 settembre del 2000, un gesto teso a ribadire la sovranità di Israele su quel luogo ritenuto sacro dagli arabi, inizia la nuova ribellione dei palestinesi all'occupazione dei territori, con la nascita della seconda Intifada.
Questa volta l'Intifada non ha le caratteristiche della fine degli anni 80, una rivolta disarmata contro l'esercito israeliano.
Si tratta di una vera e propria guerra, condotta con le armi e sempre più spesso con attentati terroristici da parte di kamikaze che colpiscono indiscriminatamente tanto i presidi militari quanto la popolazione civile.
Il clima è incandescente e nessuna delle parti è in grado di ristabilire l'ordine.
Non l'Anp, progressivamente indebolita dalla crescita e dal radicamento di forze estremamente popolari come Hamas e la Jihad islamica che contestano il moderatismo e la corruzione della leadership palestinese, né tantomeno il governo Sharon impegnato nella rioccupazione dei territori palestinesi attraverso misure repressive tese ad aumentare l'esasperazione della popolazione civile.
La condizione dei palestinesi diviene sempre più critica: i tassi di disoccupazione sfiorano il 60%, la povertà e le malattie investono intere famiglie, risorse primarie come l'acqua vengono sottratte loro discrezionalmente dagli israeliani (secondo i dati della Banca mondiale il 90 per cento dell'acqua in Cisgiordania sarebbe appannaggio di Israele), gli insediamenti coloniali vengono quasi raddoppiati (oggi in Cisgiordania vivono circa 60000 coloni che hanno in mani i 5/6 delle risorse idriche) in aperta violazione dei trattati internazionali e delle risoluzioni Onu.
Nel frattempo il premio Nobel per la Pace, Yasser Arafat, a partire dall'autunno 2002, viene assediato e confinato nella Moqata, il palazzo presidenziale di Ramallah, dal quale uscirà solo prima del ricovero fatale a Parigi nel novembre scorso.
Sharon sceglie il muro contro muro, facendo leva sull'assenso degli Usa che sembrano avere di fatto abbandonato qualsiasi velleità di porre fine al conflitto come largamente annunciato all'indomani dell'11 settembre.
Bush afferma più volte che Arafat non è un interlocutore affidabile, perché evidentemente morbido, se non indirettamente connivente con il terrorismo, scegliendo di non dare seriamente seguito a quella Road map costruita con Europa, Russia e Lega Araba che avrebbe dovuto rappresentare la base di un futuro accordo.
Pur riconoscendo che la condizione in cui versa il popolo palestinese rappresenta una delle concause attraverso cui si alimenta il terrorismo internazionale, gli Usa scelgono nei fatti di non intervenire attivamente, lasciando cadere nel vuoto le numerose risoluzioni dell'Onu che chiedono il rientro di Israele entro i confini del '67, con lo smantellamento totale degli insediamenti coloniali.
Al contrario, coprono politicamente un atto che contribuisce ulteriormente ad allargare il fossato tra israeliani e palestinesi: la costruzione del muro che separa i territori dell'Anp dallo Stato di Israele, mangiandosi ulteriormente altre porzioni di terra spettanti ai palestinesi.
Lo sdegno dell'intera comunità internazionale, come dell'opinione pubblica democratica, è enorme: quel muro rappresenta un vero e proprio gesto di Apartheid che sembra definitivamente annullare le residue speranze di pace presenti in quell'area.
Non valgono a nulla le sentenze del luglio scorso della Corte internazionale dell'Aja che condannano la costruzione del Muro, dichiarandolo illegale, né tantomeno la Risoluzione dell'Assemblea generale dell'Onu che chiede, nonostante il no degli Usa, l'abbattimento immediato della barriera difensiva, come l'ha ribattezzata Sharon.
Ma le speranze di pace non si dissolvono completamente: il 10 dicembre 2003 a Ginevra si incontrano esponenti della società civile e politica dei due fronti e siglano una simulazione di Accordo completo e dettagliato che si propone di essere la base effettiva di un futuro negoziato.
Protagonisti dell'intesa sono Yossi Beilin, storico esponente della sinistra israeliana, ed Abed Rabbo, ex portavoce di Arafat: i due trovano un'intesa su quasi tutti i punti cruciali, a partire dallo Status di Gerusalemme e dal riconoscimento dei confini del '67, come stabilito dalle risoluzioni dell'Onu n. 194 e n. 242
L'accordo è basato sul riconoscimento reciproco al diritto ad un'entità statuale, alla constatazione che Gerusalemme deve essere la capitale di entrambi gli stati, alla soluzione giusta della vicenda dei rifugiati, con la legittimazione del tema del rientro, alla questione dello smantellamento delle colonie presenti sul territorio palestinesi.
Il principio è quello dello scambio tra terra e sicurezza che raccoglie il consenso di larga parte della Comunità internazionale, compreso il Segretario generale dell'Onu, Kofi Annan, ma un'immediata e ferma contrarietà da parte di Sharon.
Ginevra dimostra, nei fatti, che le condizioni per la pace esistono, che esiste una volontà, molto più diffusa di quanto si immagini, in entrambe le società per porre fine al conflitto ed alla spirale guerra-terrorismo che sta paralizzando il progresso e lo sviluppo di quell'area.
In quattro anni di ostilità anche la parte israeliana si è notevolmente impoverita: le spese militari ormai coprono quasi la metà del bilancio dello stato d'Israele, un'intera generazione di ragazzi, costretti a fare il servizio di leva in tenerissima età, vive con sofferenza i rischi ed i danni di una gioventù compromessa dalla guerra e dalla costante prossimità alla morte.
La Sinistra giovanile crede che la strada di Ginevra sia quella giusta e che la diplomazia dal basso, il contributo delle Ong e degli enti locali per la pace che lavorano quotidianamente per alleviare le sofferenze del popolo palestinese nei campi profughi, la mobilitazione del campo della pace in Israele e Palestina possano interrompere questa spirale di odio e di violenza.
Tacciano le armi e torni in campo il dialogo e la politica.
Abbiamo condiviso la scelta della Knesset di avviare il ritiro dei coloni dalla striscia di Gaza: un piano che contribuisce ad alleggerire la tensione in quell'area e che sembra costituire un importante segnale di disponibilità.
Tuttavia, le colonie di Gaza non sono che una minima parte degli insediamenti che attraversano il territorio palestinese e da Sharon non è ancora arrivata una parola definitiva sulla necessità di riconoscere alla controparte il diritto ad avere uno stato autonomo.
L'impressione, al contrario, che Israele offre all'esterno è quella di voler costruire uno stato bantustan, spalmato a macchia di leopardo sul territorio israeliano, senza continuità geografica e debole dal punto di vista della libera disponibilità delle risorse.
Noi chiediamo che riprendano, all'indomani della definizione della nuova leadership palestinese, i negoziati di pace, sulla base di Ginevra, sotto la supervisione del Quartetto ( Usa, Russia, Ue e Lega Araba) e che si dia vita ad una forza di interposizione sotto l'egida Onu che vigili al rispetto degli accordi.
Insomma, una pace giusta fondata sul principio due stati, due popoli.

Tesi 7 - Un'agenda per la pace, la scelta della nonviolenza contro la guerra ed il terrorismo

Non resta molto tempo al mondo per attivare strumenti efficaci per regolare i conflitti che lo sconvolgono e per fermare la poderosa macchina del riarmo che si è rimessa in moto dalla fine della guerra fredda in poi.
Se all'inizio degli anni 90, con la crisi dell'Urss e il progressivo declino di quelle forze che si erano riunite attorno al Patto di Varsavia, appariva possibile una moratoria internazionale che ponesse fine alla corsa agli armamenti, privilegiando programmi di cooperazione e di sviluppo, oggi nell'epoca della guerra preventiva quelle speranze sembrano destinate ad affievolirsi.
Torna impetuosamente sullo scenario geopolitico mondiale la spinta al ricorso ad armi atomiche, chimiche e batteriologiche.
Siamo davanti alla normalizzazione della guerra, mentre i trattati e la politica marciscono inapplicati.
Dal 1998 in poi gli stanziamenti all'apparato bellico degli Usa sono continuati a crescere vertiginosamente, con l'apice raggiunto all'indomani dell'11 settembre: si tratta del 3,5 del Pil di quel paese, circa 400 miliardi di dollari, poco meno della metà del resto del pianeta.
Numeri impressionanti, che si accompagnano agli sgravi fiscali ed ai contratti promossi dall'Amministrazione Bush alle grandi multinazionali delle armi ( su 100 sono 43 le aziende statunitensi specializzate nell'export degli armamenti in tutto il globo).
Oggi le lobbies della morte rappresentano un potere in sè ed orientano le scelte dei governi e ne definiscono le opzioni di politica estera.
La guerra è innazitutto un grande affare che fa girare l'economia di tanti paesi, compreso il nostro: l'Italia è il sesto paese produttore di armi del pianeta.
Il governo Berlusconi non ha esitato, anche nella legge finanziaria di quest'anno, ad aumentare gli stanziamenti alla difesa di un miliardo di euro in piu' ( circa il 5 per cento ) rispetto all'anno precedente, a fronte di un taglio ulteriore alla spesa sociale ed ai trasferimenti agli enti locali, della scelta scellerata di non finanziare con 100 milioni di euro ( impegno preso al vertice G8 di Genova del 2001) il Fondo globale per la lotta all'AIDS e di non investire seriamente sulle politiche di cooperazione decentrata, impegnandosi a portare il Fondo per l'Aiuto allo Sviluppo dei paesi poveri all' 0,7 per cento almeno del Pil come previsto nel DPEF 2003-2006.
In sostanza anche la nostra economia rischia di essere pesantemente condizionata dal riarmo complessivo del pianeta: da ultimo consideriamo non condivisibile l'obiettivo di togliere l'embargo per l'esportazione di armi verso paesi come la Cina che non rispettano i diritti umani, violando chiaramente la legge 185/90.
Non vorremmo che quelle armi convenzionali vendute alle autorità cinesi da un'azienda italiana o europea, dopo la definizione di un lauto e conveniente accordo commerciale tra governi, contribuissero a promuovere una nuova Tienammen…
Occorre, dunque, un'agenda della pace, una scelta politica che la sinistra deve compiere di fronte al precipitare dei conflitti.
Al terrorismo non possiamo rispondere dicendo: blindiamo il pianeta, dando inizio ad una nuova stagione fondata sulla deterrenza.
Pensiamo, dunque, che il centrosinistra debba fare scelte nette ed inequivocabili una volta al governo:
- restituire potere alle Nazioni Unite per la gestione e la regolazione dei conflitti. Certo, un'Onu radicalmente riformata ( superando del potere di veto e la composizione del Consiglio di sicurezza nato dalla guerra fredda) che salvaguardi il Diritto Internazionale e la centralità dei diritti umani e della democrazia dalla deregulation istituzionale avanzata con l'unilateralismo e la guerra preventiva;
- costruire un nuovo Diritto internazionale fondato, come chiedono le parti più avanzate del pacifismo italiano, sul rispetto della dignità umana, sulla proscrizione della guerra, sul divieto dell'uso della forza preventivo, sull'obbligo della risoluzione pacifica delle controversie, sulla giustizia penale internazionale, sulle operazioni di polizia internazionale ( militare e civile);
- ridare pienamente attuazione alla Costituzione italiana, violata dalla scelta del Governo Berlusconi di aderire alla guerra in Irak; il ripudio della guerra, contenuto nell'articolo 11 della nostra Carta Costituzionale, resta ancora un termine caratterizzante e distintivo della nostra Repubblica: non è accettabile che venga progressivamente svuotato da opportunistiche collocazioni internazionali del nostro governo; continuiamo a batterci perchè nel nuovo Trattato costituzionale europeo, varato a Roma il 29 ottobre 2004, sia presente una formulazione simile all'Articolo 11 della nostra Costituzione: ne va dell'identità politica della nuova Europa, della sua opzione multiratelale, della sua funzione storica di potenza di pace e di dialogo;
- operare una svolta netta sulle spese militari nel nostro paese: bisogna puntare, come chiede la Rete Lilliput ed altre associazioni, alla riduzione - pensiamo ad un 5 per cento annuo - degli stanziamenti in bilancio per la Difesa, destinando quelle risorse alla Cooperazione decentrata ( nell'ultima finanziaria mancano all'appello altri 250 milioni di euro) ed alla spesa sociale; il nostro paese sostiene poco l'azione di quella miriadi di Ong ed enti locali per la pace che costruiscono progetti di ricostruzione nelle zone di guerra e nei paesi in via di sviluppo: anche questo è un contributo fondamentale per bonificare quei giacimenti di odio che alimentano il terrorismo;
- dare seriamente attuazione alla moratoria per le armi convenzionali, di cui l'Italia è il settimo esportatore mondiale, che ogni anno fanno più di 500mila morti civili nel silenzio della comunità internazionale; le armi leggere, alla stregua le armi di "piccolo calibro" e delle "mine antiuomo", sono da considerare, come ha detto nel 2001 Kofi Annan vere e proprie "armi di distruzione di massa"; disincentivare i cittadini al finanziamento di banche che hanno interessi nel campo dell'industria degli armamenti, aiutando cosi' a crescere ed affermarsi la finanza etica;

Il sentiero della pace diviene un discrimine fondamentale tra lo schieramento progressista e la destra sia a livello italiano che mondiale: un pacifismo attivo e responsabile che rappresenti uno dei fattori identitari principali della sinistra del 2000.
E'un'idea forte e radicale che si accompagna alla scelta nonviolenta che in questi anni ha caratterizzato il movimento dei movimenti.
La Nonviolenza non è semplicemente una pratica o uno stile di vita, ma una visione alternativa di società che non rende autonomi i mezzi rispetto ai fini, che non giustifica, al fine di conquistare obiettivi alti e nobili come la pace e la giustizia, la scelta di metodi fondati sull'offesa e la guerra.
Alla violenza del potere e delle armi oppone una cultura del dialogo e della tolleranza che porta a capovolgere tanti di quei paradigmi che avevano condizionato il socialismo novecentesco fino a condurlo a drammatiche sconfitte.
La Nonviolenza è un'arma formidabile nelle mani delle giovani generazioni per cambiare modelli sociali e culture consolidate, per operare una trasformazione radicale delle gerarchie economiche e sociali e della modalità di acquisizione del consenso attraverso la manipolazione della realtà, per produrre, infine, una revisione profonda della strumentazione tradizionale delle forme e dei modi di fare politica.

Tesi 8 - A quattro anni da Seattle, la crisi del neoliberismo, il cammino del movimento dei movimenti

A Chiusi definimmo la nascita di un movimento mondiale di contrasto alla globalizzazione, che a Seattle in occasione del vertice del Wto aveva occupato la scena bloccando per alcuni giorni lo svolgimento di quel Summit, un grande evento politico, il sintomo, la scintilla che avrebbe aperto inevitabilmente una nuova fase politica, densa di partecipazione, ma allo stesso tempo capace di invitare la sinistra a tornare a riflettere sui grandi temi del pianeta.
Lo strapotere economico e politico di Banca mondiale, Fmi e Wto, la sovranità illimitata ed extraterritoriale delle Multinazionali, i danni irreversibili che il pianeta stava subendo da un modello di sviluppo non basato sulla sostenibilità, la povertà alimentata dal debito dei paesi in via di sviluppo, le guerre periferiche e mai raccontate rappresentavano il banco di prova su cui il movimento no global andava a misurarsi, mostrando all'opinione pubblica tutte le criticità nascoste da un sistema mediatico superficiale e monopolizzato dalle grandi corporation dell'informazione.
Da quel vertice ha cominciato a prendere forma una nuova coscienza critica delle grandi questioni globali, delle ingiustizie e delle diseguaglianze che si celavano dietro i processi di mondializzazione liberista, dell'ipoteca che il prevalere verso la fine degli anni 70 del pensiero unico aveva posto sul futuro delle giovani generazioni.
Di qui la richiesta di modificare profondamente la funzione e gli obiettivi di quei grandi organismi che governano l'economia mondiale nati a Bretton Woods, a partire dalla gestione di quei Programmi di Aggiustamento Strutturale per i paesi in via di sviluppo che in cambio di erogazione di prestiti e di abbattimento del debito sacrificavano la pubblicità dei servizi sociali essenziali.
Due anni fa a Cancun, in Messico, si è tenuto un altro vertice del Wto per molti versi storico: sul tavolo del negoziato c'era l'applicazione degli Accordi Gats sulla liberalizzazione e privatizzazione dei servizi pubblici, il sistema dei brevetti farmaceutici, il nodo dei sussidi all'agricoltura da parte di Usa ed Europa.
Su queste materie si è consumato il primo vero scontro su chi detiene il potere della governance globale: il vertice è fallito sotto la spinta della piazza e con la scelta di 21 paesi di abbandonare la discussione in segno di protesta con le rappresentanze della maggior parte degli stati occidentali che avevano scelto di reiterare le politiche protezionistiche verso i propri prodotti agricoli, impedendo di fatto alle nuove economie emergenti di conquistare i mercati europei e statunitensi.
Insomma, l'Occidente che propugna neoliberismo e competitività sceglie allo stesso tempo il protezionismo per difendere vecchi privilegi interni, poco rappresentativi socialmente e tutt'altro che produttivi economicamente.
Le sovvenzioni statali alle agricolture europee sono la ragione principale dellla sofferenza delle agricolture del sud del mondo.
E' chiaro che chi produce con l'aiuto economico dello stato fa concorrenza sleale a chi questi aiuti non li riceve, impedendo agli agricoltori e agli allevatori africani o argentini di far finire i loro prodotti a prezzi vantaggiosi sui nostri mercati.
Quella globalizzazione che sembrava nata per unificare merci e mercati, uomini e tecnologie, diritti e benessere rivela la sua essenza più profonda: una barriera invalicabile per la maggior parte delle economie del pianeta, che finiscono per subire scelte che ne penalizzano la capacità competitiva, oltre che impedire loro di poter intervenire sugli enormi squilibri interni che li caratterizzano.
In un mondo dove muore di fame e denutrizione un bambino ogni sei secondi, dove l'Aids falcidia annualmente milioni di vite nell'Africa subsahariana, dove quasi un miliardo di lavoratori vive e produce con meno di due dollari al giorno, le potenze neoliberiste rispondono con la protezione delle economie più forti, con la riduzione generalizzata del costo del lavoro favorita dalla delocalizzazione di interi apparati industriali, con l'inserimento nel commercio mondiale dei beni comuni e dei servizi pubblici, con un ulteriore finanziarizzazione dei sistemi di scambio.
Non c'è dubbio che di fronte ad una transizione epocale del modello di produzione e dello stile dei consumi, con il tramonto del dell'era delle materie prime fossili ( petrolio e carbone in primis), le forze dominanti dell'economia mondiale preparano il terreno per l'accaparramento delle future materie prime ( dall'acqua ai suoli, dai semi al genoma, fino alla biotecnologie).
In questo quadro si sono inseriti gli accordi Gats per la liberalizzazione dei servizi pubblici, sanità e istruzione in primis.
In analoga direzione vanno le pressioni delle multinazionali per la difesa monopolistica dei brevetti sui farmaci.
Cancun da questo punto di vista ha rappresentato una speranza, nonostante alcuni mesi dopo a Ginevra il fronte del G21 si sia spaccato ed alcune delle sue rivendicazioni siano state riassorbite attraverso trattative separate e poche concessioni attribuite ad India e Brasile.
Su scala internazionale, allo stesso tempo, le aziende continuano a giocare sulla concorrenza tra territori e lavoratori, in particolare nei settori dove domina una produzione di massa standardizzata.
Cosi', alla periferia dei tre poli della Triade Usa-Europa-Giappone, le multinazionali hanno creato basi produttive dove sfruttare il basso costo del lavoro e dove impiegare manodopera in condizioni più favorevoli.
E' il caso delle aziende giapponesi in asia Orientale, di quelle americane in Messico e di quelle in Europa centrale.
Ne deriva, per i salariati dei paesi sviluppati che lavorano in settori dove la produzione è standardizzata, una tendenza all'allineamento verso il basso delle condizioni salariali e di impiego.
Di fronte alla crescente dipendenza dei paesi in via di sviluppo dalle multinazionali, si sta rafforzando un vasto movimento globale che preme affinchè vengano rispettate le normative in materia di diritti umani, legislazione del lavoro e tutela dell'ambiente.
Le questioni sono sempre le stesse: chi dirige la globalizzazione?
Chi introduce elementi di crisi dentro un meccanismo che rischia di mangiarsi un pezzo di futuro del pianeta?
Come si rovescia l'impostazione neoliberista imponendo diritti sociali ed un'equa redistribuzione delle ricchezze, garantendo crescita e benessere a tre quarti del globo?

Tesi 9 - Il decalogo dell'altra globalizzazione possibile

Il livello minimo per assicurare quel Governo mondiale, di cui parlo' profeticamente Enrico Berlinguer agli inizi degli anni ottanta, passa attraverso poche, ma immensamente difficili scelte.
La necessità di un Governo mondiale puo' apparire uno slogan, una scatola vuota laddove tanto i processi economici quanto le sedi di decisione politica appaiono effettivamente disarticolate e difficilmente tangibili.
Per definizione la globalizzazione neoliberista è priva di un centro di comando, di una cabina di regia che la renda afferrabile: tutto è fugace, i sistemi politici come le transazioni finanziarie, le strategie terroristiche come la rete attraverso cui si veicolano informazioni.
Serve dunque una Global governance che sia policentrica, che riavvicini le istituzioni ai cittadini, che restituisca potere alle assemblee elettive e che sottragga strumenti al mercato: una nuova stagione della democrazia che parta dai Municipi fino all'Assemblea generale dell'Onu.
- la Riforma della Banca mondiale, come dice il premio Nobel per l'economia Stigliz, non puo' non passare attraverso la politicizzazione di quell'organismo, mettendo nelle condizioni i parlamenti di concorrere alla definizione dei programmi di sviluppo e un Wto completamente rinnovato affiancato dall'assemblea generale delle Ong con poteri reali di controllo sulle decisioni e gli orientamenti
- La Riforma dell'Onu che, oltre ad un'ampliamento del Consiglio di sicurezza e all'abolizione del diritto di veto, dia reali poteri all'ECOSOC ( Consiglio Economico e Sociale) trasformandolo in un vero e proprio Consiglio per la sicurezza economica ed i Beni globali, capace di monitorare ed intervenire sulle attività dellle istituzioni nate a Bretton Woods;
- La definizione di un Contratto mondiale dell'Acqua, che verrà rilanciata nel Forum alternativo dell'acqua a Ginevra dal 17 al 20 marzo 2005, che dichiari l'accesso alle risorse idriche come diritto costituzionale, umano, indivisibile ed imprescrittibile.
- Un nuovo Inventario dei Beni comuni da sottrarre al mercato. Nelle Istitutiones Giustiniano scriveva: "per legge di natura questi elementi sono comuni a tutta l'umanità: l'aria, l'acqua dolce, il mare e, quindi, le sponde del mare": oggi potremmo aggiungere che beni pubblici non commerciabili sono da considerarsi la proprietà intellettuale come le cure sanitarie e i medicinali, i saperi e le reti di informazione;
- La revisione degli accordi Gats ( che aprono la porta alla privatizzazione e liberalizzazione i servizi pubblici) e Trips ( che commercializzano i diritti di trasferimento della proprietà intellettuale, compresi i brevetti sui viventi) oltre che, come ha chiesto l'FSE a Londra, il ritiro della direttiva Bolkestein dell'Ue che, assumendo l'impostazione degli accordi Gats, apre entro il 2010 alla concorrenza tutti i servizi pubblici, scuola e sanità comprese, promuove la completa deregulation nell'erogazione dei servizi a partire dagli enti locali, destruttura il mercato del lavoro attraverso la "legalizzazione" del dumping sociale, autorizzando un impresa che fornisce servizi all'estero di applicare sui lavoratori le regole ed i diritti presenti nel paese d'origine;
- L'adozione di un accordo generale per il Fair Trade: l'introduzione di un marchio di garanzia per quei prodotti che sono commerciati sul mercato rispettando i diritti del lavoro e la tutela dell'ambiente;
- Una politica che favorisca l'emersione delle agricolture dei paesi in via di sviluppo, attraverso la detassazione dei prodotti che fanno parte della rete del Commercio equo e solidale e il sostegno a misure di Microcredito destinate ai piccoli produttori: lo abbiamo detto, le sovvenzioni statali agli allevatori occidentali rappresentano un tappo per quei piccoli coltivatori del sud del mondo che si trovano a dover far fronte alla competizione nel mercato globale;
- La piena applicazione del Protocollo di Kyoto per la riduzione entro il 2010 del 5,6 per cento delle emissioni di gas serra: secondo i dati pubblicati dalla Convenzione per la Lotta al Cambiamento Climatico, tenutasi a Buenos Aires nel dicembre 2004, tra il 1990 e il 2000 nei paesi industrializzati la produzione di materiale inquinante è aumentata del 7 per cento, nonostante la maggioranza dei paesi occidentali, ad eccetto degli Usa, avessero aderito all'intesa. L'Italia, da questo punto di vista, rappresenta una fanalino di coda perchè non ha ancora predisposto le condizioni per la riduzione degli effetti inquinanti, aumentando addirittura l'emissioni dei gas serra del 9 per cento tra il 1990 e il 2002;
- Un impegno straordinario per l'abbattimento del debito estero dei paesi in via di sviluppo: con la campagna Cancel the debt lanciata dal cartello Jubilee 2000 molti paesi europei si sono impegnati ad azzerare i propri crediti maturati nei confronti dei paesi poveri. Ma c'è ancora molto lavoro da fare;
- Rilanciare, almeno a livello europeo, la Tobin tax, la tassa sulle transazioni finanziarie, per investire il ricavato in ricerca e stato sociale.
Ecco alcune proposte che emergono dalla riflessione di questi anni di lavoro nel movimento; riflessioni che sono patrimonio dell'elaborazione del Global Progressive Forum e dell'Internazionale socialista, che saranno protagonisti del Forum sociale mondiale di Porto Alegre del gennaio 2005.
In questo quadro, le esperienze di militanza ultradecennale nell'Ecosy e nella Iusy hanno arricchito il percorso di crescita politica della Sinistra giovanile e la sua capacità di comprendere gli scenari globali, a partire dalla necessaria costruzione di una rinnovata dimensione internazionalistica dell'elaborazione culturale ed ideale della sinistra italiana.
Vogliamo sempre di più investire in questi soggetti, rafforzandoli politicamente ed organizzativamente: Ecosy e Iusy debbono acquistare una reale sovranità politica, superando la concezione originaria di puro e semplice network di associazioni e partiti.

Tesi 10 - Il Movimento dei movimenti : il soggetto della nuova democrazia

Noi pensiamo che lo straordinario movimento alterglobalista che ha invaso le piazze di tutto il mondo, che si è riunito in quelle grandi Università popolari chiamate Social Forum a Londra come a Porto Alegre, a Firenze come a Bombay rappresenti una grande carta politica che il socialismo internazionale deve continuare a giocarsi.
I movimenti hanno incarnato la politica in questo scorcio di inizio secolo, la risposta più forte ed inequivocabile a chi annunciava la fine della storia, l'esaurirsi dei conflitti sociali, l'annichilimento di ogni spinta critica verso l'esistente.
Hanno preso dalla globalizzazione l'enorme carica distruttrice di barriere nazionali e di costumi consolidati, attraverso l'uso sapiente delle nuove tecnologie e delle comunicazioni di massa, e le hanno piegate all'idea di una nuova politica su scala mondiale, che parla di solidarietà, diritti, disarmo, tutela delle differenze e delle culture.
Per noi l'avventura del GSF, iniziata drammaticamente in quel luglio del 2001 a Genova, quando il Governo italiano autorizzo' la repressione di migliaia di manifestanti pacifici scesi in piazza a contestare il G8, resta ancora un valido orizzonte entro cui muoversi ed agire.
Una repressione che costò la vita al giovane Carlo Giuliani, a cui a tutt'oggi verità e giustizia sono ancora negate.
E' nata una nuova cultura politica che ha segnato una generazione, riavvicinandola alla partecipazione ed alla lotta, non pacificata ed esigente.
Una generazione responsabile, perchè impegnata a contrastare lo smantellamento di sicurezze sociali indiscutibili e il saccheggiamento persistente ed illimitato delle risorse del pianeta.
Una grande generazione democratica, perchè per prima ha visto ed interpretato la crisi dei meccanismi tradizionali di rappresentanza, spiegando ai partiti che dovevano necessariamente diventare permeabili alle istanze sociali, quelle collettive ed anche quelle individuali, riaggiornando i loro paradigmi culturali ed ideali.
Questa nuova domanda di politica va in controtendenza rispetto alla visione di una "democrazia minima" che negli ultimi quindici anni aveva preso il sopravvento, affascinando anche tanti teorici del campo progressista: una concezione della democrazia il cui unico compito sembrava quello di mettere ristrette oligarchie nelle condizioni di decidere senza intermediazioni e senza orpelli burocratici.
La ricetta era semplice ed apparentemente efficace: semplificare i processi decisionali, ridurre con il controllo sociale il perimetro dei conflitti potenziali, promuovere un'architettura istituzionale che alla crisi della democrazia rappresentativa aprisse varchi a nuove forme di plebiscitarismo.
In questi anni abbiamo capito, invece, che l'unico antidoto al rinsecchimento dei poteri della politica rispetto al mercato albergava nella nuova fase di partecipazione e di autorappresentazione della società che si era aperta.
Dalla democrazia rappresentativa bisognava passare alla democrazia partecipata, costruita sul metodo del consenso e sul coinvolgimento diretto dei cittadini nelle scelte dirimenti per la loro vita, e non alla democrazia plebiscitaria, fondata sul mandato periodico al comandante in capo, annullando cosi' il ruolo e la funzione di ciascun corpo intermedio della società.
Questa battaglia non è stata vinta: il primo colpo pesante assestato al movimento è datato 11 settembre.
Il rischio che la paura e la suggestione securitaria prevalga sulla partecipazione e sulla democrazia è sempre forte.
Le scorciatoie militari, protezionistiche, identitarie potevano spazzare via quella pluralità di costumi, tempi di impegno sociale, approcci alla vita che mai prima d'oggi si erano manifestati con intensità e nettezza.
In quei paesi dove il movimento è riuscito, nelle sue varie articolazioni, a rovesciare la scala delle priorità politiche dei governi, anche la sinistra ha finito per trarne beneficio.
Pensiamo alla nuova stagione di esperienze istituzionali della sinistra in America Latina, a partire da Lula in Brasile: li' il vento di Porto Alegre, la sperimentazione della democrazia partecipata, le lotte per la dignità e la terra hanno incrociato il maggiore partito della sinistra, modificandone l'impostazione ideologica tradizionale e conferendogli la maggioranza per governare.
Il Brasile è un Paese dove la fame e la miseria sono diffusissime come allo stesso tempo le potenzialità di crescita economica: Lula rappresenta la speranza di poter modificare il segno della mondializzazione con il contributo dei movimenti e con la partecipazione diretta dei cittadini.
Lo stesso vale per l'India, dove l'esperienza del Social Forum Mondiale a Bombay, ha determinato una spinta politica molto forte per quei movimenti e partiti che rifiutavano il nazionalismo e la rassegnazione per una frattura sociale determinata da un sistema economico discriminatorio e fondato sul prevalere delle caste.
Li', nel Paese di Arundaty Roy e di Vandana Shiva, le protagoniste delle lotte per la difesa della dignità delle donne e per la proprietà pubblica delle semenze e dell'acqua sottratta all'oligopolio delle mulitinazionali, ha prevalso il Partito del Congresso di Sonia Gandhi di chiara matrice progressista, che mette al centro del proprio programma la lotta alle povertà e la laicizzazione della società indiana.
Ma anche in Europa le lotte dei movimenti, per la pace e per i diritti, hanno condizionato le politiche dei governi e le scelte della sinistra, interrompendo in alcuni paesi il ciclo di potere delle forze conservatrici: pensiamo alla Spagna, innanzitutto, ma anche alla ripresa politica dei socialisti in Francia.
Dunque, il nodo del "potere", della sua trasformazione e della sua trasparenza, resta il banco di prova dei prossimi anni per il movimento: non nella sua istituzionalizzazione nè in una velleitaria riduzione partitica, bensi' nella capacità di incidere negli orientamenti delle assemblee elettive, dei parlamenti, degli organismi sovranazionali.
La Sinistra giovanile ha mostrato dentro quest'esperienza una sua peculiarità riconoscibile: dai territori ( Scanzano, Melfi, Cosenza) ai grandi eventi nazionali ed internazionali organizzati dal Social Forum come dal cartello Fermiamo la Guerra.
Un soggetto politico, talvolta in solitudine rispetto ai DS, che ha scelto la contaminazione ed il confronto, non restando chiuso nel proprio recinto ideologico, ma scegliendo di navigare in mare aperto.
La nostra identità sta nella nostra capacità di ricerca, non nel tentativo di ridurre ad unità cio' che è complesso e multiforme.

Tesi 11 - La nuova Europa attore di pace e spazio di cittadinanza

In un mondo che si globalizza i destini degli uomini sono sempre più interconnessi e la costruzione di un progetto credibile per il futuro passa per una nuova consapevolezza di un umanità dal destino comune che superi il crescente individualismo che alimenta l'ideologia dell'occidentalismo populista come tratto caratterizzante di una nuova cultura politica costruita sull'intreccio tra liberismo economico, spirito nazionalista e assolutismo religioso-culturale di cui la destra americana si fa alfiere.
Per fare fronte alle molteplici sfide del nostro tempo, dobbiamo rompere con il pensiero tuttora dominante che fa della separazione tra dimensione nazionale, europea e globale un suo carattere peculiare. Va radicalmente messa in discussione la sovranità degli stati nazionali ricostruendone le forme e i livelli al servizio di una nuova governance europea e globale.
La grande Europa politica federale è il pilastro fondamentale per la costruzione di un nuovo progetto politico globale, la pietra miliare di un nuovo ordine multipolare incentrato sulla democrazia e sulla cooperazione internazionale.
Bisogna fare dell'Europa lo spazio dentro cui inscrivere il riscatto della politica, nuove possibilità di cambiamento, di progresso e di pace.
Per noi le sfide da raccogliere nel complesso e tumultuoso mondo della globalizzazione devono essere animate dal coraggio e dal profondo senso del futuro che solo il pensiero e l'impegno europeistico possono alimentare: abbiamo bisogno della visione radicale nella tensione ideale e dell'impulso realistico nella lotta politica per realizzare l'obiettivo dell'Europa politica, democratica e potenza di pace.
Il nostro impegno deve ruotare attorno a quella peculiare sinergia tra movimento ideale e civile per l'Europa unita e azione politica e di governo. Questo duplice cardine ha attraversato il pensiero e l'impegno delle forze riformatrici della nostra storia democratica: Antonio Gramsci che descrive la crisi della coscienza europea proprio come il risultato del conflitto tra un'economia tendenzialmente cosmopolita e universale e una politica relegata all'interno di risposte statali e nazionali, del tutto inadeguata ad affrontare una nuova agenda dei problemi; Alcide De Gasperi che aveva compreso che l'Italia non avrebbe giocato in Europa un ruolo significativo se non accelerando il processo politico verso un governo capace di prendere a nome degli Europei le decisioni supreme.
A fronte delle insufficienze dello Stato-Nazione già registrate in forme diverse nel secolo scorso e dell'acuirsi della sua crisi con i mutamenti imposti dai fenomeni di globalizzazione è venuto maturando il senso di un intreccio profondo tra ruolo dell'Italia e costruzione dell'Europa politica.
Questo bagaglio culturale e politico ci consente di essere pienamente quella generazione che nell'Europa crede e all'Europa guarda come alla prova fondamentale della politica e della riaffermazione del suo primato di fronte ai significativi processi di finanziarizzazione, individualizzazione e privatizzazione indotti dal capitalismo globalizzato.
Il percorso di costruzione dell'Europa politica è cammino lungo e difficile destinato a segnare indelebilmente la storia del XXI secolo. A fronte di una progressiva espansione dello spazio geografico ed economico dell'Unione non corrisponde un rafforzamento dei suoi poteri politici. La ratifica del Trattato costituzionale rappresenta un primo positivo e fondamentale passo ma al contempo non sufficiente per fare dell'Europa il soggetto politico globale in grado di decidere i destini delle sue popolazioni e di codeterminare le grandi scelte su scala planetaria. Il rafforzamento dell'esecutivo europeo con un Presidente legittimato e credibile, e un vicepresidente e ministro degli Esteri, disegna per la prima volta, in modo abbozzato, l'idea di un futuro vero governo europeo. Il rafforzamento del Parlamento europeo sanziona una sua capacità legislativa e politica di cui ha dimostrato, nel recente confronto con il Presidente della Commissione, di saper fare uso, con fermezza e dignità.
L'unificazione del continente, con l'allargamento a 10 nuovi Paesi dell'Est, rappresenta un fatto storico di grande portata perché rappresenta il primo esperimento di unificazione pacifica mai sperimentata prima. L'Unione ha la possibilità di cogliere le opportunità di cui l'allargamento e la ratifica dei trattati costituzionale nei singoli paesi sono portatori. Sarà importante cogliere le sfide che la concreta azione politica dell'Unione ha di fronte perché questi sviluppi del processo di integrazione possano essere percepiti favorevolmente dai cittadini dell'Unione.
Si pone con sempre maggiore evidenza la necessità di una "governance europea" che partendo da una complessa struttura istituzionale multilivello presuppone un motore di coordinamento di tipo federale, legittimato democraticamente in un contesto di sovranità distinte e condivise.
Le risposte alle inquietudini degli europei, alle attese, alle domande che riguardano la tensione per la pace ed un nuovo ordine mondiale, l'equità sociale, un nuovo quadro di opportunità formative e di diritti e garanzie, la salvaguardia dell'ambiente, la capacità di garantire la sicurezza personale e collettiva, la coesione delle nostre società, l'affermazione dei diritti civili, delle libertà individuali e del diritto riconosciuto e sancito di vivere serenamente il proprio orientamento sessuale nonchè la costruzione di una società multietnica e multiculturale, sono inscindibilmente legate alla validità del nuovo assetto istituzionale dell'Unione allargata.
Il nuovo scenario mondiale scaturito dagli attacchi dell'11 settembre 2001 impongono la necessità di un'azione responsabile e attiva dell'Europa di fronte alle sfide della globalizzazione economica e agli imperativi che questa apre sui rapporti tra culture, religioni e civiltà.
La creazione di una politica estera e di un sistema di difesa comune è indispensabile in questo senso per l'assunzione degli strumenti indispensabili ad esercitare un ruolo politico da protagonista di fronte alle grandi sfide della sicurezza, della stabilità e della pace. La dotazione di un proprio sistema di difesa per l'Unione può consentire un nuovo modo di intendere il ruolo del sistema di difesa internazionale e definire nuove relazioni con la NATO fondate sulla distinzione di compiti e funzioni. E' necessario in questo senso sviluppare la teoria e la pratica della costruzione della pace, delle operazioni di interposizione per la prevenzione dei conflitti, del sostegno ai processi di stabilizzazione democratica e di autogoverno.
Questo disegno va più efficacemente legato al potenziamento dell'attuale Servizio Volontario Europeo, trasformandolo in un vero e proprio Servizio Civile Europeo come strumento accessibile a tutti i giovani europei per rafforzare il senso di una nuova cittadinanza.
L'Europa nasce come potenza di pace se è in grado di trasmettere ai suoi cittadini, soprattutto i più giovani ma anche al mondo, la capacità di esportare i suoi valori fondativi e la sua civiltà, che non mira alla supremazia militare ma che costruisce un esercito di pace in grado di lavorare fuori dall'Unione per obiettivi di pace, convivenza, rispetto dei diritti umani, stabilità e democrazia.
La nascita di un'effettiva politica estera comune dell'Unione è legata allo sviluppo di nuove relazioni internazionali fondate sulla strategia della "politica preventiva" in grado di valorizzare la dimensione multilaterale e le procedure condivise. E' in questo contesto che si colloca la nostra convinta adesione alla proposta di tanta parte del Movimento per la pace, della Tavola della Pace in particolare, per l'introduzione nel testo della futura Costituzione europea di un articolo che mutui e riprenda lo spirito dell'articolo 11 della nostra Carta costituzionale: "L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di pari dignità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo."
L'attore globale Europa può accelerare il processo di riforma dell'ONU sulla base della ridefinizione su base regionale e multipolare della struttura del mondo; consideriamo di grande valore la proposta di ridisegnare gli equilibri internazionali sulla base di una ridefinizione dei seggi in sede Onu in grado di sancire la fine degli equilibri post-bellici e in cui l'Unione europea possa essere rappresentata con un seggio unico.
Il grande banco di prova per la politica estera e di cooperazione dell'Unione è il Mediterraneo. Lo spazio euro-mediterraneo è la dimensione in cui le politiche di scambio, di confronto tra religioni e culture devono trovare una relazione costante e permanente con i processi di democratizzazione, di rispetto dei diritti umani, di crescita economica in un quadro di promozione e non di esportazione. L'Europa può in questo senso, rispondendo al proprio modello valoriale e identitario, contribuire affinché la grande minaccia del conflitto tra civiltà non si sostituisca allo scontro ideologico del bipolarismo internazionale.
I processi di pace e di sviluppo dei paesi del Mediterraneo sono la condizione principale per un nuovo ordine e una nuova stabilità internazionale.
L'Europa dovrebbe impegnarsi nel favorire il miglioramento della formazione culturale e professionale, l'ammodernamento delle strutture amministrative e imprenditoriali dei Paesi interessati, la sottoscrizione di accordi più coraggiosi e innovativi nel campo dell'agricoltura puntando sul coordinamento delle politiche agricole mediterranee, favorendo la regolazione dei flussi con accordi bilaterali e multilaterali che sviluppino politiche attive per la promozione di una libera circolazione rispettosa della dignità umana. Tendere verso un più ampio ed esteso quadro di cittadinanza e rappresentanza delle domande delle nuove generazioni riguarda una necessaria accelerazione del processo di costruzione di un nuovo modello sociale europeo incardinato su innovazione e coesione sociale in grado di rispondere ai radicali mutamenti intervenuti nei processi demografici e nel mondo del lavoro, nel rapporto tra qualità e sviluppo, tra conoscenza e produzione. L'Europa in cui le nuove generazioni si troveranno a vivere deve essere fondata su uno sviluppo innovativo e solidale, ecologicamente compatibile.
L'Unione europea ha adottato nel 2000 una strategia economica e sociale mirata a fornire una risposta positiva alla globalizzazione, sfruttando al meglio l'innovazione tecnologica, definendo una via europea per costruire un'economia basata sul sapere, ricostruendo la prospettiva di creare più lavoro puntando su fattori qualitativi.
L'Europa deve acquisire maggiore capacità di competere, aprendo altre aree dell'economia per far fronte alla ridislocazione globale delle forze in campo economico e per salvaguardare i propri livelli di vita.
La cosiddetta strategia di Lisbona può essere interpretata come una strategia di modernizzazione economica e sociale che tiene conto dei valori europei, una modernizzazione legata allo sviluppo della società dell'informazione, della ricerca, dell'innovazione, dell'imprenditorialità, del sapere e della inclusione sociale.
Nel nuovo paradigma emergente, il sapere e l'innovazione sono le fonti principali di produzione della ricchezza, e i discrimini che producono le nuove disparità non solo tra gli individui, ma anche tra le nazioni e i loro sistemi produttivi.
Il sapere, quindi, come la strada continua da percorrere senza interruzioni, contro la discontinuità dei lavori e come l'ammortizzatore sociale del futuro.
Esso è la chiave di volta stesso per la costruzione di un Welfare europeo che combini innovazione e coesione, investimenti nella qualità e nella solidarietà sociale.
Va perciò costruito un modello sociale europeo che, attraverso una riformulazione complessiva del sistema di Welfare, definisca una via europea alla nuova economia: innovazione, sapere, coesione sociale in un quadro di autonoma declinazione culturale rispetto al modello economico-sociale americano.
L'obiettivo strategico definito nei termini di costruzione di un'economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo, in grado di realizzare una crescita economica sostenibile con l'equilibrio ambientale presuppone un governo politico e istituzioni forti e democratiche.
Modernizzare il modello sociale europeo, investire nel capitale umano combattendo l'esclusione sociale implica la crescita economica basta sulla conoscenza migliorando la competitività legata all'innovazione e alla qualità.
Un nuovo Welfare europeo fondato sul sapere per combattere l'esclusione e favorire la cittadinanza attiva dei giovani. Il nuovo modello sociale europeo deve saper fornire strumenti di tutela e sostegno attraverso una nuova politica della libertà attiva, in grado di fornire le massime chances di vita per il massimo numero di persone.
Evidentemente gli impegni di Lisbona sono rimasti tali perché non hanno marciato parallelamente con le innovazioni istituzionali e le forme di coordinamento proprie tali da definire un sistema di governo di diversi livelli quali quello europeo, nazionale e locale in grado di interagire tra di loro.
Di fronte ai mutamenti della società post-moderna, l'invecchiamento progressivo, sviluppo tecnologico, centralità della conoscenza, l'Europa deve dotarsi di un nuovo e più inclusivo sistema di cittadinanza incardinato su una duplice priorità, modernizzazione economica e coesione sociale.
Dare risposte alle domande di cittadinanza, di nuove e inedite opportunità di crescita culturale e formativa che le nuove generazioni europee pongono significa ripartire dall'ispirazione di Lisbona dando un rinnovato slancio a quelle istanze, farle vivere nel coordinamento tra livelli istituzionali attraverso un effettivo governo politico dell'Unione. Ed il sapere diventa fattore determinante anche nella battaglia culturale e politica sul futuro dell'Europa.
Il nostro ruolo è creare una rottura positiva con la riproduzione sociale che la destra italiana ed europea stanno portando avanti.
Senza tenere conto che l'economia oggi richiede figure professionali capaci di aggiornarsi continuamente. Persone che sappiano ricreare il loro ruolo lavorativo in relazione alle continue scoperte ed innovazioni tecnologiche e scientifiche.
Mantenere le persone all'interno dei processi decisionali, facendole sentire partecipi delle scelte future dell'Unione è la priorità per far sì che le Istituzioni diventino e siano vissute come realmente più trasparenti e più democratiche. Solo così l'Europa diventerà agli occhi dei cittadini soprattutto giovani il motore di una politica di sviluppo in grado di colmare i deficit di programmazione dei governi nazionali. Soltanto in questo modo le Istituzioni europee ne usciranno rafforzate e capaci di tessere il dialogo con le realtà e le identità locali, vero nodo della sfida culturale che la destra europea ci sta proponendo.
L'Europa come la restante parte del mondo sviluppato deve sempre più sentirsi impegnata nella lotta per la riduzione della povertà e gli squilibri tra il mondo ricco e i Paesi del sud. I costi umani di un sistema di regole economico e commerciale come quello vigente sono innumerevoli e le sue regole tendono a favorire la parte più ricca del pianeta.
A fronte degli impegni assunti a Doha con il "Round dello Sviluppo" dopo due anni e soprattutto dopo i vari vertici del WTO, i paesi industrializzati hanno fatto poco di concreto per trasformare la retorica in realtà. Molte scadenze non sono state rispettate, impegni sono stati abbandonati a danno di paesi che in un processo di effettiva liberalizzazione delle relazioni commerciali vedrebbero diminuire sostanzialmente gli indici di povertà assoluta delle proprie popolazioni.
Il protezionismo e l'assistenzialismo rappresentano un grave danno per le economie dei paesi in via di sviluppo: imposizioni fiscali, dazi doganali e sistema delle tariffe non consentono ai prodotti di questi paesi un livello di esportazione sufficiente a costruire un sistema regolato del commercio mondiale in grado di lenire il peso degli standard economici e sociali dei paesi del sud del mondo.
Un'Europa come agente internazionale di sviluppo e cooperazione ha il dovere di favorire i processi di crescita e di sviluppo dei paesi poveri e concorrere, in coerenza con i suoi valori fondanti, alla promozione della pace, della giustizia sociale e della solidarietà internazionale.
Una nuova generazione può riconoscersi in una politica che non rinunci al suo ruolo e al suo primato di fronte alle contraddizioni del mondo globalizzato; una generazione portatrice di cultura globale pretende risposte immediate che siano globali e riguardino i destini degli individui in Europa ed in ogni latitudine. Una nuova generazione che esprime bisogni di cittadinanza, che guarda al futuro, che chiede nuovi diritti nel mercato del lavoro moderno e un sistema di inclusione fondato sulle competenze, sulla conoscenza, sull'innovazione.
L'accettazione dei confini nazionali per l'esercizio della funzione politica, in un quadro di nuova regolazione dell'attuale modello di globalizzazione condanna all'impotenza le forze del riformismo, le relega in posizioni subalterne e non in grado di destare interessi, passioni, partecipazione.
L'Europa è perciò l'orizzonte di una sfida progettuale, culturale e politica che chiama in causa la definizione di una nuova missione della sinistra, di una nuova funzione storica, di un nuovo progetto che offra uno spazio aperto e inclusivo di cittadinanza e partecipazione politica, che permetta ad ognuno di connettere in una nuova rete di solidarietà e di identità collettiva il proprio progetto di vita, la propria domanda di libertà e di futuro.
La sinistra, il PSE, i progressisti e i democratici europei sono chiamati a confrontarsi con questa sfida: dare alla politica quella dimensione europea e globale che le giovani generazioni domandano, dare alla politica le nuove forme e i nuovi obiettivi che le nostre vite richiedono, dare alla politica la forza e la legittimità per superare gli angusti confini del novecento, quelli degli stati nazionali e quelli di una politica racchiusa nei rigidi confini delle divisioni ideologiche.
In Italia il processo di integrazione europea deve divenire il fondamento dell'alternativa programmatica e di governo della Sinistra e di tutto l'Ulivo, in un disegno organico che dal diritto al sapere, fino ad una nuova idea del welfare inclusivo, universale e promozionale, si fondi sulla rappresentanza del bisogno di innovazione, di mobilità e di modernità che esprimono le giovani generazioni.

La società della conoscenza

Tesi 12 - Sapere ed innovazione: la società della conoscenza

Le grandi trasformazioni economiche, sociali e culturali degli ultimi venti anni hanno mutato in profondità le strutture della nostra società.
Oggi, come mai nel passato, le persone sono attraversate da continui flussi di informazioni e di dati che provengono da ogni parte del mondo. Una mole di immagini, parole, simboli che continuamente vengono sottoposti alla nostra attenzione e che fatichiamo ad interpretare.
Un mondo complesso che esige un pensiero complesso.
Una capacità nuova di interpretazione e di analisi del dato oggettivo e della realtà circostante.
Una necessità nuova di possedere strumenti di lettura del presente che sappiano intrecciare nuovi linguaggi e nuovi saperi.
Un'intelligenza personale che si deve sviluppare nel possesso delle chiavi di accesso al sapere globale come elemento di nuova cittadinanza. Un tempo la divisione fra chi possedeva la ricchezza e chi no era la chiave principale di ogni essere umano.
Oggi la nuova ricchezza si chiama sapere ed esso si configura come il nuovo bene pubblico inalienabile. Una delle differenze fra i moderni pensieri conservatori e progressisti passa attraverso il diverso grado di accesso al sapere.
I conservatori ritengono che esso debba essere disponibile solo per una ristretta parte della popolazione mondiale e nazionale.
I progressisti - cioè noi - credono che esso debba essere aperto a tutti, sia nella forma, ovvero attraverso il riconoscimento giuridico del diritto al sapere, sia nella sostanza, ovvero attraverso la possibilità reale che diamo ad ognuno di accedere al diritto allo studio.
Questa è una chiave di lettura internazionale che ha una sua valenza nella prospettiva nazionale ed europea. Proprio l' Europa è il luogo cui riferirsi prima di tutto e per questo riprendere gli obiettivi del Consiglio d'Europa tenutosi a Lisbona il 23 e 24 marzo del 2000 che si poneva come scopo di "creare le infrastrutture del sapere, promuovere l'innovazione sociale e modernizzare i sistemi di previdenza sociale e di istruzione". A Lisbona nasceva l'elaborazione europea di un'economia, ma soprattutto di una società della conoscenza. Si definiva prioritario investire sempre maggiori risorse sul sistema educativo per combattere la dispersione scolastica e la conseguente esclusione sociale. Questo è anche il nostro orizzonte di lavoro e di impegno per i prossimi anni perché il sapere deve diventare elemento di nuova e rinnovata coesione sociale, soprattutto per le giovani generazioni. In una realtà in cui il mondo del lavoro non è più l'unico luogo delle identità sociali, la scuola e la formazione sono quei pezzi mancanti per ricostituire una parte delle identità personali.
Oggi molti dei punti di riferimento che davano solidità e stabilità al mondo ed alle nostre esistenze sono cambiati.
I nostri genitori trovavano un lavoro, manuale od intellettuale che fosse, e lo portavano con sé per tutta la vita; esso diventava la fonte per la costruzione della propria identità sociale e personale.
La nostra generazione non vive più quel sistema di certezze e ha la necessità di imparare il mutamento. Vogliamo possedere le chiavi che ci diano l'accesso ad un aggiornamento e ad un'innovazione continua, perché il mutamento non trova un suo punto d'arrivo in una società con certezze acquisite.
Oggi è indispensabile possedere le capacità per cambiare rapidamente il proprio paradigma di vita, per riuscire a maneggiare le proprie esperienze e ricostruire nuovi percorsi di vita.

Tesi 13 - La scuola nell'era della "riforma" Moratti: quando le parole diventano irrilevanti

Il processo di rinnovamento nato dalle forze vive della scuola che ha trovato nella stagione delle riforme del centro-sinistra il tentativo di innovare sia la struttura normativa sia la pratica quotidiana di milioni di studenti e di insegnanti, ha vissuto con gli ultimi quattro anni di governo del centro-destra il punto più basso.
Con la vittoria alle elezioni del 2001 la nuova maggioranza di governo ha annunciato che la riforma Berlinguer-De Mauro sarebbe stata immediatamente cambiata.
Lo si è fatto con lo stile tipico di questo governo, senza discussione e senza confronto.
Elementi che indicano la volontà dell'imposizione del progetto di "riforma" cui è seguita una fase di blindatura dell'iter di discussione e di approvazione della legge 53 del marzo del 2003.
Fin dall'inizio è stato impossibile per le nostre rappresentanze studentesche poter dialogare con il Ministro, che fossero gli Stati generali della scuola del dicembre 2001 oppure i luoghi della rappresentanza studentesca, sia associativi che istituzionali, come la Conferenza nazionale dei presidenti di consulta.
Impossibile per gli insegnanti, i sindacati, le rappresentanze dei genitori, tutto il mondo associativo della scuola poter contribuire alla discussione sulla "riforma". Impossibile per le forze politiche poter discutere in Parlamento di come questo progetto potesse essere cambiato o almeno migliorato.

Il tema del sapere - come risorsa di emancipazione e di progresso per le giovani generazioni italiane - è un tema che riguarda tutto il Paese ma il Ministro Moratti lo considera come appartenente ad una parte sola: la sua.
Così oggi discutiamo di una riforma che non definiamo tale perché pensiamo che questo termine sia utilizzato in maniera impropria e strumentale.
Innanzitutto perché le riforme si fanno attraverso una discussione pubblica che tiene dentro le forze vive della scuola, secondo perché le riforme si finanziano, altrimenti rimangono solo chiacchiere e clamorose bugie.
Per questo pensiamo che stiamo assistendo ad un vero e proprio slittamento semantico del termine riforma con una perdita di intensità del concetto che dovrebbe servire per un cambiamento in positivo del mondo della scuola e che in questo caso rappresenta uno stravolgimento, una deformazione vera e propria del dettato costituzionale per cui lo Stato non è più capace, perché il governo non ne ha la volontà politica, di garantire un'istruzione pubblica e per tutti.
La legge 53/03 è un intervento mirato a colpire nel profondo quel lavoro di rinnovamento che abbiamo cercato di portare avanti negli anni del nostro governo e assolutamente non è l'inizio di una strategia di riforma che si inserisce in un quadro di immobilità e di stasi nei cambiamenti.
La legge 53 possiede un alto grado di ideologia che si esprime da una parte nell'intendere la scuola come un luogo da abbandonare alla logica del mercato, inteso come regolatore finale di tutte le istanze delle persone, e dall'altra imponendo una "riforma" della scuola come luogo puramente sussidiario della famiglia.
Questo tasso ideologico fa sì che la scuola nell'era della Moratti sia più povera, più rigida, più escludente.
Il sapere non è un bene che crea profitto immediato per le imprese; esso ha una bassa redditività, mentre possiede una grande ricchezza potenziale per il futuro del Paese e delle giovani generazioni.
La destra non può comprendere che l'investimento nel sapere e nella ricerca è il primo delle scelte da compiere per il futuro, perché non riesce a pensare che è sugli studenti, che sono i cittadini del domani, che si devono incentrare i maggiori investimenti se crediamo davvero che le società in cui viviamo si caratterizzino sulla divisione fra chi possiede la conoscenza e chi no.
Non esiste una famiglia disposta ad assumersi pienamente la responsabilità dell'educazione dei propri figli, se non nella teoria del Ministro, perché la vita reale delle persone è fatta di difficoltà e povertà sempre crescenti.
E se anche esistesse questa capacità esclusiva della famiglia, essa sarebbe soprattutto ad appannaggio di chi ha condizioni economiche e sociali migliori e quindi una minoranza in un Paese che osserva deperire la classe media e impoverire i ceti meno abbienti.
La scuola della destra è immobile, fotografa le differenze, è ridotta ad essere il luogo in cui queste differenze continuano a perpetuarsi.
Una scuola dissestata, che riduce l'offerta formativa, che non considera più gli studenti come persone che possiedono il diritto all'apprendimento, ad avere una chance di miglioramento sociale.
La scuola - bene pubblico fondamentale per assicurare a tutti un diritto fondamentale di cittadinanza e le condizioni per la mobilità sociale - diventa un servizio a domanda individuale, in cui è la qualità della domanda, che appartiene alle famiglie, a determinare la qualità dei percorsi.
Per cui le famiglie con migliori condizioni avranno accesso all'offerta formativa migliore, mentre le famiglie con difficoltà economiche avranno a disposizione una offerta formativa peggiore.
Per questo la tanto decantata personalizzazione dei percorsi formativi non opera più in relazione alle diverse intelligenze e sensibilità personali, ma è definita dalla domanda delle famiglie e ne rispecchia le diversità di condizione sociale e culturale.
Per questo giudichiamo l'operato della Moratti come un progetto culturale e politico per riportare indietro il processo di cambiamento che si è sviluppato negli ultimi anni.

Tesi 14 - La scuola reale: un'analisi della condizione studentesca

I dati ci dicono che la scuola della Moratti riproduce selezione sociale e perpetua l'immobilismo.
"Nell'anno 2002-2003 le iscrizioni, in linea con l'anno precedente, mostrano un lieve incremento, pari a 56.800 studenti (+0,6%), soprattutto nelle scuole dell'infanzia e nelle scuole secondarie" (fonte Istat).
Nonostante il decremento demografico del nostro Paese possiamo confermare questo dato perché il "numero di studenti con cittadinanza non italiana che frequentano il nostro sistema scolastico è in aumento e, dopo aver superato la quota di 200.000 presenze nel 2002/2003, si avvicina ormai ai 300.000 ragazzi di ben 191 paesi d'origine, circa il 3% sul totale degli studenti, anche se siamo ancora lontani dalle percentuali di presenza di alunni stranieri, riscontrabili in altri paesi come l'Inghilterra (14,7%) o la Spagna (5,7%)" (fonte Censis).
Sappiamo che il numero delle classi rimane invariato rispetto all'anno scolastico precendente e che - anzi - si è adoperato un taglio per gli organici di circa 33.500 insegnanti per cui all'aumentare della popolazione scolastica, diminuiscono gli spazi e gli insegnanti, soprattutto il minor numero di questi ultimi limita fortemente il processo di integrazione dei ragazzi stranieri che studiano nelle nostre scuole, proprio adesso che servirebbe una maggiore attenzione per avere una scuola più plurale e più aperta.
L'aumento della scolarizzazione delle giovani generazioni ha prodotto un innalzamento del livello complessivo di istruzione del nostro Paese, "un incremento di persone con il diploma di scuola secondaria superiore che dal 20,9% del 1999 passa al 23,9% del 2003, anche se le cifre sono ancora molto al di sotto della media europea" (fonte Istat).
Possiamo affermare che "la popolazione italiana non ha mai conosciuto un livello così alto di istruzione, ma fra le società post-industriali l'Italia ha una delle popolazioni meno istruite. Soltanto il 41% dei 25-64enni ha completato la scuola secondaria superiore; nell'Ue solo Spagna e Portogallo hanno medie più basse" (fonte Iard).
A dispetto di questo aumento dei livelli di scolarizzazione, le disuguaglianze sociali rimangono e alcuni giovani posseggono maggiori opportunità concrete di ottenere una migliore istruzione.
Le origini sociali continuano a influire fortemente sul conseguimento del titolo di studio ed è un'influenza sia materiale che culturale.
Materiale perché disporre di maggiori risorse economiche è più facile per sostenere gli studi per un periodo più lungo nonostante i mancati introiti derivanti dal ritardo nel mondo del lavoro.
Culturale perché i ragazzi provenienti da una famiglia con un più alto grado di istruzione sono avvantaggiati nel vivere in un ambiente che facilita l'apprendimento.
Fenomeno che emerge con maggiore evidenza nei giudizi migliori all'esame per il conseguimento della terza media.
Proprio alla fine della scuola media osserviamo una difficoltà maggiore, sia nella libertà di scelta per il percorso formativo successivo, sia nel successo formativo per il primo anno di superiori.
Alla fine della scuola dell'obbligo, entro certi limiti, i destini scolastici dei giovani finiscono per conformarsi all'estrazione sociale della famiglia. I più avvantaggiati andranno al liceo, mentre i figli delle famiglie più svantaggiate intraprendono gli istituti tecnici e professionali.
È in questa contraddizione non sanata della società italiana che il progetto morattiano fonda la sua base. Affermando che debbano essere le famiglie a preoccuparsi primariamente della scuola, è evidente che si desidera mantenere inalterato lo status quo delle disuguaglianze sociali d'origine.
"Il passaggio da un ciclo scolastico a quello successivo risulta piuttosto impegnativo per gli studenti, che scontano in termini di rendimento il difficile impatto con un nuovo sistema scolastico e la più alta percentuale di respinti si registra il primo anno di corso. In particolar modo la percentuale delle bocciature è del 27,8% nei professionali, del 18,7% nei tecnici, mentre solo del 7% nei licei scientifici e del 6,6% nei licei classici" (fonte Istat).
Una recente indagine dell'Ires Cgil ci dice che la dispersione reale degli studenti è più marcata rispetto alla cosiddetta dispersione legale che risulta interna al sistema scolastico e non è legata alle condizioni familiari. La dispersione reale torna a crescere dopo anni di continuo abbassamento influenzata dalla "situazione socio-economica della famiglia d'origine che svolge un ruolo decisivo nel determinare successi ed insuccessi delle carriere scolastiche degli studenti".
"La dispersione scolastica nella scuola media inferiore torna a crescere, nell'anno 2001/2002, dopo anni di costante e progressivo calo, per risalire allo 0,33%, mentre nelle scuole secondarie la situazione risulta differenziata fra i diversi indirizzi di studio.
Gli istituti professionali sono interessati da percentuali di abbandono relativamente elevate e prossime al 9%, con una stessa percentuale fra nord e sud; al centro la quota di abbandono è circa la metà del dato nazionale mentre la percentuale nei licei classici è pari al 2,3%, all'1,8% nei licei scientifici per arrivare all'8,9% dei professionali e il 4,6% dei tecnici".
Nei licei, caratterizzati da bassi livelli di abbandono scolastico, sono maggiormente rappresentati i figli con i genitori con istruzione superiore o con la laurea e la dispersione scolastica è influenzata dal grado di istruzione dei genitori che, a sua volta, determina i livelli di reddito della famiglia, mentre la prosecuzione dopo l'obbligo è influenzata, fra l'altro, dalla professione del capofamiglia. Circa il 36% dei figli degli operai non va oltre la licenza di scuola media, con il 26,6% dei commercianti, il 25,2% degli artigiani mentre solo il 15,8% dei figli dei dirigenti, il 16,8% degli impiegati.
Questi sono i dati, solo alcuni, che fotografano una situazione per la vita quotidiana della scuola pubblica difficile, a tratti drammatica.
Un'Italia in cui la quota di giovani con età compresa fra i 25 e i 34 anni in possesso di un titolo di istruzione superiore è solo del 57%, una delle più basse del mondo, mentre troviamo la Germania 85%, la Francia 78%, la Grecia 73% (per l'area euro), la Corea 95%, il Giappone 94%.
Un'Italia che ha una delle spese pubbliche per l'istruzione più basse d'Europa.
La riforma Berlinguer-De Mauro partiva proprio dal dato della gravissima dispersione scolastica che superava il 30% fra i ragazzi tra i 15 ed i 18 anni fuori da ogni percorso formativo.
Si cercavano delle risposte praticabili per combattere il fenomeno, si generalizzava e si rafforzava la scuola dell'infanzia, si riformava il ciclo di base, unitariamente, per evitare salti e rotture fra elementari e medie, cercando di immettere nella scuola media la pluralità delle intelligenze, perché era ed è alla fine della medie che si registra la difficoltà maggiore a scegliere un percorso di studi; si innalzava l'obbligo scolastico con forti possibilità di integrazione fra l'istruzione e la formazione professionale; ed infine l'autonomia che si basava sulla centralità dell'apprendere, capace di rispondere ai bisogni e ai desideri propri di ogni studente, comunità educante che si apriva al territorio e che di esso faceva ricchezza in un rinnovato rapporto fra il sapere ed il saper fare.
Oggi, a cominciare dai finanziamenti, assistiamo ad un'azione di governo tesa a destrutturate giorno dopo giorno la scuola pubblica.
Per l'attuazione della "riforma" della scuola il Ministro aveva promesso che il governo avrebbe stanziato ben otto miliardi di euro in cinque anni.
Fino ad oggi si sono visti pochi spiccioli di euro se confrontati alle promesse in odore, ormai, di vere e proprie bugie.
Inoltre se il creativo Tremonti se ne è tornato a casa, la Moratti non è certo da meno. Gli investimenti che il governo pubblicizza vengono dai tagli che il governo fa alla scuola stessa. I soldi sono gli stessi, pochi, ma si trasformano da tagli a fondi per la scuola.
Il taglio agli organici - circa 33.000 in tre anni - con il risultato che nel momento in cui aumentano gli studenti, diminuiscono gli insegnanti; il taglio dei fondi per lo studio delle lingue straniere; l'inglese come l'informatica, altro obiettivo declamato, che sparisce dai programmi reali di studio.
Gli edifici cadono a pezzi, non sono a norma di sicurezza, non possiedono le strutture adeguate per accogliere i portatori di handicap.
Si diminuisce il fondo per l'offerta formativa e si tagliano gli investimenti nella scuola dell'autonomia. Questo governo anziché finanziare la "riforma" taglia addirittura sull'ordinario, con il risultato di minare gravemente il futuro della scuola.
La finanziaria 2004 prevederà solo 220 milioni di investimenti.
Credevamo che avremmo visto il decreto sul secondo ciclo della scuola, ma abbiamo scoperto che tutto è stato rimandato all'ottobre 2005. Chiaro segnale di un Ministro e di una maggioranza in crisi di idee e di consenso.
La Moratti ha intenzione di creare ben 20 licei che rimangono sotto la giurisdizione statale, di ridurre l'autonomia della scuola e abbandonare totalmente gli istituti professionali alle Regioni senza nessun impegno nazionale. Una "riforma" in contrasto con la riforma del titolo V della Costituzione.
Un'idea sbagliata di devolution che affida alle Regioni la competenza della gestione del personale e dell'organizzazione scolastica, in particolare per i percorsi tecnico-professionali, e che intende lo Stato totalmente indifferente della sorte di esperienze molto importanti.
Una liceizzazione strisciante per non rientrare nelle competenze delle Regioni e quindi mantenendosi le mani libere per decidere, centralmente, su tutti i percorsi liceali.
Ennesimo esempio del carattere centralistico di questo Ministro, che provocherà un impoverimento dell'esperienza più importante del processo riformatore, ovvero l'autonomia scolastica, che dava agli insegnanti e agli studenti la possibilità di poter incidere sui propri percorsi di studio e quindi di pensare e praticare una scuola che rispondesse alle reali esigenze di ogni singolo studente.
Vediamo che anche soggetti - come Confindustria - non certo riconducibili alla forze progressiste sono contrari a questa riforma.
L'abolizione dei cicli della riforma Berlinguer e l'abbassamento dell'obbligo scolastico sono stati i prodromi per quella canalizzazione precoce che tanto male farà al futuro delle giovani generazioni. Una canalizzazione precoce che crea una scuola divisa fra l'istruzione, quella dei licei - della teoria direbbe Bertagna - e la formazione professionale, degli istituti tecnici o della techné. Un'idea conservatrice del sapere che porta con sé il tentativo di schiacciare la formazione professionale e di considerarla come un percorso di seconda serie. Una divisione che non tiene conto prima di tutto di come la scuola dovrebbe essere luogo di cittadinanza, in cui si apprende quella criticità che consente di poter affrontare al meglio il mondo del lavoro e la propria vita.
La canalizzazione precoce e il cosiddetto diritto-dovere sono una sommatoria di esclusione e di immobilismo sociale che non ci esimiamo dal definire neo-classista. Il Ministro ci parla dell'importanza della famiglia nella scelta dello studente, ma noi sappiamo che proprio le condizioni d'origine sono determinanti, soprattutto alla fine del percorso della scuola dell'obbligo.
Finirà che il figlio di laureati avrà maggiori possibilità di portare in fondo il proprio percorso formativo e il figlio di una famiglia di operai o di artigiani affronterà difficoltà maggiori per giungere con successo alla fine del proprio iter formativo.
Questo governo si immagina un Paese diviso in due, fra chi avrà gli strumenti culturali ed aspirerà a occupare posizioni socialmente e culturalmente più elevate, e chi dovrà restare al suo posto, relegato in una posizione sociale predefinita, senza nessuna opportunità reale di emanciparsi.
Un progetto che abbassa l'obbligo scolastico a 13 anni e mezzo per chi anticipa e a 14 anni per tutti gli altri proponendo in alternativa un generico diritto-dovere, formula suggestiva per sottrarre alla Repubblica una delle sue funzioni fondamentali, cioè garantire il servizio pubblico all'istruzione, venendo meno al dettato degli articoli della Costituzione italiana. Una scuola pubblica in cui non dovrebbero essere permesso che le differenze sociali continuino a perpetuarsi; un luogo in cui si dovrebbe lavorare per superarle; una scuola in cui ci sia l'occasione, "l'occasione" per praticare l'uguaglianza sociale e dare a tutti pari opportunità di partenza.
Don Milani ci parlava del principio della discriminazione positiva, ovvero che non partiamo tutti in ugual modo e per questo si deve pretendere di dare di più a chi ha meno, dare cose diverse per persone diverse perché "non vi è peggiore ingiustizia di quella di dare cose uguali a persone che non vivono condizioni uguali".
Una contro-riforma della scuola che crea nuove divisioni sociali e fa sì che nella fascia di età che va dai 13 ai 15 anni si condensi una tale sommatoria di disuguaglianze che ci permette di dire che questa è una riforma contro la libertà al sapere delle giovani generazioni e che intacca il diritto alla libera scelta come realtà.

Tesi 15 - La scuola che vogliamo: il nostro progetto di scuola.
La scuola in cui viviamo

La partecipazione al governo della scuola dovrebbe essere una pratica da far vivere quotidianamente.
Invece questo governo ha svilito le rappresentanze studentesche e considera lo Statuto dei diritti e dei doveri delle studentesse e degli studenti come carta straccia.
Rendere effettivo lo Statuto significa dare spazi di libertà e di responsabilità perché è attraverso questo patto fra la scuola e gli studenti che si definisce uno status per la cittadinanza studentesca, perché ogni ragazzo non è semplice utente del proprio istituto, ma vero e proprio cittadino a tutti gli effetti, chiamato ad assumersi delle responsabilità riguardo alle decisioni che vengono prese per il suo percorso formativo.
Inoltre lo Statuto permette di organizzare associazioni ed avere luoghi di discussione e di rappresentanza reale dei bisogni delle giovani generazioni dentro il processo formativo.
Il protagonismo e la rappresentanza studentesca sono elementi fondamentali per dare vita alla scuola dell'autonomia per cui continuiamo a batterci.
Un protagonismo che è stato la scintilla per il movimento studentesco degli ultimi quattro anni sia per la rappresentanza studentesca istituzionale che associativa. Le Consulte provinciali degli studenti permettono un ruolo maturo e consapevole di progettualità, ma è necessario che oggi si pensi ad un ruolo innovativo nella gestione quotidiana per farne un reale luogo in cui la discussione porti innovazione e siano un luogo di una sana discussione democratica.
Vogliamo ridurre l'abbandono scolastico attraverso politiche di inclusione. Ci dobbiamo domandare come intercettare tutti quei ragazzi che oggi vanno a scuola pochi giorni l'anno e che si perdono lungo la strada della formazione; ragazzi che molte volte lavorano a nero e che non possiedono nemmeno gli strumenti per poter sognare una vita diversa e più dignitosa. Dobbiamo pensare una scuola pubblica che possa essere anche una seconda occasione e che riesca a riconoscere le competenze che ognuno ha acquisito con la propria esperienza personale e che può diventare un sapere minimo di cittadinanza. Per questo è necessario riaprire i canali dell'orientamento e della formazione attraverso un sistema nazionale di borse di studio che siano capaci di sostenere nel percorso formativo chi non possiede una condizione familiare dignitosa.

Tesi 16 - La nostra idea di scuola

I temi del sapere e della formazione devono essere il primo punto della nostra agenda politica.
L'investimento sul sapere e sulla formazione è il cuore di un nuovo patto generazionale con i nostri padri.
Se i fondi dello Stato sono limitati - e lo saranno ancor di più dopo gli anni di governo del centro-destra che lasceranno ancora più disastrati i conti pubblici del nostro Paese - crediamo che si debbano operare delle scelte precise che vadano a salvaguardare innanzitutto il diritto al sapere per ogni studente.
Tenere ferma la nostra opposizione alla legge Moratti e ricercare tutte le strade possibili per portare avanti il processo di cambiamento della scuola.
Oggi non possiamo soltanto dire cosa non va bene della "riforma" Moratti, oggi abbiamo il dovere di proporre un'alternativa credibile e un progetto di cambiamento reale della scuola italiana. Proposte che sappiano intercettare le esperienze migliori maturate nelle scuole e che interpretino le reali esigenze degli studenti italiani.
Occorre dare al Paese una scuola pubblica per tutti e di tutti, che sappia riunire il sapere ed il saper fare e che crei i cittadini del domani e figure professionali che sappiano affrontare con sicurezza i continui cambiamenti dell'economia e dell'organizzazione della produzione e del lavoro.
L'annullamento dei provvedimenti del ministro Moratti è una necessità che deve portare all'azzeramento dei singoli provvedimenti legislativi e all'azzeramento complessivo della contro-riforma del Ministro.
Fondamentale è tessere relazioni complessive con tutti i soggetti vivi della scuola, dagli insegnanti agli studenti, dalle associazioni dei genitori ai sindacati perché significa far crescere e vivere la riforma di tutti non come un'imposizione ma come un progetto comune.
Non si deve pensare più di impostare una riforma complessiva dall'alto, ma definire gli obiettivi generali e poi dare alle scuole dell'autonomia la libertà di decidere quale debba essere il percorso migliore per creare una scuola migliore.
Investire nella scuola pubblica significa pensarla come il luogo fondamentale della democrazia e opporsi al progetto di descolarizzazione che il governo sta portando avanti.
La scuola che vogliamo è quella al cui interno crescano e maturino le capacità critiche di cittadini responsabili, liberi per davvero, e consapevoli delle proprie scelte.
Rilanciare sui finanziamenti significa riprendere le fila di quel processo riformatore che Luigi Berlinguer aveva cominciato e che il centro-destra ha bruscamente interrotto.
Molte scuole non riescono a soddisfare le condizioni della messa in sicurezza degli edifici per dare la piena agibilità soprattutto per chi possiede handicap, perciò abbattere le barriere architettoniche è una priorità. Troppe scuole non possiedono aule per l'informatica e per le lingue estere. Per questo è necessario investire in un piano nazionale per l'edilizia scolastica come realizzazione pratica del diritto allo studio.
La scuola che vogliamo deve essere prima di tutto libera ed autonoma. Una scuola basata sulla centralità dell'apprendere che sappia rispondere ai bisogni diversi degli studenti e del territorio e che intrecci sapere e saper fare.
L'autonomia come comunità democratica degli insegnanti e degli studenti, all'interno della quale si determina il percorso più giusto per ogni singolo ragazzo e ragazza. Una scuola per tutti e per ciascuno, in cui vige la partecipazione attiva al rapporto insegnamento/apprendimento. La scuola dell'autonomia è la libertà di scelta sul proprio destino personale, è spinta all'autodeterminazione e all'emancipazione sociale e culturale.

Tesi 17 - L'accesso ed il successo: la libera scelta

L'accesso al sapere non basta più, oggi è necessario tenere insieme il successo formativo più che in passato, come primo elemento di un nuovo diritto allo studio.
Il diritto al sapere è il diritto allo studio, il diritto allo studio è il diritto all'apprendimento, il diritto all'apprendimento è il diritto al libero e consapevole accesso al proprio futuro.
Per questo le due proposte che seguono vogliono rompere con la condensazione di un determinismo che la "riforma" sta attuando nella fase più delicata, fra i 14 ed i 16 anni, del percorso formativo di ogni singolo studente.
La scuola dell'obbligo della Moratti finisce fra i 13 ed 14 anni (a seconda dell'anticipo delle scuole elementari), là dove è più forte l'influenza delle condizioni di origine.
La stessa fase in cui l'abbandono scolastico torna a crescere sia come abbandono precoce della formazione, sia come fallimento formativo durante il primo anno delle superiori.
Vogliamo riportare l'obbligo scolastico almeno a 16 anni, ovvero ai primi due anni della scuola superiore - mantenendo saldo l'obbligo formativo a 18 anni che il governo di centro-destra non ha ancora toccato - con l'obiettivo di estendere anche l'obbligo scolastico fino a 18 anni.
Riaffermare il valore dell'obbligo scolastico significa dare più tempo ad ognuno per poter maturare una migliore consapevolezza del proprio futuro e spostare la scelta ad un momento in cui si avranno maggiori e reali capacità di scegliere in piena libertà.
Ciò è necessario per attenuare l'influenza della famiglia di appartenenza e farlo all'interno di un primo biennio delle scuole superiori che tenga insieme l'istruzione e la formazione professionale.
L'esatto opposto di quello che ha intenzione di fare la Moratti con una divisione netta fra i licei, che diventeranno 20 e saranno considerati la scuola dell'elite, mentre la formazione professionale viene abbandonata a se stessa, intesa come luogo in cui fare il semplice avviamento al lavoro.
Un lavoro che si pensa dequalificato e senza una sua anima. Un errore e una volontà politica chiara: un errore perché il mondo del lavoro di oggi richiede figure professionali in continua evoluzione che sappiano adattarsi ai mutamenti; una chiara volontà perché si cerca di definire una divisione del Paese fra chi possiederà il sapere e potrà scegliere e fra chi avrà solo una qualifica professionale che lo legherà per sempre ad una stessa condizione sociale.
L'integrazione dei canali di istruzione e formazione professionale del primo biennio delle superiori è una priorità per dare ad ogni studente la possibilità di possedere gli strumenti per intrecciare il sapere con il saper fare.
Legare la prosecuzione dell'obbligo scolastico nel primo biennio della secondaria superiore insieme all'integrazione dei due canali di istruzione e di formazione professionale - e quindi contrastando la logica duale della "riforma" Moratti - rappresenta uno dei fondamentali motori di democrazia che si oppone al processo di sotterranea e pericolosa descolarizzazione che questo governo sta portando avanti. Istruzione e formazione professionale diventerebbero due sottosistemi integrati della formazione.
Le competenze culturali, fondamentali per permettere ad ogni studente di diventare soggetto attivo cioè cittadino a tutto tondo, si legano alle competenze professionali.
Pensare separate la scuola dell'astrazione da quella dell'esperienza, ovvero i licei dagli istituti professionali, è un errore storico che non tiene conto dei cambiamenti del mondo dei lavori e dei bisogni delle giovani generazioni.
Oggi le fondamentali basi culturali delle professioni sono costruite proprio all'interno del percorso di istruzione e dividerle significherebbe rendere la scuola più rigida, il mondo del lavoro più dequalificato, la società più fragile.
Una proposta che si propone di contrastare l'obsolescenza precoce delle professioni ed i fenomeni dell'analfabetismo di ritorno. E l'integrazione deve andare di pari passo con la formazione durante tutta la vita, che non è pensabile come un ammortizzatore sociale ma come un elemento di aggiornamento continuo.
In una società ed in un'economia che creano continui cambiamenti nel lavoro, pensare che si possano costruire professionalità che durano tutta la vita è anacronistico.
Noi crediamo che si debba investire su di un sistema di formazione permanente, strutturato, innanzitutto a base regionale e territoriale.

Tesi 18 - Didattica e nuovi saperi

Si deve pensare ad una nuova didattica e a dei nuovi saperi perché ogni studente possieda un pensiero complesso e quindi capace di comprendere la realtà che lo circonda e di esserne protagonista attivo.
Oggi la didattica è ancora legata - se si eccettuano le seppur tante sperimentazioni della scuola dell'autonomia - ad uno schema verticale e rigido, figlio di un'epoca, quella fordista, ormai tramontata.
Un'impostazione basata sul passaggio del sapere verso uno studente che lo subisce passivamente, con poche possibilità di rielaborazione, ma soprattutto con una scarsa attenzione alla predisposizione personale. Si deve pensare una nuova didattica basata sulle intelligenze molteplici come capacità di dialogo con la predisposizione di ogni studente e come rete per non lasciare nessuno fuori dal processo dell'apprendimento.
Il nostro obiettivo è di far emergere le competenze personali, valorizzare i talenti e le intelligenze e renderli patrimonio comune di tutti.
La nuova didattica prepara ogni studente a diventare cittadino della società della conoscenza attraverso un'impostazione mentale pronta all'apprendimento e alla rielaborazione critica della complessa realtà che li circonda. Una scuola che valorizzi le differenze ed educhi alla criticità, al confronto ed alla contaminazione dei saperi per comprendere il mondo e per poterlo cambiare. È necessario che si superi il modello iper-storicista e si ponga maggiore attenzione alle conoscenze necessarie per comprendere ed affrontare il presente. Per questo riteniamo fondamentale che si studi la storia contemporanea, la storia delle religioni, la geografia, sia economica che politica. Materie che danno strumenti di lettura in modo da poter interpretare i media come i giornali, la televisione ed internet.
Una nuova didattica insieme a nuovi saperi per fare di ogni studente un cittadino globale.

Tesi 19 - La nostra strategia nella scuola

Il nostro scopo è creare un vasto fronte unitario di tutti i soggetti vivi e democratici che hanno a cuore il futuro dell'istruzione come luogo di emancipazione e di cittadinanza.
Gli ultimi tre anni di mobilitazione contro il progetto della Moratti ci parlano dell'esistenza di un tratto innovativo nelle forme della partecipazione, che va al di là delle tradizionali rivendicazioni studentesche e che si lega a grandi temi come la pace, la giustizia sociale, i diritti, il futuro delle giovani generazioni.
Ciò segna, da un lato, il superamento del vertenzialismo studentesco tradizionalmente inteso, dall'altro, la ricerca di nuovi e più originali strumenti di protesta e di confronto.
Esprimerci radicalmente contro il disegno della destra che tende a destrutturare la scuola pubblica non ci basta più, oggi vogliamo e dobbiamo affermare quale idea di sapere possediamo.
Il movimento studentesco ha bisogno di ritrovarsi nella discussione e nella costituzione di una proposta alternativa alla Moratti.
È necessario per intercettare tutte le domande ed i bisogni degli studenti italiani che vivono una situazione sempre più drammatica.
Per questo abbiamo sentito l'esigenza di sostenere, insieme alla nuova associazione Studenti di Sinistra, una nuova idea di partecipazione e di protagonismo studentesco.
Gli studenti possiedono una funzione fondamentale all'interno del processo di rinnovamento del mondo della scuola inteso come protagonismo praticato giorno dopo giorno.
Siamo consapevoli che dobbiamo lanciare una sfida nuova, senza nessuna intenzione di strumentalizzare il movimento studentesco, che faccia delle scuole il luogo in cui il conflitto diventa parte integrante dell'innovazione.
Proprio dagli studenti riparte l'affermazione dei diritti di rappresentanza in funzione di un disegno più ampio che li faccia diventare i protagonisti di una scuola che valorizzi i rapporti con il territorio e che metta al centro il sapere e la creatività come fonti di un nuovo modello di sviluppo.
Per innescare una dinamica di conflitto nei confronti delle politiche del centro-destra che tentano di affermare un nuovo centralismo in cui le rappresentanze studentesche sono escluse da qualsiasi reale cittadinanza.
Siamo sicuri che si deve ripartire dal mondo dell'associazionismo più diffuso a base territoriale, la ricchezza più importante, fino ad arrivare alla rappresentanza istituzionale, con le consulte provinciali degli studenti, strumento su cui è necessario ricostruire un profilo adatto alla nuova situazione di governo di destra.
Il processo di rinnovamento del settore scuola della Sinistra giovanile, iniziato a Chiusi, ha visto nella nascita del nuovo network nazionale Studenti di Sinistra, un momento molto importante.
Dopo Chiusi sapevamo che si doveva arrivare fino in fondo nel processo di riforma e il congresso di Siena ne è stata la prova.
I risultati ci danno la ragione di chi è consapevole che siamo ancora all'inizio di un cammino che si prospetta intenso ed affascinante.
Abbiamo costruito un rapporto di natura politica, rispettoso delle reciproche autonomie, ma basato su di una collaborazione quotidiana che parte dalla condivisione di una piattaforma comune.
Abbiamo sostenuto l'idea di una nuova associazione che vivesse l'autonomia nei confronti della Sinistra giovanile non nei termini di semplice separatezza dalla politica e nemmeno come una delega in bianco, ma come capacità di creare un equilibrio sui compiti e sulle funzioni che i soggetti politici tradizionali e le associazioni studentesche possiedono. Non volevamo una realtà studentesca che fosse il paravento della Sinistra giovanile, ma che fosse un luogo aperto in cui tutte le studentesse e gli studenti potevano confluire per costruire un dialogo, un lavoro comune, un progetto di cambiamento.
Un rapporto di autonomia innovativo che si basasse sulla politica, perché proprio la politica e l'interesse per gli altri sono stati al centro delle straordinarie giornate di mobilitazione che hanno attraversato il nostro Paese e che hanno visto gli studenti in prima fila.
Abbiamo costruito un intreccio positivo fra la verticalità della politica e l'orizzontalità delle associazioni ed entrambi ne abbiamo vissuto gli influssi positivi.
Le associazioni si sono dotate di un nuovo network nazionale che si chiama Studenti di Sinistra, che è l'evoluzione della precedente associazione Studenti.net.
Studenti di Sinistra è un rinnovato network di associazioni territoriali che si pone come obiettivo principale la partecipazione e il cambiamento del mondo della scuola partendo dai reali bisogni degli studenti, ma aprendoli alle domande di senso che hanno attraversato le giovani generazioni con un recupero dell'interesse per la politica.
Abbiamo pensato un soggetto nuovo che avesse un'anima profondamente attenta alle dinamiche del diritto allo studio, della rappresentanza studentesca, delle grandi tematiche internazionali. Un nuovo soggetto della partecipazione studentesca.
Un'associazione che fosse politica, ovvero i cui temi e le cui prospettive fossero vissute come qualcosa di proprio, dalla lotta al progetto contro-riformatore del governo, fino alla proposizione di un'idea alternativa di scuola e di partecipazione attiva al suo governo.
Un'associazione che fosse culturale, ovvero in grado di raccogliere e mettere in circuito tutta la enorme creatività studentesca e giovanile presente nel territorio.
Un'associazione che fosse solidale, ovvero che realizzi un sano mutualismo studentesco che possa sostenere le famiglie e gli studenti che possiedono minori possibilità economiche.
Crediamo che questo processo di rinnovamento sia stato necessario perché in armonia con una nuova stagione della politica e della partecipazione.
Studenti.net nasceva come punto di riferimento per gli studenti che avevano scelto di sostenere, sia pur criticamente, la riforma Berlinguer. A partire dall'autonomia scolastica, dalle rappresentanze studentesche, dalla riforma dei cicli.
Dopo tre anni di contestazioni si è aperta una fase nuova e abbiamo sentito l'esigenza di dare slancio propositivo al movimento studentesco. Questa risposta, oltre alle campagne tematiche ed alle mobilitazioni, ha trovato la realizzazione nella nuova associazione Studenti di Sinistra.
Con la nuova associazione abbiamo stipulato un patto di lavoro comune che ci condurrà ad affrontare insieme le nuove battaglie in difesa della scuola pubblica.
Il rapporto con Studenti di Sinistra è possibile innanzitutto perché si parte da una grande collaborazione a livello territoriale e nel progetto di cambiamento della scuola pubblica.
Con gli altri soggetti associativi nazionali, quali Unione degli Studenti, crediamo si debba intrecciare un dialogo che ci porti ad una contaminazione reciproca a partire dal livello territoriale. Siamo consapevoli della ricchezza di pluralità al suo interno, come in tutte le altre associazioni studentesche territoriali e nazionali ed è per questo che chiediamo all'Uds che si affronti con chiarezza il nodo della partecipazione politica degli studenti alle scelte della scuola. Chiediamo di poter sperimentare forme di collaborazione e di lavoro comune che provino prima di tutto a costruire una comune cultura del progetto di riforma della scuola.
E inoltre non ci dimentichiamo che esiste un nuovo rapporto da tessere con le altre giovanili di partito, dai giovani comunisti fino ai giovani socialisti, perché attraverso il confronto completo passa un nuovo e più forte fronte unitario in difesa della scuola pubblica, ma soprattutto per cambiare e migliorare la scuola che viviamo.

Tesi 20 - L'Università perduta

L'istruzione, la ricerca, l'università, un sistema formativo aperto, pubblico e laico in grado di garantire possibilità di successo a chiunque, indipendentemente dalle condizioni di partenza dal punto di vista economico e sociale sono le condizioni necessarie e indispensabili per lo sviluppo di un sistema sociale nel quale ad ognuno siano garantite le chances di perseguire un proprio autonomo progetto di vita, sono gli strumenti attraverso i quali si comincia a sostanziare un investimento reale sulle capacità e i talenti degli individui.
Se questo non bastasse è evidente come la sfida per la modernizzazione del Paese passi dalla valorizzazione e dal rilancio del nostro sistema formativo e dall'investimento pubblico sulla ricerca di base e applicata. La risposta alle politiche di taglio dei costi sociali sulle spalle dei lavoratori perseguita dal governo di centrodestra risiede nella scelta strategica per il nostro Paese di competere sul mercato globale con prodotti ad alto valore tecnologico e ad alto contenuto intellettuale, nel rilancio del Made in Italy e nella valorizzazione dei prodotti tipici e di qualità.
In sintesi l'investimento sull'istruzione e la ricerca è da una parte lo strumento attraverso il quale perseguire un progetto di uguaglianza nelle opportunità e di emancipazione degli individui dall'altra la chiave attraverso la quale aprire la porta verso il futuro dell'Italia.
Alla luce di questo si piega il giudizio impietoso che non solo il centrosinistra, ma in maniera unanime le parti sociali e tutti i soggetti protagonisti del mondo della formazione, dell'istruzione e della ricerca hanno fatto cadere sulla politica universitaria del centrodestra.
La nostra generazione vede nell'Europa il proprio spazio di cittadinanza privilegiato, lo spazio comune della conoscenza, dello studio, del lavoro ed è proprio nel confronto degli investimenti fatti e che ancora si fanno in formazione e ricerca che vediamo l'Italia allontanarsi dall'Europa.
L'Italia è dopo la Grecia, il paese europeo che meno investe nella ricerca: appena l'1% del Pil. L'Italia è cenerentola in Europa anche rispetto alla "spesa per ogni studente universitario". Nell'anno 2003 l'aumento del FFO - fondo di finanziamento ordinario - si è attestato ad uno 0,2%, inadeguato a coprire gli effetti dell'inflazione e dell'incremento complessivo per gli assegni fissi del personale di ruolo dell'università (aumento del 4%).
Sulla base dell'attuale andamento della spesa per il sistema universitario, la Crui ha realizzato una simulazione che illustra come, nei prossimi anni, si rischia di raggiungere una situazione esplosiva e non controllabile: infatti, a fronte dell'aumento del numero di studenti, è inimmaginabile ridurre il numero dei docenti, che pur rappresenta l'unica strada per contenere i costi degli assegni entro il vincolo del 90% del FFO fissato per legge.
In altri termini non è serio l'approccio politico alle dinamiche universitarie privo di una reale disponibilità all'investimento economico.
Prima che pensare a riforme dannose per la tenuta del nostro sistema formativo come il ddl Moratti sullo stato giuridico dei docenti, l'università ha bisogno di finanziamenti.
Secondo l'Istat solo il 9,8% della popolazione italiana tra i 25 e i 64 anni ha una laurea a fronte del 22% che possiede al più la licenza elementare. La percentuale dei laureati cresce all'11,4% se si considera la classe d'età tra i 25 e i 34 anni. Complessivamente sono dati che vedono l'Italia distante dal resto dei Paesi europei. In Francia infatti è laureato complessivamente il 39,5% dei giovani, nel Regno Unito il 48,3%, in Spagna il 27,9%.
L'obiettivo del governo di centrosinistra con la riforma universitaria proposta dal ministro Berlinguer negli scopi andava esattamente nella direzione di portare a "percentuali europee" il numero di laureati in Italia, da una parte facendo leva sulla differenziazione dell'offerta formativa di livello universitario, dall'altra tentando di introdurre certezza nei tempi di perseguimento del titolo (i giovani italiani vecchio ordinamento si laureavano in media 5 - 6 anni dopo i loro colleghi europei).
Nell'anno accademico 2000 -2001, il primo di sperimentazione della riforma Berlinguer con la relativa introduzione del 3 + 2, le immatricolazioni sono aumentate del 5,1% rispetto all'anno precedente in controtendenza rispetto alla flessione negativa in atto dal 1994/95. All'anno accademico 2001 - 2002 si sono iscritti per la prima volta all'Università 330 mila studenti il 12% in più rispetto all'anno precedente. Nel contempo la percentuale di abbandoni (cioè dei laureati sugli immatricolati) ha cominciato a diminuire e si è ridotta dal 62% al 39% mentre il numero di laureati è aumentato del 15% nell'ultimo anno assieme al numero di laureati in corso.
Non si tratta qua di fare l'apologia della riforma del centrosinistra perché questa nella sua fase di sperimentazione e di prima attuazione ha evidentemente e inevitabilmente determinato dei problemi molti dei quali si sono riverberati sulle spalle degli studenti. Dalla proliferazione di corsi di laurea troppo legati a singole esperienze territoriali e quindi difficilmente spendibili in maniera universale ai numeri chiusi di fatto tra laurea triennale e biennale determinato da tasse universitarie troppe alte o da un sistema non omogeneo di riconoscimento dei crediti tra università e università si poneva in maniera stringente la necessità di porre correttivi all'applicazione della riforma.
Un'ulteriore riforma dell'Università, indipendentemente dal giudizio che si può dare della sua efficacia, non può essere considerata in alcun modo una soluzione ma è anzi un'ulteriore complicazione che inciderà in maniera negativa sugli studenti. Tra poco infatti nelle Università italiane conviveranno ben tre ordinamenti contribuendo solo ad aumentare la confusione senza dare alcun contributo al miglioramento della didattica.
Peraltro la riforma Moratti è figlia, oltre che di una visione ideologica e profondamente ingiusta della società, di una realtà economica e produttiva che guarda al passato e al sistema di produzione fordista più che all'economia della conoscenza.
La riforma dell'Università del governo del centrodestra si presenta come la degna conclusione di un disegno complessivo di dequalificazione dell'istruzione pubblica in Italia, che risponde a un'idea classista e profondamente iniqua della società, che non riconosce le intelligenze multiple come un valore, che non vuole investire sulle capacità, i talenti, i meriti e su un Paese finalmente mobile da un punto di vista sociale.
L'attacco all'autonomia delle università - da un punto di vista finanziario e giuridico - il processo di centralizzazione avviato anche dalla riforma dello stato giuridico dei docenti sono parte del disegno di indebolimento dell'Università in Italia. L'autonomia così vituperata anche negli anni di governo del centrosinistra è parte fondante di un'idea del sistema universitario che sa autoriformandosi dall'interno vincere la sfida col futuro. Perché questo funzioni è necessaria la partecipazione di tutti gli attori che si muovono all'interno degli atenei italiani, dando forza agli organismi di auto governo anche attraverso un rafforzamento della rappresentanza studentesca. Ma è evidente che in un sistema più autonomo il rapporto tra diritti e doveri di ognuno è l'unica garanzia rispetto al perseguimento degli scopi sociali più autentici del sistema formativo in Italia. Per questo siamo convinti della necessità di dotarsi di sistemi efficaci di valutazione della didattica e dei docenti e di una carta dei diritti e dei doveri delle studentesse e degli studenti italiani. Solo attraverso la definizione stringente di standard di qualità di tipo didattico e di una serie di diritti riconosciuti ai veri protagonisti delle nostre università cioè studenti si può evitare da una parte una deriva verso una privatizzazione "di fatto" e dall'altra di una divaricazione della qualità tra ateneo e ateneo.

Tesi 21 - Il modello a Y

Negli ultimi anni l'Università italiana è profondamente cambiata e alla base di questo cambiamento c'è sicuramente la rivoluzione dell'organizzazione didattica causata dall'introduzione del cosiddetto 3+2.
Oggi è non è ancora possibile fare un bilancio completo dell'applicazione della riforma Berlinguer - Zecchino, dato che questa è ancora in fase di parziale attuazione poiché si è appena concluso il primo ciclo delle lauree triennali e, nell'anno accademico 2004/2005, è cominciato quello delle lauree specialistiche.
Occorre però dire che, seppur incompleto, questo bilancio è fatto di luci ed ombre, perché nel sottolineare gli innegabili aspetti positivi dell'impianto generale si deve evidenziare la necessità di apportare, allo stesso, delle correzioni.
Il punto di partenza di ogni valutazione deve essere la disastrosa condizione finanziaria nella quale versano gli atenei italiani. Il Governo Berlusconi ha chiaramente scelto di non "far vivere" la riforma operando tagli pesantissimi al mondo dell'Università e della ricerca.
Nonostante questo, tra gli aspetti positivi, va sicuramente inserito il fatto che la riforma introdotta con il decreto 509/99 ha già raggiunto alcuni dei suoi principali obiettivi: la percentuale degli abbandoni è oggi al 39% rispetto al 70% di tre anni fa, è aumentato il numero dei laureati in corso, i laureati sono aumentati del 15%, sono aumentate le percentuali degli immatricolati diciannovenni, degli studenti stranieri e degli stage (fonte CRUI).
Risultati contrastanti si hanno invece per quanto riguarda l'organizzazione e la qualità della didattica: se nelle facoltà a indirizzo tecnico - scientifico il 3+2 ha consentito, in parte, di superare la rigidità dei vecchi corsi di studio e di adeguare i contenuti all'evolversi delle conoscenze e delle tecniche, la stessa cosa non può dirsi per i corsi di studio a indirizzo umanistico, per loro natura meno legati a specifici sbocchi professionali.
Alla luce di queste considerazioni risulta incomprensibile il varo, da parte del Ministro Moratti, di quella che può essere definita la "riforma della riforma": dal prossimo anno accademico, infatti, il 3+2 sarà sostituito dal cosiddetto "modello a Y", un 1+2+2, nel quale dopo un primo anno comune a tutti i corsi di laurea si dovranno proseguire gli studi scegliendo tra un biennio più "professionalizzante" ed uno "metodologico-formativo", con quest'ultimo "consigliato" a chi intende conseguire la Laurea Magistrale (nuova denominazione della "Specialistica").
Questa ulteriore modifica dell'ordinamento didattico avrà conseguenze disastrose per l'intero sistema universitario italiano: la simultanea presenza di 3 ordinamenti farà aumentare le difficoltà all'interno degli Atenei del nostro paese, proprio mentre questi stanno metabolizzando i cambiamenti introdotti dalla riforma Berlinguer - Zecchino; senza dimenticare i gravissimi costi sociali per i nostri coetanei, il cui titolo di studio in corso di conseguimento rischia una notevole perdita di valore poiché "schiacciato" tra quello del vecchio ordinamento e quello del "nuovissimo".
Pesanti critiche devono essere mosse anche per quanto riguarda il merito del provvedimento del ministro Moratti, dato che esso irrigidisce notevolmente l'organizzazione didattica con l'introduzione, come detto in precedenza, sia di un anno comune tra i corsi di laurea della stessa classe, che della struttura "a Y"; il tutto senza alcuna chiarezza né sulle possibilità di chi consegua il titolo di studio sul percorso più professionalizzante di proseguire gli studi in un corso di laurea magistrale, né sulle condizioni per la realizzazione di un tale percorso.

Tesi 22 - Diritto allo studio: verso un nuovo welfare studentesco

L'accostamento, oggi, dei termini diritto e studio è uno dei grandi paradossi della modernità nel nostro paese:una truffa delle etichette, alimentata giornalmente dal sordido silenzio di chi governa e, purtroppo dall'apparente opulenza di una società, come la nostra, che solo quando si sente più povera, come oggi avviene, rivendica diritti che dovrebbero costituire sostrato implicito e strutturale del sistema.Ci viene infatti difficile cogliere sostanzialmente la portata del termine diritto rapportata ad un fenomeno che sconosce le caratteristiche universalistiche tipiche del diritto stesso.
Una premessa urge, quando si parla di Diritto allo studio. Immaginare un sistema diverso è possibile, ma è condizione propedeutica a qualunque ragionamento la crescita degli investimenti nel settore:uno Stato che compete in un mondo governato dai saperi globalizzati deve investire fortemente sull'accesso agli stessi saperi. Senza investimenti economici adeguati il sistema del diritto allo studio diventa non il volano di crescita di opportunità cui aspiriamo, ma il paracadute che una società che non cresce predispone per evitare il disastro.
Ogni ragionamento improntato sulla logica di riduzione del danno non ci appartiene:Investire sul diritto allo studio è quindi esigenza improcrastinabile.
Prioritario è, dunque, restituire credibilità allo strumento principe del diritto allo studio,le borse di studio: queste devono essere garantite a tutti gli idonei.
Solo allora, sarà possibile iniziare a pensare a forme di sostegno del diritto allo studio diverse dalle borse di studio.
Qui urge un chiarimento:Non siamo contrari al prestito d'onore in quanto tale.
Questo si configura, infatti come una grande opportunità in prospettiva per allargare la fascia di studenti che possano usufruire di forme di sostegno per il proprio percorso di studi. Inoltre la stessa natura del prestito d'onore ci sembra possa favorirne la diffusione nell'ambito delle forme di sostegno agli studi di formazione alta (master, scuole di specializzazione).
Tuttavia il ricorso ai prestiti d'onore deve configurarsi come un'opportunità e non un cavallo di troia introdotto per scardinare il sistema delle borse di studio. E', dunque necessario, prima di procedere al reperimento di fondi per i prestiti d'onore garantire la copertura delle borse di studio per tutti gli idonei.
Ma sarebbe miope lo sguardo sul diritto allo studio che si soffermasse esclusivamente sulle forme di finanziamento diretto (borse, prestiti d'onore).
Un'organizzazione che guarda al futuro con la forza di idee nuove ha il dovere di ripensare l'intero sistema del diritto allo studio immaginandolo come un innovativo sistema di Welfare studentesco.
Diritto allo studio vuol dire dunque diritto alla casa. E' necessario, a riguardo impegnare chi ci governa ad investire sull'edilizia studentesca, ma non solo. E' non più rinviabile l'esigenza di porre fine alle immorali speculazioni sugli affitti delle abitazioni agli studenti (in particolare gli universitari fuori sede). A riguardo bisogna potenziare il ricorso ai contratti a canone concordato, combattere gli affitti in nero e disincentivare il possesso di abitazioni non abitate.
Diritto allo studio vuol dire diritto alla mobilità interna e internazionale. E' necessario, a riguardo concertare politiche di sostegno a favore degli studenti rispetto al trasporto cittadino.
In un mondo che non consce più il confine della nazionalità è, inoltre indispensabile, predisporre strumenti per abbattere i costi di un periodo di studio all'estero. Non è un'eresia dire che il diritto allo studio (costruito su un'idea nazionale di sapere) oggi va ripensato come diritto agli studi (in chiave internazionale).
Inoltre diritto allo studio è diritto agli spazi:spazi necessari,come le mense e le aule studio, ma anche spazi di aggregazione nuovi dettati da un mondo che cambia(centri multimediali, etc).
Si tratta insomma di costruire un'idea di cittadinanza studentesca nuova che passa inevitabilmente attraverso la predisposizione di uno statuto nazionale dei diritti degli studenti.
Ma si tratta anche di iniziare a pensare il sistema dei diritti come il risultato di un impegno serio, giornaliero e intransigente di tutti gli studenti oltre che delle organizzazione che li rappresentano.
L'idea del diritto è, infatti, tanto più compiuta quanto più condivisa e percepita come inderogabile.

Tesi 23 - Da Sinistra giovanile a Sinistra universitaria

La Sinistra giovanile negli ultimi anni ha saputo essere soggetto attivo nella politica universitaria in ogni realtà territoriale. Abbiamo saputo conciliare il nostro impegno di rappresentanza attraverso le associazioni studentesche con un'attività politica serrata fatta di iniziative in ogni facoltà dei nostri atenei. Siamo stati in grado di accompagnare l'impegno che da sempre ci muove in difesa e in promozione del diritto allo studio con il protagonismo all'interno dei diversi organi di governo e in particolare all'interno delle commissioni paritetiche in favore di una corretta e trasparente applicazione della riforma Berlinguer - Zecchino.
Nelle tesi di Chiusi scrivevamo che "la capacità di rappresentare bisogni e diritti è e continua ad essere il motore della nostra azione sul terreno dell'Università, nella piena consapevolezza che il nuovo quadro politico-istituzionale delineato dalla vittoria del centrodestra non cambia le nostre idee, il modo in cui immaginiamo e vogliamo l'Università di domani, ma rende indispensabile una ridefinizione netta del nostro ruolo.". E così in effetti siamo stati in grado di fare. Se da una parte il nostro ruolo non è certo stato quello dei chierici della riforma Berlinguer - Zecchino e siamo stati in grado di valutare passo passo le criticità esistenti della riforma, arrivando anche noi per primi a proporre i necessari correttivi, dall'altra la politica di distruzione del sistema universitario del centrodestra ci ha costretti a riutilizzare strumenti di azione politica propri di una lunga stagione di opposizione. E in questo senso va inquadrato anche un tipo di rapporto tra le diverse componenti del mondo universitario sostanzialmente inusitato per la realtà italiana. Di fronte al rischio - che abbiamo definito più che concreto - di una dequalificazione estrema e sostanziale del nostro sistema formativo, studenti, ricercatori, docenti e rettori hanno cominciato a parlare una medesima lingua. Questo non significa che le differenze siano improvvisamente scomparse, ancora oggi riteniamo che il sistema della docenza universitaria sia un sistema chiuso, castale e baronale, ma di fronte a un rischio di carattere superiore come l'università in Italia non aveva mai affrontato, le parole d'ordine sono improvvisamente diventate le stesse e si è avuta una minima, ma importante, convergenza degli obiettivi.
Già durante l'importante movimento di protesta dei ricercatori contro il ddl Moratti sullo stato giuridico dei docenti, abbiamo lanciato un appello, che qua vogliamo rinnovare, volto a trovare un più vasto accordo tra le varie componenti del sistema universitario. Un accordo che possa portare non solo a condividere la battaglie specifiche di ogni soggetto, ma ad elaborare assieme un progetto per salvare l'università italiana e al contempo rilanciarla verso il futuro, la modernità e nuovi standard di qualità sia per quanto riguarda l'offerta didattica e la ricerca sia per quanto riguarda il diritto allo studio.
Dal congresso di Chiusi in poi l'investimento che la nostra organizzazione ha saputo fare in ogni città sede di ateneo sulle politiche universitarie è stato ampio e intenso. La nostra rete si è significativamente allargata e anche il numero di rappresentanti che fanno riferimento alla Sinistra giovanile nei tanti organi elettivi è andato aumentando costantemente.
L'impegno all'interno delle università si è realizzato con formule diverse da territorio a territorio pur essendo tutte accomunate da un chiaro profilo di investimento sulla formula associazionistica capace di qualificare il lavoro dei militanti della nostra organizzazione e allo stesso tempo di allargare il consenso e il contributo anche a compagne e compagni che preferiscono un'esperienza di scopo e di carattere associazionistico all'impegno diretto all'interno di un partito politico.
Sostanzialmente le formule adottate nei territori si possono raggruppare in tre grandi filoni:
investimento su associazioni universitarie già presenti sul territorio e costruzione di un rapporto privilegiato con queste;
promozione diretta di associazioni studentesche;
militanza dei compagni della Sinistra giovanile all'interno dell'Unione degli Universitari
Se da una parte la grande varietà di esperienze sul territorio si presentano come un grande ricchezza per la nostra organizzazione, dall'altra abbiamo iniziato a sentire in maniera sempre più stringente la necessità di dotare le esperienze politiche universitarie che fanno riferimento alla Sinistra giovanile di un luogo di coordinamento nazionale.
In particolare le tante esperienze di Sinistra universitaria nate in alcuni dei maggiori atenei italiani negli ultimi anni si presentano alla nostra organizzazione e al dibattito che stiamo affrontando come modelli per l'azione politica sul territorio. Queste esperienze in particolare (ma non solo queste) sono quelle che promosse in maniera diretta dalla nostra organizzazione hanno saputo mettere a sistema una serie di esperienze e scopi che siamo convinti siano alla base di un moderno modello di associazionismo universitario.
Le esperienze sulle quali stiamo investendo con forza in questi anni e su cui vogliamo continuare a investire con ancor maggior insistenza in futuro sono quelle capaci di tenere assieme gli aspetti della rappresentanza, dell'iniziativa politica, della difesa dei diritti e della promozione dei servizi a favore degli studenti.
Naturalmente questo non basta a sciogliere il nodo del coordinamento nazionale delle tante esperienze territoriali.
Come si diceva la Sinistra giovanile ritiene le diverse esperienze che convivono sul territorio una grandissima ricchezza da mettere a sistema - in maniera non intrusiva - per poter maturare in maniera piena un profilo nazionale più marcato. Nei prossimi mesi perseguiremo quindi il progetto di creazione di Sinistra universitaria a livello nazionale.
Sinistra universitaria dovrà essere il tavolo di confronto permanente di tutte le associazioni che fanno riferimento alla nostra organizzazione o che collaborano con noi sul territorio in maniera costante. Sinistra universitaria non vuole essere un modello che dal centro si diffonde in periferia ma una forma federale o confederale per mettere assieme tutte le diverse forme di energie che si esprimono sul territorio. Siamo convinti che Sinistra universitaria si debba dare una forma organizzativa seria ma aperta, prevedendo la possibilità di varie forme di adesione distinguendo ad esempio tra soci, associati e osservatori. Sinistra universitaria sarà mossa dalla voglia di includere, dovrà essere luogo che fa sintesi tra i vari modelli che oggi esistono e dovranno continuare ad esistere, dovrà essere la casa comune e non necessariamente esclusiva di tutte le nostre associazioni sul territorio dalle Sinistre universitarie alle Udu.
In questo senso Sinistra universitaria non nasce in competizione con l'Unione degli Universitari, ma per affiancarsi a questa importante e fondamentale esperienza sindacale e contribuire alla battaglia per i diritti degli studenti.
Le scorse elezioni del Cnsu non solo hanno segnato una vittoria storica per la sinistra in generale e per la nostra organizzazione, ma hanno dimostrato come solo l'unione delle forze tra le varie anime della sinistra possono portare alle vittoria sulle destre e Comunione e Liberazione.
Per noi la lista unitaria al Cnsu ha segnato un punto di svolta dal quale non vogliamo e non possiamo arretrare. Il rapporto di collaborazione rafforzata con l'Udu è per noi di carattere strategico e strutturale, nel rispetto delle reciproche autonomie, ed è per questo che gli 11 rappresentati della lista Unione degli Universitari - Sinistra studentesca hanno dato vita a un gruppo unico al Cnsu come timone fondamentale dell'alleanza di centrosinistra che abbiamo costruito con impegno e ci ha permesso di poter esprimere un presidente iscritto alla nostra organizzazione.
Sinistra universitaria è in questo senso non solo un'associazione di scopo politico ma lo strumento attraverso il quale raccogliere le nostre forze per contribuire a quella ricomposizione unitaria della rappresentanza politica, sindacale e associativa degli studenti universitari di sinistra in Italia.
Questa ricomposizione certamente non è dietro l'angolo, ma siamo convinti che il processo che assieme all'Udu abbiamo avviato vada continuamente rafforzato e tenuto vivo perché nel breve periodo si possa raggiungere questo obiettivo.

La quadratura del cerchio tra sviluppo economico e coesione sociale

Tesi 24 - Il declino del paese Italia: dal welfare al microwelfare

Questi ultimi anni, caratterizzati da enormi mutamenti economici, politici, ideologici, sociali e culturali, hanno visto cambiare la forma e il significato di molti assetti tradizionali del nostro paese.
Certamente la globalizzazione dei mercati, la terziarizzazione del lavoro, l'implementazione costante delle nuove tecnologie nei processi produttivi, hanno trasformato il "lavoro", per come lo intendevamo fino a due decenni fa. La flessibilità ha preso il posto della stabilità, i contratti a tempo determinato hanno sostituito il posto fisso; l'aumento della longevità, unito al declino della fecondità e delle nascite, ha innescato il processo di invecchiamento del nostro paese; la partecipazione alla vita attiva delle donne ha aumentato la produzione e modificato il tradizionale assetto della donna a casa e dell'uomo al lavoro. Diminuita fortemente la nuzialità, la famiglia si è modificata profondamente. I figli si allontanano tardi dal nucleo di provenienza per ragioni soprattutto legate all'instabilità economica; sempre più spesso convivono insieme persone che non hanno tra loro nessuna unione di parentela o sentimentale; aumentano i matrimoni misti e le coppie di fatto.
È difficile quindi dare una definizione esaustiva del concetto di famiglia nella società attuale.
Il problema è che oggi, a fronte di questi palesi ed oramai radicati mutamenti nel tessuto sociale, il welfare esistente appare completamente inadatto a rispondere ai bisogni emergenti, ai nuovi rischi tutelari. In particolare, rimangono disattese le aspettative dei soggetti più deboli, in primis i giovani che hanno difficoltà sempre maggiori nella costruzione del proprio futuro.
Ad esempio, è emblematico che i giovani avvertano una profonda estraneità al sistema previdenziale, anche in materia di previdenza complementare. Questo significa evidentemente che all'idea tradizionale di stato sociale si va configurando un modello "fai da te", ovvero un microwelfare che risolve i bisogni all'interno del nucleo familiare, facendo cioè affidamento alle risorse della famiglia allargata.
Certamente, gli anni del governo Berlusconi hanno contribuito ad allargare questa problematica: il distacco evidente della politica del centrodestra dai bisogni reali ed emergenti delle giovani generazioni è diventato drammatico in tutti i suoi diversi aspetti, dalla formazione all'investimento sulla ricerca, dal tempo libero alle droghe leggere.

Tesi 25 - Domanda galleggiante e crisi dei distretti industriali: l'Italia che non respira

L'Italia vive in questi anni un profondo declino economico che si manifesta nella perdita del potere d'acquisto dei salari e nella difficoltà delle imprese di coniugare costi di produzione, investimenti ed innovazione.
La perdita del potere d'acquisto dei salari, che ha portato progressivamente a disfunzioni della bilancia commerciale, rappresenta una delle problematiche che più attanaglia le famiglie italiane. La crisi dei consumi che il Paese sta vivendo da più di due anni è il segnale di uno scollamento tra famiglie e mercati. La netta contrazione del potere d'acquisto dei salari fa crescere la sfiducia e cristallizza le spese delle famiglie. Il governo delle destre, dopo aver annunciato numerosi provvedimenti per il rilancio dei consumi, non ha trovato le giuste soluzioni per fronteggiare le problematiche legati all'aumento dei prezzi.
La voglia reale di consumo si è trasformato in questi anni in voglia astratta e ad un aumento dell'offerta di beni si è assistito ad un galleggiamento della domanda.
Negli ultimi anni la ripresa dei consumi è stata molto lieve: + 0.5 % fra 2001 e 2002, + 1.3 % fra 2002 e 2003.
Il galleggiamento dei consumi, si protrae anche nel 2004 è il dato rischia di diventare pressoché costante.
Il momento di disorientamento economico ha portato le famiglie italiane a spendere di più per i beni necessari o beni opzionali e ad evitare i beni superflui
Questa tendenza ha portato ad contrazione della domanda di specifiche produzioni industriali e servizi. Consideriamo, ad esempio, la variazione di domanda 2002/2003 di alcuni beni : vestiario
-1.8 ; calzature - 2.9 ; acquisto di mezzi di trasporto - 2,9; ristoranti - 0.1; assicurazioni - 4.8; alberghi - 1.7.
La variazione di domanda positiva ( 2002 / 2003 ) riguarda beni considerati come beni necessari o opzionali: energia elettrica, gas ed altri carburanti + 6.8 ; elettrodomestici e riparazioni + 9.6 ; prodotti medicinali e farmaceutici + 5.7 ; servizi di trasporto + 5.4.
La contrazione della domanda ha caratterizzato gli anni di governo delle destre portando una serie di crisi cicliche del nostro sistema Paese.
Siamo di fronte ad una crisi economica allarmante.
Una lampante conseguenza è il calo dei consumi, ovvero il calo della domanda interna, mentre le esportazioni raggiungono comunque un risultato positivo. Certamente gli italiani investono sempre più in beni durevoli, non a caso il sistema immobiliare ha visto i prezzi di acquisto e locazione triplicare in pochi anni.
Siamo di fronte ad un'estesa redistribuzione del reddito a favore dei ceti più ricchi, parallela ad una massiccia perdita di potere d'acquisto dei ceti medi e ad un progressivo impoverimento dei ceti più bisognosi, mentre l'inflazione reale erode giorno dopo giorno il salario.
Il blocco dei prezzi della grande distribuzione rappresenta l'ennesima falsa promessa, dato che a fine anno il risparmio pro capite ammonterà a 10 centesimi ogni 1.000 euro di spesa (ricerca Eurispes, settembre 2004).
Per le giovani generazioni alla ricerca di un lavoro e di una casa, la situazione si fa ancora più grave.
Quando si esce dal sistema educativo si fa fatica a trovare lavoro, soprattutto nel Sud: hanno un contratto a tempo indeterminato, infatti il 54% dei giovani del Nord - Ovest, il 44% nel Nord - Est, il 35% nell'Italia Centrale e il 24% nel Sud e solo il 17% dei 18/20enni e il 36% del 21/24enni (Adecco, Istituto Iard, 14 aprile 2004).
La legge 30, un'ulteriore accelerazione della precarizzazione dei rapporti lavorativi, colpisce soprattutto le giovani generazioni che più di ogni altro possiedono contratti a progetto: sommata allo sblocco delle imposte locali conseguenti ai tagli dei finanziamenti a Regioni e Comuni significa un ulteriore inasprimento fiscale soprattutto sulla casa.
Rimangono senza risposta i gravi problemi del Paese rispetto al blocco dei consumi, alla crisi del Made in Italy, ai problemi del Mezzogiorno e alla mancanza di risorse per nuovi investimenti capaci di ricollocare il nostro sistema economico nei contesti della finanza internazionale.
Nel 2003 le spese mensili delle famiglie italiane sono aumentate ed in tutto il 2003 la spesa media di una famiglia italiana è stata di circa 2.313 euro. Un aumento deludente che fotografa la situazione di estrema difficoltà che le famiglie vivono con la conseguente contrazione dei consumi interni e la stagnazione dell'economia. L'andamento della spesa delle famiglie ha risentito della diminuzione del potere d'acquisto legata alla crescita inflativa. Nel 2004 gli acquisti di beni e servizi sono quasi fermi (+ 0,8 % la spesa delle famiglie residenti) - nota Nens - e le vendite al dettaglio hanno registrato un decremento di due punti percentuali.
Analogamente, l'intervento sull'Irpef sulla base di tre aliquote, del 23% fino a 26.000 euro di reddito imponibile annuo, del 33% fino a 33.000 euro e del 39% da 33.000 in su, con "no tax area" fino a 7.500 euro per i dipendenti, fino a 7.000 euro per i pensionati, fino a 4.500 euro per i lavoratori autonomi avrà effetti nefasti.
Sempre secondo Nens: il costo dell'intervento sull'Irpef ammonterebbe a 6,5 miliardi di euro e non ai 5,5 miliardi dichiarati dal governo; oltre il 50% del beneficio (3,3 miliardi di euro) è riservato al 10% delle famiglie più abbienti, al 10% delle famiglie più povere tocca spartirsi lo 0,1% del beneficio (6 milioni di euro), con una sperequazione sempre più evidente ed una differenza drammatica fra il nord ed il sud del Paese.
Secondo un recente sondaggio Eurispes, sempre più nel nostro paese l'aticipicità si cristallizza. Per il 67,8% delle persone tra i 33 e i 39 anni l'atipicità ha assunto un carattere permanente. Per pochi fortunati il lavoro flessibile si limita ad essere un'opportunità di primo inserimento lavorativo: il 56,6 per cento degli intervistati ha lavorato sempre da atipico per un periodo compreso tra i tre i cinque anni, il 67,4 per cento per oltre un quinquennio e il 51,4% da oltre 10 anni.
Sempre secondo l'indagine Eurispes, gli stipendi sono bassi, soprattutto per le donne : oltre i tre quarti dei lavoratori atipici percepisce una retribuzione mensile che non supera i 1.000 euro netti (la percentuale cambia a seconda del sesso: si tratta dell'82,9 per cento delle donne e del 67,9% degli uomini). In effetti però il 30 per cento delle donne non va oltre i 400 euro mensili, contro il 20,2% degli uomini. Solo il 17,1 per cento degli uomini e il 15 per cento delle donne percepisce tra i 1000 e i 1400 euro al mese.
Per non parlare poi delle tutele: il 76.3% delle donne denuncia che non può effettuare per questo motivo scelte importanti. Il 90,5% delle donne e l'83,9% degli uomini ritiene che il diritto alla maternità sia poco o per niente garantito. Non ci si stupisce dunque che la stragrande maggioranza del campione (l'89,7 per cento) sia celibe o nubile: solo il 6,5 per cento degli intervistati ha uno (3,4 per cento) o più figli (3,1 per cento).
Anche i distretti industriali, punta di eccellenza del nostro sistema imprenditoriale stanno vivendo un momento particolare. Quando si parla di distretti industriali ci si riferisce a circa duecento punti di eccellenza che rappresentano il 40 % del PIL e circa il tre milioni di piccoli e medi imprenditori. E' questo il core del Made in Italy che caratterizza l'eccellenza dei prodotti italiani e costituisce il 50 % circa delle esportazioni del nostro Paese. L'industria alimentare, manifatturiera l'abbigliamento vive oggi una profonda crisi a causa della contrazione della domanda interna ed alla diminuzione progressiva dell'export italiano.
Negli ultimi tre anni le esportazioni del nostro paese sono diminuite di sei miliardi di euro e quelle piccole e medie realtà che costituiscono il cuore del nostro sistema imprenditoriale vivono una crisi che rischia di diventare irreversibile. La crisi dell'industria è essenzialmente legata alla perdita di competitività del nostro sistema industriale : un dato in controtendenza rispetto a quando il modello dei distretti industriali italiani affascinava le pizze economiche nazionali ed internazionali. Nell'ultimo biennio le esportazioni italiane sono diminuite del 7,3% portando la quota di mercato internazionale dal 4.6% al 3%.
Questo è la fotografia a tinte fosche dell'Italia. Non a casa prolificano le malattie da ansia e quelle psicosomatiche da stress. Per non parlare della percezione del futuro. Il 52,2% delle donne immagina il proprio futuro economico mediocre o pessimo. E le percentuali sono analoghe per gli uomini.
Certamente anni di governo Berlusconi hanno precarizzato la vita delle donne e degli uomini che vivono in questo paese, fatto annaspare l'economia. L'esempio più lampante è quello della legge 30, una legge che annichilisce la dignità del lavoro e del lavoratore e che, soprattutto, trasforma il lavoro da spazio sociale in cui l'individuo cresce e matura la sua vita a motivo di insicurezza e precarietà. Crediamo che quella legge vada cambiata. Ma crediamo soprattutto che vada data una nuova dignità al lavoro.
La legge Biagi e il suo decreto attuativo (dlgs 276/2003) hanno aggiunto figure nuove attingendo alle esperienze multiformi compiute negli altri paesi europei. Basti pensare all'Olanda, apripista in questo ambito, ma anche la Spagna, la Germania.
Siamo consapevoli che la flessibilità di per sé abbia contribuito a sbloccare il mercato del lavoro, ma certamente in questo paese ha vinto l'antico vizio del dualismo del mercato del lavoro: la burocrazia e le corporazioni resistono mentre di flessibilità ce n'è tanta, soprattutto a carico dei nuovi occupati, delle giovani generazioni, quelle che pagano il prezzo più alto.
A tale situazione si rimedia riformando il sistema dei diritti sociali, in maniera redistributiva, ovviando al paradosso che un mercato ufficialmente ben custodito sia tale solo per gli insider mentre rimanga precario, difficile e discriminante per gli outsider, ovvero, i giovani.

Tesi 26 - Il tempo delle riforme necessarie

È arrivata l'ora di rilanciare l'economia che annaspa.
Va operata una riforma del Patto di stabilità e di crescita europeo - d'accordo con gli altri governi europei e con la Commissione europea - per armonizzarlo con gli obiettivi della conferenza intergovernativa di Lisbona del 2000.
È necessario stabilizzare la finanza pubblica senza ridurre il volume della spesa sociale in rapporto al PIL, in vista di una sua ripresa finanziata dalla riduzione della spesa per il servizio del debito.
Va realizzata una manovra di correzione dell'indebitamento netto tendenziale a legislazione vigente pari all1,7% del PIL.
È necessaria una riduzione della pressione fiscale - e non generalizzarla come vuole il governo - per promuovere lo sviluppo, per avere maggiore equità sociale del sistema di prelievo.
Dovrebbero essere utilizzate al meglio tutte le risorse disponibili per conseguire gli obiettivi prefissati nella conferenza intergovernativa di Lisbona del 2000: formazione continua lungo tutto l'arco della vita, infrastrutture pubbliche, investimenti in ricerca ed innovazione.
Sono necessarie maggiori garanzie previdenziali ai lavoratori più precari e la costruzione di un sistema universale di ammortizzatori sociali, capaci di proteggere l'insieme dei lavoratori nelle fasi di difficoltà; delineare un intervento selettivo di sostegno alle famiglie più povere con figli minori e anziani non autosufficienti attraverso il ripristino dell'imposta di successione; ripristinare i crediti automatici di imposta per la nuova occupazione e per gli investimenti nel sud del Paese.
Si dovrebbe concertare con le parti sociali un credibile livello di inflazione programmata e a trovare risorse adeguate per il rinnovo dei contratti, soprattutto per il pubblico impiego.
La Finanziaria va in direzione totalmente opposta: per questo è una manovra che consideriamo sbagliata e pericolosa per il Paese e per il futuro delle giovani generazioni.

È arrivata l'ora di costruire un modello di welfare sostenibile, ovvero una nuova piattaforma di contratto sociale che, in primo luogo, consenta ad un giovane di scegliere un suo percorso di studio - lavoro - formazione contando su un capitale di rischio da spendere e su un sistema di regole codificate e condivise che lo sostengano e che lo accompagnino nel corso della sua storia.
I tagli punitivi nella finanziaria sui bilanci per gli Enti territoriali hanno fatto registrare un rallentamento nella dotazione dei servizi sociali, negli investimenti infrastrutturali e nell'attivazione dei Patti territoriali. Non c'è traccia di programmi per la ripresa mentre è certo che continuerà ad aumentare la pressione fiscale , costringendo gli enti locali ad aumentare imposte, tasse e tariffe per fronteggiare la riduzione dei trasferimenti.
Cioè mentre il Governo promette una riduzione dell'IRE saranno gli enti locali e le Regioni a stangare il contribuente con una maggiorazione di aliquote e tasse!

È arrivata l'ora di dare slancio al nostro paese, investendo in ricerca e sviluppo: è drammatico che tra le prime 500 aziende dell'Unione Europea che investono in R&S, l'Italia ne annoveri solo 17 e neanche una tra le top ten.
Bisogna costruire in questo senso un nuovo rapporto tra sistema formativo e distretti industriali: non si tratta di piegare la formazione alle necessità del lavoro ma costruire un sistema capace di fare innovazione.
L'apertura della Cina, lo stesso slancio economico della Turchia, e sempre più di altre parti del mondo, portano con sé il rischio reale che l'Europa rimanga a guardare: per questo la chiave è l'innovazione, la capacità di individuare un mix di settori vecchi e nuovi in cui creare eccellenza.
Non è pensabile che i dottorati di ricerca scientifici aumentino nella Ue dello 0.6% l'anno, mentre aumentano dello 0.2% in Italia. 0,1% è invece l'incremento delle spese governative sulla ricerca, non comparabile con il 6.3% del Giappone.
Purtroppo, nell'internazionalizzazione dei mercati, l'Italia ha perso qualsiasi competizione nei settori che si collocano sulla frontiera tecnologica. Inoltre, ha pagato l'inadeguatezza della struttura formativa e di ricerca in seguito ad una mentalità manageriale e imprenditoriale non sempre all'altezza, più capace di avventure a corto respiro e a struttura familistica che di competere sul piano internazionale.
Dove l'industria italiana riesce a tenere sono i settori a basso utilizzo tecnologico, dove il costo del lavoro è minimo.
Inoltre, la strategia della delocalizzazione produttiva che insegue il costo minore mette in luce tutta la sua limitatezza, soprattutto alla luce della fase di internazionalizzazione selettiva che stiamo vivendo.
Per questo è necessario riavviare un rapporto sano tra politica ed economia, in grado di individuare strategie di lungo periodo e preparare una classe manageriale attenta e formata.

Tesi 27 - Software libero e innovazione tecnologica

La globalizzazione ha trovato uno spazio privilegiato in cui vivere, ovvero la rete. È nota a tutti la crescita esponenziale della comunità di utenti di internet, un luogo di incontro virtuale tra una moltitudine di soggetti e culture che ha scavalcato le barriere geografiche e linguistiche per sperimentare collaborazione e condivisione di contenuti.
Se da un lato questo fenomeno ha sollevato interrogativi e problemi - dalla sicurezza informatica, alla privacy e alla inadeguatezza degli spazi giuridici nazionali e delle forme tradizionali di tutela del diritto di autore - ha creato masse critiche di utenti e nuovi modelli di elaborazione collettiva di contenuti.
Tali modalità innovative hanno prodotto risultati di portata imprevedibile: basti pensare alle nuove forme di fruizione dei contenuti digitali (audio, musica, video..) ma soprattutto alle punte di eccellenza tecnologica raggiunte dal software libero e open source.
Stabilità, sicurezza e trasparenza fanno si che il software libero rappresenti un elemento di forza del sistema paese nel confronto internazionale, in grado di facilitare la formazione di distretti economici ed industriali ad alto livello tecnologico e di incentivare la crescita di una industria locale del software.
La diffusione dei soluzioni "Open Source" nella pubblica amministrazione è un processo che, per ora, si è sviluppato principalmente "dal basso", come evidenziato dal Rapporto Annuale del Censis.
Un salto di qualità che vada nell'ottica di garantire efficienza e trasparenza sia per la PA che per le PMI può partire proprio da un investimento di carattere nazionale che riconosca nel software libero e open source un elemento strategico di innovazione.
È necessario un indirizzo governativo che, rispettando la concorrenzialità in materia di istruzione e l'autonomia dei singoli istituti, incentivi le scuole, anche in un rapporto con il tessuto socio economico circostante a promuovere una corretta alfabetizzazione informatica.
Siamo perfettamente consapevoli che una corretta alfabetizzazione informatica debba creare cittadini, lavoratori, amministrazioni e aziende preparati: non di facili soluzioni ideologiche si tratta bensì di un rinnovato rapporto tra politica ed economia che al centro metta l'efficienza e la capacità di vivere le complessità di un mondo sempre più interdipendente.

Tesi 28 - Giovani fuori strada, è ora di cambiare rotta

Soprattutto, è arrivata l'ora di dare una iniezione di fiducia alle ragazze e ai ragazzi italiani.
Il nostro è ancora un paese troppo immobile, dove i percorsi di crescita delle ragazze e dei ragazzi italiani sono definiti dai percorsi dei propri genitori. Un paese ancora con caste chiuse, dove i notai sono i figli dei notai e i medici quelli dei medici.
È necessario costruire pari opportunità di accesso ai sistemi formativi e al mercato del lavoro, ma più di tutto dobbiamo costruire un "new deal complessivo" che metta al centro proprio le giovani generazioni: in primo luogo bisogna pensare ad un reddito di cittadinanza per le ragazze ed i ragazzi italiani, corredato da una contribuzione figurativa valida ai fini del diritto e della misura della pensione. Un reddito di cittadinanza utile da percepire a partire dall'espletamento dell'obbligo formativo per poter studiare e non lavorare, andare all'estero per apprendere le lingue straniere. Così si potrebbe sostituire, in modo assolutamente non assistenzialista, la strumentazione esistente attualmente in materia di sostegno al reddito per la disoccupazione.
Non si può prescindere oggi da un costante aggiornamento professionale, capace di aumentare sia le conoscenze specifiche, sia le capacità trasversali, come la comunicazione, l'organizzazione e il lavoro di squadra.
Da un lato quindi è necessario dotare i giovani degli strumenti reali e concreti per l'apprendimento delle lingue e delle nuove tecnologie. Per questo è indispensabile introdurre la carta di credito formativa per le ragazze e i ragazzi italiani, da spendere per l'alfabetizzazione informativa, soprattutto nell'ambito dell'open source e dei contenuti liberi, la connessione alla rete, la formazione online, l'acquisto di PC e di programmi. La proposta di una carta di credito formativa è inserita nel nostro PDL-PDLIP "Accesso al Futuro" sulla questione generazionale
Dall'altro lato è necessario investire fortemente sull'orientamento e sulla "biografia" di ognuno: sono da incentivare gli scambi tra giovani che operano in aziende italiane e giovani che operano in aziende estere, tramite i programmi della comunità europea.
La flessibilità deve divenire uno strumento di crescita che consenta, si di cambiare lavoro, ma non come minaccia bensì come opportunità di inserire un tassello nel proprio percorso professionale.
È inoltre necessario prevedere incentivi per le imprese che trasformino i contratti di apprendistato e tutti i contratti parasubordinati in contratti a tempo indeterminato.

Tesi 29 - La rappresentanza delle giovani generazioni

A partire dagli anni '70, in molti Paesi europei, le giovani generazioni diventano destinatari di specifici interventi volti a ridurre la loro marginalità sociale e politica.
Al centro dell'approccio delle tante esperienze europee la valorizzazione della rappresentanza delle forme di associazionismo democratico e il conseguente radicamento di forme di consultazioni permanenti sulle questioni che riguardano direttamente ed indirettamente le giovani generazioni.
E' sempre più forte l'esigenza da parte dei giovani di essere presente sulle questioni sostanziali che caratterizzeranno la vita politica del paese nei prossimi anni, e che disegneranno gli scenari dell'Europa.
Nel nostro Paese i ritardi sono gravi e non più accettabili. L'Italia è l'unico Paese in Europa a non essersi ancora dotato di una struttura di rappresentanza delle giovani generazioni. Si tratta di un fatto grave, che denota l'incapacità di mettere al centro dell'agenda politica la questione generazionale, una questione oramai generale dal momento che il declino del Paese si riversa in primo luogo sulle ragazze e sui ragazzi, che vivono con ansia il futuro, costretti a dilazionare i tempi di vita e a ritardare sempre più l'ingresso nella vita adulta.
Se a questo aggiungiamo le leggi proibitive varate in questi ultimi anni da una classe politica totalmente estranea a quello che succede realmente nella società - come è stato dimostrato dalla chiusura anticipata delle discoteche - ci rendiamo palesemente conto della necessità di dare spazio ad un approccio generazionale capace di riavvicinare i giovani alla politica attraverso una nuova rappresentanza negli organismi istituzionali.
Per questo motivo proponiamo la nascita del Consiglio Nazionale dei Giovani: un organismo di rappresentanza delle giovani generazioni che colmi le distanze sulle tematiche delle giovani generazioni a livello europeo.
Un organismo propositivo e consultivo del governo che affronti le politiche sulle giovani generazioni per troppo tempo ai margini delle discussione politica. Il CNG propone in concerto con associazioni, organizzazioni politiche giovanili, la comunità europea ed enti locali e territoriali politiche per le giovani generazioni.
L'organismo, dovrà nello specifico affrontare il problema dell'accesso all'età adulta che rappresenta uno dei punti di maggior ritardo del nostro Paese rispetto ad altre nazioni europee.
Il CNG dovrà affrontare queste tematiche e proporre al governo soluzione capaci di migliorare le condizioni di vita delle ragazze e dei ragazzi italiani. Per questo motivo abbiamo avanzato la proposta di istituzione del CNG nel nostro PDL- PDLIP quadro sulla questione generazionale.
Oltre alla nascita del CNG, la Sinistra giovanile dovrà valorizzare sempre di più la rete degli eletti, partendo dal presupposto che sono ancora pochi i giovani presenti nelle istituzioni. E' per questo motivo che intendiamo istituire la Consulta degli amministratori della Sinistra giovanile. Un organismo permanente come strumento di formazione, confronto e consultazione dei giovani amministratori.
La consulta dovrà offrire una rete di servizi e costruire momenti di formazione. L'esecutivo nazionale della Sinistra giovanile dovrà delegare alla consulta degli amministratori la realizzazione dei programmi dell'organizzazione per le elezioni amministrative.
La consulta rappresenta una nuova occasione per mettere in rete le diverse esperienze amministrative ed avviare nuove sinergie capaci di sviluppare una nuova progettualità locale. Infatti, con l'introduzione del Titolo V della costituzione, sono gli enti locali i preposti a individuare risposte specifiche alle esigenze delle ragazze e dei ragazzi a livello locale, come avviene in molti paesi europei.

Tesi 30 - I giovani per il rilancio del Paese

Il quadro che emerge del nostro Paese è quello di un paese vecchio, decisamente "low tech". Per fare innovazione sono necessari investimenti e trasferimenti sul mercato, perché non accada quando successo alla Sigma Tau, i cui ricercatori hanno messo a punto l'estate scorsa un farmaco importante e strategico per la cura del cancro. Per essere messo in commercio si rendeva però necessaria una sperimentazione su migliaia di pazienti dal costo di centinaia di milioni di euro. Perciò i diritti per lo sviluppo e la commercializzazione sono stati ceduti alla multinazionale Novartis, che godrà così il ritorno economico della scoperta e tutte le sue consequenzialità.
È necessario, come già affermato fare squadra, sviluppando legami stretti tra le imprese e le reti della consulenza nella convinzione che solo il mantenimento di un margine competitivo fondato sull'innovazione può frenare l'Italia dalla continua perdita di quote di mercato.
Per questo crediamo necessario affermare il valore della scelta imprenditoriale: non si tratta solo di una scelta funzionale ma svolge principalmente un ruolo sociale per il quale c'è bisogno innanzitutto di una seria formazione imprenditoriale e della capacità di assumersi il rischio di impresa.
L'Italia deve creare una seria formazione imprenditoriale perché i giovani arrivino preparati a quel momento.
Oggi il giovane che ne abbia voglia deve "sentirsi imprenditore": solo in questo modo l'impresa diviene etica e uno strumento reale di crescita. Il riassetto del sistema impresa deve prevedere una nuova relazione con il sistema formativo ma soprattutto deve prevedere una serie di passaggi, dal know how, alla regolamentazione e alla trasparenza, in cui i giovani hanno un ruolo fondamentale. È necessario costruire un nuovo patto sociale che concili la tutela dei lavoratori con le esigenze di flessibilità delle imprese, mettendo fine all'attuale doppio mercato del lavoro tra garantiti e precari, profondamente disincentivante per i giovani e disastroso per lo sviluppo sociale e demografico del Paese.
Una giovane classe imprenditoriale italiana va creata, capace di affermare la funzione sociale dell'impresa, che non è solo quella di produrre ricchezza ed opportunità per pochi, bensì di creare una ricchezza diffusa ed opportunità di sviluppo per tutti. In questo senso, anche i paesi emergenti devono adottare quelle regole di responsabilità sociale raggiungendo il doppio scopo di ridurne la concorrenza sleale e creare la salvaguardia dei diritti fondamentali dei loro lavoratori.
Sono tanti i giovani che vogliono fare impresa oggi: è necessario costruire percorsi seri che garantiscano la trasformazione in progetto concreto dell'idea imprenditoriale; rifinanziare il prestito d'onore; incentivare i giovani nello start - up di impresa e ovviare al problema della sopravvivenza oltre il secondo anno di età, la questione più complessa per una impresa di giovani. Si può costruire un Fondo per l'investimento sulle imprese di giovani che operino nei settori strategici del Made in Italy innovando i prodotti e i processi produttivi.
Il sostegno evidentemente più cospicuo deve essere rivolto all'individuazione dell'idoneo spazio di mercato in cui l'impresa può operare.

Tesi 31 - Mezzogiorno: strategia per l'Italia.

Il rilancio complessivo del Paese passa attraverso una nuova strategia politica che ponga le regioni meridionali al centro di un programma economico complessivo di ripresa dell'Italia. Alla sfida dei grandi mutamenti della società post-fordista il Mezzogiorno d'Italia arriva con un pesante deficit infrastrutturale, economico e sociale. Occorre dunque produrre una nuova politica di integrazione economica e sociale: una nuova governance capace di stimolare la crescita dell'economia delle aree sottosviluppate.
Competitività, creatività, solidarietà e autogoverno dovranno rappresentare concetti fondamentali del programma dell'Alleanza per il rilancio del Mezzogiorno.
Una nuova strategia di investimenti a sostegno della debole economia meridionale che liberi le energie, crei opportunità di crescita e rilanci la competitività del Mezzogiorno.
Bisognerà consolidare il tessuto imprenditoriale (soprattutto microimpresa), attrarre nuovi investimenti e valorizzare le risorse del Mezzogiorno.
Occorre sostenere sempre di più il federalismo fiscale e creare un sistema di incentivazione fortemente orientato a sostenere obiettivi di innovazione e ricerca allo scopo di riposizionare a livello nazionale ed internazionale il sistema produttivo del Sud.
La scelta del governo di procedere a compi di maggioranza con l'introduzione della devolution precisa maggiormente la vocazione antimeridionale di alcuni settori della maggioranza, che considerano il tema del trasferimento delle risorse nazionali verso la parte più debole del Paese un impaccio economico oltre che un punto di discrimine politico. Con l'accelerazione della riforma costituzionale che devolve poteri dallo Stato alle Regioni rischia di essere messa seriamente sotto attacco l'unità del sistema paese nel suo complesso: pensiamo al rischio concreto che il servizio sanitario nazionale venga frammentato e fortemente compromesso con una differente qualità delle prestazioni sociali tra una regione e l'altra. Non possono coesistere differenti livelli sanitari, scolastici e fiscali: ne perderebbe la capacità di sviluppo e di crescita del Paese e si aprirebbe ulteriormente una frattura tra Nord e Sud. La devolution rappresenta l'obolo che Berlusconi ha dovuto versare a Bossi per conservare l'accordo di governo siglato nel 2001: ne pagheranno le spese le giovani generazioni meridionali che vedranno accentuate le disparità sociali ed economiche rispetto ai propri coetanei di altre parti dell'Italia.
Fiscalità di vantaggio, semplificazione amministrativa per le imprese e ricerca dovranno rappresentare i punti fondamentali della strategia del centrosinistra per il Mezzogiorno.
Questi temi dovranno ruotare intorno ad assi strategici fondamentali: riduzione dell'IRAP per chi intende sviluppare nuovi investimenti nel Sud; semplificazione delle procedure amministrative della 488/92; ricerca ed innovazioni dei processi produttivi.
E' necessario un nuovo sistema di accesso al credito. A tal proposito bisognerà creare una nuova strategia di connessione tra banche ed imprese sia per la realizzazione di nuovi servizi che per l'incentivazione alle imprese.
La razionalizzazione degli incentivi pubblici alle imprese è stata trasformata negli anni di governo delle destre in sottrazione di risorse per gli investimenti nel Mezzogiorno. Sono mancate in questi ultimi anni strategie complessive e piani di investimenti mirati capaci di sollevare le regioni meridionali dal tracollo economico.
In questo quadro, le giovani generazioni del Sud, sono costrette a vivere nella precarietà del presente e nella mancanza di prospettive future.
Per questo motivo l'idea di un diverso Mezzogiorno rappresenterà una delle priorità della Sinistra giovanile.
Bisogna rilanciare una specifica programmazione negoziata per il Mezzogiorno e mettere in campo una strategia che coinvolga soggetti pubblici e privati in grado di favorire lo sviluppo delle aree a basso reddito. Gli strumenti specifici sono i patti territoriali, gli accordi di programma e le intese istituzionali. Vanno costruiti strumenti di welfare generazionali capaci di accompagnare l'inserimento delle ragazze e dei ragazzi del Sud nel mondo del lavoro. Sotto questo punto di vista la proposta di legge di iniziativa popolare per l'occupabilità dei giovani meridionali, rappresenta un esempio di come costruire un nuovo sistema di ammortizzatori sociali capaci di migliorare le condizioni di vita delle giovani generazioni.
Bisogna, inoltre, intraprendere una nuova strategia di investimenti delle risorse della comunità Europea. La conclusione del processo di allargamento crea nuove opportunità ma anche nuovi rischi per le regioni Meridionali . Il 1 ° maggio 2004 doveva rappresentare , per le regioni del Sud, la data di avvio di una nuova politica di coesione italiana ed europea. L'entrata di altri Paesi a basso reddito in Europa doveva comportare un mutamento di prospettiva. In tale contesto, si prospetta una diminuzione delle risorse comunitarie per il mezzogiorno. Ecco perché oggi più di ieri c'è bisogno, alla luce di questi nuovi avvenimenti , di una nuova strategia complessiva per affrontare i problemi di un mezzogiorno ricco di capacità, spazi fisici ed economici capaci rilanciare la competitività dell'Italia.
La sfida dei prossimi anni è quella di europeizzare il mezzogiorno: rendere le regioni del Sud protagoniste di una nuova stagione sviluppo che colga la sfida dell'integrazione e della competitività.
La programmazione dei fondi strutturali europei 2007-2013 dovrà migliorare la qualità degli interventi.
Bisognerà chiedere nuove politiche europee e nazionali capaci di affrontare i fattori della coesione interna del nostro Paese ed emarginare i dualismi esistenti.
Il Mediterraneo, allo stesso tempo, rappresenta un altro snodo fondamentale del futuro del sistema economico meridionale: un'opportunità per incrementare relazioni, culture, esperienze.
L'Europa, dopo la scommessa dell'allargamento ad est, deve avere la capacità di puntare sulla risorsa Mediterraneo: non solo un'area di libero scambio da costruire entro il 2010, come emerge dal Programma EuroMed, ma uno spazio di iniziativa economica e politica, dove le relazioni e gli scambi costituiscano volano di sviluppo e di crescita di una parte del sud del mondo ancora fortemente condizionata dalla povertà e dalle guerre.
In sostanza è opportuno e necessario promuovere la comprensione tra le culture e il riavvicinamento tra i popoli, a maggior ragione per via della presenza dei paesi del Magrheb e della Palestina dentro il programma.
Mediterraneo come mare di pace e il sud del Paese soggetto principale di un'interlocuzione destinata a divenire sempre di più progetto di integrazione e di sostegno.
Siamo convinti che la realizzazione di un nuovo sistema di sviluppo del Sud passa attraverso una nuova politica di coesione nazionale. Il Mezzogiorno non come emergenza nazionale ma come grande opportunità per il Paese. Non politiche speciali per ma politiche nazionali in grado di tener conto le diversità delle aree del nostro Paese. Non nuovi interventi straordinari ma politiche ordinarie capaci di rilanciare il sistema economico del nostro Paese.

Tesi 32 - Flessibilità, non precarietà: i diritti

La metamorfosi subita in questi anni dal mercato del lavoro si è tradotta per le ragazze ed i ragazzi italiani in precarizzazione della propria esistenza, dilazione continua dei propri tempi di vita, impossibilità di tradurre le aspirazioni in risultati concreti.
Scrive l'Eurispes, nel rapporto Italia 2005: "la flessibilità purtroppo in Italia è stata interpretata come possibilità per l'imprenditore di modificare in qualsiasi momento le condizioni del rapporto di lavoro (e quindi anche le modalità di cessazione dello stesso) con il proprio dipendente e non come strumento in grado di rendere flessibile l'organizzazione stessa del lavoro".
Nel corso degli ultimi anni la classe dirigente politica ed imprenditoriale italiana ha puntato tutto sulla riduzione del costo del lavoro, immaginando che questo automaticamente producesse crescita, aumento dell'occupazione e competitività dell'economia.
Così non è stato: al contrario, nonostante i carichi fiscali sul lavoro in Italia siano tra i più bassi di Europa, larga parte del sistema-impresa italiano è tutt'altro che capace di accogliere le sfide del mercato globale, in quanto ha rinunciato da tempo a scommettere su ricerca ed innovazione tecnologica.
Ormai i contratti flessibili sono diventati la regola e non investono nemmeno più soltanto i giovani al di sotto dei 25 anni, ma monopolizzano la condizione professionale di un'altissima percentuale di quarantenni.
In sostanza, l'atipicità del lavoro tende a "cristallizzarsi", a diventare una regola che diviene intergenerazionale e che inserisce nella vita quotidiana elementi di incertezza enormi ed, a volte, psicologicamente insormontabili.
Ne conseguono stati d'ansia, depressione, malattie psicosomatiche, che, secondo l'Eurispes, sono diventati un tratto permanente dello status dell'idealtipo del lavoratore flessibile.
Ciò non è evidentemente colpa della flessibilizzazione del mercato del lavoro in sé, ma delle aberrazioni che sono state effettuate.
Ne è un esempio la legge 30, che fa dello svilimento del lavoro e della precarietà il proprio filo conduttore.
Per questo è necessario "dare un volto umano alla flessibilità": precondizione necessaria per questa svolta resta la cancellazione della stessa legge 30, una vera e propria ipoteca sul futuro delle giovani generazioni.
Evidentemente, è necessario garantire a tutti i lavoratori, dipendenti o a collaborazione, a tempo pieno o parziale, le stesse norme e le stesse regole relative ai diritti, alla previdenza, alla sanità e alla sicurezza.
Ciò significa estendere il diritto alla contribuzione anche ai lavoratori parasubordinati, nonché il diritto e il sostegno al congedo parentale nel lavoro autonomo, parasubordinato, atipico e discontinuo nonché nelle libere professioni.
È necessario estendere il diritto all'accesso al credito anche per queste categorie di lavoro, per poter permettere a tutti i lavoratori di poter accedere all'acquisto di un immobile e agevolare l'uscita dal nucleo familiare.
Se la flessibilità che si traduce in precarietà è un problema per tutti, lo è in particolare per le giovani donne, costrette in un mondo del lavoro che non permette di conciliare vita familiare e carriera professionale e che soprattutto non riconosce nella maternità un valore aggiunto per la società e anche, perché no, per le aziende stesse, come avviene attraverso progetti aziendali negli Stati Uniti e nei paesi del Nord-Europa.
Stipendi bassi, servizi sociali inesistenti fanno sì che anche nelle zone più ricche del Paese si creino processi di femminilizzazione della povertà, ovvero donne che abbandonano il lavoro per farsi carico della famiglia e che impoveriscono l'intero Paese.
In quest'ottica, non è di certo di politiche assistenzialiste che abbiamo bisogno: in primo luogo va esteso l'obbligo all'astensione dal lavoro in mesi di congedo per la maternità e la garanzia del versamento dello stipendio pari all'80%.
Poi, è necessario costruire un sistema di servizi, dagli asili nido alla rimodulazione dei tempi di vita, alla codificazione di regole certe e chiare per le pari opportunità che permettano alle donne di costruire una flessibilità a loro misura, in grado di conciliare la maternità con la carriera. Questo è un paese dove il "microwelfare" di cui si trattava prima è più drammatico ed evidenzia le mancanze del sistema centrale: spesso dietro una madre che lavora c'è la parentela, la solidarietà familiare che attutisce l'inefficienza del sistema di stato sociale. Questo si traduce in un binomio tra precarietà e mancanza di tempo che non consente alla donna di specializzarsi professionalmente o di cercare un lavoro in un altro luogo.
Nel corso degli ultimi anni, il sindacato, la Cgil in particolare, ha cominciato ad attivare vertenze sui luoghi di lavoro per invertire la tendenza di una progressiva destabilizzazione del quadro di garanzie e di diritti.
Le lotte dei precari, dall'industria manifatturiera ai call-center, dalle aziende informatiche alle università, hanno fatto "rete" e sono entrate stabilmente a far parte dell'agenda sociale del Paese: tanti sono i giovani che le animano, ma anche molti lavoratori ultraquarantenni espulsi dal ciclo produttivo tradizionale che sono stati costretti ad accettare un lavoro flessibile e precario.
E' del tutto evidente che la legge 30 si configura anche come un tentativo di indebolimento del sindacato e della sua funzione di rappresentanza: il rischio concreto che si corre è che la democrazia sui luoghi di lavoro venga seriamente messa in discussione, a cominciare dall'obiettivo di smantellare definitivamente il contratto nazionale di lavoro.
La sinistra giovanile si oppone a questo tentativo, perché il sindacato, con la sua funzione storica di rappresentanza generale, resta uno dei pilastri fondamentali di una democrazia moderna.

Tesi 33 - "La quadratura del cerchio tra sviluppo economico e coesione sociale" (R. Dahrendorf)

È questo oggi il compito della politica: non può esservi quadratura del cerchio se non attraverso una politica dello sviluppo che investa sulle giovani generazioni, abolendo i corporativismi, uniformando le condizioni di partenza, di accesso e di successo per tutti nel percorso formativo e professionale.
Alla politica spetta la costruzione di un'alleanza tra le generazioni, tra coloro che hanno vissuto un mondo del lavoro più stabile e coloro che hanno l'incertezza come pane quotidiano, che non si preoccupano della propria pensione, perché la vedono come un diritto non più acquisito.
Non deve esistere più conflitto tra insider protetti e outsider allo sbando: è necessario ripensare ad un welfare diverso che unisca le generazioni, attraverso uno sforzo comune per identificare nuove tutele.
Vogliamo difendere lo statuto dei lavoratori, una grande conquista democratica per il nostro Paese, più volte messo in discussione dall'attacco operato dalla destra italiana, a cominciare dal tentativo di abolire l'art. 18.
Tentativo respinto dalla mobilitazione della Cgil e di milioni di cittadini italiani, che chiaramente si sono espressi per la difesa del diritto a non essere licenziati senza "giusta causa".
La battaglia per i diritti, condotta nel corso degli ultimi anni dalla sinistra e dal sindacato, ha coinvolto più generazioni, ponendo fine ad un dibattito falso fondato sul conflitto tra padri e figli.
Allo stesso tempo, occorre mettere in campo uno statuto dei nuovi lavori che introduca diritti chiari ed esigibili per le nuove tipologie professionali che affollano il mercato del lavoro: non è più pensabile che le generazioni vivano in due mondi diversi, che abbiano prospettive e agi realmente differenti.
È necessario un welfare più efficiente, più vicino ai bisogni reali delle donne e degli uomini italiani, che abolisca il divario tra l'innovazione dell'economia e il conservatorismo delle istituzioni.
Per le donne poi, si tratta di una sfida ancora maggiore: il nostro Paese continua a rimanere un fanalino di coda: nelle imprese, negli atenei e nel mondo della politica.
Le giovani donne si sentono ancora discriminate a partire dal primo giorno di lavoro: si tratta delle dimissioni in bianco in caso di maternità; si tratta di tempi maschili per carriere maschili.
Troppe donne, più scolarizzate e preparate dei loro colleghi maschi, vivono nei livelli intermedi delle società e delle aziende senza poter assumere ruoli realmente manageriali, se non a patto di svilire e abbandonare la propria femminilità.
Servono servizi e tutele, servono enti locali a servizio dell'empowerment delle donne. I nidi non sono una prerogativa delle aziende: è la società tutta che deve consentire ad una donna di poter conciliare carriera e vita privata.

Tesi 34 - Accelerare il cammino verso l'autonomia

Le ragazze ed i ragazzi italiani restano in casa sempre più a lungo: si tratta soprattutto di una motivazione economica, legata alla precarietà dei primi lavori, al basso livello salariale.
È necessario dare avvio ad una politica seria in materia di locazioni che cominci fino dagli anni universitari. Gli affitti sono costosissimi in tutte le città universitarie: bisogna che l'investimento sul diritto allo studio si configuri anche come investimento sui beni ad esso connessi, ovvero le locazioni e l'implementazione delle case dello studente.
Inoltre, la domanda di abitazioni in affitto proveniente dai ceti più deboli, oggi rappresentati in particolare dai nuclei familiari di anziani, immigrati, giovani, giovani coppie, famiglie monoreddito che non riescono ad accedere alla proprietà, e la crescente mobilità per motivi di studio e di lavoro, si scontrano con un'offerta esigua che peraltro si attesta su redditi molto elevati.
Oggi è necessario aumentare la quantità degli alloggi in affitto, attraverso un'offerta aggiuntiva a canoni moderati ed a canoni sociali, collocata nelle aree territoriali a maggiore tensione abitativa.
Va cioè superata una visione assistenzialistica considerando invece la politica abitativa come un aspetto delle politiche per lo sviluppo e l'occupazione e la competitività dei sistemi economici.
È necessario che possano accedere al credito per l'acquisto di immobili anche i lavoratori parasubordinati, senza dover ricorrere alle garanzie dei genitori.
Crediamo che sia utile istituire un Fondo nazionale per la casa e la riqualificazione urbana: un fondo per finanziare la realizzazione di programmi per aumentare la dotazione di abitazioni sociali e agevolati in affitto. Inoltre, per aumentare il Fondo sociale di sostegno all'affitto per le famiglie a basso reddito; rilanciare il mercato dell'affitto puntando in particolare sui programmi di recupero del patrimonio degradato; modulare l'intervento pubblico, sia sottoforma di contributi a fondo perduto agli operatore del settore sia di incentivi e disincentivi fiscali. Per questo motivo, il tema del diritto alla casa è uno dei punti del nostro progetto di legge di iniziativa popolare e parlamentare "Accesso al Futuro".

Tesi 35 - La libertà di essere e di amare

"E' giunto finalmente il momento di porre fine, una volta per tutte, all'intollerabile discriminazione che molti spagnoli soffrono a causa delle loro preferenze sessuali", "Omosessuali e transessuali meritano la stessa considerazione pubblica degli eterosessuali e hanno il diritto di vivere liberamente la vita che hanno scelto"; per questo motivo intendiamo "modificare il codice civile per riconoscere loro, in segno di uguaglianza, il diritto al matrimonio, con le conseguenze in materia di successione, diritto del lavoro e della sicurezza sociale". Con queste parole Luis Zapatero si è rivolto alle corti spagnole nel discorso di insediamento del suo Governo.
In Europa la stagione delle Risoluzioni ha ceduto il passo ad atti più concreti, come l'inserimento nel Trattato Costituzionale Europeo del divieto di discriminazione sulla base dell'orientamento sessuale e del diritto a costituire una famiglia fuori dal matrimonio o la Direttiva 78/2000 sulle discriminazioni sul lavoro.
Dodici paesi europei (Olanda, Belgio, Danimarca, Norvegia, Svezia, Finlandia, Francia, Germania, Islanda, Portogallo, Ungheria, Lussemburgo) riconoscono, in varie forme, i diritti delle coppie gay e lesbiche ed altri cinque (Spagna, Gran Bretagna, Svizzera, Croazia, Repubblica Ceca) si stanno apprestando a farlo.
La battaglia per il riconoscimento dei diritti civili e delle libertà individuali di tutti gli uomini e le donne e la battaglia contro le discriminazioni sessuali, contro i pregiudizi che colpiscono la comunità glbt segnano in Europa e nel mondo dei significativi successi.
Nel nostro Paese, al contrario, una destra oscurantista e omofoba, rallenta il percorso di piena integrazione europea dell'Italia sui temi legati al riconoscimento dei diritti delle persone omosessuali.
Un esempio concreto è la normativa italiana derivata dalla direttiva europea sulle discriminazioni sul lavoro, che anziché affermare il diritto alla non discriminazione ha rappresentato una vera e propria legittimazione dei comportamenti vessatori e discriminatori.
Non a caso il volto europeo del Governo Berlusconi coincide con la bruciante sconfitta di Rocco Bottiglione, il simbolo di una destra provinciale e estranea alla cultura dei diritti propria della società europea.
La Sinistra giovanile è da sempre al fianco del movimento omosessuale italiano e di tutta la comunità glbt nella sua battaglia politica e culturale per affermare e estendere i diritti delle persone omosessuali, perché siamo convinti del valore generale delle rivendicazioni che abbiamo sostenuto nei tanti Pride in giro per l'Italia, contribuendo al lavoro del CODS e collaborando attivante con l'ArciGay, da ultimo nella grande campagna a sostengo della proposta di istituzione del Pacs, il patto civile di solidarietà.
La libertà è un valore che si afferma riconoscendo ad ogni essere umano il pieno diritto di vivere la propria sessualità, i propri affetti, di declinare come sente il significato delle parole amore, famiglia, di vivere liberamente la propria vita.
Siamo particolarmente soddisfatti della scelta coraggiosa e nitida con cui il nostro Partito ha deciso di fare propria la proposta di legge di istituzione del Pacs, presentata da Franco Grillini, e di renderla parte fondamentale del nostro programma politico e di Governo.
Oggi riteniamo che le priorità della nostra iniziativa debbano concentrarsi da un lato nella rivendicazione di maggiori diritti, a partire da una vera e efficace normativa anti discriminatoria, oltre che ovviamente per l'introduzione del Pacs come proposta qualificante di tutto il programma di Governo della Federazione e dell'Alllenza prima e per la sua trasformazione in legge nei primi cento giorni del nostro futuro Governo, dall'altro dobbiamo riprendere e dare maggiore impulso alla nostra iniziativa politica su altri due temi: la lotta contro l'AIDS e una seria attività didattica di educazione alla sessualità.
Nel nostro Paese sono scomparse tutte le iniziative di sensibilizzazione e di informazione contro la diffusione dell'AIDS: occorre porre al centro della nostra proposta programmatica la riduzione del costo dei preservativi, l'introduzione di distributori in tutte le scuole e i locali pubblici, un'efficace campagna informativa che sia definita di concerto con le associazioni impegnate nella lotta alla diffusione di questa malattia.
Nelle scuole dovremo continuare e incrementare il nostro impegno contro le discriminazioni ai danni dei più giovani, contro un'idea di scuola che demonizza la libera scoperta di sé, la piena consapevolezza della propria identità sessuale, lasciando troppo spesso le ragazze e i ragazzi omosessuali in balia di violenze e discriminazioni intollerabili.

Tesi 36 - Dall'attacco alla libertà delle donne, l'attacco alla laicità

È evidente che c'è da parte di questo governo un tentativo di mettere seriamente in discussione il principio della laicità dello stato. Quello che è più subdolo è le donne sono ancora un campo aperto da utilizzare come avamposto per sferrare l'attacco alla libertà.
Ne è un esempio la legge sulla fecondazione assistita , una vera e propria aberrazione scientifica, che riduce le donne a pezzettini nella morale che vuole i bambini nati in famiglia - possibilmente la famiglia tradizionale di una volta. Si tratta di una vera e propria aberrazione scientifica; una legge fondata sulla base di un'etica che lo Stato ha ritenuto di darsi, mutuandone i principi dalla Chiesa di Roma.
Ma dove si vede, neanche nella cattolicissima Spagna, neanche in paesi cristiani o addirittura cattolici, un parlamento che espropria la donna del diritto di disporre del proprio futuro e del proprio corpo?
Perché deve toccare solo a noi questo tristissimo privilegio?
Si tratta di una legge "burka", quando la questione principale è garantire attraverso lo strumento legislativo un'architettura coerente ai bisogni delle donne e degli uomini che vivono in questo Paese.
Crediamo che i punti fondamentali siano tre.
Il primo: quello di rispondere al problema della sterilità di coppia. Un problema diventato malattia dal momento che è in costante aumento. Non è questa la sede per discutere se questa sofferenza sia motivata o immotivata, logica oppure illogica. C'è chi può fare della mancanza dei figli anche un arricchimento, e certamente la situazione varia da persona a persona. Ma certamente, procreare è un diritto, e l'adozione non rappresenta una risposta al problema laddove avere figli è per uomini e donne un elemento fondante e fondamentale della vita stessa.
Il secondo punto è la salute della donna. Non si tratta di stabilire se l'embrione sia semplicemente nel ventre della madre o se sia cosa sua. Piuttosto, ogni intervento sul feto è un intervento sulla madre, e ogni intervento sulla madre è un intervento sul feto.
Solo la donna potrà decidere se sottoporsi o non sottoporsi a terapie o interventi per tutelare il suo diritto alla vita e alla salute. È aberrante quanto sancito all'articolo 14, laddove si dice che le tecniche di produzione degli embrioni non devono creare un numero di embrioni superiore a quello strettamente necessario ad un unico e contemporaneo impianto, e comunque non superiore a tre.
È evidente la mostruosità di costringere la donna a sottoporsi a cicli di stimolazione ormonale e prelievo di ovociti senza prendere assolutamente in considerazione il rischio che ne consegue. Peraltro, la pretesa di voler eliminare il controllo sugli embrioni allo scopo di verificare la presenza di malattie genetiche e poter quindi selezionare solo embrioni sani è un limite per le coppie che si asterrebbero dal procreare nel dubbio di trasmettere tali malattie.
Il terzo punto è rappresentato dalla necessità di garantire il diritto alla maternità e alla paternità per tutti. Non è pensabile in un paese laico che ad accedere alla fecondazione assistita siano escluse: la coppia non convivente, la coppia omosessuale, la donna sola, la donna in età non fertile, la vedova, come sancito
all'articolo 5. Va detto che questo non rappresenta di certo una scelta a favore della vita, anzi: si sancisce un criterio arbitrario nella definizione del principio di qualità della vita stessa.
Oltretutto, quale ipocrisia: chi può regolare il fatto che una donna feconda decida di fare un figlio con un rapporto occasionale o utilizzando "un amico solidale" per raggiungere il suo obiettivo?
Sempre su questo punto è gravissimo il divieto alla fecondazione eterologa, poiché esclude dall'aiuto medico tutte quelle forme di impossibilità di procreare dovute alla sterilità dell'uomo, determinando una discriminazione radicale tra la coppia abbiente e quella meno abbiente, tra quella che può permettersi viaggi di speranza in quei paesi in cui tali tecniche sono civilmente consentite.
A questo punto, è necessario che questa legge si cancelli, ma è anche necessario che si costruisca un assetto normativo legislativo snello, degno di un paese laico, in cui convivono religioni, storie e passati diversi, che considerano la vita in maniera differente e ne sanciscono l'inizio secondo le proprie tradizioni.
In questo paese l'integralismo aveva perso tutte le sue battaglie. I movimenti femminili e i movimenti di coscienza collettiva di donne e di uomini hanno portato all'approvazione della legge sul divorzio e poi quella sull'aborto.
Ma questa è l'ennesima testimonianza che questo governo viaggia anni luce indietro rispetto alle esigenze degli uomini e delle donne che rendono grande questo Paese.
Un Paese in cui i matrimoni finiscono quando non ci si ama più, in cui i giovani fanno uso di contraccettivi anche durante il Giubileo papale, in cui le ragazze - pur confidando in Gesù - prendono la pillola e ricorrono, quando è necessario, all'aborto.
Questo è un paese in cui credere a un Dio è una questione privata.
Ma certamente nessuno crede più a un Dio che costringe a vivere nei disagi e nella miseria economica, culturale e umana; a un Dio che costringe a vivere nell'ipocrisia che circonda le coppie di fatto, che discrimina le donne e gli uomini in base ai propri orientamenti sessuali.
Impedire poi il progresso della ricerca sulle cellule staminali e sulla clonazione degli organi è un'aberrante testimonianza dello strapotere del clericalismo nella politica, della scienza che si fonde con l'ideologia.
Per questo, la raccolta di firme per il referendum ha raccolto così tante adesioni: adesioni trasversali agli schieramenti politici, all'età e al sesso. Coscienze libere, che sentono questo problema sulla propria pelle, che non vogliono certamente il Far West ma un'architettura legislativa efficace che garantisca la donna, che sancisca il diritto alla maternità e alla paternità per tutti, che faccia innovazione nel campo della ricerca.
Uno strumento legislativo che vada oltre il conflitto tra i "distruttori della dignità umana" da un lato e i "nemici oscurantisti di stampo medievale" dall'altro, ma che sia veramente coerente con i diritti delle donne e degli uomini nel nostro Paese.
Il fatto che il Governo abbia deciso di costituirsi di fronte alla Corte Costituzionale, e certamente questo rappresenta un fatto grave.
Qualora, come è oramai probabilissimo, dovessimo giungere al referendum senza aver trovato nessuna soluzione legislativa, dobbiamo condurre la campagna in modo serio, che faccia i conti con il paese in cui viviamo, un paese in cui la convivono religioni diverse, culture, storie e, in una materia così delicata, sensibilità contrastanti. Dobbiamo fare quadrato sulla necessità di rispondere ad un problema, quello della sterilità di coppia. Avere figli è un diritto delle donne e degli uomini di questo paese. Ovviamente, dobbiamo aprirci al tema della ricerca. In Inghilterra, il paese su questo più avanzato, considera un periodo pre-embrionale di 14 giorni, una finestra di cui la ricerca di avvale. Non a caso si tratta del paese più progredito in materia di ricerca in questo campo.
Ma più di tutto, dobbiamo dare il senso di una battaglia culturale, e non di una crociata, che faccia capire al paese che questo governo per attaccare le libertà di ognuno, la laicità, sta partendo proprio dalle donne

Tesi 37 - Da immigrati a cittadini

Gli immigrati in Italia rappresentano ormai il 5 per cento della popolazione: un numero destinato a crescere ulteriormente dinnanzi al declino demografico del paese, con un processo di invecchiamento della popolazione che porterà entro il 2025 le persone over 65 ad essere quasi 16 milioni a fronte di un ridimensionamento secco delle persone in età lavorativa.
Il sistema-paese, la sua economia, il suo ciclo produttivo ha bisogno, dunque, di immigrati, checché ne dica la destra italiana che con la legge Bossi-Fini ha introdotto enormi restrizioni all'ingresso di nuovi cittadini dentro i nostri confini.
E' un processo che non si può fermare, che non può essere considerato alla stregua di un fenomeno congiunturale: nei prossimi anni altri migranti busseranno alle porte dei nostri paesi, di condividere un sistema di valori e di benessere, di poter concorrere alla crescita ed allo sviluppo della nuova Europa.
Non è immaginabile, come fa la destra italiana ed europea, blindare le frontiere e costruire reti di discriminazione dentro le nostre società.
Bisogna aprire le porte ad una nuova stagione della cittadinanza, con al centro un bagaglio di diritti e di opportunità di integrazione per le tante persone che popolano le nostre città e contribuiscono all'economia del nostro Paese.
Per questo respingiamo l'intero impianto della legge Bossi-Fini che lega la concessione del permesso di soggiorno per ciascun immigrato al possesso esclusivo del contratto di lavoro: è una norma ingiusta, perché non considera i possibili periodi di disoccupazione e perché indirettamente pone l'immigrato di fronte all'obbligo di scelta tra la clandestinità e il reimpatrio.
Il reato di immigrazione clandestina e l'introduzione dell'obbligo di impronte digitali per gli immigrati extracomunitari che entrano nel nostro Paese contribuiscono, inoltre, ad accrescere la venatura fortemente ideologica e reazionaria di questa legge.
Una sorta di manifesto politico della destra xenofoba e razzista che governa il nostro Paese, un prodotto ideologico dell'11 settembre e dell'ossessione securitaria ed identitaria, adeguatamente alimentata da gran parte del sistema mediatico, che da quel drammatico attentato terroristico ne è conseguita.
Noi chiediamo che questa legge ingiusta venga abrogata e si inizi a costruire una nuova politica dell'immigrazione basata sull'accoglienza e sul diritto di cittadinanza.
Da questo punto di vista, non si può non prescindere dal tema della chiusura dei Centri di Permanenza Temporanea, dove gli immigrati in attesa di espulsione vengono reclusi, che rischiano di assumere i contorni di vere e proprie carceri, senza assistenza umanitaria e diritti civili.
Allo stesso tempo, occorrono scelte politiche nette sul tema del diritto al voto agli immigrati, come propone la Campagna "Fratelli d'Italia" promossa dai Ds, oltre che interventi attivi sul territorio, a partire dall'introduzione di "Patti territoriali di sviluppo ed integrazione sociale" che, con il contributo di enti locali, associazioni, sindacati, soggetti imprenditoriali individui nell'ambito delle politiche di sviluppo il fabbisogno di lavoratori stranieri, politiche di cooperazione decentrata con i paesi di provenienza dei migranti, misure di integrazione sociale a partire dall'istruzione e dall'assistenza sanitaria.
Ma un'altra frontiera di lavoro e di iniziativa politica resta l'Europa: siamo d'accordo con chi, ARCI e CGIL innanzitutto, ha posto il problema di inserire dentro il Trattato costituzionale europeo il principio della cittadinanza di residenza, ovvero la possibilità per 15 milioni di cittadini extracomunitari che vivono, lavorano e producono nei paesi dell'Unione di poter essere considerati cittadini europei a tutti gli effetti.
La Sinistra giovanile dovrà porsi l'obiettivo di essere la prima organizzazione politica interetnica e multiculturale del nostro Paese.
La cittadinanza politica è la sfida che noi dobbiamo interpretare, offrendo spazi e opportunità di protagonismo alle giovani generazioni di migranti che vivono nel nostro Paese.

Tesi 38 - Legalità

L'ottimismo che, poco più di tre anni fa, ci faceva prevedere la costruzione di una nuova stagione della legalità, oggi sembra essere scomparso.
E non per la mancanza di entusiasmo, di passione, di volontà. Semplicemente perché gli scenari di questi anni inducono a pensare che questa sia diventata una battaglia d'elite, una questione riguardante pochi interessati, i "soliti" relatori di un dibattito eterno sulle colpe della politica, sulle responsabilità dei mass media, sulle difficoltà del mezzogiorno.
La battaglia per la legalità, l'avvento di una nuova "questione morale" non riguarda esclusivamente la lotta alle mafie, ma, in generale l'illegalità diffusa nelle pratiche politiche ed economiche del nostro Paese.
La continua disputa tra garantisti e giustizialisti, in questo Paese è viziata dai numerosi provvedimenti giudiziari, arresti, processi, condanne che riguardano esponenti di entrambi gli schieramenti, ma che sono nettamente predominanti tra le fila del centrodestra.
La sinistra italiana, si trova così tra due fuochi: da un lato la propria, naturale propensione garantista, ed i colpi di una destra priva di un minimo senso dello stato, che da più di un decennio, ormai calunnia, attacca, delegittima la magistratura.
In un Paese imbambolato da un sottile regime mediatico, la "spinta propulsiva" dei primi anni '90, data dal crollo della prima repubblica sotto i colpi della lotta alla corruzione, sembra esaurita ormai da tempo.
Nella memoria collettiva è rimasto ben poco, solo, forse, qualche immagine dei processi, Di Pietro, D'Ambrosio, Forlani, Cusani, i volti, sguardi…ma in pochi ricordano le accuse, le condanne, le sentenze.
Tutto spazzato via da un'informazione troppo superficiale, e da una classe politica che aveva solo voglia di dimenticare e far dimenticare.
Ma, d'altra parte questo è un Paese dove troppo spesso, la voglia di dimenticare, e l'abilità di insabbiare, hanno fatto voltare pagina in fretta.
E senza scomodare stragi di stato, o, appunto, il crollo dei partiti della prima repubblica, solo negli ultimi 4 anni abbiamo visto sparire dalle cronache una vicenda gravissima come quella di Genova, e della morte di Carlo Giuliani, che ancora grida giustizia, e abbiamo assistito alla continua mistificazione da parte di tutti(meno uno) i tg, e di tutti(meno un paio)i quotidiani nazionali, delle sentenze dei processi(ad es. quella che riconosce Andreotti colpevole di relazioni con Cosa Nostra fino al 1980, o quella che riconosce come corruttore Silvio Berlusconi, entrambi graziati dalla prescrizione)contro uomini di potere.
E mentre si distrae l'opinione pubblica dai veri risultati dei processi eccellenti, si lavora alla demolizione del sistema giudiziario italiano.
Le cosiddette riforme della giustizia approvate in parlamento, anziché affrontare i problemi della giustizia italiana, ovvero la sua lentezza, il suo classismo(ricordiamo che il censo e lo status sono ancora, purtroppo, rilevanti in un processo), le carenze di uomini e di mezzi(persino della cancelleria minima per lavorare), tendono esclusivamente a portare i pubblici ministeri sotto il controllo politico, ed ad indirizzarne le priorità dell'azione penale.
E se l'illegalità diffusa è tanto cresciuta in questo Paese, riteniamo che grandi siano le responsabilità dell'attuale governo.
I proclami, le prese di posizione, la delegittimazione dei magistrati, le leggi ad hoc fatte dalla destra, sono all'origine di un senso di generale impunità, che hanno portato, tra le altre cose, al ritorno in grande stile della corruzione, ed alla crescita del dominio delle mafie.
L'emergenza criminalità si ritrova nell'agenda politica solo per i sanguinosi fatti di Napoli, mentre le mafie che da 10 anni, in silenzio, continuano a fare affari, ad aggiudicarsi appalti, a controllare il territorio, a riscuotere il pizzo, non sembrano destare preoccupazione.
Anzi, in qualcuno(in troppi) destano persino interesse.
Pare(così suggerisce la seconda sezione del tribunale di Palermo) che il fondatore di Forza italia, nonché manager di pubblitalia, nonché braccio destro di Berlusconi, Marcello Dell'Utri, abbia gestito per trent'anni, per conto di Cosa Nostra i rapporti con il mondo della politica e degli affari, e negli ultimi anni con la principale forza dell'attuale governo, dopo aver portato ad arcore il boss mangano per difendere l'allora imprenditore milanese,dai ricatti degli altri boss.Questo spiega, forse, come mai in Sicilia da tanto tempo non si uccide più, ma la mafia è sempre più presente.
Infatti, in questo ultimo decennio, la criminalità organizzata è tornata(se mai ne era uscita) con forza nei palazzi del potere. A volte tramite voto di scambio, a volte con una propria rappresentanza diretta. D'altra parte, la principale differenza tra l'associazione mafiosa e qualunque altra associazione a delinquere sta proprio nel suo continuo intrecciarsi col mondo degli affari e della politica.
Non esiste mafia senza collusione.Tutto questo ci porta ad una conclusione.
Per una sentenza penale, che sia di condanna o di assoluzione ci vogliono anni. Deve essere stato commesso un reato. E la colpevolezza deve essere provata, e le prove devono essere sufficienti.
Ma se un rappresentante delle istituzioni, incontra, discute, intrattiene rapporti non occasionali con un mafioso, o un camorrista, per esprimere un giudizio politico, è forse necessario attendere una sentenza?
O forse si può, se tutto questo è provato, affermare che non occorre commettere reati, perché un politico frequentatore di mafiosi debba essere allontanato dalla propria carica?
La responsabilità politica è diversa dalla responsabilità penale. Può precederla e può esserci anche in mancanza di quest'ultima. E' per questo che crediamo che tutte le forze politiche dovrebbero munirsi di anticorpi per espellere chiunque si macchi di comportamenti simili.
Ed è sempre compito della politica comunicare ai cittadini un senso di rispetto della legalità, delle sentenze, delle regole del vivere comune.

Ma la politica deve anche sapersi aggiornare, perché in questi anni le mafie sono cambiate, si sono evolute, si sono internazionalizzate, sono entrate in pieno nei meccanismi del mercato e della globalizzazione.
Riciclaggio di denaro, tratta degli esseri umani, traffico di stupefacenti, di sostanze dopanti e di rifiuti, le cosiddette ecomafie.
Ecco alcuni dei volti con cui si presentano oggi le organizzazioni criminali.
Per quanto riguarda il riciclaggio di denaro, oltre ai tristemente noti paradisi fiscali, dove è possibile depositare denaro di provenienza misteriosa, oggi bisogna stare attenti anche a quel che accade in Europa.
La libera circolazione di merci, uomini e capitali, è infatti un ghiotto terreno per le mafie, che, infatti, si inseriscono tra le pieghe delle differenti leggi nazionali, e, in mancanza di efficaci normative comunitarie, riescono a far sparire e quindi riciclare i guadagni illeciti.
A questo proposito è doveroso ricordare che la legge italiana sul rientro dei capitali dall'estero in forma anonima, alimenta non poco questo sistema.
Considerando che il FMI ha stimato tra il 2% ed il 5% del prodotto mondiale, l'ammontare dei proventi del riciclaggio, riteniamo essenziale una politica di contrasto europea che impedisca che alcuni stati, con la propria legislazione, vanifichino l'impegno degli altri.
E la costruzione di uno spazio giuridico europeo forte, con possibilità di coordinamento delle forze dell'ordine, di una più semplice collaborazione tra le magistrature( ricordiamo sempre la via del gambero intrapresa dall'Italia con la legge sulle rogatorie internazionali), con la costituzione di superprocure trasnazionali che possano combattere sullo stesso piano delle mafie è fondamentale.
Ed è questa la strada per impedire che nelle nostre palestre i ragazzi vengano a contatto con sostanze che, col pretesto di migliorarne le prestazioni.
Se l'attenzione sul mondo del doping è rivolta solo ai noti campioni sportivi, la vera emergenza è senza dubbio lo spaccio, diffusissimo, tra i giovani, che, non sufficientemente assistiti ed informati, rischiano, spesso la propria vita per inseguire modelli imposti dalla pubblicità.
E tanto, sempre a livello europeo, si dovrebbe fare per combattere un traffico illecito di rifiuti, che, oltre a minacciare la salute dei cittadini, porta nelle tasche della criminalità circa 15 miliardi di euro ogni anno.
Ma, sicuramente, la più agghiacciante attività internazionale delle mafie è il traffico degli esseri umani.
Questo affare, garantisce ogni anno tra i 7 e i 13 miliardi di euro l'anno.
Sfruttando le frontiere chiuse dell'Europa, i trafficanti ingannano i migranti, che, disperati, si affidano(spendendo normalmente tutto ciò che hanno)a queste persone e, quando riescono ad entrare illegalmente, si ritrovano nelle mani delle mafie.
Alcuni, riescono, con anni di lavoro, a riscattarsi. I meno fortunati diventano veri e propri schiavi, e si ritrovano a lavorare(in nero), spacciare, rubare, prostituirsi, a volte a dover vendere i propri organi, sotto ordine del padrone.
Di fronte a questi orribili crimini, è doveroso intervenire con politiche di sviluppo ed autentica emancipazione dei paesi poveri, e con politiche di informazione, accoglienza, protezione ed assistenza nei confronti delle vittime.
Queste nuove mafie, dunque, privilegiano, all'omicidio ed alle stragi, la tranquillità di fare affari nel silenzio e nell'indifferenza.
Nel nostro Paese, questa situazione ci ha portato ad un'emergenza di tipo economico, che bisogna sapere analizzare ed affrontare: il controllo dell'economia, soprattutto nel mezzogiorno, frena il naturale sviluppo, e danneggia le popolazioni.
Le mafie controllano il territorio tramite le estorsioni, si impongono come protettori, e finiscono per controllare ed imporre le scelte economiche a commerciante ed imprenditori, avvelenando l'anima stessa del commercio.
Le ditte mafiose, da sempre, si aggiudicano gli appalti e gestiscono le risorse idriche, costruiscono strade, case, strutture di ogni tipo con materiali scadenti, per poi gestirne la manutenzione. Costringono, con il potere colluso, le popolazioni del mezzogiorno ad un continuo bisogno di favori e protezione.
Questo enorme freno allo sviluppo è, innanzitutto, un danno per i cittadini più giovani.
E' per questo che oggi più che mai, la lotta per la legalità e l'emancipazione dalle mafie si inserisce nella questione generazionale che la sg vuole porre.
Come organizzazione dobbiamo continuare la nostra battaglia fuori e dentro il partito perché questa sia vissuta come una priorità nell'impegno
politico del centrosinistra.
Una nuova questione morale, la lotta al racket, una politica europea di contrasto alla criminalità organizzata, ma, soprattutto, un'idea pulita della politica e della società, devono essere non solo un punto della nostra agenda di governo, ma lo spirito che ne permea il progetto, che caratterizza la nostra proposta di governo del Paese.
Il ritorno del centrosinistra al governo dovrà cancellare le leggi vergogna, dovrà ridare dignità alla magistratura e a chi lotta ogni giorno per una società libera dalla corruzione e dalla connivenza.
Infine, la Sg si impegna ad intensificare i già importanti rapporti con Libera, di cui, da sempre, facciamo parte.
Fin da quando è nata Libera è stata un grande contenitore di uomini, donne, idee, associazioni, storie e vite.
Il suo lavoro nelle scuole(ostacolato dal ministro Moratti), per l'educazione alla legalità è stato, in questi anni essenziale.
Dobbiamo lavorare nella direzione di un maggior coinvolgimento di Libera negli spazi frequentati dai nostri compagni, nelle scuole superiori, nelle università.
Inoltre, proprio grazie agli sforzi di Libera, oggi è possibile il riutilizzo dei beni confiscati ai mafiosi. Si tratta di beni sparsi su tutto il territorio nazionale, terreni ed edifici di cui la società si riappropria.Già da alcuni anni, nascono imprese sociali, e cooperative, che gestiscono questi beni( anche privilegiando il coinvolgimento di soggetti sociali deboli, come portatori di handicap o ex detenuti) portando ad un risultato concreto, tangibile, la lotta alle mafie.
Tramite l'affidamento di un bene, è dunque possibile dare la possibilità
a tanti giovani di tentare di costruire una piccola impresa, pulita, che coniughi, l'impegno per la legalità, ad un'idea, sana, di sviluppo.

Tesi 39 - Ordine e disciplina: l'ideologia della destra sulle droghe

Da quando questo Governo ha avviato la propria campagna ideologica sul tema delle droghe abbiamo assistito alla criminalizzazione dei consumatori, in particolare di quanti consumano droghe leggere, alla destrutturazione di tutte le buone pratiche di recupero dei tosscidipendenti e di riduzione del danno costruite in decenni da associazioni e strutture sanitarie, abbiamo assistito alla scomparsa della lotta contro le droghe sintetiche e le nuove forma di dipendenza che queste introducono.
Le droghe sono per la destra una battaglia identitaria e ideologica, che viene condotta senza la minima connessione con un quadro di analisi reale della diffusione e dell'evoluzione del consumo e delle dinamiche criminali che ad esso sono legate.
La legge Fini-Sirchia segna il punto più alto di escalation ideologica e mediatica fin qui raggiunto, insieme all'introduzione del nuovo dipartimento per il coordinamento dell'azione antidroga presso la Presidenza del Consiglio: considerare cioè la tossicodipendenze e il consumo saltuario come questione di pericolosità sociale, di ordine pubblico, di semplice criminalità o, in ogni modo, dalla prevalente componente penale, e quindi di fatto posto sotto l'ombrello delle politiche di sicurezza, non nell'alveo delle politiche di inclusione sociale.
Oltre alla contrapposizione artificiosa fra pubblico e privato, fra servizi pubblici e privato sociale nell'ambito della prevenzione e del recupero, il Governo si è scagliato contro i Sert, tentando inutilmente una loro sostanziale delegittimazione.
I risalutati di questa politica proibizionista e ideologica sono disastrosi.
Noi riteniamo che una seria politica di contrasto delle dipendenze, non possa che partire da una sostanziale depenalizzazione della figura del consumatore.
Ribadiamo la necessità di una politica antiproibizionista, di legalizzazione delle droghe leggere, di inasprimento del contrasto al traffico delle droghe pesanti e allo spaccio, per rompere la contiguità e continuità del mercato.
Infine riteniamo necessario sottolineare, quale priorità, la prevenzione e la sensibilizzazione sulle droghe sintetiche, droghe sociali e a basso costo che rappresentano, a nostro avviso, la più grave minaccia oggi presente perché diffuse e non circondate da un enorme allarme sociale come le droghe pesanti.
È da questi tre temi: legalizzazione delle droghe leggere, lotta alle droghe sintetiche e alla criminalità che si arricchisce con lo spaccio che occorrerà ripartire per porre rimedio al disastro ideologico della destra.


Tesi 40 - Informazione

C'E' UN'ARIA
E c'è un gusto morboso del mestiere d'informare,
uno sfoggio di pensieri senza mai l'ombra di un dolore
e le miserie umane raccontate come film gialli
sono tragedie oscene che soddisfano la fame
di questi avidi sciacalli.
C'è un'aria, un'aria, ma un'aria che manca l'aria,
C'è un'aria, un'aria, ma un'aria che manca l'aria.
Lasciate almeno l'ignoranza
che è molto meglio della vostra idea di conoscenza
che quasi fatalmente chi ama troppo l'informazione
oltre a non sapere niente è anche più coglione.
Ah, ah, ah, ah, ah, ah.
Inviati speciali testimoniano gli eventi
con audaci primi piani, inquadrature emozionanti
di persone disperate che stanno per impazzire,
di bambini denutriti così ben fotografati
messi in posa per morire.
* Tratto da "Io non mi sento italiano" - Giorgio Gaber

Lo sviluppo tecnologico del sistema comunicazionale sta dettando nuove regole di accesso all'informazione. Ognuno di noi ogni giorno è raggiunto da una miriade di messaggi complessi provenienti da diversi media che siano essi stampa, radio, televisione o internet. Messaggi nell'apparenza plurali, ma che nella sostanza non sfuggono al filtro del potere mediale che, nella selezione di ciò che è notiziabile e non, creano un concetto parallelo di realtà. Infatti, tutto ciò che non viene riprodotto sulle colonne di un quotidiano o è sfuggito all'occhio meccanico di una cinepresa, è inevitabilmente escluso dalla percezione dell'opinione pubblica. Così, i detentori delle chiavi della comunicazione (uniti a quelli che gestiscono l'economia) si apprestano a diventare i nuovi "padroni" del mondo, avendo la possibilità di tacere su ciò che ritenuto scomodo e vendere per reale un format preconfezionato. La stessa rete, miraggio della libera informazione, non è stata in grado di rispondere alla sfida del globale. Milioni di persone, per privazione di mezzi o di conoscenze tecniche, ignorano quello che la traversa, ivi incluse le voci alternative che la abitano.
In Italia, come è noto, ad orchestrare il sistema dei mass media sono le solite poche persone, le stesse proprietarie (a volte indirettamente) di agenzie assicurative, colossi industriali, squadre di calcio e, non da ultimo, agenzie pubblicitarie: la cartina tornasole della longevità degli stessi mezzi. Precludere ad un media (indipendente) gli introiti pubblicitari equivale, infatti, a condannarlo a morte. Ma tra i giochi di potere per il controllo dell'informazione sembra che rientri anche il celato ricatto. E a volte qualcuno, nel silenzio, scompare. Mentre godono di buona salute le reti televisive dibattute in un inusuale mono-duopolio tutto nazionale e in continua ascesa (vedi legge Gasparri). Ed è proprio il quinto potere a detenere il ruolo indiscusso di leader. Entra prepotentemente nelle case degli italiani e, con le sue immagini accompagnate da voci fuoricampo, si offre come una finestra sul mondo. Un mondo ovviamente parziale. Un mondo mediato. Fatto di fotogrammi nuovi e vecchi che si amalgamano. Fotogrammi selezionati dall'occhio umano, secondo precise regole della comunicazione. Fotogrammi vagliati dall'editore. Fotogrammi di repertorio che si rispolverano all'occorrenza. Fotogrammi sfuggiti di mano. Fotogrammi su misura, cuciti ad hoc per ciò che deve apparire come un grande evento.
Fotogrammi che inevitabilmente si fisseranno nella memoria di ciascuno di noi costruendo una coscienza critica addomesticata. Così per salvaguardare i ricordi degli italiani, qualcuno ultimamente ha provveduto a ripulire la nostra televisione, epurandola da tutti quei personaggi e show men non allineati come Enzo Biagi, Michele Santoro, Daniele Luttazzi, Sabina Guzzanti, Massimo Fini, Beppe Grillo, Paolo Rossi ecc. "Regime", scrive Marco Travaglio nel suo ultimo libro.
Quindi, alle nuove generazioni non resta che crescere all'ombra di programmi contenitori dove fanno capolino Lecciso & Co. o reality che, a suon di audience, inscenano il più basso braccio di ferro tra (quello dovrebbe definirsi) il servizio pubblico e Mediaset.
Anche l'informazione è a caccia di ascolti. Scene sensazionali scorrono in sequenza nei nostri Tg dove trovano spazio assieme alle proteste dei cassaintegrati di Termini Imprese o i blocchi dei lavoratori delle acciaierie di Terni, le sfilate al Pitti o i mega concerti di Ramazzotti e Pausini. Tutto offerto con la stessa enfasi, mitigata solo dalla scansione temporale in scaletta. Non parliamo poi dei tragici episodi come l'omicidio di Cogne, il maremoto nel Sud Est asiatico o l'ultimo incidente ferroviario di Crevalcore che, sfruttando l'onda emotiva del pubblico, si accaparrano quasi l'intero palinsesto. Per giorni, settimane finchè, come si dice in gergo, "la notizia tiene".
Per giorni e settimane i cittadini sono bombardati dalle stesse immagini. Dalle stesse voci che leggono le stesse battute di agenzia. Travolti da un surplus d'informazione che si frammenta e si polverizza. Che si ripete oltre la soglia tollerabile, diventando una sorta di anestetico. Ciò, è visibile a livello microscopico analizzando l'andamento mediatico di un singolo fatto, ma è percepibile anche ad un livello macrodimensionale.
La quantità di informazione, seppur mediata, che quotidianamente raggiunge una persona è abnorme. Dall'sms al pc nessuno può sottrarsi dal sapere come sta il mondo. Ma è proprio da questa caduta a pioggia della notizia che subentra l'indifferenza. Lo spettatore odierno, ipersollecitato, è uno spettatore distratto e poco propenso all'analisi. Scorre i titoli dei giornali in modo innaturale a caccia di miserie umane e chiacchiere stravaganti, soffermandosi nella lettura per poco più dieci righe dalle quali si formerà un'opinione utile per credere di essere "aggiornato" su ciò che lo circonda. Non a caso un detto popolare recitava "il troppo stroppia". Infatti, anche avere troppa informazione, che a volte non è neppure informazione, è per lo più non sapere niente.
Così si spegne anche l'ultima utopia che allo sviluppo tecnologico corrispondesse a uno sguardo più libero sul mondo: ancora una volta la "modernizzazione" comunicativa è stata surclassata a strumento di controllo.

Tesi 41 - Il consumo critico

"Comprare un pacchetto di spaghetti al supermercato può voler dire finanziare l'industria degli armamenti e acquistare un barattolo di pelati può contribuire allo sfruttamento dei braccianti africani da parte di una multinazionale: ogni acquisto non consapevole può trasformare il consumatore in complice di imprese che possiedono fabbriche di armi, piantagioni o industrie dove si sfruttano i più svantaggiati, aziende inquinanti, oppure che evadono le tasse o maltrattano gli animali. Scegliere un prodotto con la consapevolezza che dal punto di vista sociale e ambientale non sia condannabile significa chiedersi, ad esempio, se la tecnologia impiegata per farlo sia ad alto o basso consumo energetico, quanti e quali veleni siano stati usati durante la sua fabbricazione, quanti ne produrranno poi il suo utilizzo e il suo smaltimento, in quali condizioni di lavoro sia stato ottenuto e che prezzo sia stato pagato alla manodopera.
Invece di farsi semplicemente condizionare dalla pubblicità, i consumatori possono influenzare il comportamento delle imprese. Con opportune strategie (come l'attenzione al commercio equo e solidale o ai marchi di garanzia, fino alle pratiche di boicottaggio) possono riappropriarsi del proprio potere decisionale ed esercitare un consumo critico".
"Ecco l'importanza del consumo critico, che consiste proprio nel fare la spesa scegliendo i prodotti non solo in base alla qualità e al prezzo, ma anche in base alla loro storia e alle scelte effettuate dalle imprese produttrici. Così facendo è come se andassimo a votare ogni volta che facciamo la spesa. Votiamo sul comportamento delle imprese, premiando quelle che si comportano bene e punendo le altre. Alla lunga le imprese capiscono quali sono i comportamenti graditi e vi si adeguano, instaurando fra loro una nuova forma di concorrenza, non più basata sulle caratteristiche estetiche ed economiche dei prodotti ma sulle scelte sociali e ambientali. Per questo il consumo critico equivale a una rivoluzione silenziosa".
(Dal Manuale per un consumo responsabile di Francesco Gesualdi del Centro nuovo modello di sviluppo)
Abbiamo voluto citare il Manuale per un consumo responsabile del Centro nuovo modello di sviluppo perché riteniamo sia il testo fondamentale per quanti intendano confrontarsi seriamente con il tema del consumo critico.
In questi anni la Sinistra giovanile si è impegnata a diffondere e praticare il consumo responsabile, prima con il seminario di Rimini, poi promuovendo a Bergamo il Forum nazionale sul consumo responsabile, nel corso della Festa de l'Unità nazionale sull'ambiente.
Nei prossimi anni dovremo continuare e rendere più diffusa e sistematica la nostra azione di sostengo alle botteghe del commercio equo e solidale, alle associazioni che si occupano di educazione al consumo, alle associazioni dei consumatori sensibili a questo tema, alle aziende biologiche, a tutti i soggetti che promuovono la cultura del limite e della responsabilità nel consumo e nel modo di produrre.
Non escludiamo, come già accaduto in singoli casi, di utilizzare la pratica del boicottaggio, sostenendo le campagne più serie e efficaci, a patto che sempre prevedano un'azione di condivisione e di incontro con le rappresentanze dei lavoratori delle aziende boicottate.

Tesi 42 - Le energie alternative

Chiedere che si utilizzino energie alternative al petrolio (e al carbone) diventa sempre più una necessità. Di più, un dovere politico. L'età del petrolio si sta avviando ad un rapido declino.
Si può e si deve scegliere strade alternative che salvaguardino la salute del mondo e, di conseguenza, dell'umanità.
Le risorse (energia solare, idrogeno, biomassa, per fare alcuni esempi) esistono, ma non si utilizzano perché il sistema economico globale impone l'uso del petrolio.
Insomma ci troviamo, nonostante innumerevoli resistenze, di fronte ad una fase di transizione completa, destinata a produrre effetti sul clima e sulla qualità di vita di inter continenti.
Occorre per il nostro Paese una vera e propria svolta nella politica energetica, calibrata su criteri di sobrietà e contenimento dei consumi.
L'Italia, nonostante il Protocollo di Kyoto imponga entro il 2020 la riduzione delle emissioni del 5,4% dei gas, continua a non impegnarsi in questa direzione.
Siamo il fanalino di coda dell'Europa e rischiamo di ipotecare ulteriormente il futuro del nostro Paese se non interveniamo nell'immediato.
Bisogna risparmiare di più sulle energie basate sui combustibili fossili e scommettere invece sullo sviluppo delle fonti rinnovabili, incentivando quegli enti pubblici e quei privati che scelgono di farne uso.
Condividiamo da questo punto di vista l'obiettivo proposto da Sinistra ecologista, con cui va rinnovato un patto di lavoro fondamentale: mettere al centro del programma della Gad la riduzione del 25% dei consumi energetici in dieci anni.
Allo stesso tempo entro il 2010 l'Italia deve impegnarsi ad incrementare l'utilizzo delle fonti rinnovabili per almeno il 30% dell'insieme della produzione energetica.
E crediamo che non sia una svolta che possa nascere solo a livello nazionale, ma di cui dobbiamo assolutamente investire l'Europa, se di essa vogliamo fare una dimensione dinamica di cambiamento, invece di un nuovo gigante burocratico.
Chiediamo che i DS assumano un impegno autentico, coerente, pieno, su questo tema.

Tesi 43 - L'acqua

Tra i diritti umani maggiormente negati al mondo, a causa degli effetti della globalizzazione neoliberista c'è sicuramente il diritto all'accesso all'acqua potabile.
Oggi più di 1,4 miliardi di persone non ne hanno.
E si calcola che, entro 15 anni si arriverà a più di 3 miliardi.
Mentre il mondo occidentale spreca acqua potabile persino per gli scarichi, le grandi multinazionali (tra cui Nestlè, Danone, Coca Cola, Pepsi Cola) acquistano, una dopo l'altra, le sorgenti, privando l'umanità di un bene primario che dovrebbe essere pubblico.
Per l'acqua oggi, nel mondo, si scatenano guerre, e, di questo passo, diventerà uno dei primi motivi di conflitto tra il mondo ricco e d i Paesi in via di sviluppo.
Crediamo sia necessaria una politica che torni guardare ai beni primari dell'uomo come beni inalienabili e non privatizzabili.
Sosteniamo per questo quelle forze che si sono riunite attorno all'obiettivo di costruire un nuovo Contratto mondiale dell'Acqua.
Che stabilisca che il diritto alla vita sia costituito non solo dal diritto di respirare aria, ma di avere acqua, sanità, istruzione, emancipazione.
Una svolta in tal senso, è una svolta di sinistra. Riformista.
In molte realtà, Toscana e Abruzzo, per fare due esempi, la nostra organizzazione si è impegnata per promuovere un consumo responsabile dell'acqua e per la tutele di questo bene fondamentale di fronte ai percorsi di redifinizione della gestione degli ambiti territoriali e della gestione delle risorse idriche.
Riteniamo che ogni scelta di gestione degli acquedotti e delle fonti di approvvigionamenti debba sempre essere legata ad una seria e trasparente definizione di regole e protocolli che escludano la privatizzazione e la mercificazione dell'acqua.
Non è in causa la gestione più efficiente e economica dei servizi pubblici legati all'acqua, che riteniamo possibile e per certi versi doverosa, quanto la garanzia che in nessun caso partner privati o società miste possano impropriamente appropriarsi di beni pubblici inalienabili, l'accesso ai quali è un diritto dell'umanità, come è appunto l'acqua.

Tesi 44 - Il governo Berlusconi e l'ambiente

Come in tutti i campi in cui si è cimentato, anche in quello ambientale la destra di governo si è rivelata dannosa e fallimentare.
Anzi, è riuscita, con le sue politiche, a mettere insieme cittadini di destra e di sinistra, amministratori di ogni parte politica, a difesa del proprio territorio.
La politica dei condoni, adottata ad ogni livello, continua a minacciare la bellezza, la vivibilità e la fruibilità del panorama e delle risorse ambientali del Paese.
L'abusivismo edilizio ha ripreso in maniera imperiosa a disseminare di ecomostri la nostra penisola.
Il Mezzogiorno d'Italia ha subito un ulteriore colpo alla propria economia ed alla propria vocazione turistica dopo l'introduzione del decreto Matteoli.
Intere coste continuano ad essere deturpate, mentre le mafie hanno rialzato la testa nell'edilizia come nel controllo del ciclo dei rifiuti.
Le scelte di deregulation urbanistica non hanno né favorito lo sviluppo economico né prodotto nuovi significativi investimenti in infrastrutture e servizi.
La vulgata secondo cui il condono edilizio avrebbe liberato risorse finanziarie e favorito l'emersione dell'illegalità si è rivelata falsa.
Al contrario, ha ulteriormente segnato "il costume" di una parte del Paese: ritorna ad essere legittimato il cosiddetto "abusivismo di necessità" che tanti disastri aveva creato tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta.
Occorre, su questo terreno, un radicale cambio di rotta: bisogna proteggere i beni naturali ed artistici del nostro Paese, tutelare l'integrità del paesaggio, reprimere il fenomeno dell'abusivismo "senza se e senza ma".
D'altra parte, una politica di difesa del territorio è necessaria dinnanzi ai rischi concreti che il nostro assetto idrogeologico corre. Le politiche di deregulation ambientale hanno prodotto un ridimensionamento delle nostre foreste, una difesa del suolo approssimativa, una manutenzione scadente: tanta parte dei disastri ambientali a cui stiamo assistendo in questa fase della storia hanno origine nella voracità e nell'egoismo dell'uomo.
La destra italiana ha assecondato questa tendenza, incentivandola in nome della difesa di interessi immediati e di corto respiro.
Una grande scelta di politica economica, che andrebbe incontro anche alle esigenze di occupazione di tanti giovani del nostro Paese, resta la creazione di un Piano di investimenti pubblici per il riassetto idrogeologico del nostro Paese.
Un grande intervento economico che metta in sicurezza il territorio, valorizzi le risorse naturali del Paese, assicuri la vivibilità delle città, tuteli i beni artistici e culturali, monitorizzi gli edifici non ancora in regola con le norme antisismiche, assicuri che gli enti comunali portino a termine i programmi di raccolta differenziata per un ciclo alternativo e sostenibile dei rifiuti.
Davanti alle gravi scelte del governo è nato un diffuso movimento, di cui la Sinistra giovanile è parte attiva e consapevole, che ha impedito il deposito delle scorie radioattive a Scanzano, si è battuto contro la costruzione del terzo traforo del Gran sasso e che continuerà a battersi contro la costruzione del ponte di Messina.
La mancanza del minimo senso di rispetto per l'ambiente fa, della compagine governativa, un pericolo per la salute dei cittadini italiani.
Abbiamo il dovere di opporci proponendo politiche di sviluppo sostenibile ed ecocompatibile, che diano il senso di un'alternativa possibile, che non freni la crescita ma che la confini dentro le regole del buonsenso e del rispetto della vita.
Queste politiche, che fino a qualche anno fa appartenevano ancora solo alle associazioni ambientaliste, oggi devono essere patrimonio complessivo di una sinistra di governo, che, nelle proprie scelte, tenga conto della fragilità e della delicatezza di un ecosistema messo in crisi da decenni di noncuranza ed indifferenza.

Tesi 45 - Bella Ciao

Il nostro Paese è una Repubblica fondata sulla lotta di Resistenza e di Liberazione nazionale.
Può apparire un'affermazione banale e scontata, ma oggi come mai nel passato, le forze della destra italiana stanno falsificando le radici della nostra Costituzione.
Si cercano di nascondere le responsabilità del regime fascista che fu una sanguinosa dittatura, capace di partorire le leggi razziali, e che portò il nostro Paese ad essere alleato della Germania nazista e a condurre una guerra mondiale che causò milioni di morti e lo sterminio del popolo ebraico, delle minoranze slave, omosessuali e di chiunque si opponesse al regime.
Si cerca di dimenticare quella che fu la storia reale che allora significò il secrificio e l'impegno di un'intera generazione di italiani che scelsero la lotta di Liberazione nazionale per ridare la libertà al nostro Paese e per rendere la dignità ad un popolo intero.
"Se non ora, quando?" non è un semplice motto che invitava alla lotta.
Esso rappresentava una scelta finalmente libera e consapevole e ci parla di molti giovani partigiani che lasciarono le loro case per combattere contro la dittatura nazi-fascista.
Esso rappresenta ancora oggi la rinascita del nostro Paese, ed anche se oggi una certa storiografia qualunquista tenta di spacciare la Resistenza come un fenomento isolato e marginale nella Liberazione del nostro Paese, noi sappiamo che non fu così.
Un intero popolo, stanco della dittatura e lacerato da una guerra sanguinosa, trovò il coraggio e la forza per ribellarsi. Le giovani generazioni di allora furono la spina dorsale delle brigate partigiane. E quell'invito all'impegno, che significava lottare contro l'indifferenza, rappresentò la chiave per ridare la speranza all'Italia.
Da allora sono passati molti anni ed il 2005 è l'anno dell'anniversario del sessantesimo della Resistenza e della Liberazione del nostro Paese.
Il 25 del 1945 per le strade di Milano sfilò il Clnai, finalmente a testa alta, con un'intera città in festa, in rappresentanza di tutto il comitato di Liberazione nazionale e in tutta Italia l'insurrezione divampava vittoriosa.
Ben prima dell'arrivo - certo determinante per la vittoria finale - degli alleati anglo americani. Molte città si erano già ribellate ed erano state liberate dal popolo insieme ai partigiani. Segno di una nazione che trovava il coraggio per liberarsi dalla dittatura.
Sappiamo che non avremmo vinto la guerra e liberato il nostro Paese se non ci fosse stata una grande alleanze che comprendeva tutte le forze democratiche e progressiste, ma la dignità del nostro Paese fu conquistata dai partigiani.
Oggi il governo di destra taglia i fondi per le celebrazioni dell'anniversario del sessantesimo della Resistenza ed imposta una campagna di becero revisionismo storico che nient ha a che fare con la storia e la tradizione democratica del nostro Paese.
L'Anpi ha lanciato un appello che abbiamo fatto nostro fin da subito: il dovere della memoria ed il dovere di dire la verità. È il " se non ora, quando ? " che ritorna e che è monito per le giovani generazioni.
Il dovere di ricordare quello che è stato, dagli eccidi delle popolazioni civili, ai campi di sterminio, alla dittatura, fino alla lotta di Liberazione nazionale, ci tocca da vicino e ci parla della necessità di avere sempre presente, nella nostra azione politica quotidiana, quei valori ma soprattutto quell'imperativo etico e morale.
Scegliere da che parte si sta, non essere indifferenti alle sofferenze a all'ingiustizia, lottare per un mondo migliore e per un Paese più libero e più giusto.
Oggi la nostra lotta di Liberazione è non violenta, tutta protesa allo studio e all'impgno e prende le forme del dibattito libero, della libera scelta dei propri rappresentanti, della possibilità di poter incidere nelle scelte, di vivere in una Democrazia compiuta. L'associazione nazionale dei partigiani è il luogo naturale insieme a cui portare avanti la memoria storica dei fatti, ma ogni luogo di vita delle persone, ed in particolar modo, delle giovani generazioni è essenziale per far vivere quegli ideali di libertà e di democrazia. Sono luoghi le scuole e le università, dove è necessario affrontare la deriva di uno studio revisionista in una sola direzione, e promuovere iniziative.
I valori della Resistenza sono i nostri valori e l'impegno di quei ragazzi di allora è il nostro impegno e i nostri valori si legano a quel senso di libertà e di dignità universale.
Lottare per la Resistenza oggi significa lottare contro l'indifferenza e promuovere lo studio ed il diritto allo studio per tutti, soprattutto per i ragazzi che provengono da situazioni